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Nostra Signora dei like

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una delle accuse che mi vengono mosse più di frequente – subito dopo radical chic- è che “non mi va mai bene niente”. Immagino sia vero, perché non mi viene mai in mente qualcosa di promettente, che funzioni, che risponda a bisogni e aspettative.

Ho premesso questa nota autobiografica perché ho mai nutrito né fiducia né simpatia per una organizzazione che per combattere le lobby ne mutua modi e tratti diventando a sua volta lobby, la cui influenza cresce man mano che aumenta il potere intimidatorio conquistato a suon di compromessi “doverosi” in nome della buona causa, di negoziati non sempre trasparenti, di vicende giudiziarie che evaporano nell’oblio di anni di cause e ricorsi.

Ma non è per questo che  ho mai seguito con particolare interesse ascesa e declino del Codacons, anche prima della svolta in difesa dell’ortodossia cattolica:  è che mi ostino a pensare che bisogna tutelare i diritti dei cittadini – uomini, donne, vecchi, bambini, lavoratori, disoccupati, sani, malati, utenti, agnostici, laici, praticanti –  in quanto tali, e non in veste di consumatori, come invece ci hanno insegnato a fare i nostri colonizzatori e un imprenditore prestato alla politica che ha realizzato da noi  il sogno americano  di commercializzare e trasformare la realtà  in spettacolo a pagamento, gli elettori in spettatori, i tribunali in Forum, la buvette in mercatino del baratto, la comunicazione politica in talkshow.

Però bisogna comprendere se, via via che scemava l’ascendente sul pubblico, via via che si è ridotta l’autorità di stati intermedi: partiti, sindacati, associazioni polverizzate in una miriade di soggetti di consulenza, aiuto, assistenza, che navigano nel mare virtuale, la prestigiosa “Associazione di associazioni” ha perso la testa alla ricerca di bersagli, battaglie, slogan. 

E così, spericolatamente, ha imboccato una temeraria via sacra,  denunciando per blasfemia Chiara Ferragni il cui viso ha sostituito quello della Madonna in un dipinto   del Sassoferrato, a corredo di una intervista al marito su Vanity Fair.

Accusandola, solo ora dopo le visite pastorali agli Uffizi o a Venezia dove le è stato donato in segno di gratitudine per la pubblicità offerta alla “ridente cittadina veneta” (il copyright va a un  lontano Tg3), accusandola in sostanza di fare il suo mestiere che le ha regalati fama e denaro: sfruttare la religione e le sue icone a scopo commerciale  “essendo noto come sia una vera e propria macchina da soldi finalizzata a vendere prodotti, sponsorizzare marchi commerciali e indurre i suoi follower all’acquisto di questo o quel bene”.

Come al solito, il problema con le cretinate più sciagurate è che ti tocca difendere l’indifendibile, così succede di prendere le parti perfino di una che si è venduta le doglie e il parto,  che campa sfoggiando schifezze globali in modo che il motore dell’invidia consigli gli incauti acquisti, vivendo e mostrandosi in stato perenne di donna sandwich per fare il marketing di se stessa, del suo e di altri marchi, imputata in veste di marcante nel tempio da qualcuno che a sua volta vuole riconquistarsi una fetta di mercato con il suo  spot a sfondo religioso firmato neo-Inquisizione.

Però, quello che non è francamente sopportabile è che ai milioni di follower portati a giustificazione della resa davanti alla funesta imprenditrice di se stessa e di dozzinali puttanate di direttori di musei, sindaci, pensatori, adesso si siano aggiunti gli “antifascisti” folgorati da una sua profonda analisi su Instagram effettuata in occasione della morte di Willy, un delitto, ha scritto,  maturato nella “cultura fascista e razzista”.

Giù le mani dalla partigiana Chiara, il messaggio  circolava in rete, sui social e sui giornaloni.

La verità è che se proprio si vuol riconoscere un merito alla Ferragni è quello di capire tempestivamente quali prodotti funzionano sul mercato “morale” e sociale, riconoscendo il valore commerciale dell’antifascismo, che fa vendere “fermenti” che manifestano a sostegno dell’establishment, candidati che cantano Sciur paròn dali beli braghe bianche ma aspirano a mettere al lavoro nei campi gratis quelli che percepiscono il reddito di cittadinanza o a costi stracciati gli immigrati che così possono comprarsi la regolarizzazione provvisoria, fini opinionisti che concepiscono l’accoglienza incarnata da camerierine in grembiulino e crestina e giardinieri in livrea nel giardino di Capalbio.

