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Il complesso del maggiordomo

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mi sono chiesta spesso perchè una buona fetta di italiani non sprovveduti, sufficientemente acculturati, almeno per questi tempi, che hanno visto via via ridursi le loro possibilità e  le loro aspirazioni, censurare (o auto censurare) desideri e aspettative come colpevoli pretese, imputati per aver loro o i loro padri avuto troppo, ecco mi sono domandata come mai non prendessero in considerazione l’ipotesi che esista una alternativa a questo processo di impoverimento e di demoralizzazione – nei due significati  di rinuncia alla felicità e di caduta di valori morali.

Come mai insomma considerino che non ci sia speranza per un “meglio di così” e soprattutto come si siano persuasi che non sia nelle loro possibilità di rinunciatari incalliti, di scettici e disincantati patologici, riprendersi le prerogative di cittadinanza e  partecipazione , condannati e rassegnati a stare in una nicchia, nella loro tana che non dovrebbe nemmeno essere poi così rassicurante, anche per chi preferisce un “conosciuto” grigio e incerto a un ignoto, è vero, ma forse più vivo, responsabile, cosciente.

Secondo i sociologi delle passioni tristo parrebbe che chi è stato spodestato e costretto a perdere beni, privilegi, garanzie, soffra di più di chi non li ha mai posseduti e non ne ha mai goduto: insomma quel ceto piccolo borghese che ha contribuito al “sistema-Paese” oggi sarebbe più infelice e più oppresso dei disperati che arrivano qui. Concezione opinabile, o almeno azzardata, credo, se a differenza del popolo dei barconi, vivono la loro condizione di neo vittime come incontrastabile, come un destino che non si può combattere, salvo prendere la strada dell’esilio in condizioni meno perigliose dei nigeriani o libici, senza neppure immaginare invece di riprendersi potere decisionale e  cittadinanza e esistenza dignitosa, peraltro per ora non minacciati da bombe, fame e carestia.

Qualcuno ha paragonato questo vasto ceto di classi medie immiserite, che avevano avuto accesso a piccole rendite patrimoniali perdute, a professioni creative gratificanti, a istruzione superiore, ora costrette alla cessione di agi imposta come doveroso riscatto dopo vacche grasse immeritate a animali che stanno in una tana rassicurante dalla quale pensano sia impossibile uscire. E allora, tant’è starci dentro e viverci al meglio accedendo al poco ancora autorizzato ed  elargito.

Tutti quelli che un tempo irridevano la piccola borghesia, i funzionari pubblici, il ceto media che ai lor occhi incarnava e interpretava stereotipi e pregiudizi conservatori, adesso si rivolgono a loro che grazie all’accesso all’istruzione pubblica e alla diffusione di massa di competenze e conoscenze sono diventati una estesa cerchia “intellettuale”, con appelli ricorrenti, sempre gli stessi periodicamente offerti in pasto alla stampa (ieri qualcuno ha riproposto l’invettiva incollerita del guru del San Raffaele sceso dalla Steinhof a mostrare il miracolo di una presa di coscienza senza il fastidio dell’autocritica) con qualche, sempre più esiguo, elenco di forme in calce.

Eh si, perchè della categoria degli intellettuali sono entrati a far parte professioni organizzative nel campo della cultura, ma anche della produzione, dell’informazione e dell’amministrazione, gente che per “censo” appartiene ormai a pieno titolo al proletariato, ma cui viene conferito il marchio di appartenenza alle élite neoliberiste. Con quello che ne consegue: obbligo di obbedienza al riformismo, quando le riforme altro non sono che misure di incremento della disuguaglianza, obbligo di annessione ai miti del progresso e dell’egemonia della tecnocrazia che dovrebbe liberarci dalla fatica ma anche dai diritti conquistati, obbligo di riprovazione dello stato e di riconoscimento di un superstato con il monopolio della gestione economica e sociale del Paese, obbligo di condanna del populismo quando viene interpretato come il malcontento del popolo bue nei confronti della dirigenza politica.

Così hanno avuto successo forme e coalizioni di governo che non interferiscono mai con l’economia capitalista, che concedono margini di manovra infinita alle lobby private multinazionali, prosperando nell’ambiente allestito dalle socialdemocrazie dove i diritti di cittadinanza sono stati commercializzati nel baratto con quello a consumare, a pagarsi assistenza e previdenza, in qualità di utenti meritevoli che risparmiano e investono per comprare quello che dovrebbe essere bene e servizio comune e collettivo.

