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I boss delle cerimonie

2129108_don_antonio_boss_villaAnna Lombroso per il Simplicissimus

La Lega, per contrastare l’eclissi del sacro e rafforzare l’istituto matrimoniale purché benedetto, ha presentato una proposta di legge, primo firmatario il deputato Domenico Furgiuele  e sottoscritta da altri 51 , che prevede una  detrazione fiscale fino a 20 mila euro in 5 anni per i giovani sposi sotto i 35 anni e a basso reddito che decidono di sposarsi in chiesa.  Per la precisione  i beneficiari del bonus devono essere in possesso della cittadinanza italiana da almeno dieci e le spese, quali: ornamenti in chiesa, tra cui i fiori decorativi, la passatoia e i libretti, gli abiti per gli sposi, il servizio di ristorazione, le bomboniere, il servizio di coiffeur e di make-up, nonchè, il servizio del wedding reporter, devono state essere sostenute nel territorio nazionale.

Non si ha notizia se saranno ammessi al beneficio i riti officiati da rabbini, imam, se potranno godere della defalcazioni fastose o più sobrie liturgie celebrate nell’ambito di chiese non monoteiste Scientology compresa -che di solito non fa proselitismo presso ceti diversamente abbienti. Anche se lo spirito ecumenico  che anima la proposta creativa nasce dalla considerazione amara che  “Abbiamo assistito, di fatto, a un crollo dei matrimoni religiosi – è scritto nella relazione – pari a circa il 34 per cento, che in valore assoluto è pari a 54.491 nozze in meno nell’arco temporale di un decennio”. Da lì la volontà di penalizzare  quel  46,9 per cento laico del totale dei nubendi che sceglie il municipio, non tanto con la minaccia, come minimo, del Purgatorio, ma con quella più concreta di non essere sostenuti nell’acquisto dello smoking da coatto, del velo di pizzo macramè, dell’album e del filmato di immagini  dalla vestizione alla luna di miele, del cantante neo-melodico, del pranzo organizzato dal boss delle cerimonie e della funzione nell’amena cappella con opulente composizioni floreali disposte dalla suorine non disinteressate dell’annesso convento.

Sappiamo che il primo firmatario della proposta è un imprenditore del settore edile della Calabria dove si racconta che le feste di nozze durino come minimo tre giorni. Ma  senza dubitare della sua fede e militanza religiosa, è lecito sospettare che sia altrettanto attento al brand nuziale, declinato in tanti comparti merceologici, non escluso quello più strettamente “confessionale”, affitto della chiesa, con conseguente imposizione di  contratti in esclusiva per fiori, foto, musiche  d’organo, addobbi, indulgenze multiple, corsi di formazione al sacro vincolo.

Se dietro a ogni dogma si può sentire il fruscio della carta moneta abbiamo avuto ragione di sospettare dell’elargizione generosa dei diritti di coppia per quelle omosessuali in sostituzione di un regime che parificasse tutte le unioni civili  ai matrimoni. Abbiamo avuto ragione di dire che la libertà delle persone e delle loro inclinazioni e convinzioni si misura anche in quella di non volere stringere un vincolo ufficiale, ma di esigere comunque il riconoscimento anche giuridico di legami di affetto, solidarietà, amicizia e amore, rispetto e cura reciproca. Abbiamo avuto ragione di mettere in guardia dalla somministrazione parsimoniosa di licenze e prerogative dell’ambito personale e privato, in sostituzione di diritti che a torto credevamo inalienabili, come se tutti senza gerarchie e senza graduatorie non fossero fondamentali e primari.

Adesso c’è chi pensa che ancora una volta abbiamo avuto troppo, che è preferibile tornare a costumi e usi che dovrebbero stringere la morale comune in spazi più angusti e controllabili dai poteri che si sentono minacciati, chiesa compresa. Che non vuole intendere che la lontananza che si è determinata dalla sua comunità di  fedeli, non è frutto del consumismo depravato, ma della sua sudditanza alla supremazia del mercato, espressa non solo con le scorribande finanziarie dello Ior, ma con i regimi speciali concessi alle sue proprietà e attività non religiose, non deriva tanto dal numero e dalla qualità dei reati commessi dai suoi preti, che sono peccatori, ma dalla pervicace volontà di coprirli, oltraggiando le leggi di Dio è certo, ma anche quelle dei tribunali in terra.

