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Nuova compagnia di pandemia popolare

144840391-3d34d41b-e92f-472a-a12c-7a7b53d1e808Come ogni racconto anche la narrazione epidemica sembra avere una sua morale severa e stringente: non è una pandemia per poveri. La costante di tutta la macabra fiaba che ci stanno raccontando su una sindrome influenzale di gravità minore rispetto a quella del 2017 – 2018, accanto all’elefantiasi del dramma funzionale alla caduta dell’economia reale e delle libertà, contiene un inesplicabile elemento di contrasto ad ogni possibile cura che non sia il favoloso vaccino di Bill Gates o alternativamente farmaci di altissimo costo. Ogni volta che un metodo di cura che implica farmaci o metodiche a basso costo   si è rivelato efficace, su di esso si è alzata la canea di cosiddetti scienziati e luminari di regime contro chi abbia osato violare il giuramento di Ipocrita che è ormai strettamente legato a quella medicina industriale per cui il paziente è in funzione del farmaco e non viceversa.

Dalla Cina era arrivata l’indicazione per l’uso dell’idrossiclorochina  in combinazione con altre principi attivi, ma subito contro di essa si è levata la voce di Anthony Fauci, quello che da quarant’anni promette un vaccino contro l’Aids mai arrivato, insomma un fallito che detta legge grazie ai miliardi del suo padrone filantropo Gates, mentre in Francia il professor Raoult, che aveva osato proporre questa cura a basso costo ha trovato una insormontabile opposizione opposizione del governo Macron. Eppure Raoult non è un virologo della domenica come i nostri, è stato lo scopritore dei virus complessi è classificato tra i dieci principali ricercatori francesi dalla rivista Nature, ovvero la rivista che tanto piace a qualche scienziatino dilettante del parterre televisivo, è anche tra i ricercatori più influenti nel campo della microbiologia e le sue pubblicazioni sono tra le più consultate su riviste accademiche. Poco dopo è stata proposta in alcuni ospedali italiani, sulla base di protocolli già sperimentati, una diversa visione della malattia, che comunque è abbastanza tipica delle sindromi influenzali e che porta a un trattamento con eparina e antinfiammatori, il che ha ridotto in maniera drastica l’ospedalizzazione: ma anche qui è cominciato l’abbaiare dei cani di regime che negavano ogni efficacia a questo approccio, prima di scoprire che lo stesso Oms lo prevedeva. Insomma come si direbbe alla corte di Inghilterra una figura di merda che però non ha scalfito di una briciola il prestigio della Nuova compagnia di pandemia popolare che si esibisce ogni giorno e in tv e sui giornali con grande successo: si vede che la sostanza marroncina si mimetizza bene su certe figure. Adesso tocca alla cura sierologica essere sotto accusa, insieme al prof. De Donno, subito silenziato, benché essa sia comunemente usata da decenni contro tutte le malattie infettive. Gli argomenti usati sono ridicoli e consistono nel dire che non c’è abbastanza plasma con gli anticorpi, cosa di per sé falsa visto che i guariti sarebbero 85 mila, ammesso che queste cifre abbiano qualche senso nell’immenso bordello numerico che si è creato, probabilmente con dolo, ma che svela come questi scienziati ignorino che anche gli anticorpi possono essere moltiplicati  con la tecnica della clonazione di immunoglobuline. In realtà la vera controindicazione consiste nel fatto che la cura costa solo 80 euro: una vergogna che una vita umana costi così poco e che non ci si possa arricchire.

Una persona dotata di un minimo senso critico si domanderebbe come mai tutte queste polemiche terapeutiche quando si tratta di salvare vite umane nel corso di una drammatica pandemia. E andandosi a leggere i dati scoprirebbe che si tratta di una sindrome influenzale iperdrammatizzata ed utlizzata per molti scopi il primo e il più ovvio dei quali è quello di vaccinare tutti con profitti giganteschi a fronte di spese modeste per un vaccino approntato in poco tempo e  che nel migliore dei casi sarà inutile vista la variabilità del virus. E per questo che tutte le cure a basso costo vengono scartate e ostracizzate da medici scelti dalla politica e che starnazzano come le oche. Inoltre la scoperta di cure efficaci toglierebbe la patina millenaristica all’epidemia e non consentirebbe di imporre ancora e ancora misure assurde che servono per azzerare la piccola economia diffusa. Ma d’altronde se non il ha un sistema immunitario mentale forte, si è facile preda delle patologie sociali e mediatiche.


