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La scoperte della domenica

pizza servizio domicilio pizzeria-2Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chiunque, sia pure a malincuore, si sia piegato all’acquisto online di prodotti, a ordinare una cena o dei generi alimentari  su Justit o su Foodora o su Easy Coop, ha avuto la smentita di una delle balle stratosferiche più in voga: quella secondo la quale gli immigrati servono non per abbassare il livello di pretese dei lavoratori locali, persuasi con la forza e le intimidazioni  ad accontentarsi di salari minori e di minori garanzie  in modo da trascinare in basso anche quelli degli indigeni, macchè, ma per sostituire invece gli italiani che non vogliono più prestarsi a mestieri servili, non qualificati e umilianti.

Non solo le cronache estive, infatti, riportano le vicende di italiane soggette al caporalato che schiattano sotto la canicola, ma ogni giorno suonano alla porta connazionali in veste di pony, facchini, trasportatori. E si tratta non solo di giovanotti e ragazze che arrotondano la paghetta settimanale di mammà, o che hanno alternato il volontariato all’Expo o il disonore a Eataly con l’Erasmus, che si parcheggiano nell’ipotesi remota che si tratti di una tappa intermedia e provvisoria in attesa delle fortune di una startup creativa, ma di quarantenni e cinquantenni che hanno dovuto mettersi in competizione con ridenti bengalesi o enigmatici peruviani,  sfiniti e mortificati e che accettano le rare mance come una vergogna, tutto sommato meno disonorevole dei testimonial di Eni, Enel, inviati a intimorire i consumatori e utenti in veste di racket per strappare un contratto.

La rivelazione del ricambio su base etnica ha colpito anche qualche nostro  pensatore che, effettuato un test per scoprire la deriva del lavoro ai tempi della fine del lavoro, si è fatto  consegnare la domenica di prima mattina qualche delicatessen e che dopo la tremenda agnizione di veder accontentata in tempo reale la sua pretesa, si chiede se non sarebbe giusto che andasse al corriere l’importo della consegna, o se non sarebbe preferibile rinunciare a certi lussi avvelenati,  o meglio ancora se non sarebbe ora di proclamare lo sciopero generale della clientela delle aziende della distribuzione online.

È che di tanto in tanto succede che qualcuno che ha fatto sega a scuola il giorno che spiegavano il plusvalore, tiri fuori il capino dalla cuccia calda della rinuncia volontaria di ricchezze morali e dignità in cambio della sicurezza, per interrogarsi sui confini della responsabilità collettiva e di quella individuale,  dimenticando  che ci sono geografie nelle quali non esiste il mercatino rionale e dove, qualora sopravviva, impone dei prezzi alti destinati a consumi di eccellenza, dove il commercio al dettaglio è stato spazzato via, imponendo il pellegrinaggio nelle nuove cattedrali periferiche, o che qualsiasi merce online costa meno anche con l’aggiunta del recapito del prodotto peraltro assolutamente uguale a quello acquistato nei negozio.

O che dipende anche dalle scelte, sia pure condizionate, dei consumatori il successo di una globalizzazione che ha decretato il successo di sedicenti prodotti di nicchia – quanto grande dovrebbe essere Bronte per rifornire tutti i gourmet di pistacchi? Quanto  estesi gli appezzamenti di fagioli di Lamon e le cave di marmo di Colonnata per appagare il provincialismo gastrico dei fan di Masterchef? – in modo da consolidare l’idea che un prodotto o un oggetto sia più desiderabile e valorizzi chi lo compra e se lo mangi solo se costa di più e se è più raro e quindi esclusivo, e che di conseguenza chi spende è autorizzato a pretendere che chi vende e incarta e consegna la merce sia al suo servizio.

