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Senza né coda né Capodanno

capodanno-da-soloSarebbe davvero davvero troppo triste seguire le cronache del capodanno, i discorsini dei burattini, il cozzare delle teste di legno sui tamburi mediatici, insieme ai fuochi, alle bombe, agli spari, alle lanterne cinesi, insomma a tutto il consueto apparato di festa, buoni propositi e di riti apotropaici che si innerva in questi giorni. Perciò in mancanza di notizie vere mi dedicherò a spiegare come mai il capodanno occidentale cada in una data così assurda come il primo gennaio. Assurda rispetto a tutta la tradizione umana nella quale solitamente il passaggio di anno viene situato tra fine inverno e primavera ossia in coincidenza col risveglio della natura, oppure a fine estate o primo autunno in coincidenza del suo riposo, vuoi in giorni fissi, vuoi variabili, ma comunque sempre in questo accordo stagionale.

Anche a Roma il capodanno si festeggiava in primavera e precisamente il 1° marzo, giorno in cui entravano in carica i consoli che però venivano eletti a dicembre, circa tre mesi prima della effettiva gestione del potere, mentre la campagna elettorale si svolgeva nella tarda estate. Nel 153 avanti Cristo si verificò una situazione di emergenza con la rivolta dei Celtiberi in Spagna e delle bande lusitane guidate da Viriato. In quel momento però le legioni veterane erano impegnate nelle guerre macedoniche e quindi c’era l’urgenza di dare subito il potere a uno dei due consoli eletti per mandarlo nella penisola iberica al comando delle truppe di seconda fila stanziate laggiù: si trattava di Quinto Fulvio Nobiliore, appena eletto console figlio di Marco Fulvio che era stato Pretore in Spagna e aveva sconfitto i Celtiberi in numerose battaglie. Il figlio conosceva i luoghi, le genti e il loro modo di combattere e dunque  fu quindi investito del potere tre mesi e mezzo prima del normale, inaugurando così una frattura con la tradizione che poi fu ripresa più volte spingendo Cesare con la sua riforma del Calendario, rimasto celebre con il nome di Calendario giuliano, a stabilire l’inizio dell’anno alle Calende di Januarius.

Qui si potrebbe aprire un capitolo molto interessante perché la riforma di Cesare non fu solo di carattere scientifico e astronomico, ma eminentemente politico: il calendario precedente, risalente a Numa Pompilio era infatti straordinariamente preciso, esattamente come l’attuale, perché l’anno durava mediamente 365, 25 giorni, il problema era però che la compensazione necessaria a non creare col tempo sfasature con l’anno tropico, si presentava complicata e si basava sull’inserimento di un mese intercalare o  macedonio di 22 giorni generalmente ad anni alterni che in un ciclo di 24 anni riportavano a concordanza perfetta stagioni e rivoluzioni terrestri. Questo tenendo presente che l’anno normale romano aveva 355 giorni.  Il problema era che la gestione degli intercalari era demandata ai pontifex cittadini e col passare degli anni questi cominciarono ad arrogarsi il diritto di aggiungere o sopprimere a loro piacimento il mese in più. All’epoca di Cesare quest’uso aveva creato uno sfasamento di 67 giorni e dunque la riforma, affidata all’astronomo alessandrino Sosigene, non voleva solo porre rimedio alla situazione, aggiungendo due interi mesi e qualche giorno all’anno 46 A.C  ma soprattutto togliere  il potere calendariale ai “pontefici” ( Caio Iulio attuò la riforma quando appunto divenne egli stesso pontifex)  per farne uno strumento sottratto a interessi particolari.