Tra tanti stracci sontuosi delle Grandi Griffe, Ferragni ha scoperto che funziona  altrettanto bene delle pezze multicolorate e delle scarpe cucite dai ragazzini del Bangladesh, promosse a oggetto di culto grazie a lei, qualcosa che costa, che ormai si trova su tutti gli scaffali del pensiero comune insieme alla paccottiglia del cosmopolitismo,  dell’integrazione di badanti e muratori, purchè declamatori di Dante, dell’antirazzismo che si configura come contrasto all’energumeno  che ha avuto la capacità di suscitare odio redentivo, come se il semplice detestarlo avesse la virtù di purificare da ogni peccato.

E chi meglio di lei potrebbe impersonare l’antifascismo di facciata, quello che non elabora il passato, preferendo riconoscere solo nel suo tragico folclore i segni del presente,  rimuovendo la sua continuità nell’avidità di accumulare ricchezze, di sfruttare popoli e risorse, di manomettere territorio, memoria, verità, di abbattere la scure della censura sui dissidenti, di organizzare spedizioni coloniali, di zittire o eliminare concorrenza ideale, di imprigionare chi obietta e preferibilmente farlo fuori, di condurre pogrom  orchestrati contro un nemico a piacere scelto per legittimare una guerra o una purificazione.

Tocca sempre ripetersi, un antifascismo senza riscatto dei sommersi, degli sfruttati, degli emarginati è  diventato una cifra irrinunciabile per ceti che  desiderano sentirsi ancora borghesi, superiori socialmente, culturalmente e dunque moralmente e che ne impiegano le griffe ricamate, gli slogan aggiornati, le cover degli inni a cura dei rapper per giustificare idealmente il mantenimento dei  loro privilegi e del loro status sociale  e etico.

Se la meritano quella madonnina del Perdono, che monda dai loro peccati.


Che fatica fare il Popolo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il signor Presidente del Consiglio ha saggiamente ritenuto di soprassedere alla decisione di indirizzare, dall’autorevole tribuna di Domenica In,  un messaggio alla nazione  inteso a augurare un  fervido in bocca al lupo  agli studenti che da lunedì torneranno sui banchi di scuola.

Non sappiamo se la decisione sia stata presa dopo che un preside ha reagito, pare scompostamente – si sa che la plebaglia è fatto così –  quando in odor di polemiche aveva rassicurato sulla “tenuta” dell’istruzione pubblica dichiarandosi talmente fiducioso da accompagnare lui stesso suo figlio a scuola! Sentendcosi rispondere che in quello come in altri istituti mancano manutenzione, sanificazione, aule, banchi, mascherine, e pure insegnanti.

Ma in fondo che cosa pretendiamo da un governo il cui ministro incaricato dell’istruzione affida il suo messaggio  a una tee shirt con su scritto “che fatica fare la ministra”.

Non sappiamo se invece a sconsigliarlo siano state le polemiche della cosiddetta opposizione che ha denunciato l’utilizzo “scandaloso” del mezzo pubblico per una uscita di chiara marca elettorale.

Sappiamo invece che a nessuno è passato per l’anticamera del cervello di obiettare sul fatto che sia considerato normale che la comunicazione ufficiale del capo dell’esecutivo sul tema più controverso e delicato che interessa milioni di cittadini avvenga in una trasmissione di intrattenimento e non sui canali istituzionali.

Ma in fondo cosa pretendiamo se si tratta di funzioni e attività attribuite a un reduce del Grande Fratello, lo show, non l’attualissimo libro di Orwell, che ha contribuito all’affermazione di principi di partecipazione democratica digitale e che oggi è ancora al centro di alate disquisizioni per via della possibile partecipazione di un augusto fidanzatino.

