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Contrordine compagni, basta accoglienza

immigr  Anna Lombroso per il Simplicissimus

E adesso chi glielo va a dire alle sardine? chi si prende la briga di disilludere l’esercito dei io sto con Lucano, che per i disperati, paradossalmente, si stava meglio quando si stava peggio, quando comandava sul loro approdo ai nostri lidi il feroce, il buzzurro, che aveva tutto l’interesse a farli arrivare, bighellonare inquieti per le strade cittadine, accamparsi sulle panchine dei parchi, consegnarsi in qualità di manovalanza alla criminalità illegale e a quella legale del caporalato nei campi o sulle impalcature?

Eppure, ce lo conferma l’agenzia Stefani di Conte dalle pagine dell’house organ governativo, nel ricostruire con tenacia investigativa la vicenda Open Arms. Ricorda, infatti,  il direttore Travaglio, come in seguito al “liscio e busso” che  Conte gli riserva il 15 agosto in Senato, l’infamone agli Interni fu “costretto” a far sbarcare tutti.

Niente a che fare con il miglior governo che potesse capitare all’Italia ai tempi della peste, quando la ministra Lamorgese rassicura i post-resilienti sul sofà, i sopravvissuti e gli scampati che temono gli untori venuti da fuori   che qualora qualcuno sfuggisse alle maglie dei controlli e sbarcasse in porti che ancora non siamo riusciti a sapere se siano aperti o chiusi, verrebbe immantinente sequestrato per essere rimpatriato con ogni mezzo, navi, tinozze, aerei anche per tenere fede ai patti sottoscritti da Minniti e Salvini – e replicati con cura puntigliosa proprio da lei – con despoti sanguinari, governi senza stato e tantomeno stato di diritto, come quello con la Libia.

Il messaggio è chiaro e perentorio: “Garantiremo la tutela della salute pubblica delle nostre comunità locali…. e i migranti economici sappiano che non c’è alcuna possibilità di regolarizzazione per chi è giunto in Italia dopo l’8 marzo 2020”. E come darle torto? “Le comunità locali (a Treviso è esplosa la rivolta nella caserma in cui erano accolti trecento migranti, dopo che si sono registrati dei casi positivi. ndr)  sono giustamente sensibili al tema della sicurezza sanitaria, con una particolare attenzione dei sindaci e dei presidenti di Regione rivolta ai migranti irregolari”. Gli unici cioè che – a differenza della  maggior parte dei connazionali, salvo calciatori e presidenti di regione – non vengono sottoposti a tamponi e indagini sierologiche, ma in quanto stranieri e destinati alla trasgressione costituiscono un pericolo ben superiore.

Quante ce ne siamo sentite dire, illustri filosofi o blogger sconosciuti, quando abbiamo osato denunciare che c’era  qualcosa di profondamente incivile nel voler dimostrare che c’è un unico diritto superiore a tutti, quello alla salute, quando la sua rivendicazione costringe o persuade moralmente della necessaria rinuncia a altri  e ad altri imperativi etici,  tanto che la responsabilità personale e collettiva si riduce a indossare la mascherina e attuare un distanziamento che oltre che sanitario diventa sociale e perfino razzista, tanto che il rispetto degli altri si limita a non darsi la mano, in modo che sia  legittimo colpevolizzare chiunque non mantenga le distanze di sicurezza  da noi e pure dalla nostra percezione.

Così l’afflato umanitario, che già era riduttivo perché sostituiva l’impegno, la denuncia di ogni correità in guerre, soprusi e furti di risorse e beni,  è diventato afflato sanitario, autorizzando e concretizzando perfino lo stantio “prima gli italiani” che sgorga sia pure con qualche camouflage dalla bocca di Di Maio: “La questione degli sbarchi, unita al rischio sanitario con la pandemia è un tema di sicurezza nazionale”, dei suoi prepotenti alleati che sospirano: arridatece Minniti,che tanto ha fatto per intessere un  ordito di rapporti con tiranni e spiranti tali, in nome dello sdoganamento di sospetto e paura come encomiabili virtù nazionali.

La regolarizzazione farlocca della Bellanova ha messo un punto fermo, dimostrando che era il momento per andare incontro ai bisogni di un caporalato che  esigeva nell’immediato una manodopera competitiva, umiliata talmente da accontentarsi di una paga più bassa e disonorevole,  pronta addirittura a pagarsi le penali e le sanzioni retroattive per conquistarsi una provvisoria regolarità.