In cambio viene elargita l’opportunità di sentirsi superiori, come il maggiordomo che non mangia a tavola col valletto e il lavapiatti, colonizzati come sono da correnti mainstream emancipatrici  ma solo per segmenti di pubblico speciali che reclamano riconoscimento e riscatto purché non investa il sistema, che chiedono la rimozione di barriere gerarchiche allo scopo di liberalizzare stili di vita individuali, purché non mettano in discussione  il modello di crescita, nel progressivo appiattimento degli ideali  costituzionali, ridotti al rispetto rituale e formale delle regole  della democrazia liberale.

Pare proprio che ci si debba accontentare dell’illusione di essere superiori e quindi esenti da certe minacce immeritate, quelle riservate al sale della terra. Ma state attenti, è solo un’illusione, pagata già a caro prezzo.

 

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Sicurezza di I° Classe

tav 1  Anna Lombroso per il Simplicissimus

Credo che nessuno si aspettasse che il  governo potesse precipitare nella crisi in pieno agosto, con il ministro in braghette e le braghe calate dei 5Stelle, quando   il numero di coloro che nel centrodestra si sono assentati o astenuti per non votare contro il governo, ha superato  il numero dei 5Stelle  (cinque appunto) che si sono assentati per non votare il si al decreto sicurezza bis, sul quale è stata mobilitata una frangia solerte disposta a spendersi per l’alleato ideale ma davvero abbandonato.

Adesso il partito umanitario che ogni giorno dispiega sui social le foto delle sue vacanze, può sostituire il selfie con dietro il panorama greco, dove si spende meno, o del Portogallo, o della masseria pugliese, con qualche commossa immaginetta di chi è destinato al rifiuto per mano dell’empio esponente del neofascismo.

Non si sono letti il testo del provvedimento che con scarsi interventi  – proprio come accade ormai con le misure del governo in carica che consistono perlopiù di fotocopie spiegazzate per il passaggio di mano in mano salvo qualche aggiustamento più virtuale che feroce – ripete stancamente le lezioni del passato nemmeno tanto recente, quelle prodotte dalla Bossi-Fini, dalla Maroni, dalla Turco-Napolitano e soprattutto da quelle firmate Minniti, che hanno esplicitamente dato la rotta per una repressione in forma di legge attuata per criminalizzare gli ultimi di tutte le etnie in modo da rassicurare i penultimi di pure razza ariana. Dobbiamo a quelle la centralità del decoro, la ammissione della paura e della diffidenza come virtù nazionali, la ratifica della differenza tra italiani e stranieri cui sono negati tutti i gradi di difesa garantiti ai connazionali, nel quadro degli empi contratti di cooperazione con governi fantoccio.

Non hanno voluto capire che quel pizzico di protervia sgangherata in più è stato sparso per persuadere della convinzione sbagliata, che si tratti di misure ad personam del bieco razzista che il Salvini ha scatenato suscitandolo fuori dagli italiani brava gente, contro gli “stranieri”, quando invece la partita si gioca domani a tutela di una sicurezza che altro non è che la difesa violenta irragionevole coercitiva e oppressiva di interessi affaristici che deve essere assicurata e riaffermata a ogni costo  e tutelata dai soliti sospetti.

Eh si perchè bisogna ricordare a chi pensa che non abbia la dignità di una lotta civile e la dignità di un tema umanitario quella intrapresa da un territorio che dice no al  Tav , che mentre si concede a tre regioni il diritto a venir meno a ogni patto di solidarietà nazionale, una parte del territorio italiano (non solo quelli dati in comodato agli Usa) è stato militarizzato, confinato e i suoi abitanti ( nel 2005 mille agenti in assetto antiguerriglia caricarono i manifestanti guidati dai sindaci con la fascia tricolore) sospettati, discriminati e sottoposti a una repressione brutale per punirli di quello che pare essere diventato il reato più inammissibile, la volontà di decidere delle proprie esistenze e dei propri beni comuni.

Quei beni comuni  incarnati per fare  qualche esempio, non solo dai boschi, dal paesaggio, dalle attività tradizionali,  ma anche dalla necropoli neolitica di Chiatamone schiacciata dalle forze dell’ordine coi mezzi pesanti dell’esercito o dal Museo Archeologico adiacente convertito in caserma, da Ponte sul Clarea presidiato e il cui passaggio è interdetto, annoverati tra le motivazioni che hanno spinto il Tribunale Permanente per i Diritti dei Popoli a emettere una sentenza storica  contro due governi, Berlusconi per la Legge Obiettivo e Renzi per lo Sblocca Italia, condannandoli alla pubblica riprovazione per aver escluso le comunità locali e i cittadini dai processi decisionali e perfino dalle informazioni dovute che interessano i loro territori.