Il fatto è che paradossalmente come le accuse di sovranismo provengono da chi ha agito e agisce per demolire l’edificio di poteri e competenze nazioni, per darle in consegna a una sovranità autoritaria e antidemocratica “superiore” agli stati partner, così quelle di populismo sono a cura di chi sta alimentando istinti primordiali a cominciare dalla paura, per passare al sospetto e al risentimento, per far retrocedere anche il concetto di popolo a marmaglia ignorante da addomesticare con un po’ di circenses al posto del pane sempre più scarso, affidati a rottami dello spettacolo che ostentano ignoranza e grossolanità come virtù doverose in chi vuol fare audience e in chi cerca consenso.

Ma in fondo cosa pretendiamo se il successo decretato di questo governo di salute pubblica nasce proprio da questo.

Nasce dal trattare i cittadini come bambinacci che devono essere guidati, indirizzati, ripresi severamente e governati con molto bastone e poca carota, in forma di bonus e mancette, dal criminalizzare comportamenti e atteggiamenti critici del suo operato come eresie disfattiste e irresponsabili, dal creare una incontrastabile gerarchia di diritti e prerogative in testa alla quale è stata collocata la salute intesa come sopravvivenza del corpo, purchè già sano – che ormai pregresse patologie vengono condannate come espressione di scarso spirito civico e  istinto alla dissipazione parassitaria di risorse pubbliche – e non importa se affamato, umiliato dalla condanna alla servitù comminata grazie alla cancellazione di altri diritti, istruzione, abitazione e emolumenti dignitosi, socialità.

E dire che ci vorrebbe poco a capire che questa gestione dell’emergenza, trattata come un imprevedibile incidente della storia che nulla avrebbe a che fare con la globalizzazione e i sui effetti perversi in grado di scatenare elementi e diffondere alla velocità del lampo mali e malanno, che nulla avrebbe a che fare con una antropizzazione che ha prodotto devastazioni ambientali e che ha preteso di privilegiare le ragioni del profitto rispetto a quelle del benessere, quello vero, che prevede qualità della vita, salute tutelata, accesso a opportunità, cultura, servizi, ha innescato altre rinnovate disuguaglianze che esasperano quelle di un decennio e più di crisi.

In modo che i ricchi siano curati e i poveracci persuasi ai benefici del faidate domestico, che la cittadinanza sia divisa in gente condannata al pubblico servizio e al sacrificio in supermercati, fabbriche, mezzi di trasporto di qualità e prestazioni pari a carri bestiame, magazzini, industrie convertite alla produzione di dispositivi sanitari rappresentativi del brand della pandeconomia, impegnati a garantire, doverosamente, l’indispensabile a altri target, quelli prescelti o selezionati, per nascita, rendita, appartenenza, o semplicemente culo, per stare sul canapè a sperimentare i prodigi digitali, anche quelli selettivi, della Dad, del lavoro agile, della democrazia coi “mi piace” nei social,  nella convinzione di essere, ancora e in futuro, “salvati”.

Tanto che sono questi ultimi a “fare” opinione e generare consenso, offrendo gli indicatori del gradimento del governo, il migliore che potesse capitarci, malgrado la Lamorgese prosegua indistruttibile nel consolidare il Minnitipensiero e la Weltanshauung salviniana in materia di ordine pubblico, respingimenti, chiusura dei porti, repressione del malcontento, patti osceni con tiranni africani, malgrado la Azzolina, miss Maglietta asciutta, se la batta con la Gelmini e la Fedeli in tema di distruzione volontaria della scuola pubblica.

E malgrado che la Bellanova non faccia rimpiangere l’ideologia della schiavitù per tutte le età e le etnie di Poletti, nel rispetto del suo prodigarsi per il Jobs Act e della legge Fornero della quale è stata entusiasta relatrice, malgrado che la De Micheli inamovibile armeggi garrula per lo sviluppo incontrastato dell’imperio del cemento, della speculazione e della corruzione che ne deriva, malgrado che l’inossidabile Franceschini continui a agire per la trasformazione del Paese in un Luna Park pieno di gadget e passatempi per turisti poco inclini a contemplazione e rispetto.