Ogni volta che si affronta il tema dell’apertura festiva dei supermercati, sono gli stessi che si indignano per il destino rio delle cassiere e dei commessi e dichiarano la loro estraneità e innocenza grazie alla rinuncia delle birre da bere davanti a Quelli del Calcio, e più o meno gli stessi che stranamente non hanno collegato questo ennesimo sopruso alla progressiva e accelerata cancellazione dei diritti, delle garanzie e delle conquiste del lavoro, alla base delle “riforme” che hanno obbligato in aggiunta a tutto quello che è stato tolto, il dovere di essere grati ai padroni che concedono un posto e un salario e perfino uno straordinario festivo.

Non stupisce, perché sono perlopiù quelli che delegano il riscatto – ma solo quello della cattiva coscienza, non quello della dignità propria e degli altri – alle piazze delle sardine, dei Fridays for Future, ai flashmob delle Nonunadimeno, cui le commesse di cui sopra non possono partecipare, alle associazioni umanitarie e agli avventizi dell’antifascismo, purché l’ambientalismo si limiti al giardinaggio, con la raccolta delle lattine, quella differenziata, insomma all’ecologia domestica che salva i grandi inquinatori, la giustizia sociale si restringa nei confini della compassionevole prima accoglienza, quella di genere si accontenti di sostituire gentaglia e sopraffattori di sesso maschile con analoghi esponenti del peggio di sesso femminile, mentre intanto, indisturbato,  il liberismo più feroce persegue il suo disegno demoniaco.

Si tratta di un ceto che per occupazione, istruzione, piccoli privilegi ereditati possiede un patrimonio ideale di aspettative e ambizioni, ma che non ha i mezzi per realizzarle nella quantità e qualità che ritiene di meritare. E si limita a un impegno virtuale per le ultime rivoluzioni borghesi concesse quando ormai i diritti fondamentali sono stati alienati e cancellati e ci si deve accontentare dei riconoscimenti elargiti al minimo sindacale come mancette a alto contenuto psicologico.

Tra queste erogazioni controllate e anestetizzanti ci sono anche i mestieri e i lavori inesistenti dei quali ha parlato con un grande successo un libro di David Graeber di qualche tempo fa che ha descritto con tanto di esempi i cosiddetti Bullshits Job, i lavori inutili fini a se stessi, che non hanno lo scopo di produrre,  ma di introdurre nuove forme di controllo sociale nel settore pubblico, nelle grandi istituzioni economiche, nelle multinazionali che agiscono proprio come i regimi socialisti, creatori di milioni di posti per i proletari, come quelli capitalistici che sceglievano la guerra e il colonialismo anche allo stesso scopo, quelli strettamente militari che avevano inventato l’ammujUena:  scavare fossati per poi riempirli.

Ai nostri tempi è la finanza soprattutto che tiene occupato così il ceto dei suoi sudditi di prima categoria, che non rinuncerebbero mai al salario anche se raggiungono al consapevolezza del loro status, ma è una cifra delle grandi “burocrazie” statali e sovranazionali (vi viene in mente un esempio a caso? l’Ue forse?) nelle quali sopravvivono e prosperano topologie bene identificabili di leccaculi, impegnati unicamente a dire si e soddisfare i capricci dei superiori, o a rattoppare i loro disastri, o quelli che il libro definisce gli sgherri, indicando come esempio  i professionisti incaricati di convincere un potenziale cliente che la Bocconi è meglio della Luiss (e in questi giorni li abbiamo visti in opera a magnificare la rigida divisione in classi sociali delle classi scolastiche), o i kapò che non hanno altro compito che controllare altri kapò o alimentare l’attività dei grandi uroburoi generando altre occupazioni altrettanto inutili come in un moto perpetuo.

Non è una consolazione pensare che anche i ricchi piangono, che l’insoddisfazione e la frustrazione sono i mali del secolo, che non è detto sia meglio stare tutto il giorno davanti a un computer a cincischiare invece di consegnare merci col motorino, grazie alla desiderata confusione  tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, tra posto e fatica, indotta proprio per tenere sotto col bastone e la carota  tutti quelli cui è stata offerta un’unica uguaglianza, quella di servi.


