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America saudita

trump-saudi-Sembra che qualcuno sia stupito dal fatto che la prima visita ufficiale di Trump sarà in Arabia Saudita, senza rispettare un certo vacuo galateo occidentalista e inaugurando una nuova “geografia” presidenziale, ma in realtà sta accadendo solo ciò che avevo immaginato, ossia che Trump con la sua rozzezza avrebbe semplicemente reso visibile quella del Paese che formalmente governa,  senza coprirla con una patina di bon ton elitario. Si, è vero che Riad costituisce la monarchia più arretrata del mondo, è vero che  sono venuti da quelle parti  i soldi e le dottrine integraliste che hanno prodotto l’11 settembre, ma è anche vero che da lì arriveranno anche 40 miliardi di dollari di investimenti negli Usa, una mano santa per un Paese che campa di assegni a vuoto color verde e chissà quanti altri finanziamenti diretti e indiretti a sostegno del caos medio orientale e asiatico in genere con il quale Washington vuole perpetuare il suo dominio unipolare. Dunque che Arabia Saudita sia.

Personalmente sono affascinato dall’opera di decostruzione della favola sugli Usa benevoli tutori della libertà che circola ormai da tre generazioni, in totale assenza di riscontri, anzi contraddetta anno per anno dalla evidenza del contrario, Chi si stupisce del viaggio in Arabia Saudita probabilmente ignora che solo nel 1995 il senato del Mississipi ha approvato il XIII° emendamento alla Costituzione che abolisce la schiavitù, giusto in tempo per lasciar perdere le forme storiche e inaugurare una nuova stagione di servaggio. Magari di per sé la cosa non è molto importante, ma rende bene l’idea di quanto poco sappiamo sulle mitologie che ci affliggono, su noi stessi, su come il mondo capitalista proceda avvolto da una fiaba. L’universo di menzogne, pretestuosità, deformazioni di fronte al quale ci troviamo ogni giorno, non è che il riflesso, la surfetazione funzionale agli interessi dell’ 1 per cento che domina il pianeta, della visione mitica del mondo occidentale, di origine sostanzialmente anglosassone e di conseguenza semplicistica, che si è andata affermando nel dopoguerra. Le carte vengono costantemente confuse a beneficio dei bari in maniera che progetti ed effetti possano essere giustapposti a piacere secondo la necessità del momento.

Noi sappiamo benissimo che l’Unione europea è oggi una sorta di dittatura mediatica tutta volta alla pratica dell’utopia egoistica, sia al suo interno che all’esterno, ma molti si fanno mille scrupoli, anche con se stessi, a denunciarne i veleni in ragione dei suoi inizi, ovvero al tentativo di ostacolare la balcanizzazione del continente perseguita sin dai primi anni del secolo scorso dagli Usa. I totalitarismi degli anni ’20 e ’30 del Novecento sono stati un tentativo da parte del capitalismo continentale di evitare proprio questa forma di dominio per frazionamento dell’ “estremo occidente” ossia del Nord America e della sua appendice britannica, ma essi, come’era facile immaginare, hanno distrutto il loro obiettivo con la guerra, paradossalmente vinta grazie al contributo indispensabile dell’Urss che da sempre, ossia fin dal 17, era il vero nemico . La successiva idea dell’Europa, basata sulla collaborazione e sulla pace, già insidiata dalla guerra fredda,  è stata però fin dall’inizio svuotata di senso dai presupposti capitalistici imposti non solo dalle elites locali, ma anche e soprattutto dal tutore oltre atlantico. Finché c’è stata l’Unione sovietica e dunque finché si è protratto il keynesismo di necessità che ha procurato il maggior periodo di crescita economica e di redistribuzione del reddito nel mondo occidentale, le ragioni iniziali hanno tenuto con la forza di un paravento, nonostante i conati neo coloniali francesi, le continue interferenze di una Gran Bretagna del tutto estranea allo spirito dell’unione e le guerre stragiste americane nel sud est asiatico e poi in medio oriente con realtiva creazione di integralismi e terrorismi, ma poi si sono dissolte perché il capitalismo è globale oppure non è: alla fine si è imposto quello più primitivo e istintivo, creatosi grazie alle possibilità di un Paese continente, che come sempre accade è anche quello  più ossessivamente attento alla forma come capita ai villan rifatti, maschera tipica e peculiare delle rivoluzioni industriali susseguitesi a partire dal tardo settecento, gustosa sintesi di sapore teatrale che rinvia a una mobilità sociale che è ormai un ricordo. Tutto si è ridotto e corrotto nell’invenzione di una governance multilivello che sta spazzando via la democrazia tra il plauso dei democratici.

Evidentemente oggi non si ritiene più che certe cautele siano necessarie perché la pervasività di un modello che pensa di essere la fine della storia, l’alfa e l’omega dell’ecumene, è in grado di imporre la sua verità ai suoi disgraziati sudditi. E’ accaduto in Francia dove un signor nessuno, deciso a fascistizzare le costituzioni (i documenti della Rothschild palano chiaro)  è stato portato alla massima carica dello stato per pura forza mediatica e persino con il pretesto di fermare il fascismo. Perché dunque stupirsi che Trump vada a fare pappa e ciccia con il medioevo saudita, non più sottobanco ma coram populo, seguendo la filosofia dell’ America first? Semmai c’è da stupirsi che in queste elites di comando non si sia ancora fatta strada l’idea che proprio il dominio mondiale sta rimettendo in moto la storia. Non qui, ovviamente, ma altrove.

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One response to “America saudita

  • learco

    “Blomberg cita una fonte anonima del Tesoro Usa secondo la quale il volume degli investimenti sauditi nel debito statunitense sarebbe circa due volte quello che dicono le statistiche ufficiali, per fare in modo che la cifra attuale rappresenti solo il 20% dei 587 milioni di dollari di riserve in valuta estera, ben al di sotto dei due terzi che le banche centrali di solito detengono in dollari. Secondo diversi analisti, l’Arabia Saudita nasconderebbe la quantità reale dei bond statunitensi con operazioni effettuate attraverso centri finanziari offshore.”

    http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=82&pg=15948

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