Abbiamo avuto ragione di denunciare che movimenti e organizzazioni autodefinitesi progressiste abbiano riservato così falsa  e distratta attenzione alle politiche della vita, da soffocare bisogni, talenti, aspettative, aprendo valichi tremendi al malessere più irrazionale, ma ormai legittimo e non certo inatteso. E che abbiano con tanta tracotanza demolito lavoro e i suoi valori, istruzione e cultura, che abbiano con tanta costanza determinato l’affermarsi di rancore, diffidenza, risentimento, odio che la competizione è uscita dal terreno della concorrenza anche sleale per far irruzione nei patti generazionali, nei vincoli affettivi, dei rapporti famigliari, nelle relazioni d’amore.

Fa parte della nostra tragedia miserabile che la riaffermazione della triade Dio-Patria-Famiglia non sia nelle menti e nelle mani di sacerdoti ieratici e di autorità remote che incutono spavento e suscitano ubbidienza e soggezione, ma circoli grazie a baciapile e bacia-mafiosi, a beceri cialtroni che si ricordano i comandamenti solo in Tv e in campagna elettorale, a puttanieri incalliti, ladroni impenitenti, ed anche a addetti ai lavori dell’etica pubblica che di adoperano per la difesa, il mantenimento e la riproduzione  del dominio sociale, minando alla radice gli ideali di autodeterminazione, libero arbitrio, responsabilità. Per far posto a una falsa coscienza che addestra al conformismo, all’ubbidienza, alle convenzione, al decoro, che detta le leggi dell’amore finché morte non separa, che separarsi è anche quello un lusso per pochi, penitenti e assolti.

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Sessismo progressista

fatto Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare che da mesi e mesi abbiano libera circolazione sul web le immagini piccanti dell’attività erotica di una giovane parlamentare che riveste importanti incarichi, “valorizzate” in questi giorni in qualità di rappresentazione plastica di un’indole trasgressiva da una sciagurata trasmissione di “denuncia” e da un ancora più sciagurato programma di  intrattenimento politico, condotto da una paladina delle figure istituzionali oltraggiate, purché donne appartenenti alla sua cerchia di riferimento.

È in voga una nuova pruderie, si vede, che promuove a illecito il sesso privato, in modo da attribuire la stessa natura indebita a un altro atto privato, la violazione di un patto non legale alienando o permettendo al fidanzato di alienare parte del fondo che i militanti sono tenuti a erogare alla loro organizzazione, atto scriteriato e al massimo inopportuno  e per il quale incorrerà in sanzioni disciplinari, niente di paragonabile, quindi, con l’attività di lobby condotta in nome  e per conto di ingombranti partner o familiari da autorevoli ministri del passato. Ma c’è di peggio a carico della improvvida,  immagini e video “rubati” e divulgati sarebbero stati ripresi con delle apparecchiature di videosorveglianza pagate appunto con quei fondi e utilizzate dallo scapestrato boy friend, non si sa se per infiammare una stanca relazione o a scopo di ricatto. Insomma una vicenda intima che diventa deplorevole solo in virtù dalla inappropriata pubblicità che ha  avuto.

Il privato è politico, recitava uno dei più potenti slogan del femminismo.

C’è poco da stare allegri da quando l’ostensione di attitudini, inclinazioni, comportamenti personali e soprattutto vizi, è diventata l’arma del confronto per eccellenza per ricattare e condizionare, oggetti di congiure e macchine del fango azionate per screditare, soggetti a manipolazioni e intimidazioni. E da quando  pettegolezzi pruriginosi, intercettazioni tanto licenziose quanto inutili a stabilire la verità, vengono  offerti alla stampa dagli stessi protagonisti di volta in volta vittime o  carnefici,  grazie alla somministrazione orchestrata di  rivelazioni mostrate sollevando i tendaggi delle alcove, sicché il giornalismo investigativo si limita a annusare lenzuola prima che diventino materia processuale.