Le nozze ai tempi del colera

sp Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il partito trasversale dell’Amore si arricchisce ogni giorno di nuove immaginette sacre offerte alla venerazione dei fedeli e affiliati. Ha contribuito ieri anche  la Stampa alla ricerca di ritratti agiografici da aggiungere all’album di famiglia orbato ormai della vicende della vera dinastia reale i cui ultimi rami genealogici contribuiscono solo in veste di indolenti e pallidi azionisti o di zerbinotti scapestrati.

E ci ha raccontato con gli accenti toccanti del suo Specchio dei Tempi, la tenera storia di una coppia un po’ particolare che convola a nozze, intitolandola “Parla il cuore” e indicandola agli emozionati lettori come un’allegoria della vita e dei sentimenti che l’hanno vinta sul tempo che passa, sulle rughe, sulla vecchiaia e la solitudine cui condanna gli uomini, rievocando, per chi li conosce, gli ultimi versi della lirica “Alla vita” di Hikmeth, quelli che recitano “Prendila sul serio ma sul serio a tal punto, che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi non perché restino ai tuoi figli, ma perché non crederai alla morte pur temendola, e la vita peserà di più sulla bilancia”.

Eh si, perché l’irriducibile protagonista maschile della vicenda ha 76 anni – mentre la leggiadra fidanzatina ne conta appena 37 – e approda con spericolata audacia al suo quinto matrimonio facendo dire alla impavida cronista che “il matrimonio nella terza età è, io credo, l’idea stessa del matrimonio come legame tra due persone.  Non ci si sposa per fare figli, per costruire una o due carriere. Ci si sposa per essere in due e basta. La vita continua, dice il cuore di chi si sposa da vecchio” perché così  “restituisce alla scelta di sposarsi il concept della condivisione disinteressata”.

Ma come? Direte voi,  lo storico quotidiano torinese  -noto per essere da sempre interprete del benpensantismo più retrivo, misoneista e bigotto, quello che in anni non lontani approvava i pogrom e le pulizie etniche a carico di insediamenti rom e accampamenti di poveracci perlopiù stranieri,  quello che gongola per le piazze Si Tav che contrastano con la delicata fermezza delle signorine Felicita gli energumeni che si oppongono al veloce trasferimento sui buffet e comò di oltralpe di gianduiotti e tartufi  – deve aver perso il lume della ragione a squagliarsi per la relazione ovviamente opaca di una intraprendente giovane donna con tutta probabilità ucraina o moldava che ha irretito un ex ribaldo costretto dagli anni e forse da qualche patologia a consegnarsi alle sue cure opache, regalandole in cambio dei servigi squallidi e calcolatori permesso di soggiorno, status e rispettabilità.

Macchè, state tranquilli, basta guardare ai nomi della ineffabile coppia che ha originato il delicato concept a firma Boralevi, per capire le ragioni di tanto entusiasmo.  Perché lui è Claudio Martelli, delfino dell’ ex leader oggi alla ribalta postuma in qualità di compianto statista costretto immeritatamente all’esilio, un beneficiario con altri della cupola post nenniana dei giovamenti del Conto Protezione, ritiratosi poi a vita non abbastanza privata in modo da dedicarsi a buone letture e un po’ meno buone scritture, quelle settimanali sul settimanale Oggi, cui possiamo immaginare sarà riservata l’esclusiva del reportage delle festose se non fastose nozze.

La “lei” invece è Lia Quartapelle,  un’altra ex protégée de luxe,  oggetto dei favori fervidi e calorosi di Renzi che la volle dappertutto in veste di “ambasciatrice” e interprete della sua “visione” atlantica, tanto da conferirle un discusso seggio alla Camera nel collegio di Milano 13 e un trono ben meritato nella Trilaterale.

Il suo curriculum e le sue referenze, compresa quella che riguarda il ruolo svolto per combattere oscure trame russe intese a sostenere l’impeachment di Mattarella dopo il suo diniego alla candidatura di Savona all’Economia, confermano senza dubbi o possibili sospetti a che la sua scelta non può che essere dettata da focosa passione, slancio affettivo e disinteressato, consolidamento per legge di affinità e empatie superiori per qualità e durata a quelle di qualsiasi giovane donna di belle speranze ma inferiori meriti, inferiore ceto, inferiore appartenenza sociale, dunque inferiore credibilità che si aggiudichi i favori e il nome di un anziano benestante che conserva ancora una posizione e una visibilità nella società.

