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Mannari e Magnari

mannaroAnna Lombroso per il Simplicissimus

Anche se pareva Cuore dei tempi d’oro non faceva ridere il florilegio di emendamenti presentati da aspiranti buontemponi e umoristi improvvisati di varie formazioni politiche – Carlo Giovanardi, Mario Mauro, Lucio Malan, Giuseppe Marinello – al Ddl Cirinnà, dall’obbligo per la coppia omosessuale di comparire davanti al comandante  dei vigili urbani, a quello di dichiarare ufficialmente chi ricoprirà il ruolo di moglie e chi di marito, tralasciando solo la divisione di obblighi domestici: lavare i piatti o passare l’aspirapolvere, dalla sostituzione dell’atto ufficiale, davanti all’ufficiale di stato civile, con un più moderno e dinamico Sms, alla dimostrazione documentata per gli aspiranti di non essere morosi delle spese condominiali.

No, c’è poco da ridere, anche se l’attribuzione del riconoscimento per  le dichiarazioni e i comportamenti più ridicoli, demenziali, contraddittori e involontariamente comici spetta certamente agli esponenti del Pd, quelli che quella legge l’hanno proposta senza volerla, che d’altra parte si sa che i diritti, tutti, non si addicono loro, anzi stanno là per cancellarli, preferendo sostituirli con i privilegi, per loro, e delle elargizioni per chi dimostra ubbidienza.

Tutta questa vicenda parla di qualcosa che non appartiene solo alla sfera economica o a quella giudiziaria, una corruzione morale, che convince chi sta anche nelle nicchie più marginali o scadenti del potere, di perseguire a  tutti i costi in una beata condizione di impunità, i propri interessi personali, di conservare le proprie rendite di posizione, di tutelare le prerogative, anche le più miserabili e infami, contro i bisogni della gente, il soddisfacimento di aspettative e necessità generali, a costo della rinuncia a principi e valori un tempo indiscussi, l’abiura della dignità, l’assoggettamento a padroni esigenti pronti a presentare il conto. Facendo immaginare che la condanna emessa nei nostri confronti a essere  schiavi, sia ispirata anche, sia pure marginalmente, dall’intento di farci diventare come loro, condizionati, succubi, servi, dediti a ogni compromesso, in modo da concedersi una certezza di superiorità.

Lo dice la concessione di Sigonella come capitale mondiale dei droni, per compiacere l’imperatore, lo dice la concessione alla Chiesa di intromettersi nelle nostre vite e nelle nostre leggi, lo dice la concessione ai privati del nostro sistema assistenziale e dell’istruzione, lo dice la svendita di beni comuni e territorio, liquidati a prezzi stracciati, quelli favoriti da stati di incuria e abbandono alimentati a questo fine dal ricorso alla pratica dell’emergenza, quelli prodotti da voragini di passivo, frutto di clientelismo e malaffare.

È un sistema di governo, nazionale e periferico, per il quale non mancano mai i voti: così non stupisce la notizia della messa all’incanto  di parte del patrimonio pubblico della Regione Toscana, quando con disinvolta spensieratezza la Giunta, nella speranza di rimpinguare le casse regionali e di continuare a coprire le falle amministrative, ha deciso di liquidare un ingente e prezioso patrimonio storico architettonico – decine e decine di immobili di proprietà della Regione e delle asl –  del valore di circa 650 milioni, compresi complessi architettonici di indiscutibile valore monumentale e paesaggistico.  L’aspirante sindaco d’Italia e il suo fantoccio hanno concordato con il presidente Rossi, onusto di una fama di uomo perbene, della quale prima o poi saremo costretti a dubitare, la svendita di alcuni gioielli, da  Villa Fabbricotti col suo parco, dall’ex Ospedale Meyer, a Palazzo Bastogi, dalle Poste Nuove di Michelucci, l’architetto della Stazione, alla villa medicea “La Quiete”, insieme al Parco di San Salvi, o agli ex ospedali di Fiesole e agli ex sanatori sulle colline di Monte Morello.

Che atti come questi possano essere tranquillamente annoverati nelle categorie del malaffare più dissipato, in quella dell’oltraggio al senso e al bene comune, è dimostrato da quanto si siano rivelate inutili, economicamente svantaggiose, moralmente infami, le grandi operazioni di alienazione del patrimonio pubblico: le cartolarizzazioni e le svendite, così come le privatizzazioni “mascherate” o esplicite di servizi pubblici, delle quali si è conservata la natura clientelare e familistica, incrementando le tariffe e peggiorando il servizio.

Ogni tanto ci rincuoriamo, perché associazioni spontanee di cittadini si coagulano intorno a un progetto di difesa del “suo”, perché altri si mobilitano per dire No, a trivelle, alta velocità, grandi opere costose, dannose e criminali, perché altri ancora partecipano alle gare, tentando di ridiventare padroni di ciò che è di tutto. Ma non basta, se cediamo alla paura che cacciando chi agisce contro l’interesse generale, se cediamo al timore di un’alternativa sconosciuta nell’incertezza che possa andare peggio. No, peggio di così non può andare.

 

 

 

 

 

 

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