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Concorrenza sleale

Anna Lombroso per il Simplicissimus

È stata la Stampa – quella dello Specchio dei tempi, che va in sollucchero per certi bozzetti di cronaca cittadina,  comprese qualche anno fa quelle che aggiornavano sul sacrosanti pogrom punitivi contro   cittadini italiani di etnia rom, accusati di stupro da una ragazzina che tentava di coprire così una fuga da casa – a pubblicare con relativa locandina pubblicitaria gratis, la notizia dell’intraprendente proprietario di un bar di Cuneo, che si sta preparando a servire il caffè solo ai “clienti vaccinati”.

 A ben vedere si tratta di un caso evidente di concorrenza sleale, tale da suscitare nel lettore che si illudesse di poter esercitare libera opinione e anche liberi consumi senza dover esibire quel certificato di sana e robusta costituzione interdetto ormai all’Italia, il desiderio bastardo che questa selezione profilattica produca esiti sul suo fatturato talmente dissuasivi da farlo recedere dall’incauta trovata pubblicitaria.

Ma d’altra parte mica ci stupiamo per questo.

In attesa che si materializzi il patentino immaginato da Arcuri  nella hall dei suoi padiglioni, sotto forma di plastica a punti per il  sorteggio di premi e cotillon, già idealizzato da De Luca, in attesa che venga preso in parola il Toti icastico selezionatore di “improduttivi” che ha dichiarato: “visto che sono già state violate le libertà costituzionali di movimento e di impresa, perché non si potrebbe imporre per legge a tutti il vaccino?”, in attesa che venga meglio spiegato quell’articolo 5 dell’ultimo Dpcm che configura per “soggetti incapaci” ricoverati  presso  strutture  sanitarie assistite che si rifiutassero di sottoporsi al vaccino il trattamento obbligato, quello fortemente raccomandato dal filosofo Galimberti per disobbedienti e eretici della scienza, assimilati ai matti comuni. E in attesa di una certificazione per andare al cine, salire in aereo, soggiornare in hotel, ma pure lavorare in tutti i settori a contatto con il pubblico come vuole Ichino e anche per gli altri come postula   un vice ministro della Salute, impegnato a combattere le disuguaglianze, ecco, in attesa, possiamo già dire che si può definire concorrenza sleale la campagna per l’esclusiva che ha permesso a Pfizer in regime di monopolio di occupare il mercato italiano con un prodotto non sufficientemente testato. 

E credo si possa definire così la pressione esercitata per battere i competitori con gli strumenti di una lobby prepotente per aggiudicarsi  il consenso incontrastato di governi che hanno rinunciato a qualsiasi forma di sovranità anche in materia di tutela della salute, ormai promossa a unico diritto universale e unico interesse generale, anche grazie al favore di rappresentanti di una cerchia di tecnici e scienziati che ha fatto della neutralità un vizio da combattere coi vaccini della  repressione e della  censura perfino all’interno della corporazione.

Tanto che nessuno si interroga sulla possibilità e opportunità di ricorrere a preparati di altra casa produttrice o di combinare più marchi diversi e, meno che mai, sullo stato dall’arte di eventuali protocolli curativi finora negletti in attesa della panacea.  

E dovevamo aspettarcelo perché la “moral suasion” esercitata dalle autorità è stata così perentoria da produrre effetti più potenti di un obbligo o un comando,  sicchè la vaccinazione con il logo Pfizer come l’LV di Vuitton spopola talmente da assumere la qualità di una dimostrazione di senso civico progressista, illuminato e dunque superiore per censo, cultura e qualità morale, quindi legittimato a esercitare una “doverosa” violenza sanzionatoria e repressiva, quella che richiede Tso, obbligatorietà, licenziamenti , ostracismi, emarginazione per i renitenti, tutti arruolati insieme a Pappalardo, Agamben, Montesano e Montagnier nelle file di Salvini e Meloni.

Perché, come mi è capitato di scrivere (anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/12/30/sinistra-di-pfizer-e-di-governo/  ) il vaccino e dunque l’accettazione fideistica del parere della scienza e delle “raccomandazioni” che assumono particolare perentorietà in veste di Dpcm, ha assunto la forma di una patente di antifascismo come piace a quella che si definisce “sinistra” a intermittenza, quella light di governo con Bella Ciao sul balcone, senza lotta, senza resistenza, senza coscienza di classe,  che consente di rivendicare  l’appartenenza documentata al  consorzio civile e che si prodiga per emarginare e criminalizzare chi non si adegua, ignorante e rozzo primitivo militante contro quel Progresso che ci ha regalato gli antibiotici, lo smartphone e, ma casualmente, la bomba risolutiva su Hiroshima. 