Il provvedimento si situa come ultimo atto importante  della Repubblica giunto fino a noi visto che il successivo calendario gregoriano del 1500 non tocca la struttura di base ma apporta solo delle correzioni marginali con la soppressione di tre anni bisestili ogni 400 anni e insieme il primo dell’impero visto che fu Augusto nell’ 8 dopo Cristo a promuovere piccole modifiche ( compresa l’attribuzione a se stesso del mese Sextilis ribattezzato Augustus). Vedete a cosa sono costretto per non parlare del Capodanno, dei buoni propositi falsi come Giuda e della cattiva coscienza che esplode nei mortaretti: tutto per festeggiare 365 giorno di ulteriore discesa verso l’inferno.


I falsi profeti

aaa082d2257ab65aecf61c2340e9c5b9_MI tardi anni ’80, in vista della dissoluzione dell’Unione sovietica e dunque delle briglie che avevano costretto in qualche modo l’ultra capitalismo ad auto moderarsi, furono pieni di profeti che dalle università, dai giornali, dai pensatoi e dalle centrali dell’intrattenimento proclamavano una nuova verità di fede: computer e robot avrebbero progressivamente aggredito il lavoro manuale e costruito una società del terziario avanzato , nella quale tutti, senza confini, avrebbero svolto lavori ad alto contenuto cognitivo, dal manager, al programmatore, all’animatore turistico e dunque le contrazioni salariali e di agibilità sindacale oltre che le flessibilità contrattuali che già si palesavano, costituivano in realtà un indizio di futuro e le resistenze a questa logica si configuravano come  una battaglia di retroguardia, una sorta di luddismo contro la società del sapere. Anzi andavano abbandonati quei sistemi di pensiero, ideologie e politiche  che facevano riferimento allo sfruttamento e all’eguaglianza perché questi temi, in fondo, non erano che l’alibi dei perdenti.

Presi da questa visione edenica e dalla cornucopia che mostrava ai dubbiosi non si fece caso al trucco che conteneva: ovvero che la produzione materiale, pur sempre necessaria, anzi ancora di più in questa visione, veniva semplicemente trasferita altrove, in Asia dove i salari erano inferiori  di venti volte provocando carenza di lavoro e dunque abbassamento dei salari e disoccupazione in tutto l’occidente quasi in contemporanea con l’affermarsi del post fordismo e del declino delle classi medie. Un effetto che gli Usa e il sistema di potere che li governa hanno tentato di  superare attraverso l’abbandono della posizione di nazione leader per trasformarsi in potere unipolare assoluto del tutto noncurante di qualsiasi diritto internazionale mentre la Germania si è abbandonata  a un modello economico basato sull’export a detrimento dei suoi vicini che incredibilmente hanno lasciato fare. Nessuno però di questi profeti e dei loro successori, immersi nel complicato semplicismo dei numeri e degli algoritmi che possono servire altrettanto bene sia l’intelligenza che la stupidità, calcolò che lo spostamento del fare avrebbe provocato anche un gigantesco trasferimento del sapere che ha finito per indebolire la società occidentale e chiudere progressivamente quelle vie di uscita che si erano escogitate per far fronte al progressivo declino della domanda aggregata. Questo sia perché in questo modo  il peso del mondo non occidentale è cresciuto in maniera esponenziale compromettendo anche i tradizionali rapporti di potenza, sia perché è problematico, nelle attuali condizioni politiche, un ritorno a un capitalismo di tipo keynesiano che riporti parte della produzione in occidente.