Ci vorrebbe un Tribunale Permanente anche per il diritto all’informazione che avrebbe il suo bel da fare a giudicare una stampa che negli anni ha sempre più manifestamente abbracciato la causa “progressista” di un’opera che era già superata in fase progettuale al servizio degli interessi di una cerchia parassitaria che ha, non sorprendentemente dalla sua parte la cosiddetta sinistra Fiat (Chiamparino e Fassino) Forza Italia e Lega, Confindustria, Coop e cordate altre presenti in tutti gli scandali di malaffare e corruzione, una stampa che favoleggia delle magnifiche sorti di vettori futuristi “per merci e persone”, di formidabile bacino occupazionale: 470 per 10 anni al costo secondo i calcoli dei soliti disfattisti di 2.5 milioni per addetto, di  obblighi imposti dalla Commissione Europea che non ha mai chiesto che l’attraversamento delle Alpi avvenga su una line a ad alta velocità, di terrorizzanti penali a nostro carico mentre non esiste un solo contratto o accordo con governo francese, con l’Ue o con le imprese appaltanti che parli di sanzioni o multe, come dimostra il caso del Portogallo che quando uscì dall’armata del buco non fu costretto a sborsare nemmeno un centesimo, fino all’increscioso incidente della Stampa, l’house organ del tunnel che nel 2018 titola sfidando la sfiga: “Frejus come il Ponte Morandi, la Tav creerà flussi economici”. Per non parlare delle entusiastiche cronache dall’Onda Rosa delle sciure, “donne motore”  alla guida della nuova marcia dei  40 mila e dei goffi tentativi di screditare le analisi costi-benefici, compresa quella commissionata dal governo Gentiloni che bolla l’intervento come superato dalla realtà.

Proprio oggi a ridosso del voto al Senato il Sole 24 ore proprio come un Michele Serra che ha tante volte esortato a non opporsi allo sviluppo,qualunque ci fa sapere che “gli ingeneri di Lombardia e Piemonte stroncano le analisi costi-benefici sulla nuova linea ad alta velocità Torino-Lione e sul terzo valico dei Giovi. …. Una presa di posizione «costruttiva», come la definiscono l’Ordine degli ingegneri di Milano e di Torino, la Consulta regionale della Lombardia e la Federazione interregionale di Piemonte e Valle d’Aosta dei professionisti”.

E quando dicono costruttiva sanno quel che dicono i tecnici del partito del cemento in attesa del parere oggettivo degli ingegneri di Sicilia e Calabria in merito al ponte sullo Stretto, che proprio non si danno pace che per  i volumi di traffico futuri sopravvalutati e smentiti dalla realtà oltre che dalla previsioni, basterebbe un effettivo e quasi indolore adeguamento dell’Asse ferroviario Torino-Lione senza buco. O che la cura del ferro non ha prodotto esiti sulle nuove linee Av/Ac da Torino a Milano e ds Milano a Napoli, mentre le loro tangenziale sono afflitte da migliaia di veicoli pesanti e Tir, a fonte delle scintillanti rotaie inutilizzate, Segno evidente che il mito della velocità non è così profittevole, che bastava il Pendolini che resta un’eccellenza italiana, acquisita dai francesi che se lo rivendono in giro e che aveva la caratteristica di richiedere meno investimenti e meno consumi energetici, oltre a quella di fermarsi nelle stazioni intermedie.

Domani equipaggiata delle nuove disposizioni buone per armare il contrasto a antagonismi e opposizione, la cricca del buco innalzerà il suo totem davanti al quale sacrificare ragione e ragioni della cittadinanza, degli stranieri e degli stranieri in patria, quelli che reclamano il diritto di scegliere e decidere in libertà.