E c’è poco da stare allegri se il privato è politico, e dunque va tutelato e trattato con cura prudente come insostituibile componente della democrazia, solo quando a essere oltraggiato è un membro autorevole delle cerchie dell’oligarchia o comunque unte dall’olio divino della stampa ufficiale, e soprattutto se l’offesa è donna, abilitata a sfoggiare tutto il repertorio del vittimismo istituzionale anche quando la blanda critica viene mossa a scelte e comportamenti lesivi dell’interesse generale e ancora di più di quello di genere: misure che cancellano diritti e valori del lavoro, impoverimento dello stato sociale,  privatizzazioni dell’assistenza, contributo all’indebitamento delle famiglie anche grazie a infami salvataggi di banche criminali e degli altrettanto criminali dirigenti, condanna a morte dell’istruzione pubblica e massacro di una delle professioni strategiche per la qualità sociale del Paese.

Perché anche la privacy appartiene alla sfera dei privilegi meritati grazie alla fidelizzazione al pensiero unico  che non spetta ai cittadini invasi e pervasi da un controllo che investe ogni angolo, anche i più riposti, investigato a fini commerciali, tanto che i consigli per gli acquisti di pannolini arrivano in mail insieme agli auguri delle compagne di scuola della puerpera,  e, ultimamente, le offerte di esequie a prezzi scontati pervengono ai dolenti insieme ai messaggi di condoglianze, e tanto che attraverso la rintracciabilità di consumi, acquisti e di operazioni  bancarie siamo assediati da call center implacabili, come anche dall’agenzia delle entrate che pare chiudere invece un occhio, meglio tutti e due, su grandi evasioni, elusioni e riciclaggi. Perché, si sa,  l’uomo della strada non ha il diritto di accesso all’attrezzatura di garanzie a difesa  dei “personaggi” pubblici –  benché spetterebbe a loro un superiore obbligo di trasparenza, e nemmeno la tribuna e la visibilità di cui dispongono e che impiegano largamente per denunciare l’affronto, preferendo di solito i canali della comunicazione a quelli giudiziari.

E infatti a sporgere timidamente la testolina ben pettinata per esprimere cauta solidarietà, sono delle pari dell’onorevole Giulia Sarti perlopiù con superiore profilo istituzionale e maggiore autorevolezza riconosciuta dai media,  che invece a guardare le bacheche delle militanti e delle professioniste del femminismo addomesticato dal bon ton liberista, non c’è traccia della  sorellanza, mica se la merita quella grullina, spesa a profusione per mogli contrite di espliciti pervertiti, carnefici lacrimose, irriducibili figlie di bancari sbrigativi tolti dall’imbarazzo con espedienti opachi, igieniste dentali prestate al governo di importanti regioni, ragazzotte infilate in letti influenti con la fruttuosa intermediazione di altre donne, della mamma o spontaneamente e così via.

Stavolta no, tutte zitte, per via, è ovvio, dell’appartenenza della reietta alla maggioranza governativa imputata di aver mostrato alle scopritrici recenti dell’antifascismo, la vera natura del totalitarismo incarnato dal Ddl Pillon, che evidentemente non erano bastati loro il riformismo e il progressismo che avevano ricacciato in casa le lavoratrici, che le ha condannate a sostituire l’assistenza privatizzata due volte, con il sostegno alle cliniche e delegando la cura a mamme, sorelle, spose, figlie,  che ha retrocesso l’insegnamento a compiti formativi per futuri schiavi, retrocedendo l’incarico pedagogico alla sorveglianza sulle necessarie qualità richieste: ubbidienza e conformismo, dichiarando la famiglia depositaria degli obblighi un tempo dello Stato, e dei doveri che ne conseguono, sulla cui conservazione è chiamata a vigilare come una sacerdotessa la donna.

Non c’era da aspettarsi di meglio da un certo  femminismo in salsa liberale, incentrato sulle libertà formali, intento all’eliminazione delle diseguaglianze di genere, purché  con strumenti accessibili solo alle donne che appartengono all’élite, preoccupato di separare l’uguaglianza  e l’emancipazione dalla necessità di trasformare la società e le relazioni sociali nella loro totalità, e che ritiene secondario superare lo sfruttamento del lavoro, il saccheggio delle risorse naturali, il razzismo, la guerra e l’imperialismo.