Quelle di Trump sono illusioni perché è il sistema stesso che non lo consente e fa una disperata resistenza visto anche che  questo significherebbe una sostanziale riduzione dei profitti. Ma anche se ci fosse accordo sarebbe molto difficile risalire la china a causa di molti fattori il più strategico dei quali è  la caduta verticale dell’istruzione che si è avuta negli ultimi decenni, a causa dei finanziamenti pubblici alla scuola sempre più ridotti, dell’iperprivatizzazione, della concezione della scuola come addestramento al lavoro e non come luogo di formazione culturale, delle stesse aspettative inoculate dal neo liberismo. Cosicché la prospettiva della società del sapere ha prodotto paradossalmente una caduta verticale del sapere racchiuso dentro l’omologato, lo standardizzato e il banale, tanto che si può misurare con dei test. E l’Erasmus potrebbe essere preso a modello dell’istruzione puramente nominale. A questo punto non è più nemmeno una questione di salari perché nelle aree industrializzate della Cina essi sono ormai superiori a quelli dell’Europa dell’Est e uguali a quelli di molta parte dell’Europa mediterranea e crescono di anno in anno, laddove da noi diminuiscono in termini reali: si tratta del fatto che ormai i molti campi che hanno subito la delocalizzazione, compresi quelli di punta, non si è più in grado di competere. Oggi tanto per fare un esempio, se si esclude il settore automobilistico, il 40 % dei prodotti col made in Germany vengono fatti in Cina e un altri 10 % in altri Paesi asiatici, ancorché questo venga accuratamente nascosto attraverso i trucchi dell’import export. Ma in generale molte aziende occidentali sono ormai più che altro uffici commerciali dove si studiano le caratteristiche di mercato di un prodotto, mentre è altrove che viene effettuato il lavoro vero.

In un certo senso la prospettiva dei vecchi profeti si è avverata: il lavoro manifatturiero, anche nei suoi aspetti intellettuali  è sempre meno, ma non perché sono ormai tutti “caballeros” come avrebbe detto Carlo V, ma perché a forza di non volerlo non lo si sa più fare. E’ da questa situazione che nascono movimenti che non riescono ad esprimere alcuna idea compiuta o si propongono di non avere idee: sarebbe molto strano il contrario.


Più foreste e meno trecce

asia_tamo_2017_fullQualche mese fa, in piena estate, la Nasa, per un attimo distratta dall’ affannosa ricerca della vita su Marte e in ogni dove da cui trae cospicui fondi, ha pubblicato uno studio dal quale emerge che la terra è del 5% più verde rispetto a vent’anni fa. Questo effetto era in qualche modo atteso  dal momento che la maggiore percentuale di Co2 in atmosfera favorisce lo sviluppo vegetativo, ma la vera sorpresa è stata che  la maggior parte di questo fenomeno si ha in due Paesi inaspettati, ovvero Cina e India, vale a dire quello con la maggior concentrazione  industriale del pianeta e quello con la massima densità di popolazione: sono proprio loro che contribuiscono in maniera determinante all’aumento della densità vegetativa, mentre le grandi riserve di verde in occidente e specie in Sud america sono pericolosamente attaccate dalla speculazione. In Cina l’aumento delle foreste deriva dai programmi messi in atto per ridurre l’erosione del suolo e fermare l’avanzata dei deserti del nord per cui si è costruita una vera muraglia vegetale, mentre in India il maggior verde è dovuto all’estensione delle coltivazioni in terre prima non sfruttate: insomma abbiamo  un fotografia della realtà assai diversa da quella propagandata da decenni attraverso una narrazione che ci vede come campioni dei temi ambientali  piuttosto che come i massimi devastatori secondo una semantica che scambia la cattiva coscienza con le buone (e pie) intenzioni.

Mettendo assieme queste due grandi aree asiatiche  abbiamo un totale di oltre 4 milioni di chilometri quadrati di nuovo verde, una superficie pari a 14 volte l’Italia o a tutta l’Europa con una bella fetta di Russia e tutto questo in un Paese che si proclama comunista e che in ogni caso ha una preponderante presenza dello Stato in economia (nello specifico la riforestazione di un milione e mezzo di chilometro quadrati e l’ agricoltura biologica su altri 900 mila è un piano di diretta emanazione pubblica) e in un altro che al di là delle istituzioni formali ha un cultura radicalmente differente da quella occidentale. Così la Nasa scopre  che “l’influenza umana diretta è un fattore chiave per rendere la Terra più verde”. Ma guarda un po’, ce ne voleva per arrivarci, quasi che l’abitudine a pensare in termini di mani invisibili ci abbia rincretinito. Tuttavia questa influenza umana per una volta di segno positivo e non negativo si ha  proprio laddove è meno forte l’influsso sia delle ideologie capitalistiche di stampo occidentale che dei capitali effettivi che la impongono.