I boss delle cerimonie

2129108_don_antonio_boss_villaAnna Lombroso per il Simplicissimus

La Lega, per contrastare l’eclissi del sacro e rafforzare l’istituto matrimoniale purché benedetto, ha presentato una proposta di legge, primo firmatario il deputato Domenico Furgiuele  e sottoscritta da altri 51 , che prevede una  detrazione fiscale fino a 20 mila euro in 5 anni per i giovani sposi sotto i 35 anni e a basso reddito che decidono di sposarsi in chiesa.  Per la precisione  i beneficiari del bonus devono essere in possesso della cittadinanza italiana da almeno dieci e le spese, quali: ornamenti in chiesa, tra cui i fiori decorativi, la passatoia e i libretti, gli abiti per gli sposi, il servizio di ristorazione, le bomboniere, il servizio di coiffeur e di make-up, nonchè, il servizio del wedding reporter, devono state essere sostenute nel territorio nazionale.

Non si ha notizia se saranno ammessi al beneficio i riti officiati da rabbini, imam, se potranno godere della defalcazioni fastose o più sobrie liturgie celebrate nell’ambito di chiese non monoteiste Scientology compresa -che di solito non fa proselitismo presso ceti diversamente abbienti. Anche se lo spirito ecumenico  che anima la proposta creativa nasce dalla considerazione amara che  “Abbiamo assistito, di fatto, a un crollo dei matrimoni religiosi – è scritto nella relazione – pari a circa il 34 per cento, che in valore assoluto è pari a 54.491 nozze in meno nell’arco temporale di un decennio”. Da lì la volontà di penalizzare  quel  46,9 per cento laico del totale dei nubendi che sceglie il municipio, non tanto con la minaccia, come minimo, del Purgatorio, ma con quella più concreta di non essere sostenuti nell’acquisto dello smoking da coatto, del velo di pizzo macramè, dell’album e del filmato di immagini  dalla vestizione alla luna di miele, del cantante neo-melodico, del pranzo organizzato dal boss delle cerimonie e della funzione nell’amena cappella con opulente composizioni floreali disposte dalla suorine non disinteressate dell’annesso convento.

Sappiamo che il primo firmatario della proposta è un imprenditore del settore edile della Calabria dove si racconta che le feste di nozze durino come minimo tre giorni. Ma  senza dubitare della sua fede e militanza religiosa, è lecito sospettare che sia altrettanto attento al brand nuziale, declinato in tanti comparti merceologici, non escluso quello più strettamente “confessionale”, affitto della chiesa, con conseguente imposizione di  contratti in esclusiva per fiori, foto, musiche  d’organo, addobbi, indulgenze multiple, corsi di formazione al sacro vincolo.

Se dietro a ogni dogma si può sentire il fruscio della carta moneta abbiamo avuto ragione di sospettare dell’elargizione generosa dei diritti di coppia per quelle omosessuali in sostituzione di un regime che parificasse tutte le unioni civili  ai matrimoni. Abbiamo avuto ragione di dire che la libertà delle persone e delle loro inclinazioni e convinzioni si misura anche in quella di non volere stringere un vincolo ufficiale, ma di esigere comunque il riconoscimento anche giuridico di legami di affetto, solidarietà, amicizia e amore, rispetto e cura reciproca. Abbiamo avuto ragione di mettere in guardia dalla somministrazione parsimoniosa di licenze e prerogative dell’ambito personale e privato, in sostituzione di diritti che a torto credevamo inalienabili, come se tutti senza gerarchie e senza graduatorie non fossero fondamentali e primari.

Adesso c’è chi pensa che ancora una volta abbiamo avuto troppo, che è preferibile tornare a costumi e usi che dovrebbero stringere la morale comune in spazi più angusti e controllabili dai poteri che si sentono minacciati, chiesa compresa. Che non vuole intendere che la lontananza che si è determinata dalla sua comunità di  fedeli, non è frutto del consumismo depravato, ma della sua sudditanza alla supremazia del mercato, espressa non solo con le scorribande finanziarie dello Ior, ma con i regimi speciali concessi alle sue proprietà e attività non religiose, non deriva tanto dal numero e dalla qualità dei reati commessi dai suoi preti, che sono peccatori, ma dalla pervicace volontà di coprirli, oltraggiando le leggi di Dio è certo, ma anche quelle dei tribunali in terra.

Abbiamo avuto ragione di denunciare che movimenti e organizzazioni autodefinitesi progressiste abbiano riservato così falsa  e distratta attenzione alle politiche della vita, da soffocare bisogni, talenti, aspettative, aprendo valichi tremendi al malessere più irrazionale, ma ormai legittimo e non certo inatteso. E che abbiano con tanta tracotanza demolito lavoro e i suoi valori, istruzione e cultura, che abbiano con tanta costanza determinato l’affermarsi di rancore, diffidenza, risentimento, odio che la competizione è uscita dal terreno della concorrenza anche sleale per far irruzione nei patti generazionali, nei vincoli affettivi, dei rapporti famigliari, nelle relazioni d’amore.