E d’altra parte non c’era molto da sperare da chi per anni  ha mosso battaglie contro il puttaniere  utilizzatore finale di ragazze  con lo scopo essenziale di condannarne le incresciose abitudini sessuali, gli osceni commerci carnali, lasciando sapientemente in ombra l’intoccabile conflitto di interessi, la indole criminale, le amicizie con mafiosi più rischiose di quelle con le olgettine, le velleità golpiste ben interpretate dal bonapartismo arruffone del successore.

Ancora una volta si è interpretato al peggio il valore politico dei comportamenti personali, utilizzando i pregiudizi negativi e positivi per contribuire all’accreditamento o alla penalizzazione delle tifoserie che occupano gli spazi della politica, sputando sul web maleducato per riservare benevolenza ai media cui si riconosce un ruolo di garanzia e di credibilità anche quando corre dietro alla rete per imbastire ad arte scandali e scalpore. E così tocca, ed è giusto, difendere la reputazione di una sciocchina per il cui reato di imprevidenza e imprudenza non esiste disposizione del codice penale, per difendere i diritti di tutti, donne e uomini, a essere sconsiderati dentro le mura di casa, se sono riusciti a conservarsele.

 

 

 


Venezia. Gabelle medievali, svendite moderne

Carnevale Cannaregio Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il Consiglio comunale di Venezia ha approvato nei giorni scorsi il Regolamento di applicazione del “contributo di accesso” al centro storico, la cosiddetta tassa di sbarco introdotta per la città lagunare dall’ultima legge di bilancio. Sono previste ben 22 tipologie di esenzione dal tributo: da quella per i nativi che abitano altrove a quella per tifosi, curve e hooligans compresi, in trasferta a Venezia per seguire gli eventi sportivi. Il  sindaco Luigi Brugnaro esprime compiacimento: «È un regolamento unico al mondo ed è la prima volta che qualcuno osa fare qualcosa di così impattante rispetto all’utilizzo di una città”.

Fatta la legge trovato l’inganno, recitava il vecchio proverbio. E adesso possiamo contare su Floris che alle istruzioni per aggirare le regole e gabbare lo stato sul reddito di cittadinanza, erudisca torme di garrule monache, scolaresche di adolescenti che trascinano i piedi sui masegni, galli in canottiera traforata e brachette, sassoni sudati che emanano afrori endogeni misti a filtri solari, pantere grigie col parroco in testa, bagnanti che giungono da Jesolo in pareo e calzoncini, trattati come numeri dalle agenzie, uniformati da berrettini (non a caso al terminologia che li riguarda è in gran parte militare: invasione, avanguardie, colonne prese d’assalto, concentramenti), e tutti parimenti adirati, su come evitare l’ingiusto obolo. Perché su questo hanno ragione, si tratta di un’imposizione ingiusta frutto dell’ideologia della disuguaglianza per censo, che sostituisce in questo caso una limitazione necessaria per stabilire e rispettare la capacità di carico della città, con una misura basata sulla capacità di spesa.

Quindi possiamo aspettarci che la creatività di tour operator, affittacamere, albergatori, osti e ciceroni si dimostri con espedienti immaginifici come è giusto avvenga in una città d’arte, in modo da aggirare le incresciose regole tramite autocertificazione di requisiti che potrebbero sconfinare nell’ambito dei diritti fondamentali e inalienabili: quello a presenziare a una gara agonistica su che fa la pipì più lontano in Canalazzo, o l’adesione a un safari di pantegane, quello a effettuare un sopralluogo, su mandato di influencer gastronomici, sul saor e l’efficacia nel tempo della suddetta forma di marinatura testata nel passato per conservare un alto prelato di Torcello la cui salma non poteva essere tumulata a Venezia  per via delle avverse condizioni meteorologiche, o anche la partecipazione a eventi a alto contenuto sociale, come il bacio collettivo qualche anno fa celebrato in Piazza, o anche  l’appartenenza con regolare esibizione dei requisiti e degli attestati a una qualche cerchia di meritevoli che un amico intelligente ha voluto giorni fa identificare in “amici di Costa Crociere”, o meglio aspirante speculatore edilizio a Marghera che il sindaco Brugnaro vuole promuovere a Serenissima 2 a vocazione turistica con tanto di frontline come Dubai e hotel come a Las Vegas e così via.