Nemmeno mi soffermo a immaginare che trattamento avrebbe subito anche da parte dei fan del bon ton e del politically correct una coppia speculare, lei 76enne e lui con 40 anni di meno, andando a ritroso nelle cronache rosa dei settimanali cui collabora lo sposino in oggetto, nemmeno mi soffermo sulla inguaribile indole piccolo borghese e provinciale della stampa italiana, che si appassiona alle defezioni dei reali inglesi dalla Corte più ancora che dall’Ue. E nemmeno mi soffermo su quell’altro tratto altrettanto mediocre che la connota, quel voyerismo applicato uniformemente ai talami, ai confessionali e alla politica, che si è prestato a fare da ripetitore di foto di famiglia dei golpisti e dei puttanieri, con pastellate cronachette rosa divulgate per convincere il popolo che padroni e potenti sono come noi, con le loro piccole miserie ma con in più le loro grandi virtù, che devono indurre al perdono per certe leggerezze e certi soprusi.

Invece mi soffermo eccome, a osservare che non è un caso che i nuovi fermenti intitolati e ispirati al trionfo dell’amore piacciano tanto a antiche formazione e alla loro stampa cocchiera perché raccomandano la fine dell’odio che più li spaventa, quello di classe e della ribellione legittima che dovrebbe provocare.

E dire che dovrebbero far capire a tutti  – anche a quelli che si sentono ancora protetti dalla percezione illusoria di essere esenti dalle disuguaglianze più crudeli, per via dell’appartenenza a una classe che conserva ultimi residui di privilegio  – che amore, solidarietà, affetti, reputazione, libere inclinazioni, scelte personali, vincoli di amicizia, di sostegno e assistenza, una vecchiaia rispettata e dignitosa, in una parola i “diritti” se ancora non sono merce riconosciuta sono destinati a diventarla, tanto sono stati resi negoziabili,  contrattabili al minimo in cambio di imitazioni di garanzie elargite e riconoscimenti offerti come mancette per far dimenticare la rinuncia a quelli fondamentali, che credevamo inalienabili e dei quali ci siamo lasciati derubare.

 

 


L’ipocrisia ha sempre la schiena dritta

agr str Anna Lombroso per il Simplicissimus

Grande e unanime soddisfazione è stata espressa in questi giorni di inizio anno: pare che le misure pre-Salvini e post- Salvini abbiano avuto successo, sarebbe calato il numero dei disperati che arrivano da noi, la chiusura degli Sprar avrebbe sortito l’effetto desiderato, quello cioè di rendere invisibile agli occhi pronti alle lacrime ed alle coscienze più sensibili lo spettacolo inquietante. Quello dei profughi che si spargono nelle città e nei paesi come una diaspora disperata di vite nude che non hanno nulla da perdere e ancora meno da rivendicare, disposte a accreditarsi come manovalanza criminale, schiavi del caporalato o del sesso, costretti a  cercare rifugio in luoghi già brutti e infelici che quindi meriterebbero l’aggiunta di altra vergognosa sconcezza e di altra avvilente pena.

Passata la paura delle invasioni, adesso i benpensanti sono legittimati a esprimere la loro riprovazione nei confronti degli ignoranti buzzurri che non condividono la loro battaglia morale per l’accoglienza e l’aiuto umanitario, accusandoli di xenofobia e razzismo e offrendoli in pasto alle bocche larghe delle destre. E infatti siccome l’ipocrisia è l’asta che tiene dritto il popolo richiamato a inorgoglirsi della sua tradizione e della sua qualità identitaria di grande paese, si guarda agli effetti e non alle cause, ci si compiace che una ritrovata efficienza pragmatica  ci risparmi dalla pressione di indesiderate presenze, così come ci si preoccupa – noi che ci dispiacciamo per i nostri figli del privilegio ridimensionato, costretti a cercar fortuna altrove – che arrivino in massa i profughi, messi in fuga da un protervo colonialismo in armi, provenienti da remote geografie che perdono così i loro talenti e le loro forze giovani  a causa nostra, come sono stati defraudati di risorse e ricchezze.