Tuttavia si può ben comprendere come da noi ci si sia concentrati su altro, sulla coltivazione di ragazzine che con i loro discorsi generici e salottier catastrofisti, non individuano nessun colpevole e anzi finiscono per assolvere quelli veri. In un certo senso proprio la natura apocalittica conferita al riscaldamento climatico finisce per allontanare azioni concrete oltre alla produzione di cartelli e si esaurisce in un rabbioso fatalismo che spoliticizza completamente la questione facendo mancare gli strumenti per un effettivo cambiamento. Si potrebbe tranquillamente dire che Greta Thunberg è la massima produttrice mondiale di Co2. Certo non lei, la ragazzina vittima della voglia di visibilità dei genitori, ma tutto ciò che la spinge sulla ribalta perché i riflettori non siano puntati altrove. Ne abbiamo una prova proprio in questi giorni con l’Ilva poiché gli stessi ambiti di potere che alla fine pagano le campagne mediatiche di questo tenore (Arcelor Mittal è un cocchino della Commissione europea e agisce secondo le sue regole) , chiedono impunità di avvelenamento. E un’altra viene dal fatto che anche i gestori di fondi e l’alta finanza si sono subito interessati al fenomeno come nuovo campo per raccogliere denaro e fomentare una nuova trasformazione industriale che secondo i calcoli fatti solo per essere attuata raddoppierà i livelli di emissioni di di Co2. Il perché tutto si concentri sull’anidride carbonica è che si tratta di un  gas serra che meglio serve agli interessi di questo cambiamento ( vedi qui). Mentre gli altri producono verde noi produciamo chiacchiere e bond.

 


Settant’anni di rivoluzione

hgvjbkjhjsdgcvshjcEra proprio il primo ottobre di 70 anni fa che Mao proclamò la nascita dell Repubblica popolare cinese nella piazza Tien’anmen di Pechino, davanti alla Porta della Pace Celeste, quasi a significare una cesura assoluta col vecchio e liquefatto mondo imperiale cinese, ma in qualche modo anche una continuità col passato. La fondazione di un regime che inalberava la falce e il martello su un’area immensa non fece certo piacere agli Stati Uniti che avevano fatto di tutto per impedirlo, foraggiando a più non posso un generale corrotto e opportunista, Chiang Kai Shek che aveva raggiunto il potere civettando con i sovietici per poi fare strage di comunisti e che negli anni ’30 invece di difendere il Paese contro l’invasione giapponese ( del resto aveva passato buona parte della sua vita nel Sol Levante del cui esercito aveva fatto anche parte) usava tutta la forza disponibile per tentare di sconfiggere l’armata di Mao. Ma a quel tempo la cosa non impensierì più di tanto Washington che proprio in quel periodo doveva vedersela con l’esplosione della prima bomba atomica sovietica che ridisegnava i rapporti di forze ( vedi nota) : la Cina dopotutto era un Paese estremamente arretrato sia per cause interne che per i costanti tentativi di colonizzazione occidentale attuati anche attraverso il commercio dell’oppio e ci sarebbero volute, così si pensava, molte generazioni perché potesse diventare un problema.

Sebbene appena due anni dopo la proclamazione della Repubblica popolare il suo esercito fosse riuscito a cacciare  gli americani dalla Corea del Nord e persino ad accerchiare il grosso delle forze Usa ( i marines così valorosi nei film aspettarono che fosse un reggimento turco a sacrificarsi quasi interamente per spezzare l’accerchiamento) nessuno immaginava o voleva immaginare che la Cina comunista sarebbe divenuta in qualche decennio l’elemento cardine della politica planetaria: a impedirlo non erano solo le condizioni di partenza, ma anche la convinzione che un regime comunista non sarebbe stato in grado di portate l’ex celeste impero a un ruolo di primo piano nell’economia. Anzi questo era l’argomento principale della narrazione capitalista: visto che era difficile contestare il principio di eguaglianza e di lotta allo sfruttamento, si diceva che il sistema dell’economia pianificata non funzionava e che non permetteva l’abbondanza che invece il capitalismo e il mercato garantivano.