D’altra parte Venezia è abituata a leggi che non solo possono essere aggirate per motivi di interesse, per corrompere e ridurre tutto a merce, ma che proprio  nascono corrotte come nel caso del suo Mose, affidato a un’aberrazione giuridica.

Figuriamoci se si stupisce di un provvedimento che parte da un principio insano, per non dire suicida: per tutto il mondo andare a Venezia non deve essere un piacere ma un obbligo, un dovere morale e sociale per centomila crocieristi, centomila dipendenti della Toshiba, centomila scolari di college, centomila monache, centomila pensionati con centomila curati sollecitati a convergere tra le Mercerie e la Torre dell’Orologio, tra la Stazione e Campo Santi Apostoli. E’ diventato un impegno, un imperativo categorico che da oggi però, anche se si limita a un soggiorno breve, conquistato con mezzi di fortuna, un mordi e fuggi effimero, una tappa di crociera o una deviazione in vista della costa romagnola, grazie al pagamento di un modesto tributo si converte per  chi l’ha sborsato in diritto a calpestare i sacri mosaici con gli zoccoletti, a intavolare un picnic di cibi estratti dallo zaino all’ombra delle Procuratie,  abbandonando poi le bottigliette e i sacchetti in bella mostra, a tuffarsi dal Ponte di Rialto, a cavalcare i leoni dell’omonima Piazzetta, a trascinare trolley e perfino biciclette “su e zo per i ponti”, salvo magari quello di Calatrava dove sarebbe consigliabile non avventurarsi.

Eh sì perché la misura di commercializzazione della città sia pure a prezzi scontati già praticata con l’alienazione del patrimonio comune di palazzi, siti, immobili di pregio, permette a chi paga di acquisire un diritto di proprietà, o, più modestamente, di libero oltraggio. Anche perché l’ingresso in quello che la giunta veneziana ha dichiarato non più città, ma museo a cielo aperto realizzando la distopia imperiale che vuole l’Italia un grande parco tematico coi cittadini ridotti in servitù, camerieri, facchini, pony, baristi, tassisti, infine mica costa come un ingresso allo stadio, mica come una sera in discoteca, mica come un menu degustazione del locale della star di masterchef, ma molto meno, molto meno, così poco che non può essere interpretato come un dissuasivo disincentivo e non giustifica il provvedimento se non con motivazioni ideologiche. Quelle del pensiero debolissimo di un ceto dirigente consegnato al dio mercato che ha fatto della città, delle città, un prodotto da svendere, affittare, dissipare, svuotare di chi ci vive e lavora, per sostituirli con più desiderabili avventori e consumatori.

Ormai è fatta, non serve nemmeno ricordare che ben altro si sarebbe dovuto fare per difendere almeno la città se non i suoi residenti dall’affronto quotidiano (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/01/02/gabellieri-in-gondoleta/ ): controllo e razionalizzazione preventiva dei flussi, numero chiuso, certamente, ma soprattutto un nuovo pensare a Venezia come a una città e non come a un albergo diffuso, o peggio, a un “museo a cielo aperto”, e ai suoi residenti come a cittadini da rispettare e non da espellere, a meno che non si prestino a mansioni precarie e dequalificate. Ma questo significherebbe contrastare l’avidità irriducibile dei nuovi speculatori globali, l’egemonia delle rendite monopolistiche, il suolo urbano come terreno di estrazione, la città come brand da dissanguare. Significherebbe  abbattere  il nuovo “ordine urbano”, la  monocoltura turistica, che provoca l’espulsione e il pendolarismo di lavoratori e abitanti nel parco a tema, che induce la trasformazione del territorio, del paesaggio e dei monumenti da bene comune a merce.