E in effetti è concorrenza sleale contro un pensiero e una idealità “altra” la scelta dei governi di puntare tutto sui vaccini, che permettono di non incidere  sulle cause di fondo che hanno generato il problema, di consolidarsi alternando terrore e poi speranza, oltre che di far fare affari d’oro a cupole che potrebbero restituire il favore con appoggi di vario genere. Affari che in futuro sono destinati a ripetersi e moltiplicarsi poiché se si cerca maldestramente di gestire gli effetti, non sono state rimosse le origini e le fonti, inquinamento, tagli all’assistenza, cessione della ricerca all’industria,  caduta degli standard professionali della classe medica, urbanizzazione, cancellazione delle garanzie del lavoro che espone gli addetti ai rischi dell’insicurezza e della precarietà. 

Non a caso il dibattito pubblico in pieno declino dell’Occidente si è ridotto alla polarizzazione delle posizioni “vaccino si” e “vaccino no”,  a dimostrazione che la civiltà superiore delle libertà le ha consumate all’osso, liberalizzando insieme ai capitali, all’avidità accumulatrice della finanza, alla supremazia degli interessi particolari, il controllo sociale, la gestione amministrativa oltre che giudiziaria e penale dei conflitti di classe, il sopravvento e l’ingerenza delle tecnologie, un governo dell’ordine pubblico impiegato per tutelare i privilegiati, rassicurare i penultimi e marginalizzare e criminalizzare gli ultimi.   

Questa normalità cui vogliono abituarci, mantenendo la provvidenziale confusione, la manipolazione dei dati, l’insensato quadro in continuo divenire di proibizioni, sanzioni, licenze, cromatismi, ha come effetto, ormai decisamente voluto, il permanere dell’eccezionalità sfuggita al controllo di un esecutivo di rissosi partner che litigano come gli ubriachi fuori dall’osteria dove hanno il pieno, limitando il dibattito pubblico, alla contemplazione degli urli, dei rifacci e dei piagnistei degli avvinazzati che si contendono la damigiana che viene da fuori, da dove altri più attrezzati si preparano a approfittare con più profitto di tutte le scorciatoie e di tutte le opportunità decisionali.

È così che si mantiene il consenso obbligatorio alla stregua del trattamento sanitario a un governo che si mantiene grazie all’emergenza e che quindi all’emergenza non può e non vuole rinunciare pena la sua sopravvivenza.

È così che si è determinato uno stato di eccezione pubblica e individuale, grazia al quale ci sentiamo costretti,  per la difesa della sopravvivenza biologica –  l’unica cosa che conta e che  va difesa – a  ripudiare democrazia, diritti, relazioni sociali e affettive. In sostanza, la vita.    


Perché non possiamo non dirci complottisti

Sarebbe interessante proporre  una storia della menzogna, cominciare da Machiavelli, prendere in esame Derrida che ha provato a farla disancorandola da quella dell’errore, citare Hannah Arendt secondo cui essa è ormai elevata a sistema, tirare in ballo il filosofo russo Aleksander Koyrè il quale trova una assoluta coincidenza tra quello che avviene nel totalitarismo conclamato e nella sedicente libera modernità e magari finire con Vàclav Havel  ex dissidente per il quale ci troviamo in uno stadio di post totalitarismo nel quale non si impone alla gente di crede e combattere in qualcosa con la costrizione, ma si riesce a coinvolgerla nella menzogna cosi che essa stessa sia vittima e allo stesso tempo megafono degli inganni. Lo strumento per ottenere questo scopo sono ovviamente i media e il loro bombardamento comunicativo, ma questa dinamica vive della paura di apparire fuori del pensiero comune, dell’area di consenso,  di mettere in crisi costrutti o fedeltà senza più significato e così a forza di non contraddire la menzogna anche quando questa è sospettabile, palese o addirittura apertamente rivelata  questa diventa alla fine necessaria per svolgere la propria vita e per nascondere a stessi la propria alienazione. Ed è per questo che l’inganno diventa sempre più grande. Ma francamente mi sembrerebbe di essere un pazzo o un funanbolo a mettermi a parlare di queste cose dentro una narrazione così grossolana nella sua elaborazione, così scialba e stupida nelle sue discussioni, così scoperta nei suoi scopi  che mi ricorda una frase di Marx: “Il capitale odia l’assenza di profitto. Quando percepisce un profitto ragionevole, il capitale diventa audace. Al venti per cento, diventa entusiasta. Al cinquanta per cento è spericolato. Al cento per cento calpesta tutte le leggi umane e al trecento per cento non si sottrae a nessun crimine”. Siamo intorno al 100 per cento ( riferito alle entrate e ai profitti della major) quindi al crocevia fra la rottamazione delle costituzioni, l’apocalisse narrativa che trasforma l’influenza in peste e in panico di per sé portatore di vittime, la disoccupazione di massa e la somministrazione praticamente forzata di farmaci non sperimentati. Sfera economica, sociale e biologica s’incontrano in una bolla di menzogne.

