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Quel Nobel riposi in pace

barack_obama_nobel_prizeLa scena è Varsavia di sera qualche giormo fa, l’ambiente una cena ufficiale dei potenti della Nato, officiata  dall’antisemita filoistraeliano Antoni Macierewicz, ministro della difesa polacco, il senso il riarmo e la guerra nelle sue varie forme, il protagonista un Nobel per la pace, il nero che più bianco non si può Obama: non appena Tsipras nelle sue vesti di prigioniero di Zenda dell’Alleanza e dell’Europa, ha osato suggerire  di allentare l’ostilità verso la Russia e cooperare con essa, il presidente nobelato  si è infuriato e gli ha risposto minaccioso “questo è qualcosa che dovresti dire al tuo amico Putin”. E’ la goccia che fa traboccare il vaso, che rende l’assegnazione del Nobel per la pace, anche ammesso che abbia un senso, un rito assurdo e grottesco assegnato da una commissione che si nasconde dietro l’apparente marginalità scandinava ma che si rivela sempre corrivo e servile nei confronti di Washington e non cessa di premiare personaggi spesso del tutto sconosciuti che in modo o nell’altro sono legati agli interessi dell’impero. Sempre quando non si ritiene di dover insignire di questa medaglia l’imperatore stesso, magari in anticipo come nel clamoroso caso Obama.

D’accordo che il Nobel per la pace è un’invenzione occidentale, un barlume di speranza trasformatosi ben presto in una discarica di cattiva coscienza per chi domina o vuole dominare il mondo, però adesso si sta davvero esagerando, si sta scadendo nella farsa, ci manca solo che il premio lo diano a Blair. Di fatto gli inquilini della Casa Bianca insigniti del premio sono più di uno e in pratica gli unici potenti in carica a potersi appuntare la Freemason_Theodore_Rooseveltmedaglia sul bavero il che la dice lunga sulla neutralità del premio: è una tradizione lunga un secolo a testimonianza del rapido deterioramento di questo Nobel che viene assegnato da una commissione norvegese e non svedese, dunque da personaggi scelti dal Parlamento di un Paese che dal dopoguerra è nella Nato, nemmeno formalmente neutrale. Si è cominciato con Theodore Roosevelt premiato nel 1906 con il pretesto formale della sua opera di mediatore nel conflitto russo – giapponese, ma che ancor prima di diventare presidente era stato in qualità di aiuto segretario della marina, l’organizzatore della guerra cubana contro la Spagna, l’uomo che ideò la celebre esplosione della corazzata Maine per attribuirne la colpa agli spagnoli e poter invadere Cuba e Portorico. Non contento partecipò in prima persona al conflitto alla testa di un battaglione di volontari.

Poi è venuto nel 1919 Thomas Woodrow Wilson a cui il premio è andato quasi in automatico dopo la vittoria nella prima guerra mondiale. Peccato che il personaggio fosse anche quello che inaugurò un cupo periodo di razzismo negli Usa, istituendo la segregazione razziale e mostrando anche simpatie con il Ku Klux Klan, facendo arrestare socialisti e lanciando una campagna ossessiva contro irlandesi, italiani e tedeschi immigrati.  Come in seguito accertò la president-woodrow-wisonlcommissione senatoriale Nye, l’intervento nella guerra europea per risolvere la quale fino dal 1914 si era offerto come mediatore fu deciso da Wilson (solo dopo la sua rielezione nel ’16) essenzialmente sotto le pressioni dell’industria degli armamenti, ma soprattutto dei banchieri che vantavano in Inghilterra crediti per 2,5 miliardi di dollari (una somma colossale al tempo) e che sarebbero evaporati nel caso assai probabile di una sconfitta inglese. Così venne allestito da Wilson su una sponda dell’atlantico e da Winston Churchill dall’altra una trappola navale, quella del transatlantico Lusitania che trasportava in Inghilterra cittadini americani, ma che era anche piena di armi e munizioni, nonché dotata di cannoni di grande calibro per farla sembrare una nave da battaglia e lasciata senza scorta dagli inglesi nella speranza poi realizzatasi che venisse silurata e affondata da un sottomarino tedesco, costituendo così un casus belli. E questo è niente perché il successivo ottuso intervento di Wilson nelle trattative di pace, mise le basi per il successivo conflitto molto più di quanto non lo scongiurasse la sua Società delle Nazioni. Ma si, sai che c’è: un bel nobel per la pace  è proprio quello che ci vuole.