Per questo molto a lungo si è ignorata la gigantesca crescita cinese che sottraeva alla povertà e alla fame centinaia di milioni di persone, pur in mezzo a contraddizioni ed errori,  in un processo che per dimensioni non ha eguali nell’intera storia e ci si si soffermava al contrario su alcune narrazioni sospette o talvolta di pura invenzione come quelle di Piazza Tien’anmen con il famoso uomo davanti al carro armato, della mitica costituzione tibetana custodita dal Dalai Lama, per finire con oscure notizie di rivolte nelle regioni occidentali che nessuno ha mai mostrato e dimostrato, ma prima ancora sulle vittime della rivoluzione culturale che oggi sappiamo furono tra dirette e indirette mezzo milione e non le cifre di assoluta fantasia che ancora circolano: praticamente un decimo di quelle prodotte dalle guerre occidentali negli ultimi decenni. Tuttavia quando non è stato più possibile negare l’ascesa manifatturiera cinese e anche il benessere diffuso che di alcune delle regioni punta si è detto che questo era dovuto al fatto che in realtà il Paese era diventato capitalista, nonostante la presenza di pianificazione statale in ogni settore, la  massiccia presenza del pubblico nelle attività economiche e il fatto che  tutto il sistema bancario e creditizio sia in gran parte statale e le eccezioni siano sotto lo stretto controllo statale. E’ meraviglioso leggere i report del capitalismo che è riuscito nell’impresa di far calare i redditi di centinaia di milioni persone per darli ai grandi ricchi, biascicare di inefficienza o poca efficienza del sistema cinese. C’è in questo il lato becero e patetico di chi guida il declino dell’occidente, negandone i motivi di grandezza e respingendolo verso  forme di oscura satrapia del denaro. Non voglio nemmeno entrare in questioni accademiche che riguardano le ideologie, anche perché la Cina fin dal primo ottobre del 1949 ha rappresentato una via diversa.evolutiva del comunismo rispetto a quella sovietica non fosse altro perché è stata una rivoluzione contadina e non operaia, ma in generale in occidente non si è capito molto del né del Paese di mezzo né della rivoluzione culturale, non riuscendo ad uscire dai propri schemi e ad afferrare, da vecchi colonialisti nel cui inconscio è sempre fissata l’idea di supremazia, che nelle condizioni storiche in cui si è affermato il maoismo riscatto popolare e riscatto nazionale- culturale hanno coinciso, cosa che ha reso quanto mai forte la rivoluzione vigorosamente sopravvissuta agli errori commessi dal grande timoniere e agli assalti esterni.

Rimane il fatto che all’ascesa della Cina e alla sua peculiarità di approccio ai problemi si deve lo scardinamento del mondo unipolare realizzatosi dopo  lo sfaldamento dell’Unione sovietica, qualcosa di assolutamente inimmaginabile 70 anni fa e tuttora incomprensibile per l’occidente che non riesce a prenderne pienamente atto.

Nota Per alcuni anni dopo la fine della guerra circolarono piani e ipotesi di riprendere il conflitto, ma questa volta contro l’Unione sovietica. E’ noto il piano Unthinkable espressamente voluto da Churchill nell’estate del ’45  che comprendeva anche l’utilizzo delle forse naziste superstiti: irrealizzabile al momento, ma comunque mai abbandonato, aggiornato e messo in sonno caso mai se ne presentasse l’occasione. La bomba sovietica del ’49 lo fece definitivamente affondare.

 

 


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