Il teatrino dei burattini: barcamenarsi sul nulla

output_immagineChe pena alla mia età assistere a un teatrino dei burattini mentre il Paese affonda, ma ancora peggio è sentire che il rumore delle teste di legno non viene principalmente dalla scena ma dalla platea dove si alzano sonorità da marimba: Santori e sardine contro Salvini,  Renzi in agguato, la zattera della medusa dei Cinque Stelle, i piddini degli affari sottobanco e il tamburo ipnotico del Quirinale. Baruffe ridicole e farsesche perché tette le parti in lite sono portatrici  della medesima ideologia neo liberista, della medesima idea di disuguaglianza sociale e semmai differiscono solo nei particolari marginali, quando non solamente nella retorica utilizzata o nella furbizia espressa. Partecipare a questa batracomiomachia, essere coinvolti in un tifo privo di senso serve soltanto ad accelerare la fine, senza risolvere proprio nulla, anzi facendo entrare ancora più in profondità la lama del male oscuro.

E’ notizia di questi giorni che più di 800 mila giovani con una notevole percentuale di laureati sono emigrati da Lombardia e Veneto a causa della deindustrializzazione indotta dall’euro e dalla regole europee espressamente concepite per favorire l’egemonia tedesca: eppure sono le stesse regioni che chiedono il separatismo, come se andassero a mille, come se il sistema veneto non fosse costellato di macerie e come se dovessimo illuderci di una imponente crescita a guardare lo skyline milanese orrida imitazione bonsai degli emirati. Come se queste  richieste non nascessero dalle necessità di una speculazione di piccolo cabotaggio ormai messa alle corde dalla crisi endemica e vuole prosperare come un  lichene o un fungo parassita sui grandi eventi e le grandi opere inutili: Viva Arlecchini/  E burattini/ Grossi e piccini. Ma invece di guardare il baratro che si apre di fronte allo sguardo , a un’emigrazione che diventa molto più alta dell’immigrazione perché è meglio importare schiavi da pomodoro che formare e dare lavoro ad ingegneri, ci si perde in occasionali baruffe prive di qualsiasi senso politico, vacue dalla prima all’ultima parola, non si lotta più si fa happening per il quale non c’ nemmeno bisogno di ragioni o di idee, basta l’invito.

Ma in fondo questo fatto dell’emigrazione per quanto possa essere drammatica, per quanto riveli le reali condizioni del Paese più di ogni discorso e di ogni evasività non dispiace affatto alle teste di legno che si battono con inutile foga nel teatrino: eliminare il disagio sociale buttandolo fuori, significa anche eliminare le possibilità che il malcontento esploda o metta in questione l’intero sistema e i suoi strumenti: è insomma un modo per mantenere lo status quo, per conservare il potere.  Questo è un fatto storico: è la medesima dinamica che ha arginato le lotte sociali post unitarie in Italia con la fuga verso le Americhe o le altre aeree europee oppure ha permesso alle vecchie strutture di comando di conservarsi in Germania oltre il loro tempo, mentre oggi serve egregiamente ad impedire che i Paesi africani esplodano mettendo in crisi il gigantesco sfruttamento a cui sono sottoposti. E questo naturalmente appare ai ciechi come un afflato di civiltà.

In queste condizioni fa spavento vedere quanta parte dell’opinione pubblica che poi si incista nei social, dia credito alle più evidenti fesserie, si lasci trascinare da polemiche inventate per costruire una sorta di agenda politica narrativa laddove c’è il nulla assoluto, se non l’obbedienza. Questo per non parlare di certi patetici relitti della sinistra che plaudono regolarmente a ciò che sembra riecheggiare tempi passati (passati anche per colpa loro) purché naturalmente sia assolutamente innocuo e non tocchi le loro rendite di posizione e la loro audience, sempre e strettamente collegata al potere che detiene i loro strumenti di produzione ovvero giornali, riviste, televisioni, università meglio se private  e dove è estremamente apprezzata la polvere da sparo bagnata che fa clamorose cilecche: Barcamenandomi / Tra il vecchio e il nuovo, /Buscai da vivere,/ Da farmi il covo.