Ma si è subito visto che il target era minimo, che costava troppo stabilire condizioni di legalità delle quali magari i barbari avrebbero voluto  approfittarsi, quando invece si poteva auspicare con ingrati percettori di reddito di cittadinanza e aiuti.

E siccome il padronato detta e il governo scrive, meglio puntare su affamati locali, adesso che tanti anziani sono morti riducendo la domanda di badanti, adesso che le grandi catene hanno scoperto la concorrenza sleale di   magazzinieri e  pony indigeni perlopiù italiani, giovani, donne e anche gente di mezza età costretta a ridiscendere la scala sociale, che tanto, mal che vada, possiamo sempre approvvigionarci di pere in Messico, uva in Gracia, origano in Argentina, albicocche e arance in Spagna che così facciamo felice l’Ue.

È stato provvidenziale il Covid per far vedere a chi vuol vedere, come siano falsi e ipocriti i miti e gli slogan di un’opinione pubblica  che hanno coperto l’aperto sostegno all’imperialismo delle nostre ambiziose iniziative imprenditoriali, esportatrici di sfruttamento e corruzione,  accompagnato da quello a campagne di trasferimento di “democrazia” occidentale, la mancata rottura delle criminali regole europee in materia di accoglienza, la discriminazione reale ai danni degli stranieri, cui vengono negate prerogative giuridiche perfino per quanto attiene ai doversi gradi di difesa.

Finora era stato facile  rispondere con commosse reazioni emotive,  con l’arroccamento identitario di ceto, socialmente e moralmente superiore, replicando  a un malessere sbrigativamente catalogato con populismo xenofobo e rozzo, con lo stigma morale, l’anatema, il disprezzo.

E non c’è da stupirsi, quelli che militano soprattutto a suon di like in un indistinto progressismo, sono saldamente insediati nelle geografie prescelte dai ceti “riflessivi”, piccolo-borghesi, urbani, attrezzati con un residuo ancora intoccato  di capitale culturale più ancora che economico, che attribuisce loro una presunta superiorità che rivendica il diritto di emettere giudizi morali ed estetici in merito alla grossolanità della comunicazione, all’ignoranza, al riconoscimento nel virilismo e nella prepotenza fascista, al razzismo.

Adesso che si tratta di salvare la ghirba, oltre alla borsa, dismessi queruli problemi di coscienza, riservati alla propria cerchia minacciata dagli untori,  si è autorizzate a mettere in secondo piano l’aspetto umano, per occuparsi di buon grado dei quello realistico, concreto di difesa delle posizioni raggiunte, guadagnate, ereditate, a volte conosciute per sentito dire, ma che regalano  una presunzione di innocenza e predominio.

E se prima non era tempo di solidarietà preferendole la compassionevole carità, adesso è troppo anche la beneficenza, che fa onore a chi la esercita, ma ormai rientra tra le spese futili anzi dannose,  perché potrebbe promuovere il meticciato tornato a costituire un pericolo allarmante di contagio sanitario e culturale, o, peggio ancora, favorire prese di coscienza, desideri di riscatto, coscienza di classe, colpevoli sul patrio suolo, ancora più condannabili se affiorano dal fango dove è lecito  siano confinati gli ultimi per rassicurare i penultimi.

Non è più tempo di deplorare la chiusura mentale, la disumanità della marmaglia, il rifiuto degli straccioni locali, necessariamente penalizzati conferendo delle loro già brutte e avvilite periferie disperati addirittura più disperati di loro,  non è più tempo di agire per disporre di eserciti mobili di manodopera a poco prezzo e grandi bisogni, da ricattare e condurre dove richiede il padronato.

Non è nemmeno più tempo di impiegare gente intimorita e umiliata come forza lavoro utile per generare una concorrenza in grado di far recedere da richieste e rivendicazioni e per abbassare il livello di remunerazione e di vita perfino del Terzo Mondo interno.

Ormai di gente destinata e costretta alla servitù, se n’è e ce ne sarà sempre di più, mortificata dalla cessione di democrazia e dalla pressione debitoria imposta dall’appartenenza a una civiltà superiore che si manifesta come il solito feroce tallone di ferro.

È un esercizio vergognoso  quello che ci propongono ogni giorno stampa, opinionismo, social per convincerci che questo è il miglior governo che potesse capitarci, perché mette il silenziatore a chi oggi sta pagando disuguaglianze e discriminazioni.

Non vale nemmeno la pena di proporre quello caro ai settimanali di quiz: trovate la differenza,  perché non è più tempo di giocare ma di rovesciare il tavolo.