E infatti chiunque invece abbia la ventura di frequentarlo quel popolo così criminalizzato e penalizzato, chiunque non viva solo quella speciale condizione di privilegio stando nella tana che si augura non sia mai provvisoria delle sicurezze ancora concesse dalla lotteria sociale o naturale, chiunque abbia a che fare con chi già prima faticava a arrivare a fine mese e ora ha dato fondo a tutte le riserve, non ha percepito la cassa integrazione, e ce ne sono, ha chiuso il suo esercizio commerciale, non riaprirà il bar, l’albergo, la trattoria, ecco, chi li incontra i nuovi cassintegrati dell’Ilva, quelli “sospesi” in attesa che imprenditori che non hanno mai investito un quattrino in sicurezza e innovazione, possano accedere alle risorse dell’elemosina europea a “babbo morto” come si dice a Roma, ecco tutti questi sanno che la plebaglia eretica ha smesso di preoccuparsi se il Covid è frutto di un complotto o ha soltanto favorito una cospirazione per far esplodere le contraddizioni della società, in modo che i poveri diventino più poveri e ricattabili e intimoriti e i ricchi più ricchi e tracotanti e immuni e impuniti.

Non hanno tempo né testa per interrogarsi se sia più o meno di un’influenza, se faccia più danni delle migliaia di infezioni contratte in ospedali dove manutenzione e profilassi sono banditi, come si è visto con la morte allegorica e infame di due bambini nutriti con l’acqua contaminata, perché quello che hanno conservato malgrado la pandemia non può davvero chiamarsi vita.

Ma andatelo a dire ai dotti sociologi e pensatori che si preoccupano dei fermenti che si agitano ai “margini” della società turbopopulisti, che attentano alla loro salute di anziani maestri, che quelli che additano al pubblico ludibrio in veste di frequentatori del Billionaire o delle “discoteche cheap della costa romagnola”, irresponsabili e egoisti, non sono il popolo, che invece è fatto di quelli che gli permettono di pontificare dal salotto buono, ben rifornito di rete, Tv, servizi, alimenti, bevande, quelli che fanno funzionare la macchina della quotidianità.

E se proprio vogliono aver paura è meglio che ce l’abbiano di perdere i loro privilegi, le loro incrollabili certezze, il loro accesso esclusivo a opportunità immeritate concesse per appartenenza, fidelizzazione, conformismo, ipocrisia.  E se proprio vogliono provare quel gusto atavico, allora ce l’abbiano di noi maledetto popolo, maledetti cittadini.


No

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Vogliamo una volta per tutte ammettere che il No al referendum sul taglio dei parlamentari ha solo il valore simbolico di un atto di fede nella democrazia? E che i cittadini che  si prestano a questa liturgia, a questo rito apotropaico, non hanno nulla a che fare con i bramini della politica, con i sacerdoti della realpolitik che in tutte le sedi e sotto tutte le bandiere hanno contribuito negli anni a svuotarla, la democrazia, a declinarla come tira il vento: democrazia di opinione, democrazia televisiva, democrazia di mercato, e poi formale, rappresentativa, ma con parsimonia, costituzionale, ma da modernizzare,  sostanziale, virtuale, sociale, liberale, fino alla più disincantata delle definizione, postdemocrazia  a intendere che la demolizione dei requisiti di base della rappresentanza ha consolidato il dominio di una oligarchia, riconducibile al solo gioco dei dispositivi amministrativi e della mediazioni sociali?

Vogliamo dire ancora una volta che non c’è stato movimento e partito che non abbia sventolato la bandiera della governabilità? con l’intento esplicito di garantire che l’esecutivo possa agire indisturbato senza gli ostacoli e gli intoppi del Parlamento che  di questi tempi e più che mai, abusando della decretazione d’urgenza e dei voti di fiducia, è stato condannato alle funzioni di mera ratifica dell’azione di governo.

Vogliamo riconoscere che sono tramontate le stelle polari della democrazia rappresentativa: uguaglianza e giustizia, identità tra governanti e governati, sovranità popolare, tutela dell’interesse generale per lasciar posto a un ordine fondato sui calcoli e aspettative di soggetti interessati ai loro vantaggi e ai beni e al potere che ne derivano?