Tortellini e crocifissi

EF35xssWsAEfTfpL’Italia derubata e presa a tradimento si dedica spesso a polemiche di lana caprina che di solito fermentano in un substrato magico e apotropaico che ormai funge da succedaneo per l’esistenza di un sé e di comunità atomizzate altrimenti affidate solo al consumo e non tenute assieme da un collante ideale. Così ciclicamente riesplode la polemica sui crocifissi posti nelle scuole, in ogni luogo pubblico e persino nei tribunali in palese violazione del principio costituzionale che prescrive la libertà di culto. Non si tratta affatto della sciocca preoccupazione di offendere un ateo, un maomettano, un ebreo un induista o qualunque altra fede, visto che stupirsi, e incuriosirsi o anche impaurirsi di fronte alla diversità è naturale, mentre offendersi è solo un’idiozia, ma perché la libertà di culto esclude appunto che esista una religione di Stato: l’amministrazione e la formazione  pubblica dovrebbero prescindere da riferimenti religiosi, anche se per caso il 100% degli italiani fosse davvero credente e non esclusivamente dedito alle pratiche di devozione spicciola o miracolistica.

Anzi se si fosse dei veri fedeli  la presenza di un simbolo sacro, adorativo e fonte di mistero  in luoghi estranei al culto o alla meditazione dovrebbe essere motivo di forte turbamento: non per nulla questa moltiplicazione di crocifissi non affonda affatto nella tradizione come si pensa, ma è in termini storici recentissima. Infatti solo dopo le vicende unitarie e la scomparsa dello stato della Chiesa divenne tratto distintivo degli ambienti catto – vaticani, ma l’impulso maggiore alla “crocifissione” generale ci fu sotto il fascismo, quando la religione cattolica assurse al ruolo di religione di Stato con quel Concordato sottoscritto dal mangiapreti Mussolini e nelle scuole comparve l’obbligo dell’istruzione religiosa. Anzi a dirla tutta si rimane di sasso considerando che quel trattato è rimasto in vigore fino agli anni ’80 in piena contraddizione con la Costituzione italiana e persino nella revisione operata al tempo di Craxi (a fare concordati si fa sempre una brutta fine) la separazione fra Stato e chiesa viene esplicitamente affrontata solo nei protocolli addizionali. Ma oggi la questione non riguarda la fede in sé, quanto il diffuso ateismo devoto che riconosce in alcuni simboli un succedaneo di valori altrimenti smarriti, è qualcosa di cui si dovrebbe occupare Levi Bruhl o De Martino piuttosto che la politica. Per questo è possibile che dal finto sacro si arrivi direttamente al profano più spicciolo facendo scoppiare una polemica bislacca persino sui alcuni chili di tortellini con carne di pollo ordinati dalla curia bolognese per la festa di San Petronio.  Non manca mai qualche idiota pronto a vedere anche queste vivande  una resa all’Islam e non un semplice atto di cortesia e in fondo una forza di trascinamento verso le nostre tradizioni culinarie: ma allora il maggiore centro islamico è insediato dalla  grande industria alimentare che sforna da decenni paste farcite mettendoci dentro qualsiasi cosa tranne che gli ingredienti tradizionali. La cosa è talmente conclamata che qualche commentatore si è persino sbagliato e ha parlato di  agnolotti invece che di tortellini. Orrore.

Dunque sappiamo adesso quali sono i veri valori dell’italianità da difendere: crocifissi plasticosi da mettere ovunque e ricette di tradizione, quando ormai solo pochissimi ne sanno qualcosa in merito e hanno un gusto affinato: immagino che la stessa incertezza che regna sulla vera ricetta del ragù alla bolognese, investa anche le verità di fede che quasi nessuno conosce, nemmeno a livello elementare. Dacci oggi il ragù quotidiano e non ci indurre in tentazione.  Mi chiedo allora perché  l’hamburger protestante o il cibo kosher non siano considerati alla stessa stregua di offensive presenze: forse perché fra tanta confusione rimane ancora viva la capacità di essere servili con i forti e prepotenti con i deboli. Anzi è l’unica cosa che realmente ispira in saecula saeculorum il peggio di questo Paese.

 

 


Camilleri, la colpa di essere popolare

fileLa stupidità finale di un Paese la si coglie in alcuni momenti particolari, al di fuori della corrente principale degli eventi, così come si coglie la qualità delle acque di un fiume  nei meandri dove il flusso ristagna: uno di questi e la lotta con la morte di Andrea Camilleri, uno dei pochissimi scrittori noti al grande pubblico per via televisiva, a parte quelli inesistenti che non vanno mai oltre il banale ben detto. La situazione è tragicomica perché i suoi nemici politici, consapevoli della presa popolare della sua narrazione, si scatenano ora come avvoltoi, come ad esempio Vittorio Feltri, il tipico esemplare di cretino brillante che è la suprema guida dei cretini e basta o di Salvini espressione di quella devastante mezza cultura, rimasta a mezz’aria per incapacità,  che è poi l’asse portante del milieu politico: non si capisce la necessità né lo scopo di questi attacchi, ma è inutile chiedere all’ottusità la ragione dei suoi bassi istinti sia perché non è in grado di riconoscersi , sia perché sono sempre ovvi e insignificanti, pura etologia di base.