 

 

 

 


La museruola

musAnna Lombroso per il Simplicissimus

Cosa dovrebbero dire gli armeni, i rom e sinti, gli ebrei, i nativi americani. ( a proposito, non a caso,  la recente furia iconoclasta ha preferito non mettere al bando Ombre Rosse, che tanto ha contribuito alla leggenda della furia feroce dei pellerossa colonizzati da assassini e criminali, altrettanto crudeli sfuggiti alla giustizia di società civilizzate)?

Se ormai la loro lotta contro la menzogna che ha messo in dubbio persecuzioni, genocidi e annientamenti – oggetto tra l’altro di gerarchie e graduatorie mentre ognuna avrebbe diritto a essere considerata speciale e non ripetibile – adesso, che nelle schiere di Irving, Faurisson, Dodik, Bernard Lewis -e altri 68 storici americani impegnati a disinfettare la storia turca dalla macchia dello sterminio degli armeni-  vengono  arruolati con Trump e Orban, Salvini,   la Meloni, un cantante simil-lirico ospite fisso di Sanremo, cui finora era stata concessa pietosa considerazione per via di una grave handicap, anche  tutti quelli che sollevano obiezioni e esprimono perplessità nei confronti della declinazione  del neoliberismo in controllo etico- sanitario, grazie al credo imperante che paralizza ogni istinto, salvo quello di conservazione e ogni razionale esigenza di certezze.

Quest’ultima,  paradossalmente, contrastata proprio dagli scienziati, per i quali fondamento irrinunciabile dell’azione dovrebbe essere il dubbio, e dunque la ricerca continua per dissiparlo, che ci obbligano invece all’atto di fede cieco nella loro persona più che nella loro disciplina.

Succede  da quando i cittadini  vengono divisi  tra chi, i responsabili e rispettosi degli altri, è disposto a rinunciare a condizioni normali di vita, rapporti affettivi e sociali, lavoro, godimento di cultura e bellezza nei luoghi deputati, espressione di convinzioni politiche  religiose, sacrificandoli in nome del rischio di ammalarsi, e quelli, inconfessati frequentatore di crapule e ammucchiate perfino in siti istituzionali,  che ostentatamente non indossano la mascherina e probabilmente non si lavano le mani dopo la pipì in segno di aperta ribellione.

La  divisione a monte, sia pure poco dichiarata e ammessa, era già stata effettuata tra quelli che, secondo una inammissibile lotteria, venivano estratto per restare a casa, protetti dal rischio in virtù di una estrema applicazione del principio di precauzione, salvi, anche se minacciato da altri pericoli su cui veniva consigliato di soprassedere, perdita del lavoro postuma, svalutazione delle mansioni, riduzione delle remunerazioni, effettiva cancellazione del diritto all’istruzione.

Loro, i primi, esentati e ammessi solo virtualmente alla realtà che continuava a svolgersi fuori, animata dagli “altri”,  i sommersi, milioni di lavoratori addetti a attività essenziali, costretti quindi a affrontare l’azzardo del contagio su bus/ metro /uffici /officine/ grandi magazzini/ fabbriche, inizialmente apprezzati alla stregua degli angeli in camice, poi subito rimossi: pony inefficienti, operai manifestanti in assembramenti scriteriati, facchini in ritardo sulle consegne, pastai renitenti a produrre penne rigate, dei quali non conosciamo il destino perché stranamente esclusi dalle torve statistiche dei malati e dei decessi, compresi quelli abitualmente liquidati come  morti bianche, che ce ne sono state eccome.

Io personalmente la mascherina la indosso, perché non mi va di avviare contestazioni con custodi dell’ordine pubblico ormai incaricati della repressione dei popoli dell’apericena, della movida, dell’invasione del centro sgradita a Galli Della Loggia in quanto offensiva di profilassi e decoro, dei costruttori di castelli di sabbia e degli atleti del racchettone, ma anche per la stessa forma di rispetto che da laica, atea e agnostica riservo al credo degli altri, perfino quando assume la forma della superstizione.

Sono convinta che non svolga alcun servizio, così come la retorica dei vaccini mi pare che abbia assunto le forme della credulità apotropaica se dobbiamo dar retta al “revisionismo” della Fda americana che sta ripiegando sull’ipotesi di un prodotto che prevenga le malattie, non le infezioni, o alle preoccupazioni di quegli appartenenti alla comunità scientifica non completamente assorbiti dal pensiero unico riconducibile a Gates, che ricordano che  servirebbero agenti in grado di  proteggere dalle malattie, non necessariamente dalle infezioni, e che tra l’altro, in alcuni casi, morbillo o pertosse ad esempio, producono l’effetto di far sviluppare forme lievi del morbo da cui dovrebbero proteggere, diffondendolo a altri.