Quindi sceglierò un’alternativa più semplice e immediata tentando di spiegare perché non possiamo non dirci “complottisti” non nel senso risibile dato ad esso da una generazioni di informatori in mala fede e peraltro solitamente disinformati, ma in quello di realisti che non hanno una forma di rigetto nel prendere atto della realtà e della nostra stessa complicità nel crearla. Questo appare evidente dal fatto che ci sono molte menzogne esplicite, riconosciute  che non sembrano affatto aver scosso più di tanto le opinioni pubbliche, e creato quella sana diffidenza o cautela che invece esercitiamo naturalmente nella vita quotidiana. Abbiamo paura di sapere ormai. Possiamo immaginare e se non lo facciamo siamo più cretini che ingenui,  che false informazioni , allarmismo, silenzi, negazioni  insabbiamenti strategici sono da sempre utilizzate nella gestione del potere di cui si possono presentare decine e decine di esempi di ogni tipo solo a partire dalla fine guerra mondiale. Per esempio la famosa crisi dei missili sovietici a Cuba che venne raccontata ( e ancora oggi  lo è) come l’intransigenza di Kennedy che riuscì a far fare un passo indietro all’Unione Sovietica. In realtà JFK concordò con Mosca lo smantellamento dei i missili Jupiter dalla Turchia, in cambio del ritiro di quelli sovietici da Cuba, ma intuì che questo non sarebbe piaciuto agli americani e dunque chiese a Kruscev di tacere sull’accordo. Che poi il leader sovietico abbia commesso un errore clamoroso nell’accettare questa clausola, è un altra storia, ma diciamo che si tratta di un classico esempio di arcana imperii dei quali è impossibile fare a meno.

Ma a partire dagli anni ’90, dissoltasi l’Unione sovietica la governance neoliberista ormai senza freni grazie anche al monopolio della comunicazione ha cominciato a spararle sempre più grosse. Che dire delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein la cui esistenza fu proclamata per certa? Chi non ha visto Colin Powell brandire all’Onu la famosa fiala come  “prova” inconfutabile della presenza di tali armi mentre quelli che esprimevano dei dubbi erano complottisti con le orecchie d’asino ? Poi si è accertato che era una totale invenzione per invadere l’Irak, fare un milione di morti e tenere sotto i piedi il Medioriente. Eppure la rivelazione ha prodotto solo un breve fremito indignazione e non ha suscitato alcuna difesa immunitaria contro i sotterfugi del potere . Del resto meno di due anni prima era stato considerato  demente chi aveva anche qualche tiepido dubbio sul fatto che 19 beduini dopo qualche ora di scuola di volo sui Piper fossero stati in grado di pilotare dei grandi aerei di linea a bassissima quota, cosa che è ardua persino i piloti con decenni di esperienza, di dirigerli contro le due torri, ma anche contro un terzo edificio misteriosamente collassato. E che per di più nell’immane rogo sarebbero rimasti intatti intatti i documenti di tutti i terroristi che così sono stati presi in poche ore. Credibile no? Ma del resto questo deve essere un format dei servizi segreti: i terroristi lasciano sempre i loro documenti in bella vita. Oh, oui je suis tontì.