Fa parte della nostra tragedia miserabile che la riaffermazione della triade Dio-Patria-Famiglia non sia nelle menti e nelle mani di sacerdoti ieratici e di autorità remote che incutono spavento e suscitano ubbidienza e soggezione, ma circoli grazie a baciapile e bacia-mafiosi, a beceri cialtroni che si ricordano i comandamenti solo in Tv e in campagna elettorale, a puttanieri incalliti, ladroni impenitenti, ed anche a addetti ai lavori dell’etica pubblica che di adoperano per la difesa, il mantenimento e la riproduzione  del dominio sociale, minando alla radice gli ideali di autodeterminazione, libero arbitrio, responsabilità. Per far posto a una falsa coscienza che addestra al conformismo, all’ubbidienza, alle convenzione, al decoro, che detta le leggi dell’amore finché morte non separa, che separarsi è anche quello un lusso per pochi, penitenti e assolti.


Sessismo progressista

fatto Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare che da mesi e mesi abbiano libera circolazione sul web le immagini piccanti dell’attività erotica di una giovane parlamentare che riveste importanti incarichi, “valorizzate” in questi giorni in qualità di rappresentazione plastica di un’indole trasgressiva da una sciagurata trasmissione di “denuncia” e da un ancora più sciagurato programma di  intrattenimento politico, condotto da una paladina delle figure istituzionali oltraggiate, purché donne appartenenti alla sua cerchia di riferimento.

È in voga una nuova pruderie, si vede, che promuove a illecito il sesso privato, in modo da attribuire la stessa natura indebita a un altro atto privato, la violazione di un patto non legale alienando o permettendo al fidanzato di alienare parte del fondo che i militanti sono tenuti a erogare alla loro organizzazione, atto scriteriato e al massimo inopportuno  e per il quale incorrerà in sanzioni disciplinari, niente di paragonabile, quindi, con l’attività di lobby condotta in nome  e per conto di ingombranti partner o familiari da autorevoli ministri del passato. Ma c’è di peggio a carico della improvvida,  immagini e video “rubati” e divulgati sarebbero stati ripresi con delle apparecchiature di videosorveglianza pagate appunto con quei fondi e utilizzate dallo scapestrato boy friend, non si sa se per infiammare una stanca relazione o a scopo di ricatto. Insomma una vicenda intima che diventa deplorevole solo in virtù dalla inappropriata pubblicità che ha  avuto.

Il privato è politico, recitava uno dei più potenti slogan del femminismo.

C’è poco da stare allegri da quando l’ostensione di attitudini, inclinazioni, comportamenti personali e soprattutto vizi, è diventata l’arma del confronto per eccellenza per ricattare e condizionare, oggetti di congiure e macchine del fango azionate per screditare, soggetti a manipolazioni e intimidazioni. E da quando  pettegolezzi pruriginosi, intercettazioni tanto licenziose quanto inutili a stabilire la verità, vengono  offerti alla stampa dagli stessi protagonisti di volta in volta vittime o  carnefici,  grazie alla somministrazione orchestrata di  rivelazioni mostrate sollevando i tendaggi delle alcove, sicché il giornalismo investigativo si limita a annusare lenzuola prima che diventino materia processuale.

E c’è poco da stare allegri se il privato è politico, e dunque va tutelato e trattato con cura prudente come insostituibile componente della democrazia, solo quando a essere oltraggiato è un membro autorevole delle cerchie dell’oligarchia o comunque unte dall’olio divino della stampa ufficiale, e soprattutto se l’offesa è donna, abilitata a sfoggiare tutto il repertorio del vittimismo istituzionale anche quando la blanda critica viene mossa a scelte e comportamenti lesivi dell’interesse generale e ancora di più di quello di genere: misure che cancellano diritti e valori del lavoro, impoverimento dello stato sociale,  privatizzazioni dell’assistenza, contributo all’indebitamento delle famiglie anche grazie a infami salvataggi di banche criminali e degli altrettanto criminali dirigenti, condanna a morte dell’istruzione pubblica e massacro di una delle professioni strategiche per la qualità sociale del Paese.