Eppure,  automaticamente, sono e sono stata arruolata nelle schiere di negazionisti e complottisti: è proprio questo il grande successo registrato dallo “stato di emergenza” del quale nessuno pare osi mettere in dubbio la necessità:  integrare a forza critica e obiezioni nel concerto di borborigmi, versacci, sberleffi , del berciare della destra che occupa giornali e rete incarnazioni del  pericolo n.1, annoverando ogni dubbio e perplessità negli infamanti copioni dei rovinologi irresponsabili e maleducati.

Per mesi in vigenza del lutto, si è stati fermamente e unanimemente richiamati all’obbligo della compostezza, del rinvio doveroso del giudizio, perfino nei confronti degli amministratori imbelli e corrotti, perché sarebbe stato contrario al bon ton del dolore condiviso sollevare sospetti e accuse,   catalogabili perfino come razzismo alla rovescia, Sud contro Nord.

Per mesi l’invito era quello di non disturbare il miglior manovratore che ci potesse capitare, sostenuto perfino da inusuali appelli di intellettuali, procrastinando il più elementare processo democratico, quello della critica per non parlare della partecipazione, al “dopo”, applicando il metro delle sardine, che  fa preferire il condizionamento  educato, la dolce pressione e la  repressione garbata, l’asservimento sorridente e bendisposto al padronato, perfino le firme in calce ai trattati con tiranni  sanguinari, se la penna correa appartiene all’esecutivo di successo, alle inopportune e irrazionale veemenza della “destra”.

Se avevate creduto che la fine della fase più dura e energica, con l’avvio del rilancio, della ricostruzione post bellica, sarebbe stato reintrodotto l’esercizio libero della critica, per non dire della possibilità di intervenire nelle scelte che ci riguardano, vi sbagliavate.

Ed è questo che fa capire che se complotto non c’è stato, la gestione del covid ha davvero prodotto una sospensione della democrazia e dei diritti costituzionali, da quello allo studio, a quello all’assistenza e cura, oggi interrotto nelle strutture pubbliche, da quello alla mobilità a quelli del lavoro.

Può darsi che abbiano ragione, tra i costituzionalisti che di volta in volta, come tira il vento, assumono o perdono prestigio, magari sostituiti dalla Boschi in barchetta,   che garantiva con lo smantellamento della Carta la vittoria sul cancro, quelli che dicono che non c’è stato oltraggio alla Costituzione, laddove prevede poteri e misure eccezionali in particolari condizioni di pericolo per la società.

Ma che condizione particolare può concedere a un governo di non dare assicurazioni sul ristabilimento delle prerogative che garantiscono per tutti l’accesso all’istruzione? Che condizione anomala può permettere la normalizzazione della demolizione delle conquiste del lavoro frutto di anni di lotte, per rispondere alle pretese padronali?

Che situazione di crisi, non certo inattesa, può imporci di essere grati e consentire  a un potere sovranazionale dominato da una élite esterna e ostile di mettere a disposizione in forma condizionata e controllata i nostri soldi, intervenendo sulle modalità di spesa e sulle scelte degli investimenti, fino a prevedere che la disobbedienza a criteri e requisiti obbligati possano determinare l’intervento commissariale sulla natura e composizione dei governi nazionali?

Che accadimento speciale può realizzare l’egemonia della rinuncia e del sacrificio, l’opportunità della resa ai comandi in cambio di una imitazione della sicurezza e della sopravvivenza, quando sovranità e competenza sulla spesa e sulle scelte che riguardano le nostre vite sono state cedute a fronte dell’appartenenza in veste di partner poco graditi e per niente affidabili a un contesto che ci  depreda e ci disprezza?

Non sarà che la mascherina ha davvero una indiscutibile efficacia e finalità, anzi due? bavaglio e museruola?


A cuccia…

70651_18891_cuccia-per-dueAnna Lombroso per il Simplicissimus

È perfino banale osservare che c’è una guerra fuori moda, sgradita ai più che proprio non vogliono esserci messi in mezzo, nemmeno quando sono vittime civili e le loro tragedie sono identificabili come effetti collaterali.