Tutti hanno preferito non indagare e non interrogarsi su questa fortunata coincidenza, frutto probabile oltre che dell’inverno, degli infami patti stretti “a casa loro” con despoti sanguinari e che consente a chi può far sfoggio di pretesa di innocenza, ai bamboccioni redenti dal canto di Bella Ciao, ai cervelli appartenenti a ceppi e lignaggi che non hanno bisogno di fuggire godendo del welfare familiare e familistico, di opporre alla chiusura identitaria ed all’impermeabilizzazione dei recinti di gruppo un vago umanitarismo che ha l’effetto di  criminalizzare gli ultimi, di condannarli con uno stigma morale feroce e definitivo alla loro marginalità protofascista.

Così è stato reso ancora più profondo il fossato che divide la cultura dominante, quella che professa l’atto di fede europeo e atlantico, che si nutre delle certezze e delle consapevolezze fittizie di una classe piccolo-borghese, urbana, informata equipaggiata di beni e risorse culturali e economiche, che può godere ancora di consumi gratificanti e che si illude di effettuare scelte libere e “creative” appaganti,  dalla “incivile” percezione e dal “disumano” punto di vista dei ceti popolari e disagiati.

Solo segmenti di classi ancora  persuasi di detenere una superiorità sociale e ideale si possono permettere di esibire come etica pubblica il repertorio di luoghi comuni che dovrebbe convincere chi sta male della bontà e delle opportunità offerte  da una immigrazione incontrollata, o degli effetti progressivi della globalizzazione che ci concede la libertà di circolazione di merci, popolazioni, esperienze, cucine, valori, dei quali si può approfittare essendo equi e solidali, mangiando sushi, facendo vincere Sanremo a uno che si chiama Mahmood, perfino dando in perenne concessione le nostre autostrade a dinastie affermatesi  anche grazie a campagne che esibivano  allegri girotondi di bimbi bianchi e ben pasciuti insieme a altri molto colorati, colti nel tempo libero dallo sfruttamento del loro lavoro minorile.

E d’altra parte perché stupirsi, l’Europa ormai impegnata nel contenimento  dei suoi terzi mondi interni  dopo la fase dei muri, dei lager autorizzati in Francia ma bollati in Italia e dei respingimenti tollerati in Germania o in Turchia  ma marcati con il sigillo  dell’infamia da noi, ha già avviato la divulgazione pedagogica dei nuovi orizzonti delle ricette fusion proprio come certe bettole che predicano il meticciato in cucina, non sapendo cucinare né  la matriciana né il curry, in modo da diseducare i palati così come si deve dissuadere dalla pretesa di aspirazioni legittime.

E infatti la nuova interpretazione cordiale e invitante dei fenomeni migratori ha una sua vulgata mitica e  chi ha il  coraggio di contestarla viene immediatamente annoverato nelle cerchie leghista o lepenista dei buzzurri xenofobi.

Si comincia con il mantra della ragionevolezza antropologica: anche se non piace comunque la procreazione affidata in gestione ai soliti habitué  della riproduzione incontrollata serve eccome a ripopolare un continente vecchio e invecchiato, come se non fosse accertato che gli immigrati in Europa mutuano i costumi del paesi ospitanti, non devono mettere al mondo braccia destinate all’agricoltura o alle miniere di diamanti e fanno meno figli.

Segue l’altra narrazione irrinunciabile: chi viene qua non ha preparazione né ambizioni professionali o di carriera, quindi si presta a svolgere le mansioni servili e umilianti cui gli indigeni non vogliono piegarsi.