E che in virtù di questa “appropriazione” della funzione pubblica e sociale da parte dei detentori dell’economia e del mercato e del corpo politico che agisce al loro servizio, ci vengono indicati e concessi solo una gamma ristretta di diritti, l’esaltazione e la legittimazione della soddisfazione e dell’appagamento individuale, tanto che la parola popolo ha perso la sua qualità e potenza sostituite dall’epica del restare umani, dalla retorica cosmopolita dei cittadini del mondo e dall’enfasi  data alla  società civile, lei sì virtuosa a confronto con ceti dirigenti corrotti e corruttori?

Detto questo, tocca votare No.

Anche se per qualcuno è disturbante rispondere all’appello di manigoldi, di voltagabbana. Suggerisco in proposito l’ incrocio dei dati tra i 183 costituzionalisti che hanno sostenuto il Si al referendum del 2016,  detto “costituzionale”  in forma di ossimoro e promosso per svuotare la Carta perfino con la cancellazione del Senato pretesa da chi dopo la sconfitta è entrato in quell’aula con passo di gloria del vincitore, e i 182 che hanno rivolto un appello per il No  temendo uno strappo costituzionale, tanto per verificare eventuali coincidenze di nomi e convinzioni.

Tocca votare No, come un fioretto, anche se si sa che il piccolo sacrificio una tantum  è solo un cerotto sulle ferite della coscienza e sugli oltraggi alla cittadinanza. Perché è evidente che nessun taglio nel numero degli eletti potrebbe garantire la qualità della selezione del personale, come voluto dalle regole elettorali che hanno convertito il voto in atto notarile a conferma di liste chiuse, cerimonie digitali, plebisciti virtuali. E questo non solo grazie alle leggi  che si sono susseguite, ma a un comportamento degli esecutivi che considerano il Parlamento di impaccio ed evitano il più possibile di farlo contare, abusando della decretazione d’urgenza, dei voti di fiducia e del ruolo attribuito a soggetti extraparlamentari, dotati di autorità e potere decisionale, come le task force nominate d’imperio in vigenza del Covid.

Tocca votare No, vincendo la naturale e comprensibile disaffezione:  come al solito anche questa scadenza serve solo a improvvisate tifoserie per contarsi e fare la voce grossa mentre sulle ragione  e la parole parlano la stessa lingua, che è quella della conservazione  di posizioni e rendite che ne derivano, perché è ridicolo ritenere che la riduzione del numero dei deputati da  630 a 400 e dei senatori da 315 a 200 assuma una valenza pedagogica invece che una funzione punitiva se non vendicativa.

E non solo perché a fronte della “perdita” di funzionalità e di rappresentanza, si registrerebbe un risparmio risibile, lo 0,007% della spesa pubblica, meno di una goccia nel mare del debito pubblico enorme che mette a repentaglio i diritti sociali, ma anche perché, comunque, la rappresentatività verrebbe ulteriormente penalizzata dal meccanismo elettorale che prevede l’elezione del 37 per cento dei parlamentari con il sistema maggioritario uninominale a turno unico e una serie di sbarramenti per la restante quota proporzionale, a danno delle minoranze  non solo politiche ma anche etniche, e  delle compagini più piccole. 

Tocca, votare No, è vero. Però è  doveroso distinguersi da chi vota No come gesto dimostrativo contro il populismo,  come  guanto di sfida  lanciato dai cavalieri della democrazia per umiliare la plebaglia affetta da qualunquismo, i malmostosi che ripetono il loro mantra: i partiti sono tutti ladroni, meno parlamentari mandiamo a Roma e meglio è, bisogna ridurre il costo della politica,  trasferito dal bar e dallo scompartimento ferroviario ai social, quelli che parlano su suggerimento della pancia, che però è vuota e non trova ascolto da anni nei governi che si sono succeduti e meno che mai nei partiti e movimenti che hanno animato il palcoscenico.   