Più interessante è invece il fronte avverso, quello degli estimatori o difensori che si divide in apocalittici e integrati: i primi si appellano al maestro perché non li lasci “soli in mano ai fascisti” che sfiora, anzi si radica nel ridicolo e ambiguo sinistrese parolaio, mentre i secondi esprimono anticipato cordoglio, ma prendono le distanze dicendo che Camilleri sarebbe un autore ripetitivo, semi dialettale  e che uno dei suoi meriti più grandi sarebbe quello di aver fatto conoscere Beckett e Simenon in Italia. Bé che dire, ho avuto la doppia fortuna di conoscere Beckett a Parigi, 50 anni fa (tra l’altro parlava un  eccellente italiano) e di averlo incontrato  prima di aver visto a teatro Aspettando Godot, perché diciamolo il teatro dell’assurdo è ormai una stagione morta, un holzwege fra i tanti che ci ha regalato il Novecento. E di Simenon si può dire che sia stato l’inventore della serialità, che più ripetitivo di Maigret c’è ben poco al mondo. Del resto se si pensa che il meglio della letteratura poliziesca non ha fatto altro che ripetere in tutte le possibili salse I delitti della rue Morgue di Poe, capiamo che il concetto di ripetitività è intrinseco al genere e forse a tutti i generi in quanto riconoscibili.

Ad ogni modo ciò che ha nociuto di più a Camilleri è stato proprio la notorietà, peraltro improvvisa e tarda  e i trenta milioni di copie vendute: che chi ha detto che ” la sua cifra linguistica è di tipo folclorico”, chi ha sostenuto che ha inventato una Sicilia inesistente tra stereotipo e pregiudizio, chi ha paragonato la sua opera a una cassata “pesante e indigesta”, chi ha sostenuto che “i suoi romanzi non hanno nessuna necessità espressiva”, qualunque cosa voglia dire questa frase visto che lo stile è proprio la capacità di regalare la necessità alle parole e che lo stile di Camilleri è inconfondibile. Così sono assolutamente d’accordo con Goffredo Fofi quando ha detto che dietro molte critiche c’è “una forma di snobismo assai diffusa” che nasce “dalle alte tirature dei suoi libri”. “Camilleri è un autore di letteratura popolare, e la letteratura popolare, in Italia, è il nemico più caro degli scrittori”. Non va mai dimenticato che questo è anche il Paese dove è stato premiato un  libro 15 anni prima che uscisse (con buone ragioni perché se fosse stato letto prima avrebbe meritato piuttosto la galera) e che l’autore ha campato una vita sull’attesa di questa sua opera prima, definita post modernista per l’assenza di capitoli e divisioni, per l’invenzione di parole, nessuna delle quali è mai rimasta appiccicata alla lingua e l’uso di termini dialettali. Per la cronaca si tratta di Horcinus Orca, un caso letterario in assenza di letteratura e di lettura.

Camilleri rappresenta l’esatto contrario di tutto questo proprio perché è esploso senza alcuna attesa, come una di quelle erbe che spuntano spontanee dal tam tam del pubblico, e che solo in seguito vengono poste nella serra letteraria e anche come scrittore non si pone mai il problema della sacralità della scrittura, un autore che scrive prevalentemente gialli esclusivamente perché questa forma gli impone  una struttura narrativa che nel suo anarchismo è difficile trovare. Tanto che Montalbano è probabilmente il più personaggio fra i tanti investigatori prigionieri della tipizzazione. E quanto all’uso del dialetto non solo esso è perfettamente omogeneo all’ambiente che racconta e nel quale l’espressione dialettale si mischia all’italiano, ma poi non si vede perché la lingua non si debba contaminare con l’immenso patrimonio espressivo della Penisola, magari adattato, saranno i parlanti non i libri o le accademie a decidere cosa si salva e cosa no, non certo le accademie, come del resto è avvenuto spesso e come normalmente avviene in tutte le lingue nazionali che sono in definitiva delle grandi mediatrici.

Insomma non è colpa di Camilleri se è uno scrittore popolare, naturalmente nei limiti in cui lo può essere la buona letteratura. E non è nemmeno colpa sua l’indecoroso spettacolo di questi giorni.


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