Poi finita la guerra, premiati i Quaccheri Usa per misteriose ragioni, insignito Kissinger non presidente, ma eminenza grigia, ovvero il dottor Stranamore, toccò nel 2002 a Jimmy Carter, 23 anni dopo la fine del suo mandato durante il quale era stato demonizzato in patria per la sua effettiva ricerca di qualche soluzione al conflitto israelo  -palestinese. E’ probabilmente il Nobel per la pace meno guerrafondaio tra i presidenti e tuttavia anche in Jimmy_Carter_6914259lui operavano le logiche dell’impero portando a conseguenze che ancora oggi scontiamo: prima ancora che i sovietici invadessero l’Afganistan, il 3 luglio 1979 Carter firmò il primo ordine operativo segreto che autorizzava la Cia ad avviare operazioni coperte per appoggiare i mujaheddin e in seguito fu uno dei promotori della nascita di Al Qaeda, spinto in questo dal suo consigliere  Zbigniew Brzezinski che intendeva arruolare l’estremismo mussulmano contro l’Unione Sovietica. Il peso di quella decisione ce lo portiamo sulle spalle in tutti i sensi.

E infine veniamo ad Obama insignito nel 2009 (ma l’annuncio era stato dato poche settimane dopo l’insediamento) “per i suoi straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e cooperazione tra i popoli”. Alla faccia. Se non altro potremmo fare a meno dell’ipocrisia dei premi o magari istituire un Nobel per la guerra: con premi così mal guadagnati cìè caso di far finire qualche conflitto.

 

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Complottando un po’

paranoia-melissa-dzierlatkaNon passa giorno che qualche voce intelligente o ottusa non si levi contro il cosiddetto complottismo, che con lo sviluppo della rete è passato dai discorsi da bar o dalle conventicole degli adepti, a vero e proprio filone informativo. Ultimamente ci è messo anche Umberto Eco a restituire con un po’ di ritardo, come è testimoniato dal suo nome, il rullo dei tamburi che proviene dalla “buona informazione” ufficiale.  Cosa sorprendente per chi abbia avuto la ventura con qualche accenno di “s” di seguire i suoi corsi nei quali decretava che i mezzi di comunicazione di massa, ovvero giornali e televisioni non potevano fare cultura in nessun caso, mentre adesso gli stessi veicoli di informazione sono diventati misura di verità e dunque anche di formazione.

Comunque sia  la polemica contro le “balle”non è rivolta verso questa o quella tesi inconsistente, ma genericamente contro l’atteggiamento “paranoico” e spia di “disadattamento sociale ” di chi sostiene tesi alternative senza alcuna prova o sulla base di semplici indizi o ancora più spesso in base ad atteggiamenti fideistici, ma senza minimamente verificare la consistenza delle tesi accreditate dal potere, né di operare distinzioni tra chi per esempio sostiene di essere un portavoce degli alieni o di aver scoperto che i templari governano il mondo o di chi non crede che sia stato solo Oswald a sparare a Kennedy, circostanza che fra l’altro diede vita per la prima volta all’espressione teoria del complotto. Insomma cacciando nel calderone indifferentemente sia il pensiero critico ed eticamente consistente che si oppone ai depistaggi sia le mille forme di pensiero magico che nascono dall’angoscia e dalla volontà mal esercitata di riempire i vuoti di senso della narrazione ufficiale. Chi crede in una tesi fantasiosa o comunque priva di riscontri è portato a credere anche ad altre tesi alternative: questa l’ argomentazioni di origine anglosassone che sostanzia la definizione del complottismo come frutto di frustrazione e di alterazione di personalità.

L’intento finale è chiaro: non si tratta tanto di misurare il rigore dell’informazione alternativa caso per caso quanto di svalutarla in blocco, sia perché comunque eretica, sia perché solo le centrali main stream in mano al potere, anzi esse stesse parte di esso, come giornali, televisioni o major sono semmai autorizzate a farlo nei limiti in cui è loro consentito. Dopotutto bisogna in qualche modo spezzare la sensazione di essere prigionieri muti della comunicazione. Certo è strano, perché questo approccio fondamentalmente americano collide con la stravagante cultura popolare e non di quel Paese secondo la quale dietro ogni leggenda c’è un fondo di verità: abituati ad esplorare il mondo con strumenti da barbecue,  viene dimenticata la natura simbolica delle storie e il fatto che non è necessario che dietro Biancaneve ci sia un personaggio reale o – tanto per citare qualche clamoroso infortunio -non è necessario ricorrere all’identità genetica per spiegare il fatto che due gemelli mono ovulari usino la stessa frase.