E’ quella che dovremmo muovere a un sistema economico-finanziario che sarebbe giusto chiamare col suo nome “totalitarismo”, anche se non è stato preso in considerazione dell’europarlamento, troppo occupato a mettere all’indice il comunismo e perfino  con la damnatio memoriae, il ricordo  dei martiri dell’antifascismo, rei di quella “appartenenza” ideale.

Così la critica al capitalismo è stata confinata nelle anguste geografie degli “specialisti” a ranghi sempre più ridotti o è caduta nelle mani di avventizi che la riducono a critica del marxismo in modo da non fare mai i conti col presente e meno che mai col futuro, scenari per esercitazioni sociologiche e letterarie, se pensiamo al successo del Moccia della filosofia, Fusaro.

Peggio ancora se a pensarci e parlarne sono gli “economisti”, che infatti hanno contribuito a darne una lettura circoscritta alla dimensione dei rapporti di produzione e di mercato, sottovalutando non casualmente quegli aspetti non strettamente legati al profitto e all’accumulazione   che invece hanno investito e condizionato tutti i rapporti di potere, lo stato e le istituzioni, l’espropriazione colonialista e imperialista dell’ambiente e delle risorse, la “riproduzione sociale” che non remunera il lavoro,  tutti aspetti di un ordine sociale  che via via ha perso la forma di un ordine naturale, incontrovertibile e inestirpabile.

Tanto che  ormai pare ineluttabile consegnarsi fatalmente al sistema e alla sua ideologia, non riuscendo a immaginare un’alternativa praticabile da quando è tramontata l’ipotesi di una rivoluzione contro il capitale, come Gramsci chiamava quella russa, che richiederebbe nuove forme di emancipazione.

Ormai pensiero, creatività politica, sono stati egemonizzati dalla sua ultima corrente, il neo liberismo, che ha dato alle élite “intellettuali” che occupano con la loro pretesa di superiorità culturale e morale lo spazio pubblico dell’informazione  della costruzione dell’opinione, una tana relativamente protetta e ancora sicura, con discreti privilegi e forme di tutela, che conducono alla rinuncia e addirittura alla derisione o alla condanna di qualsiasi critica e opposizione al governo della cosa pubblica, ma anche della vita delle persone, delle loro scelte e inclinazioni individuali, retrocessi a esercizi visionari irrealistici e impraticabili.

Ci si è messa anche l’emergenza sanitaria – che non sarà nata come complotto ma che assume i contorni cospirativi di uno stato di eccezione destinato a prolungarsi – a stigmatizzare ogni forma di ricusazione di scelte imposte, contraddittorie e immotivate se non dall’esigenza di creare una condizione favorevole alla sospensione della democrazia, grazie ai poteri speciali attribuiti al governo tra cui quello di adottare Dpcm che non hanno bisogno dell’approvazione delle Camere.

Basta guardare all’anatema lanciato contro chi si interroga su qualità e portata della proroga delle misure di sicurezza. Ormai ostracismo e condanna non riguardano più soltanto i comportamenti  “irresponsabili”, che hanno fatto arruolare chi osava contestare l’efficacia di misure e proibizioni -anche se si era sempre lavato le mani e osservato criteri elementari di profilassi anche in latitanza di influenze e non mangiava le cozze crude né tanto meno topi vivi – nelle file degli scambisti trasgressivi, degli organizzatori di rave party e di crapule.

Diventato impossibile contestare le scelte anche le più irragionevoli e suicide, è quindi doveroso accettare tutto il pacchetto: mascherina, guanti forse si forse no, distanziamento, rilancio dello smart working (l’industria chimica e quella farmaceutica fanno da apripista per regolare il lavoro da casa, sottoscrivendo  il 9 luglio un accordo programmatico in materia con i sindacati) e della didattica a distanza, vista l’impossibilità di applicare il principio costituzionale del diritto all’istruzione, ricorso a forme di rapporto di lavoro atipico indispensabili a riavviare lo sviluppo,  regolarizzazioni fasulle a spese degli immigrati cui si potrebbero aggiungere i percettori di redditi e aiuti.

E poi,   il part time per le donne che permette la dolce espulsione dal posto occupato,  in modo da combinare  cura, assistenza, aiuto pedagogico e cottimo, senza contare i debiti per il risarcimento del Mes e dei generosi aiuti europei in cambio di riforme,  a pesare sulle spalle dei cittadini che – lo dice la Banca d’Italia –    arrivavano già a marzo  alla fine del mese con difficoltà per una contrazione del reddito generalizzata e che per il 36% ammonta alla metà. E poi, ancora, indebitamenti per proseguire nel disegno insensato per la realizzazione di Grandi Opere e infrastrutture, mentre non si prevedono gli investimenti decantati per la sanità, l’istruzione, nemmeno per le tecnologie che dovrebbero sostenere la rivoluzione digitale.