Così  si deve fare i conti con una verità brutale e rimossa dalla nostra ammortizzata società: viaggi sempre più facili su aerei e navi sempre più grandi, su pullman multipiano, su treni sempre più lunghi e inutilmente veloci, su auto sempre più velenosamente efficienti mettono sempre più in circolazione masse di turisti “poveri” per i quali si possono moltiplicare i cestini con pizza e cocacola, le lattine di birra e gli hotdog, ma non Venezia, Taormina, Capri, Firenze, Pisa, luoghi unici e non replicabili neppure a Las Vegas destinati a diventare, pena la distruzione totale, destinazioni e privilegi per minoranze.

E se non è giusto che si voglia essere tutti nello stesso posto e nello stesso tempo, se non è giusto che luoghi eccezionali per essere goduti da tutti prevedano di non essere goduti da chi ci vive e ha contribuito nei secoli a farne il prodigio che sono, è altrettanto ingiusto che sia necessario via via impedire che in mezzo alla calca sudata e spesso ignorante e distratta, che si dà gomitate per farsi un selfie davanti al Ponte dei Sospiri, tra gli scimmieschi analfabeti e annoiati  che si trascinano stancamente in Fondamenta dei Vetrai per acquisire un animaletto made in Taiwan, qualcuno, un illuminato per caso, scopra la bellezza, venga fulminato dalla Madonna dell’Arancio, dai Mori che stanno a guardia dell’appartato campiello, che qualcuno, sia pure tirato su a spot, a scenari di cartapesta, a manga e percorsi virtuali,  senta come un alito, un sussurro, una luce di perfezione, non gretta, non commerciale, non cruda, una grazia insomma, la benedizione laica della bellezza.  In fondo è per loro che il Consiglio dei Dieci si sarebbe impegnato a trovare una soluzione, è per loro che, cogitabondi, hanno meditato di diritti e  morale, doveri e responsabilità collettive, Lutero, Kant,  Schopenhauer e Marx.

E cosa pretendevamo da Brugnaro?


L’ingiustizia è uguale per tutti

Allegoria della Giustizia di Bernini

Bernini: Allegoria della Giustizia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Certo vedere i reprobi eccellenti in manette è una bella soddisfazione e anche accontentarsi di saperli agli arresti domiciliari. Purtroppo è un contentino  rispetto alla gratificazione di non vederli più, scomparsi in un cono d’ombra, negletti da talkshow e oscurati dagli opinionisti come meriterebbero, e ancora più a paragone del compiacimento per la loro eclissi definitiva post-elettorale.

Da anni ormai siamo abituati a pensare che se non siamo capaci di liberarci dell’abuso illegittimo della politica, del parlamento e della gestione della cosa pubblica da parte di un ceto che mostra un istinto ferino alla trasgressione, alla corruzione, all’impiego privato di ruolo, rendita e potere che ne consegue, possiamo contare sulla magistratura che prima o poi ci vendica. Si, auspicando  che ci riscatti e li castighi, e non faccia “giustizia”, perché negli anni forma e contenuto di questo “”valore” sono stati aggiornati, disperdendo o modernamente resettando la sua qualità morale e sociale, quella attinente al contrasto alle disuguaglianze, quelle suscitate della lotteria naturale e quelle determinate dallo scontro di classe.

Non a caso proprio da parte di un soggetto politico che ieri grazie a una liberatoria  non del tutto arbitraria è sfuggito alle sue maglie, viene continuamente richiamata la opportunità di valersi di un utilizzo privato della giustizia, sotto forma di pistola sul comodino. Niente di diverso da chi pensa che l’appartenenza a un ceto con tutto il corredo di principi e valori identitari: arrivismo, ambizione, indole alla sopraffazione e allo sfruttamento, familismo e clientelismo, autorizzi a una interpretazione personale delle regole, dileggiate in quanto ostacolo a libera iniziativa e imprenditorialità. Sicché l’ingresso a gamba tesa di un altro ceto, quello giudiziario, viene inteso come a una guerra intestina mossa per chissà quali opachi moventi o per segnare il territorio del quale vengono rivendicati l’occupazione e il possesso in comodato.

Eh si, ieri ne abbiamo avuto due rappresentazioni allegoriche.