Tuttavia qualche volta  è lecito chiedersi se di fronte a un fumo che non trova giustificazione da qualche parte non ci sia anche un qualche arrosto, magari diverso da quello che ci si aspetta. Mi eserciterò dunque, per pura azione esemplificativa su una innocua leggenda, vecchia ormai quasi di quarant’anni, all’origine di mille storie e intarsi narrativi:  la favola secondo cui nessuno sarebbe andato sulla luna e ciò che abbiamo visto e che vediamo (il filmato di Armstrong è andato perso, manco fossimo nelle teche Rai)  non è altro che il prodotto di un set cinematografico diretto da Stanley Kubrick, è ritornata ancora una volta d’attualità prima con una fascinosa quanto fantasiosa interpretazione di “Shining” come una confessione del celebre regista e proprio nelle settimane scorse con ironie sulla scomparsa del celebre filmato giunte dalla Russia per controbilanciare la vicenda dell’assegnazione del mondiale di calcio.

La  storia del complotto lunare è molto interessante non solo e non tanto perché non ci sono prove e quelle azzardate in un primo momento sono state per lo più completamente smontate, ma per la sua intrinseca  assurdità: un inganno del genere, a parte tutte le difficoltà tecniche, avrebbe richiesto la complicità di talmente tante persone ad ogni livello che solo dei mentecatti avrebbero potuto pensare di farla franca, sia che dentro il complotto vi fosse il governo Usa per questioni di  gara allo spazio, sia che si trattasse della sola Nasa per timore di perdere il budget. Paradossalmente perciò l’unico argomento minimamente sensato in favore di questa teoria è che essa sia nata nonostante la sua palese impossibilità. Ed è nata piuttosto precocemente, ancor prima dell’impresa del ’69, ma sistematizzata nel ’76, dal libro di un ex dipendente non tecnico di un’azienda di propulsori a razzo, tale  Bill Kaysing che fra le altre cose tirò dentro direttamente Kubrick come artigiano dell’inganno, ingaggiato in qualità di esperto di effetti speciali dopo ” 2001 odissea nello spazio”.

Per cercare delle piste di comprensione bisogna risalire a quei tempi, evitando la bolla sulla quale si regge oggi la leggenda. Gli Usa sono pressoché alla pari nelle tecnologie di punta, quelle spaziali con l’Urss che sembra conservare tuttavia un certo vantaggio sui vettori; la guerra del Vietnam, nonostante la colossale assimetria di potenza, nonostante le immense stragi causate dai bombardamenti americani sia sul Nord comunista che in Laos e Cambogia va male; in Europa e negli Usa stessi nascono movimenti di contestazione radicale nei confronti del potere che potrebbero fare il gioco dell’Unione sovietica e comunque scardinare il senso di appartenenza al mondo capitalistico e alle sue promesse. Insomma è piuttosto ovvio che la presidenza Nixon che con la trasparenza aveva un rancore personale, cercasse a tutti i costi un modo per riaffermare la superiorità americana, prima di perdere il prestigio nel terzo mondo e anche presso le borghesie occidentali. Dunque l’impresa lunare  anche se con qualche ingenuità vista col senno di poi, poteva apparire vitale a Washington che aveva bisogno del suo carico simbolico, ma che d’altro canto era anche un’impresa rischiosa con altissime probabilità di insuccesso e oltretutto già mediaticamente spesa da anni.

E’  impossibile che si sia cercato, magari maldestramente, un qualche modo per alleggerire un possibile fallimento? Magari un modo per simulare lo sbarco anche con il modulo Lem fuori uso o gli astronauti stessi non in grado di operare sulla superficie del satellite e/o di tornare tornare sulla terra? O magari più banalmente per ovviare a malfunzionamenti di macchine fotografiche e di ripresa che avrebbero reso l’impresa più opaca? O paranoicamente per non regalare ai sovietici particolari di tecnologie usando immagini farlocche? Tutte cose che avrebbero richiesto la complicità di ambienti molto più ristretti. Perché poi Stanley Kubrick tirato mani e piedi dentro la fantasiosa leggenda, così debordata da tradursi anche in un film come Capricorne One, non ha mai sentito il bisogno di smentire, sia pure per sport? Tanto più in ragione di una sua particolare vicinanza alla Nasa di cui ha sfruttato le ottiche per i suoi film o meglio le ottiche superluminose prodotte per l’agenzia spaziale americana come il celeberrimo Zeiss Planar 0,7,  concepito e fabbricato dall’azienda tedesca per permettere non meglio precisate riprese in condizione di luce critica nei voli spaziali di preparazione all’allunaggio umano.