Come se non fosse vero che i giovani che vengono qua a cercar fortuna o riparo abbiano le stesse aspettative e gli stessi diritti fondamentali dei ragazzi lombardi o lucani, emiliani o calabresi, come se non fosse vero che nei loro paesi erano la meglio gioventù che aveva studiato magari con più profitto della generazione dell’Erasmus.

Come se non fosse vero che se certi lavori fossero remunerati con dignità e equità sottrarrebbero molti italiani ventenni e trentenni da quell’area grigia dei lavori alla spina, del precariato a cottimo, senza scuola e senza occupazione nei bar di paese.  Come se non fosse vero e accertato che  le ricadute   dell’immigrazione sui salari e sulla qualità e le garanzie risultano essere fisiologicamente depressive in quanto determinano un incremento dell’offerta di lavoro a basso prezzo, condizionando tutto il sistema delle remunerazioni e la competitività tra lavoratori.

Come se non fosse vero dunque che l’aggiunta di manodopera straniera se aumenta l’occupazione in termini generali e generici,  produce contemporaneamente l’effetto di ridurre i salari.

E come se l’esigenza di disporre di un esercito industriale di riserva rivendicata dal padronato non prevedesse il desiderabile traguardo di allargare la cerchia dei ricattati locali, aggiungendo l’intimidazione della “concorrenza” sleale da parte di nuovi arrivati ancora più suscettibili di cedere alle minacce e alle coercizioni.

È che come al solito si spostano le responsabilità in capo ai padroni per farle pesare sui lavoratori che continuano a incarnare il mito negativo di una plebe che vuole troppo, che non si accontenta, che non sa raccogliere le sfide della modernità e si merita privazioni di beni e prerogative, condannata a ragione a sopravvivere nei solchi bagnati di servo sudor e costretta a subire la censura dei suoi bisogni e delle sue aspettative  anche per via della gara messa in atto nei nostri colossei con altri schiavi e gladiatori, che se non possiedono un diverso livello di coscienza di classe, vivono la condizione oggettiva di dover accettare qualsiasi  offesa e qualsiasi paga della vergogna.

Non siamo lontani da quando questa generosa apertura alla libera e profittevole circolazione si manifesterà assoldando gli immigrati negli eserciti degli stati ospiti in qualità di difensori dei sacri confini e della civiltà superiore dell’impero globale, mandandoli a esportarne gli ideali nelle patrie lontane in modo che all’abbandono si uniscano oblio e tradimento.


Da Marx ai Simpson

simpson-votoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Pare proprio che il comportamento sociale più in uso sia il paradosso.

Sta ottenendo un gran successo di popolo un fermento post malpancista che si agita nelle forme più primitive del moto di piazza e che ha come unico slogan l’antipopulismo,   incarnato da un buzzurro che così sarà promosso come desidera a autorevole antagonista, quando basterebbe non dargli corda, non intervistarlo, non votarlo e occuparsi dei suoi successori che stanno con ampio consenso eseguendo scrupolosamente tutto quello che aveva avviato in sintonia coi predecessori: grandi opere, patti con la Libia, decreti sicurezza, misure contro l’immigrazione ma al tempo stesso accettazione dei comandi padronali, che esigono che si metta a disposizione un esercito di riserva umiliato e ricattato in grado di imporre anche agli italiani l’abbassamento degli standard di sicurezza, remunerazioni, diritti.

Ah, e che dire dell’antisovranismo, che altro non è che la celebrazione, davanti a tutti gli altari della politica e dell’economia, dell’atto di fede all’Europa, come entità “sovranazionale”  incontrastabile, come dominio superiore e autoreferenziale dotatosi di pieni poteri per imporre agli Stati membri la rinuncia  a autorità e facoltà, con l’intento esplicito di ridurre la democrazia e la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali e dei parlamenti e dei governi nazionali ridotti all’impotenza per quanto riguarda le scelte che incidono sul bilancio pubblico e  sulle politiche economiche e sociali.