E quindi una volta votato No, in memoria di referendum traditi, obliterati, offesi – ve lo ricordate quello sull’acqua pubblica?- non si può pensare che dovere fatto, tolto il pensiero, pagato il debito alla democrazia rappresentativa, si può tornare a brontolare, a recriminare, dando ragione a chi dice che l’astensionismo è una manifestazione di maturità, o peggio, a chi dice che il suffragio universale è un lusso che non è giusto venga permesso a un Paese dove l’emancipazione e il riscatto si sono ridotti con la fine dell’istruzione pubblica, sapendo bene che non si è trattato di un processo fisiologico, ma di un preciso disegno volto a impedire l’accesso ai posti di comando, alle carriere, alla conoscenza e dunque alla partecipazione, alle opportunità e alle libertà, in modo che il popolo, gli sfruttati, i sommersi non attentassero all’egemonia delle classi privilegiate.

Cominciare a esercitare la democrazia è possibile, ma rovesciando la direzione del controllo sociale dal basso verso l’alto, attività che non costa poi molta fatica e nemmeno troppe competenze, perché solo così, con la verifica dell’efficacia, si può impedire l’emarginazione dei processi decisionali, si può imparare a capire se stare con chi comanda o con chi vuole riavere la sovranità che deve essere popolare, minacciata dentro e da fuori, proprio tramite esecutivi e parlamenti che zitti zitti hanno votato la consegna delle competenze e delle scelte economiche a entità esterne, che sono in procinto di accettare capestri e condizioni codarde in cambio dell’elemosina di una partita di giro da spendere secondo superiori  indicazioni, pena interventi manu militare nella formazione dei governi e nello smantellamento del sistema democratico.

Intanto si potrebbe iniziare andando a vedere come lavorano i nostri rappresentanti, invece di contare il loro numero. In fondo basta aprire i siti istituzionali e ufficiali, controllare da quando le Commissioni non trattano il tema dell’Ilva (credo che l’ultima volta risalga a Febbraio con qualche audizione), che interrogazioni siano state presentate per avere lumi sulle strategie del rilancio, se qualche eletto nei collegi interessati dal sisma del Centro Italia ha chiesto delucidazioni o se invece, come sembra, ci si è accontentati della visita pastorale del Presidente del Consiglio in occasione della celebrazione dei 4 anni, senza obiettare sul grottesco bonus sisma e senza interrogare l’esecutivo sulla possibilità che la ricostruzione post Covid ne preveda una declinazione anche nel cratere, se qualche deputato o senatore equipaggiato per il dovere agile a distanza o prima abbia interrogato Calenda, Bellanova, Catalfo sulle vertenze che vedono in piazze disertate dalle sardine i lavoratori in lotta, o se a dimostrazione di rivendicate radici antifasciste qualche altro ha deciso di interpretare la volontà popolare esternata soprattutto su Facebook, calendarizzando disposizioni di ordine pubblico rispettose dello stato di diritto. 

Intanto i militanti e i votanti di partiti e movimenti che fanno parte della sbilenca maggioranza di governo, invece di limitarsi ad applaudire ben contenti che la mascherina sostituisca il bavaglio dell’autocensura, potrebbero svolgere la più elementare delle azioni democratica, la critica, quando necessaria. Intanto se proprio si rimpiangono le piazze di un tempo, diventate location per flashmob canterini, si dovrebbe stare a fianco dei tanti fermenti che ci sono e che pensano, si arrabbiano e agiscono per i diritti di cittadinanza, per il lavoro, l’istruzione, l’ambiente, la città, l’abitare.

Altrimenti che si voti No oppure Si, ci meritiamo la trasformazione da popolo in pubblico, pagante per giunta, che baratta la libertà con la licenza di protestare sui social, il sapere con un diploma, i valori e le conquiste del lavoro con un salario incerto, se l’unico diritto è quello alla fatica, che quello di voto è come toccare il cornetto portafortuna.


Contrordine compagni, basta accoglienza

immigr  Anna Lombroso per il Simplicissimus

E adesso chi glielo va a dire alle sardine? chi si prende la briga di disilludere l’esercito dei io sto con Lucano, che per i disperati, paradossalmente, si stava meglio quando si stava peggio, quando comandava sul loro approdo ai nostri lidi il feroce, il buzzurro, che aveva tutto l’interesse a farli arrivare, bighellonare inquieti per le strade cittadine, accamparsi sulle panchine dei parchi, consegnarsi in qualità di manovalanza alla criminalità illegale e a quella legale del caporalato nei campi o sulle impalcature?