Pare proprio necessario scontare la salvezza con il crollo della domanda determinata dal lockdown, cui si reagisce con politiche finanziarie che comporteranno a loro volta impoverimenti, anche per quelle fasce di popolazione che non sono state pesantemente colpite, dipendenti pubblici e pensionati che si vedranno ristrutturare la pensione e le remunerazioni o sui cui conti correnti inciderà una tassazione straordinaria.

A esigere a gran voce obbedienza, senza contestazione o dubbi, diventata una virtù civica, sono quelli che, a leggere le loro esternazioni sui social e esibiti come testimonial della cittadinanza responsabile dalla stampa, rivendicano il loro sacrificio, lo “ io resto a casa” per tre mesi e più, i resilienti, ma qualcuno si sente resistente,  dalla trincea del divano, del pc aperto su Fb,  della poltrona davanti a Netflix, dello smartphone con l’app  Immuni, distribuita non dal Governo che l’ha finanziata, ma dagli gli store di Apple e Google, generosamente e giudiziosamente pronti a perpetuare la Fase 2, come è diventato inderogabile da quando si sarebbe resa necessaria  una compressione delle libertà, che non sarà un colpo di Stato, ma che ha prodotto una obiettiva limitazione delle prerogative  e garanzie, senza violare apertamente la Costituzione ma attribuendo una scala di valori e una gerarchia ai diritti per mettere al primo posto la sopravvivenza.

Invece non hanno avuto né hanno voce  gli altri milioni che dall’inizio del Lockdown sono stati destinati ad altro sacrificio, esposti doverosamente al contagio, senza dispositivi di sicurezza, graziosamente previsti nei limiti di accordi volontari e dunque arbitrari e discrezionali dalle rappresentanze padronali, negli uffici, nelle fabbriche, nei supermercati, raggiunti con mezzi di trasporto affollati, che non hanno suscitato le reprimende rivolte agli aerei che in questi giorni permettono a quelli di serie A di raggiungere mete gratificanti nelle quali riposarsi con mascherina e distanziamento dopo l’estenuante isolamento.

C’è da temere che non sia lontano il momento nel quale di fronte alla loro ribellione, in vista della indispensabile punizione di chi contesta le verità dell’establishment, governo, comunità scientifica, stampa ufficiale, si materializzeranno più concretamente forme di censura e repressione, già ipotizzate: chiusura di sociale, task force di sorveglianza severa sulla “controinformazione”, la mobilitazione contro le bufale e il complottismo a cura di chi si è insignito di una superiorità, sociale, culturale e morale, che di solito finisce per sfociare nella desiderabile eventualità di circoscrivere il suffragio universale, in modo da selezionare i meritevoli con diploma, patentino di progressismo antipopulista e antisovranista, muniti di piccola rendita, o posto fisso, o startup finanziata dagli amici di famiglia, esito del tampone e dichiarazione di intenti in favore di ogni tipo di vaccinazione contro le influenze.

Influenze, si, intese come patologie, che i condizionamenti che vengono dall’alto sono invece raccomandati, come l’isolamento che favorisce la fine della coesione e della solidarietà.


I chierichetti dell’Impero

chierc Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai vogliono convincerci che si combattano i danni del mercato con i meccanismi di mercato: lo dimostrano quelle negoziazioni acchiappacitrulli rivendicate dai governi in combutta con le multinazionali per addomesticare il clima incollerito, grazie a commerci e scambi di diritti di inquinare.

Ormai si affida la salute a “scienziati” mantenuti dalle case farmaceutiche, uniche detentrici della ricerca, che traggono profitto, come è naturale, dalle malattie mantenute come cespite irrinunciabile.

Ormai le riforme che dovrebbero garantire benessere e sicurezza vengono energicamente raccomandate da un racket feroce impegnato a penalizzare popoli riottosi a farsi egemonizzare e determinato a limitare la sovranità con le stesse armi di cui dispone la democrazia: voto (controllato), informazione (manipolata o deviata).

Una volta ci si illudeva che una selezione di cittadini che avevano avuto la fortuna o il talento di mettere a frutto il sapere e la conoscenza, potessero contribuire alla creazione di un pensare libero e critico.