E poi abbiamo creduto alle stragi solo serbe nei Balcani, alle primavere arabe, alla guerra civile contro Gheddafi per sostenere la quale i “volonterosi” si sono dati così daffare da distruggere la Libia e  poi l’altra fantomatica guerra civile contro Assad con il trasferimento delle truppe terroriste dal Nord Africa al Medioriente con i soldi americani via Arabia Saudita,  abbiamo creduto che la coalizione occidentale combattesse l’Isis i cui adepti si spostavano nel deserto e avrebbero potuto essere spazzati via facilmente con pochi caccia come in seguito i raid dell’aviazione russa hanno dimostrato. Abbiamo davvero creduto che Greta fosse un fenomeno spontaneo, siamo arrivati a pensare che basta mettersi a dire quattro cazzate davanti a un parlamento per assurgere nell’olimpo dei grandi senza alcun meccanismo di lancio mediatico dietro, e ascoltando come un santino l’antipatica ragazzina la quale è arrivata anche a sostenere che lo scioglimento delle banchise polari farà alzare di metri il livello dei mari: la legge di Greta sostituisce quella di Archimede perché semmai sarebbe proprio il contrario visto che l’acqua ghiacciata ha un volume maggiore rispetto a quella allo stato liquido. Ma ci crediamo nonostante sia incredibile, ci mettiamo questo santino nel portafoglio. In realtà Greta non è stata che un assaggio della grande pandemia costruita su una seria, ma banale sindrome influenzale per mescolare le carte di un’economia già condannata dalla crisi del 2008, anzi possiamo dire che è stata la testimonial di un ennesimo inganno, quello di chiamare questo reset “green economy” quando con l’ambiente ha ben poco a che vedere e propone solo improbabili soluzioni di mercato contro la Co2 che tutto sommato è davvero il problema più marginale, ma in compenso promette la diffusione massiccia di nuovi veleni e un aumento del drenaggio delle risorse planetarie.

Abbiamo anche creduto che fosse giusto sacrificare la tutela della salute pubblica all’economia e oggi che è giusto sacrificare l’economia alla tutela della salute, abbiamo creduto di esportare democrazia avendola completamente persa e se non bastassero i brogli sudamericani delle elezioni Usa, c’è sempre il caso Assange a testimoniare il baratro nel quale siamo caduti.  Crediamo a tutto questo solo perché strappare il velo di Maia e dire che ci stanno prendendo in giro significherebbe assumersi le responsabilità di una battaglia dopo quarant’anni di continua resa, perché smascherare le bugie spesso grossolane che ci vengono offerte significa mettere in crisi una dimensione collettiva ormai incardinata nella menzogna tanto più fortemente quanto più si fa finta di esigere la verità; perché siamo così abituati all’alienazione che riconquistare se stessi ci appare paradossalmente pericoloso. E allora sì,  crediamo anche alla favola del complottismo che ci rende ciechi volontari e dunque cittadini virtuosi e responsabili, per i quali ormai la libertà è un peso.


Tora tora tora

L’altro giorno me la sono presa con chi demonizza la Cina perché “comunista” e pensa che sia essa a guidare le elites globaliste e i loro circoli. Anzi non me la sono nemmeno presa perché queste chincaglierie ideologiche che cercano di incolpare il comunismo di ogni fallimento del capitalismo, hanno un che di grottesco anche se poi di fatto complicano la costituzione di un fronte comune contro il grande reset. Ma che dietro tutto questo ci sia in effetti ancora uno spirito coloniale duro a morire e a riconoscere che l’ultra capitalismo che ha regnato negli ultimi 40 anni causando un declino inarrestabile dell’occidente e dando vita per reazione a nuove geometrie planetarie, lo dimostra il Giappone che non è comunista, che è la terza economia mondiale , che ha superato il Covid con una mortalità 20 volte inferiore a quella italiana e un quarto di quella tedesca pur a fronte di una densità di popolazione tra le più alte al mondo e una percentuale di anziani persino superiore alla nostra, che ha prodotto in questo 2020 una crescita del 5 per cento  a fronte di cali generali e drammatici dei Paesi occidentali Quel Giappone che ha un tasso di disoccupazione di appena il 3%  e che ha un debito pubblico del 250 per cento del Pil, ma che sembra fottersene delle regole imposte in Europa dall’egemonia tedesca e dalle teorie sociopatiche del neoliberismo che si rivelano ogni giorno di più dogmi privi di un qualche senso se non quelli di portare le diseguaglianze alle stelle