Eppure, ce lo conferma l’agenzia Stefani di Conte dalle pagine dell’house organ governativo, nel ricostruire con tenacia investigativa la vicenda Open Arms. Ricorda, infatti,  il direttore Travaglio, come in seguito al “liscio e busso” che  Conte gli riserva il 15 agosto in Senato, l’infamone agli Interni fu “costretto” a far sbarcare tutti.

Niente a che fare con il miglior governo che potesse capitare all’Italia ai tempi della peste, quando la ministra Lamorgese rassicura i post-resilienti sul sofà, i sopravvissuti e gli scampati che temono gli untori venuti da fuori   che qualora qualcuno sfuggisse alle maglie dei controlli e sbarcasse in porti che ancora non siamo riusciti a sapere se siano aperti o chiusi, verrebbe immantinente sequestrato per essere rimpatriato con ogni mezzo, navi, tinozze, aerei anche per tenere fede ai patti sottoscritti da Minniti e Salvini – e replicati con cura puntigliosa proprio da lei – con despoti sanguinari, governi senza stato e tantomeno stato di diritto, come quello con la Libia.

Il messaggio è chiaro e perentorio: “Garantiremo la tutela della salute pubblica delle nostre comunità locali…. e i migranti economici sappiano che non c’è alcuna possibilità di regolarizzazione per chi è giunto in Italia dopo l’8 marzo 2020”. E come darle torto? “Le comunità locali (a Treviso è esplosa la rivolta nella caserma in cui erano accolti trecento migranti, dopo che si sono registrati dei casi positivi. ndr)  sono giustamente sensibili al tema della sicurezza sanitaria, con una particolare attenzione dei sindaci e dei presidenti di Regione rivolta ai migranti irregolari”. Gli unici cioè che – a differenza della  maggior parte dei connazionali, salvo calciatori e presidenti di regione – non vengono sottoposti a tamponi e indagini sierologiche, ma in quanto stranieri e destinati alla trasgressione costituiscono un pericolo ben superiore.

Quante ce ne siamo sentite dire, illustri filosofi o blogger sconosciuti, quando abbiamo osato denunciare che c’era  qualcosa di profondamente incivile nel voler dimostrare che c’è un unico diritto superiore a tutti, quello alla salute, quando la sua rivendicazione costringe o persuade moralmente della necessaria rinuncia a altri  e ad altri imperativi etici,  tanto che la responsabilità personale e collettiva si riduce a indossare la mascherina e attuare un distanziamento che oltre che sanitario diventa sociale e perfino razzista, tanto che il rispetto degli altri si limita a non darsi la mano, in modo che sia  legittimo colpevolizzare chiunque non mantenga le distanze di sicurezza  da noi e pure dalla nostra percezione.

Così l’afflato umanitario, che già era riduttivo perché sostituiva l’impegno, la denuncia di ogni correità in guerre, soprusi e furti di risorse e beni,  è diventato afflato sanitario, autorizzando e concretizzando perfino lo stantio “prima gli italiani” che sgorga sia pure con qualche camouflage dalla bocca di Di Maio: “La questione degli sbarchi, unita al rischio sanitario con la pandemia è un tema di sicurezza nazionale”, dei suoi prepotenti alleati che sospirano: arridatece Minniti,che tanto ha fatto per intessere un  ordito di rapporti con tiranni e spiranti tali, in nome dello sdoganamento di sospetto e paura come encomiabili virtù nazionali.

La regolarizzazione farlocca della Bellanova ha messo un punto fermo, dimostrando che era il momento per andare incontro ai bisogni di un caporalato che  esigeva nell’immediato una manodopera competitiva, umiliata talmente da accontentarsi di una paga più bassa e disonorevole,  pronta addirittura a pagarsi le penali e le sanzioni retroattive per conquistarsi una provvisoria regolarità.

Ma si è subito visto che il target era minimo, che costava troppo stabilire condizioni di legalità delle quali magari i barbari avrebbero voluto  approfittarsi, quando invece si poteva auspicare con ingrati percettori di reddito di cittadinanza e aiuti.