La giunta per le immunità del Senato ha respinto la richiesta di autorizzazione a procedere del tribunale di Catania contro il ministro Matteo Salvini per il caso della nave Diciotti, con una decisione presa a maggioranza: 16 voti contro il processo e 6 a favore, un risultato  scontato dopo l’esito della consultazione online dei 5Stelle, una cerimonia officiata nel quadro dell’odierna imitazione della democrazia nella quale siamo costretti a vivere, da avventizi dell’oligarchia  incaricati di sperimentare l’occupazione della rete, in modo che cada anche uno degli ultimi baluardi di massa, sia pure con effetti francamente grotteschi.

È uno dei paradossi della nostra contemporaneità, la possibilità per il ceto politico di difendere i propri comportamenti illegali o illegittimi – anche se il caso in questione è opinabile perché le leggi non sono teoremi aritmetici da applicare con un approccio contabile –   grazie alla determinazione  e al lascito i padri costituenti e in particolare Lelio Basso, i socialisti e i Comunisti che vollero stabilire attraverso gli articoli 68 e 96 la tutela degli eletti dalle pressioni e dai condizionamenti di poteri forti, in modo che venisse tutelata “la libera esplicazione delle funzioni del Parlamento, contro indebite ingerenze” da parte della magistratura, certo, in un tempo nel quale la sua autonomia era ancora incerta.

E’ un’eredità quella che abbiamo difeso insieme a altri principi messi in pericolo da “riforme” volte a consegnare le istituzioni e noi all’ideologia neoliberista della deregulation, del dominio incontrastato e della supremazia del “privato”, del superpotere attribuito all’esecutivo. E si tratta infatti di quella cassetta degli attrezzi che utilizza per la sua propaganda difensiva l’altro co-protagonista sulla scena di ieri, quando (ne ha scritto il Simplicissimus qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/02/20/arcipelago-rignano/) ) riconferma  la sua “fiducia” inossidabile nella magistratura, purché tratti coi guanti gialli il suo asse dinastico, che in virtù del suo ruolo pubblico ha diritti inversi ai nostri in materia di privatezza, impunità, immunità, insindacabilità delle azioni e dei comportamenti.

C’è poco da dire, viviamo il paradosso della debolezza, ci è stata concessa la ”prerogativa”  di accettare i comandi, deprecandoli, di essere servi, lamentandoci, di ubbidire, ma brontolando. Perfino ci è stato sottratto il diritto libero di votare in virtù di leggi contraffatte, liste bloccate, differenti e disuguali condizioni di partenza dei candidati, impari mezzi profusi, permettendo la finzione di consultazioni virtuali su piattaforme di soggetti privati, che vale per le autorizzazioni a procedere o per i talent.

Vale anche per la giustizia, quando diritti duramente conquistati e che credevamo a torto  inalienabili, quelli “materialisti” (che ispiravano la ‘critica sociale’ e la lotta di classe) ormai  declassati  a gruzzolo micragnoso a disposizione di tutti e  garantito,  in favore di “valori post-materiali” più moderni e fashion. Sicché dando retta indirettamente a chi ha stabilito delle graduatorie, prima gli italiani, prima i maschi, prima gli eterosessuali, si instaurano delle contro-gerarchie  morali e etniche, che indicano i fronti di denuncia e militanza, prima gli immigrati, prima gli omosessuali, prima le donne, come se togliere qualcosa agli uni arricchisse gli altri.

Così l’amministrazione della giustizia segue le tendenze della moda e dello spettacolo, altro settore fortemente e irriducibilmente condizionato dal mercato. Ci elargisce qualche spot gratificante di potenti minacciati dalle catene, quando le nostre galere sono affollate di ladruncoli e piccoli spacciatori, mentre bancarottieri e corruttori entrano e escono dalle loro porte girevoli pronti a occupare altri posti in prestigiosi consigli di amministrazione. Quando a essere perseguiti con rigore sono i reati di strada, le condotte dei poveri, mentre gli illeciti commessi da chi può e sta in lato sono trattati con indulgenza e la comprensione che si riserva  a chi dà lavoro, a chi non deve essere ostacolato da lacci e laccioli, a chi è troppo impegnato per svolgere quelle moleste attività da straccioni: dichiarazione dei redditi, osservanza delle regole in materia di previdenza o edilizia.

Lo credo che chi sta su o non si rassegna a scendere ha fiducia della giustizia, mica è uguale per tutti.

 


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