Può darsi che la leggenda del non sbarco sulla luna derivi da chiacchiere, contatti e mezzi piani di questo genere che, uscite dalle cerchie ristrette hanno finito per prendere vita propria e proporsi in forma definita come complotto lunare. Ma in ogni caso se manca l’elemento di fattibilità pratica, almeno nell’ampiezza del disegno delineato dai complottisti lunari, se mancano le prove, non manca affatto di consistenza logica.

Naturalmente non è che mi sia convertito al complotto, è solo che voglio sottolineare come troppo spesso con la parola complottismo venga contrapposto all’informazione ufficiale per screditare semplicemente il dissenso politico e sociale. Ora se nel caso della Luna esistono i segni dello sbarco e un insieme di circostanze accertate, spesso tra la voce del potere inteso in senso lato e quelle alternative non esiste affatto una grande distanza in fatto di verosimiglianza di prove tanto più che spesso queste ultime sono fornite dal potere stesso, senza alcuna possibilità di verifica. Proviamo a pensare – tanto per fare qualche esempio fra mille  – alle bugie sull’Irak, all’aereo malese abbattuto sull’Ucraina, al congresso Usa che approva nel gennaio del 2014 un provvedimento di finanziamento per il Califfo e i suoi seguaci: si direbbe che i complottisti veri siano le elite.

Ma per finire questo post cercherò di essere il più complottista possibile: a volte penso che chi detiene a vari livelli il potere, non usa la tattica di arginare le tesi alternative, al contrario  cerca di stimolarle il più possibile perché man mano si allontanino dalla verosimiglianza e formino un repertorio contraddittorio facilmente squalificabile in blocco. Un po’ come certi microbiologi che alla fine degli anni ’80 suggerirono di combattere l’Aids favorendo la variabilità dell’hiv in modo da depotenziare il virus stesso con la nascita e la proliferazione di ceppi non patologici e la marginalizzazione di quelli dannosi. Di certo fa un gran comodo alla finanza globalizzata che l’influenza di think tank e centri di potere come Bilderberg, Fmi, Trilateral e  via dicendo venga vista da molte persone come un complotto ora degli Illuminati di Baviera, ora degli ebrei, ora degli alieni rettiliani perché l’evidenza di una egemonia culturale espressa da questi nodi di potere reale  viene sommersa da paccottiglie di insensatezze. Che spesso però sono un modo semplicistico e ingenuo di interpretare i vuoti di informazione e le contraddizioni del racconto pubblico o di dare spazio, in questo tentativo, ai propri pregiudizi. Per non parlare dell’11 settembre dove esiste un intero florilegio di teorie (è stata la Cia, l’attentato è stato permesso dai servizi segreti, è stato il Mossad, sono stati i neocon del Progetto per un nuovo secolo americano di cui facevano parte alcuni uomini chiave dell’ amministrazione Bush) che alla fine danno la sensazione di navigare nel vuoto assoluto. Purtroppo ciò che rimane sono le conseguenze dell’attentato: le guerre in Afganistan, in Irak e le forti restrizioni alla libertà del patriot act.  So che è affascinante disquisire su chi sia stato, ma in realtà ha anche poca importanza visto che la distruzione delle Twin tower è frutto in ogni caso di rapporti e situazioni reali con la loro alea di possibilità, piuttosto che di intenzionalità singole.

Anzi in fondo è anche più interessante la tesi ufficiale della strage pensata e organizzata da al Quaeda e Bin Laden perché si tratta di un’organizzazione e di un personaggio creati a suo tempo dagli Usa in funzione antirussa (come è accertato dalle documentazioni ufficiali): suscitare, stimolare, finanziare estremismi religiosi e non per servirsene a proprio vantaggio, alla fine si può risolvere in caos come la situazione attuale della Siria e dell’Irak testimoniano al di là di ogni dubbio.  Sono arcana imperii che alla fine si pagano e la vicenda dell’11 settembre non è che l’inizio. Insomma per paradossale che sia, la tesi ufficiale è molto più loquace sulle dinamiche dell’impero che non quella dell’attentato costruito al suo interno che tra l’altro sposta su un complotto di vertici e servizi segreti, responsabilità proprie di un’intero mezzo secolo di politiche  e modus operandi che alla fine si è risolto ad erodere la democrazia sfruttando ed enfatizzando la paura.

Bene, metto la parola fine perché ho il sospetto di poter continuare all’infinito o comunque fino alla luna. E senza nemmeno Kubrick.