E siccome il padronato detta e il governo scrive, meglio puntare su affamati locali, adesso che tanti anziani sono morti riducendo la domanda di badanti, adesso che le grandi catene hanno scoperto la concorrenza sleale di   magazzinieri e  pony indigeni perlopiù italiani, giovani, donne e anche gente di mezza età costretta a ridiscendere la scala sociale, che tanto, mal che vada, possiamo sempre approvvigionarci di pere in Messico, uva in Gracia, origano in Argentina, albicocche e arance in Spagna che così facciamo felice l’Ue.

È stato provvidenziale il Covid per far vedere a chi vuol vedere, come siano falsi e ipocriti i miti e gli slogan di un’opinione pubblica  che hanno coperto l’aperto sostegno all’imperialismo delle nostre ambiziose iniziative imprenditoriali, esportatrici di sfruttamento e corruzione,  accompagnato da quello a campagne di trasferimento di “democrazia” occidentale, la mancata rottura delle criminali regole europee in materia di accoglienza, la discriminazione reale ai danni degli stranieri, cui vengono negate prerogative giuridiche perfino per quanto attiene ai doversi gradi di difesa.

Finora era stato facile  rispondere con commosse reazioni emotive,  con l’arroccamento identitario di ceto, socialmente e moralmente superiore, replicando  a un malessere sbrigativamente catalogato con populismo xenofobo e rozzo, con lo stigma morale, l’anatema, il disprezzo.

E non c’è da stupirsi, quelli che militano soprattutto a suon di like in un indistinto progressismo, sono saldamente insediati nelle geografie prescelte dai ceti “riflessivi”, piccolo-borghesi, urbani, attrezzati con un residuo ancora intoccato  di capitale culturale più ancora che economico, che attribuisce loro una presunta superiorità che rivendica il diritto di emettere giudizi morali ed estetici in merito alla grossolanità della comunicazione, all’ignoranza, al riconoscimento nel virilismo e nella prepotenza fascista, al razzismo.

Adesso che si tratta di salvare la ghirba, oltre alla borsa, dismessi queruli problemi di coscienza, riservati alla propria cerchia minacciata dagli untori,  si è autorizzate a mettere in secondo piano l’aspetto umano, per occuparsi di buon grado dei quello realistico, concreto di difesa delle posizioni raggiunte, guadagnate, ereditate, a volte conosciute per sentito dire, ma che regalano  una presunzione di innocenza e predominio.

E se prima non era tempo di solidarietà preferendole la compassionevole carità, adesso è troppo anche la beneficenza, che fa onore a chi la esercita, ma ormai rientra tra le spese futili anzi dannose,  perché potrebbe promuovere il meticciato tornato a costituire un pericolo allarmante di contagio sanitario e culturale, o, peggio ancora, favorire prese di coscienza, desideri di riscatto, coscienza di classe, colpevoli sul patrio suolo, ancora più condannabili se affiorano dal fango dove è lecito  siano confinati gli ultimi per rassicurare i penultimi.

Non è più tempo di deplorare la chiusura mentale, la disumanità della marmaglia, il rifiuto degli straccioni locali, necessariamente penalizzati conferendo delle loro già brutte e avvilite periferie disperati addirittura più disperati di loro,  non è più tempo di agire per disporre di eserciti mobili di manodopera a poco prezzo e grandi bisogni, da ricattare e condurre dove richiede il padronato.

Non è nemmeno più tempo di impiegare gente intimorita e umiliata come forza lavoro utile per generare una concorrenza in grado di far recedere da richieste e rivendicazioni e per abbassare il livello di remunerazione e di vita perfino del Terzo Mondo interno.

Ormai di gente destinata e costretta alla servitù, se n’è e ce ne sarà sempre di più, mortificata dalla cessione di democrazia e dalla pressione debitoria imposta dall’appartenenza a una civiltà superiore che si manifesta come il solito feroce tallone di ferro.

È un esercizio vergognoso  quello che ci propongono ogni giorno stampa, opinionismo, social per convincerci che questo è il miglior governo che potesse capitarci, perché mette il silenziatore a chi oggi sta pagando disuguaglianze e discriminazioni.

Non vale nemmeno la pena di proporre quello caro ai settimanali di quiz: trovate la differenza,  perché non è più tempo di giocare ma di rovesciare il tavolo.

 

 

 

 


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