Perché anche la privacy appartiene alla sfera dei privilegi meritati grazie alla fidelizzazione al pensiero unico  che non spetta ai cittadini invasi e pervasi da un controllo che investe ogni angolo, anche i più riposti, investigato a fini commerciali, tanto che i consigli per gli acquisti di pannolini arrivano in mail insieme agli auguri delle compagne di scuola della puerpera,  e, ultimamente, le offerte di esequie a prezzi scontati pervengono ai dolenti insieme ai messaggi di condoglianze, e tanto che attraverso la rintracciabilità di consumi, acquisti e di operazioni  bancarie siamo assediati da call center implacabili, come anche dall’agenzia delle entrate che pare chiudere invece un occhio, meglio tutti e due, su grandi evasioni, elusioni e riciclaggi. Perché, si sa,  l’uomo della strada non ha il diritto di accesso all’attrezzatura di garanzie a difesa  dei “personaggi” pubblici –  benché spetterebbe a loro un superiore obbligo di trasparenza, e nemmeno la tribuna e la visibilità di cui dispongono e che impiegano largamente per denunciare l’affronto, preferendo di solito i canali della comunicazione a quelli giudiziari.

E infatti a sporgere timidamente la testolina ben pettinata per esprimere cauta solidarietà, sono delle pari dell’onorevole Giulia Sarti perlopiù con superiore profilo istituzionale e maggiore autorevolezza riconosciuta dai media,  che invece a guardare le bacheche delle militanti e delle professioniste del femminismo addomesticato dal bon ton liberista, non c’è traccia della  sorellanza, mica se la merita quella grullina, spesa a profusione per mogli contrite di espliciti pervertiti, carnefici lacrimose, irriducibili figlie di bancari sbrigativi tolti dall’imbarazzo con espedienti opachi, igieniste dentali prestate al governo di importanti regioni, ragazzotte infilate in letti influenti con la fruttuosa intermediazione di altre donne, della mamma o spontaneamente e così via.

Stavolta no, tutte zitte, per via, è ovvio, dell’appartenenza della reietta alla maggioranza governativa imputata di aver mostrato alle scopritrici recenti dell’antifascismo, la vera natura del totalitarismo incarnato dal Ddl Pillon, che evidentemente non erano bastati loro il riformismo e il progressismo che avevano ricacciato in casa le lavoratrici, che le ha condannate a sostituire l’assistenza privatizzata due volte, con il sostegno alle cliniche e delegando la cura a mamme, sorelle, spose, figlie,  che ha retrocesso l’insegnamento a compiti formativi per futuri schiavi, retrocedendo l’incarico pedagogico alla sorveglianza sulle necessarie qualità richieste: ubbidienza e conformismo, dichiarando la famiglia depositaria degli obblighi un tempo dello Stato, e dei doveri che ne conseguono, sulla cui conservazione è chiamata a vigilare come una sacerdotessa la donna.

Non c’era da aspettarsi di meglio da un certo  femminismo in salsa liberale, incentrato sulle libertà formali, intento all’eliminazione delle diseguaglianze di genere, purché  con strumenti accessibili solo alle donne che appartengono all’élite, preoccupato di separare l’uguaglianza  e l’emancipazione dalla necessità di trasformare la società e le relazioni sociali nella loro totalità, e che ritiene secondario superare lo sfruttamento del lavoro, il saccheggio delle risorse naturali, il razzismo, la guerra e l’imperialismo.

E d’altra parte non c’era molto da sperare da chi per anni  ha mosso battaglie contro il puttaniere  utilizzatore finale di ragazze  con lo scopo essenziale di condannarne le incresciose abitudini sessuali, gli osceni commerci carnali, lasciando sapientemente in ombra l’intoccabile conflitto di interessi, la indole criminale, le amicizie con mafiosi più rischiose di quelle con le olgettine, le velleità golpiste ben interpretate dal bonapartismo arruffone del successore.

Ancora una volta si è interpretato al peggio il valore politico dei comportamenti personali, utilizzando i pregiudizi negativi e positivi per contribuire all’accreditamento o alla penalizzazione delle tifoserie che occupano gli spazi della politica, sputando sul web maleducato per riservare benevolenza ai media cui si riconosce un ruolo di garanzia e di credibilità anche quando corre dietro alla rete per imbastire ad arte scandali e scalpore. E così tocca, ed è giusto, difendere la reputazione di una sciocchina per il cui reato di imprevidenza e imprudenza non esiste disposizione del codice penale, per difendere i diritti di tutti, donne e uomini, a essere sconsiderati dentro le mura di casa, se sono riusciti a conservarsele.

 

 

 


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