Quel 12 aprile del 1951

0917019Oggi mi permetterò un giorno di libera uscita dalla tossica quotidianità e anche dal fosco orizzonte del futuro dove si addensano le nubi di una nuovo accesso febbrile della crisi sistemica in cui è caduto l’occidente. Oggi faccio un passo indietro fino ai prodromi che poi hanno portato agli sviluppi geopolitici di oggi. A uno in particolare che di certo non è segnato fra le date di rilievo e che pure ha avuto un enorme influsso sulle politiche interne ed esterne dell’impero Usa e dei suoi ascari europei, tanto che traluce in filigrana ancora oggi nella vicenda ucraina e nella strategia dei due forni (Iran – Arabia Saudita) per il medioriente. Ed è in radice il primo forte turbamento che dopo essersi ufficialmente forgiato nel Vietnam, ha portato alla strategia di creazione del jahidismo i cui drammatici e grotteschi effetti sono sotto gli occhi di tutti.

Certo il 12 aprile del 1951 non lo conosce nessuno anche se proprio in quel giorno fu vanificata l’illusione statunitense di poter essere la potenza assoluta e di poter considerare il comunismo sovietico e quello appena insediatosi in Cina, facilmente ricattabili e contenibili sul piano militare. E perciò anche su quello ideologico senza dover fare eccessive concessioni al “nemico”. Dunque quel giorno si alzarono in volo 36 superfortezze volanti, scortate da un centinaio di caccia per bombardare il nord ovest della Corea nell’ambito di una guerra, come al solito indiscriminata, che fece almeno un milione e mezzo di vittime civili. Bisogna premettere che i B29 erano l’arma strategica per eccellenza, quelli che avevano sganciato le atomiche su Hiroshima e Nagasaki  e che, in mancanza di missili balistici, ( saranno sviluppati solo negli anni successivi), costituivano la garanzia del potere strategico statunitense. Erano considerati anche un’arma invincibile, nonostante la loro comparsa sul teatro di guerra del Pacifico solo negli ultimi mesi di guerra.

Bene, quel 12 aprile furono attaccati dai nuovi mig 15 a reazione sovietici (impegnati episodicamente, sotto insegne di fantasia)  e fu come un tiro a segno: 12 superfortezze furono abbattute e tutte le altre furono  gravemente danneggiate o si dovettero ritirare precipitosamente dall’area dell’operazione. Cosa altrettanto inquietante fu che i caccia americani di nuova generazione non riuscirono a reagire e anzi dovettero subire quattro abbattimenti. Tre giorni dopo furono mandati in ” ricognizione” altri 3 B29 e furono abbattuti, così come nei mesi successivi ne caddero altri 170. In poche ore la prospettiva di poter colpire chiunque e dovunque, magari anche con ordigni nucleari attraverso un’arma strategica, era crollata e con essa anche la convinzione che il sistema occidentale garantisse di per sé la superiorità tecnologica. Dopo aver piegato Germania e Giappone che in qualche modo facevano parte dell’universo capitalista, non ci si aspettava certo di essere superati dalle potenze comuniste: dopo la clamorosa sconfitta del fiume Yalu, la peggiore subita dall’esercito americano, in seguito alla quale Mc Arthur fu destituito dal comando e dunque nel momento in cui si pensava di poter sopperire alla vulnerabilità sul terreno con il dominio dell’aria, quel 12 aprile fini per avere un  grande peso sulle successive strategie dell’impero.

Innanzitutto fu sostanzialmente la miccia che fece divampare il maccartismo e l’ossessione anticomunista che è pian piano svanita sul piano interno, ma è rimasta su quello esterno come dimostra la vicenda dell’embargo a Cuba protrattosi oltre ogni plausibile ragione. E poi ridiede una posizione centrale all’apparato militar industriale chiamato a guadagnarsi sul campo una superiorità che era stata messa in forse: da lì comincia a farsi strada la dottrina del domino e soprattutto quella della potenza militare come garante non solo dell’impero, ma anche della sua prosperità economica attraverso una minaccia implicita verso ogni deviazione dell’ordine finanziario e monetario. Certo tutta la guerra di Corea con le sue incerte vicende, ebbe anche l’effetto di forzare il capitalismo a scendere a compromessi visto che il nemico era molto meno vulnerabile di quanto non si credesse.

Pare che tutto si riannodi ora che le forme prese dalle nuove forme di economia capitalistica stanno distruggendo ciò che rimane di quel compromesso e si dibattono dentro contraddizioni insuperabili tra i principi inalienabili e la realtà del loro progressivo annullamento. Compreso il ritorno a geopolitiche tutte basate sulla forza e la demolizione degli avversari che possono fare da contraltare al dominio mondiale. Strano che un singolo giorno sconosciuto, possa essere all’origine di un effetto farfalla.  Eppure accade, anche quando a battere le ali sono pipistrelli.


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