Ormai comunità e cerchie che un tempo venivano definite intellettuali sono state oggetto di circonvenzione da un mercato culturale e accademico monopolistico, nei cui confronti rinnovano atti di fede cieca, in modo da consolidare, ed essere rassicurati della loro appartenenza  a una élite superiore, socialmente e moralmente, autorizzata a giudicare e disprezzare quelli che stanno sotto, quelle classi disagiate che meritano la loro condizione di subalternità per ignoranza, suggestionabilità. E quindi manovrabili da una leadership rozza e riprovevole che si rifà ai valori arcaici assimilabili alla destra: autoritarismo, razzismo, xenofobia, con il contorno di sciovinismo, virilismo, bigottismo, populismo e sovranismo.

Quindi per essere ammessi  a quei circoli pare sia necessario e sufficiente fare pubblica dichiarazione di antifascismo – basta uno stato: je suis.. oppure io sto con.. sui social per guadagnarsi il patentino – cantare Bella Ciao, o, a scelta, l’Inno di Mameli o Com’è profondo il mare, difendere a spada tratta la libertà di look della ministra in falpalà, per sentirsi a posto con la coscienza e l’affiliazione al “cartello” socialmente compatibile con progresso e democrazia, grazie anche a quella spirale del silenzio che toglie voce e risonanza a qualsiasi articolazione di pensiero e verbale critica nei confronti dell’establishment.

Sarà che da tempo immemore non viene data importanza al conflitto d’interesse, che riguarda politici/imprenditori, scienziati “commercializzati”, economisti e perfino filosofi comprati un tanto al chilo per indottrinarci alla servitù e alla rinuncia doverosa di dignità e diritti, tutti ormai compromessi  e proseliti del neoliberismo che ha innervato   non solo le strutture dell’economia, della finanza e della politica, ma anche la psicologia delle masse e la percezione dei bisogni e delle aspirazioni.

Se non vi siete stupiti per la sorprendente attestazione di fiducia illimitata di pensatori e intellettuali offerta al Governo Conte, indifferenti che, nonostante nel nostro ordinamento non sia presente in modo esplicito una fattispecie definibile come “emergenza”,   si sia prodotta una compressione dei diritti, che partecipazione e rappresentanza siano stati aggirati e scavalcati,  che, come ha osservato qualcuno, si sia adottata una gerarchia delle prerogative costituzionali mettendo al primo posto al sopravvivenza  o che si siano distrutti beni immateriali fondamentali come l’istruzione …. ecco, allora non vi stupirete se Micromega, la rivista d’Opinione Unica della Gedi, esulta per via dell’iniziativa promossa dal politologo  Mark Lilla, con la quale, cito: “150 tra i più autorevoli intellettuali americani, di diverse sensibilità politiche e culturali, hanno intonato un sacrosanto “Basta!” alle estremizzazioni censorie di quello che sembra essere diventato il nuovo oscurantismo: l’ideologia cioè del Politicamente Corretto.

C’è proprio da ridere, per non piangere, del grottesco paradosso: la “cultura” che ha colonizzato il mondo e perfino l’immaginario non si pente del contagio della sua pestilenza, ma proprio lo rinnega per ritagliarsi un posto in un ipotetico futuro moralmente più accettabile, nel quale il grande casinò della finanza creativa, l’illusionismo delle bolle soffiate a avvelenare il globo, potrebbero essere addomesticati dall’irrompere di valori personali e individuali più umani e civili.

Eppure era da là che serpeggiava ovunque la convinzione che gli imperii del mercato fossero ormai diventati leggi naturali incontrovertibili, incontrastabili e totalizzanti. Da là, e grazie a quello stesso ceto intellettuale che si accorge di essere stato oltrepassato e schiacciato come un vaso di coccio  tra il neoliberismo insinuante e il neo populismo aggressivo e razzista, si sono sparsi per il mondo i fermenti ideali di un progressismo opportunista che ha assimilato narrazioni e parole d’ordine del capitalismo finanziario, quelle del “merito” conquistato grazie arrivismo e  ambizione spregiudicata, della competizione, compresa quella di genere, di una supremazia spirituale e culturale che si attribuisce l’incarico di dettare le sue leggi e di vigilare sulla loro osservanza nelle province dell’impero.

Viene proprio voglia di rispolverare l’abusata locuzione “radical chic” per i 150 e per i fan d’oltreoceano, entusiasti del “manifestino” a uso e consumo propagandistico/elettorale contro Trump, ma che, retroattivamente per via della sconfitta di Sanders, cui non hanno mai dato un concreto sostegno,  e preventivamente, in risposta al malessere che si materializza in contestazioni e manifestazioni, ha il chiaro intento di condannare aprioristicamente qualsiasi possibilità che si materializzi una sinistra che occupi uno spazio politico  capace di interpretare e rappresentare le vittime del ripetersi di crisi strutturali che partono da là e là ritornano potenziate, di mercati finanziari artificiali e sovrastimati, e dove è stata eliminata qualsiasi forma di coesione sociale.