Per dirla in due parole sta stravincendo un modello asiatico che al di là delle differenze formali di ideologia e regime sa trovare al suo interno una maggiore coesione grazie anche alla presenza massiccia dei poteri pubblici che certamente in Cina dirigono la programmazione economica, ma che sono apprezzati anche nel Giappone “liberale” dove gli zaibastu, le grandi concentrazioni industriali e finanziarie non vedono come un nemico da ridurre all’impotenza, ma come una chance, una forza  Ed è abbastanza naturale che in questa logica si stia man mano verificando la profezia di Mao: “Il Giappone è una grande nazione, Non tollererà che l’imperialismo americano la tenga sotto i propri piedi per sempre”. Il grande timoniere, dedito alla costruzione del socialismo cinese così diverso dal marxismo di matrice staliniana vedeva nel Giappone una sorta di  ruolo intermedio fra i due mondi: Zhou Enlai costruttore di un a sorta di sintesi social – confuciana, parlando di Hiroshima la qualificava come “l’eterno segno di viltà e codardia dei meschini uomini bianchi”. Sta di fatto che la seconda guerra mondiale è chiamata in Giappone guerra della Grande Asia e pare quasi naturale che  ora Tokio si stia ravvicinando a Pechino. Non si tratta soltanto di scavalcare completamente gli Usa per concordare una soluzione riguardante le isole del Mar Cinese Orientale, ma di una maggiore integrazione fra le due economie che fino a qualche anno fa  parevano acqua e olio: nel solo mese di ottobre i giapponesi hanno comprato quasi 85 miliardi di yen di titoli cinesi e in generale la Cina non è vista più come un nemico ma come una grande opportunità e dopo il Covid anche i sondaggi di opinione vedono crescere in maniera imponente la fiducia popolare verso il continente cinese.

Questo poteva essere pronosticato già alcuni anni fa e ricordo di aver visto sequenze di un filmetto giapponese di fantascienza in cui la terra viene salvata da un’invasione extraterrestre da un’ astronave che per alcuni fotogrammi prende le fattezze della mitica Yamato, la più grande corazzata mai costruita e simbolo della guerra  contro gli Usa. Quel conflitto che fu scientemente innescato dalle elite imperialiste americane sovrastate dal terrore che il territorio cinese conquistato da Tokio, fornisse all’impero del Sol Levante  la base demografica per diventare il padrone del Pacifico. Ma ora tutto questo non ha più senso: la Cina ha in qualche modo reificato in proprio  le paure dell’estremo occidente e non c’è più alcuna ragione per cui i due Paesi debbano essere ostili visto che entrambi hanno rappresentato nell’arco di un secolo e in successione il conflitto con l’occidente capitalista: in Giappone questo sentimento, presente sia nella destra nella sinistra estrema,  è tutt’altro che superato, anzi negli ultimi anni e grazie anche a Shinzō Abe è cresciuto vistosamente tanto che Tokio è sceso decisamente a fianco di Pechino contro il tentativo di rivoluzione colorata a Hong Kong, sostenuto di fatto da Usa e mafia cinese.

Insomma la prevalenza dell’Asia si sta realizzando e l’occidente, diciamo meglio l’Europa, ha una sola strada per evitare un declino inevitabile: quello di scalzare il potere delle elite neoliberiste e i loro tentativi di rifeudalizzazione portati avanti in maniera cinica, anche attraverso le pandemie narrate.