E infatti nel mirino non c’è il “sistema” di sfruttamento, non c’è l’imperialismo, non c’è una concezione delle relazioni incentrata  sullo squilibrio dei rapporti di potere, nemmeno  un tentativo di revisione di una critica al capitalismo che si è imperniata solo sull’analisi e la contestazione dei processi e dei modi di produzione. Macchè il problema è l’egemonia di una “sinistra”  che, è Flores d’Arcais a chiosare l’appello,  “bolla di “islamofobia” ogni sacrosanta critica all’islam e al velo sessuofobico e di sudditanza delle donne, o che ostracizza grandi classici dai corsi universitari perché figli del loro tempo”, in sostanza, conclude, si tratterebbe di “una sinistra-harakiri, che finisce per infangare o rendere sospette anche le lotte più sacrosante”.

Viene da chiedersi secondo i 150 e la cheerlieder che gli fa la hola dalla comoda poltrona garantita da Gedi, quali sarebbero le lotte più sacrosante, quelle che devono salvarci dal conformismo ideologico  che impedisce, sono loro a dirlo, “l’inclusione democratica” in una “società liberale”, se a preoccupare non è la fame, l’esclusione dai diritti fondamentali di milioni di individui, della riduzione in schiavitù di interi ceti, no, sono le avventate misure repressive e le censure attuate ai danni di “capiredattori licenziati per aver pubblicato articoli controversi, libri ritirati dal commercio per presunte falsità, giornalisti diffidati dallo scrivere su determinati argomenti, professori indagati per aver citato in classe opere letterarie, un ricercatore licenziato per aver diffuso uno studio accademico sottoposto a revisione inter pares, leader di organizzazioni cacciati per quelli che a volte sono solo errori maldestri”.

A guardar bene i 150 e il Nando Moriconi di Micromega  si sono accorti adesso che c’è Trump che forse con il sogno americano è evaporato anche l’utopia di Tocqueville, una delle più consolidate fake della storia, che dietro a una architettura istituzionale  concepita  in forma di democrazia si celerebbe un potere oligarchico, dominato da   lobby, imprese economiche e media, materializzatasi solo ora e solo ora venuta alla luce, quando colpisce le loro corporazioni e i loro circoli.

Vi fa venire in mente qualcosa e qualcuno? A me, si. Mi fa venire in mente un posto e un ceto che non vuol persuadersi che il fascismo è una declinazione del totalitarismo economico e finanziario e che agisce  anche senza  volgarità perentoria e modi tracotanti, che reprime, corrompe e ruba a norma di legge, se la legalità e il rispetto della Costituzione possono venir sospese,  che ricatta a minaccia anche senza sfoderare la pistola, che è autorizzato a applicare tremende disuguaglianze dividendo un paese in due, dove qualcuno che fa lo stesso lavoro dovrebbe avere salari diversi a seconda del luogo di residenza, dove milioni di persone sono messe in condizione, in quanto variamente garantiti, di salvarsi da una epidemia e altri invece hanno il dovere “sociale” di esporsi al contagio in cambio della pagnotta.

Altro che fine delle ideologie, se a imporsi è una, globalizzata, che obbliga a maturare una falsa coscienza in grado di legittimare l’ordine sociale esistente, funzionale al suo dominio, tanto da adottare una gerarchia e una graduatoria di diritti, per persuadere che quelli fondamentali siano ormai conquistati e inalienabili e che adesso la mobilitazione debba riguardare quelli “aggiuntivi”, ancora più primari perché interessano la sfera psichica, le inclinazioni, l’emotività.

Come se i primi fossero stati concessi dal benessere elargito dalla manina del capitale e non da battaglie di riscatto e libertà, e qualche rinuncia o qualche limitazione fosse compensata dall’appagamento di altre istanze, proprie di minoranze non numeriche. Quando invece non c’è cessione di un diritto che garantisca l’esercizio di un altro, così come non c’è lotta di liberazione di un segmento di società che assicuri l’affrancamento di tutti.

È che quello che fa paura ai 15 Born in the Usa e agli americani a Roma è che la loro autorità sociale e morale venga scalzata grazie all’unica lotta che li minaccia, quella di classe.

 


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