La Cina del nostro scontento

La campagna elettorale americana con le sue modalità guatemalteche insieme alla narrazione pandemica coeva e in qualche modo funzionale ad essa, hanno rivelato a che punto è la notte, quella che dovrebbe passare come in “Napoli milionaria” nella speranza che la luce dissolva la corruzione dei pensieri. E invece il buio sembra essere sempre più fitto. Infatti di contro a una sinistra residuale e ambienti progressisti di maniera, anch’essi lontano ricordo di posizioni anti capitalistiche, le quali combattono strenuamente a fianco del progetto di disuguaglianza sociale e abbattimento della democrazia del neo feudalesimo globalista, ci sono vecchie destre catto – fascio – bottegaie che invece cercano di alzare barricate contro il grande reset accusando gli avversari di essere “marxisti”. Si tratta di una singolare inversione delle parti che tuttavia denuncia in modo chiarissimo una cosa: l’assenza totale di una cultura politica, eradicata ormai da decenni, che porta i contendenti ad utilizzare vecchi materiali polemici, spezzoni di ideologia saldamente catafratta sulla groppa dei media padronali, chincaglierie di pensiero senza in realtà capirne nulla. Quando questa gente parla di marxisti riferendosi ai grandi ricchi e alla loro religione del mercato e del profitto, evidentemente dimostrano di non sapere quello che dicono, dal momento che Marx è proprio il filosofo che mostra, partendo proprio dalle premesse teoriche del capitalismo, come esso e il liberalismo di accompagno  non siano strutturalmente in grado di portare a quella libertà che predicano e men che meno all’eguaglianza sociale. Anzi meno questa ideologia incontra resistenze, più le istanze di progresso, di sviluppo delle forze produttive e di regolazione attraverso il mercato si rivelano illusioni. E proprio oggi, in questo periodo di menzogna, lo possiamo scorgere con chiarezza.

Il comunismo immaginato da Marx non c’entra proprio nulla con tutto questo e fa impressione vedere anche le teste pensanti più raffinate come Agamben parlino di “socialismo stalinista”  e del comunismo come una variante del capitalismo e non come una sua totale eresia, quanto meno idealmente. Cosa salda le parole del ” grosso intellettuale” come si diceva una volta senza suscitare il riso, con la canea da bar sport contro i “marxisti” che hanno ordito un diabolico piano contro Trump? Cosa  suscita queste inedite aggregazioni? E’ la straordinaria ascesa della Cina che è allo stesso tempo causa ed effetto del declino occidentale o per meglio dire è la scandalosa visione del tramonto di un potere planetario che durava da alcuni secoli e a cui ci si era talmente assuefatti da non poter nemmeno concepire il suoi venir meno. Se poi a questa situazione di fondo si aggiunge che la Cina è un paese ufficialmente comunista e che ha realizzato il maggior sviluppo economico mai visto nella storia, tutto va in corto circuito a cominciare dall’idea secondo cui il comunismo sarebbe sinonimo di povertà generale e contemporaneamente a quella che nessuno potrà mai sopravanzare l’Occidente. Troppo e in troppo poco tempo, anche se a dire la verità il maoismo negli anni ’60 e ’70 era già un eresia dentro l’eresia marxista, la percezione di logiche diverse da quelle occidentali. E così mentre mentre il capitalismo nella sua fase finale ci toglie ogni giorno una fetta di libertà (compresa quella economica) senza compensarlo con diritti reali come la casa, il lavoro, la sanità, si mormora che questo è comunismo e che anzi la Cina è dietro i poteri globalisti e i suoi trucchi per instaurare una sorta di dittatura: perciò la liberazione dall’ultra capitalismo finanziario fa tutt’uno con la guerra fredda o calda contro Pechino. Nemmeno ci si sforza di comprendere che invece l’esito della concentrazione del potere in un grande fratello è nella logica stessa del capitalismo e che semmai il comunismo si propone come un rimedio anche se poi nelle sue realizzazioni concrete ha in qualche modo tralignato.

Certo il globalismo fa comodo alla Cina, ma Pechino sa benissimo che la lotta degli Usa e dei suoi ascari europei contro di lei  e il suo sviluppo non è questione di questo o di quel presidente: potranno cambiare i modi, ma non la sostanza delle azioni di un impero al suo tramonto che deve per forza combatterla se vuole sopravvivere. Tanto più che essa rappresenta l’esatto contrario del neoliberismo, ovvero il modello di un’economia mista nella quale la mano pubblica e la pianificazione sono preponderanti: lo stesso straordinario successo di questo modello non consente più alle elites neo liberiste occidentale di poterci convivere visto che esso non tollera lo stato, anzi lo vuole privatizzare sostituendolo con i potentati economici. Il fatto è che con tanta confusione in testa sarà difficile organizzare una resistenza coerente anche perché è molto più comodo rimanere in bilico sulle false certezze costruite a partire dalla metà degli anni ’70 che sostituivano Gramsci con Vattimo, il binomio Hegel – Marx con quello Nietzsche – Heidegger, la scienza con la scientismo, che rischiare di ripensare tutto. Come potrebbe farlo gente tremula per un’influenza? Ma per resistere dobbiamo cominciare a fregarcene della “modernità” per essere moderni.


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