Per non parlare poi del mantra sulla fine, anzi sul felice, moderno ed efficiente superamento dei concetti di destra e sinistra, in modo da seppellire uno sotto il peso combinato del suo istinto suicida e del primato del realismo “progressista”, e dal mantenere vivo e vegeto l’altro per favorire l’assoggettamento dell’opinione pubblica alla egemonia del mercato, le cui leggi sono diventate incontrovertibili quanto quelle naturali.

O dell’antifascismo che ormai piace a destra al centro e a sinistra, che alterna Bella Ciao e Come è profondo il mare, sono solo canzonette, no?, a confermare il suo carattere di etichetta sui prodotti della comunicazione politica, avendo dismesso  ogni finalità antisistema e avendo limitato l’interpretazione storica e morale della resistenza alla diluizione dell’olio di ricino nella CocaCola ben più accettabile, alla liberazione da nazisti e gerarchi, federali e notabili, che tutti gli altri dei ceti meno appariscenti sono stati esonerati da colpe e responsabilità che sono sopravvissute fiorenti dopo il 25 aprile, insieme alla corruzione, alla infiltrazione mafiosa, alla speculazione, ai potentati bancari, all’occupazione da parte dei salvatori, al tallone di ferro padronale che si è permesso che si rafforzasse grazie proprio all’impegno dei riformisti di oggi.

Ma il paradosso più vergognoso è quello che permette a chi,  in occasioni speciali, giornate della memoria, 2 giugno, 8 marzo, tra un po’ anche festa del papà e Halloween, celebrazioni in fase preelettorale per condannare al pubblico ludibrio i fasci e le destre, comprese le maggioranze silenziose che in questi giorni pare abbiano trovato nuovo giovanile impeto, si richiama ad antiche stelle polari della sinistra (purchè accoppiata con redentivo centro) e sfodera la tradizionale vicinanza alle masse (purchè non populiste). Gli intellettuali organici che di più non si può hanno abbandonato le aspettative messianiche sulla funzione salvifica del ceto operaio, in modo da recedere da ogni proposito di lotta di classe, preferendo movimenti più eleganti, acculturati e in favore dell’establishment imperiale, aderendo alla necessità senza alternativa dell’economia di mercato e improduttiva, appagandosi della visibilità offerta da rivendicazioni di target che offrono visibilità mediatica.

Non è un fenomeno nuovo: nel giugno del 1848 e durante la Comune di Parigi, sinistra repubblicana e borghese faceva sparare sul popolo, in Italia durante tutto il XIX secolo le èlite acculturate e progressiste guardavano con sospetto al movimento cooperativo e mutualistico. Più recentemente i partiti che avevano introiettato la speranza rivelatasi utopistica, di realizzare delle riforme strutturali, hanno dichiarato ufficialmente la pace col capitalismo, l’accettazione dei suoi modi di scambio e produzione, la ragionevole approvazione dell’austerità. Perfino gente dal passato più credibile di Renzi, Veltroni, Zingaretti, e ci vuol poco, ha proposto al posto del socialismo, dichiarato morto come sistema dottrinale e sociale,  il modello del capitalismo temperato, che vive e vince sempre come potenza insostituibile.

Con arnesi simili chi parla del popolo è condannato all’espulsione dalla storia, preferendo i target di consumatori ed elettori, in gran parte, questi ultimi, oggetto di critiche che fanno auspicare forme di selezione, per blindare e sottrarre al voto argomenti e scelte, alla riprovazione in quanto adulatore dei bassi istinti, o pazzo pericoloso perché come Cameron o come in Grecia si rende colpevole di interrogare la plebe sul suo destino.

Così il popolo, brutto, sporco e cattivo, è quello di Trump, di Salvini, di Orban, dei lavoratori che non accettano le inesorabili ristrutturazioni e delocalizzazioni, dopo aver voluto e preteso troppo, di quelli che non si arrendono a dover scegliere tra posto e cancro, nemmeno quelli che pensano a differenza di Landini, che  non si deve permettere l’illegalità ai padroni in cambio del salario e dei veleni, dell’umiliazione e dell’intimidazione. E bisogna opporgli la scrematura sana delle sardine,  la classe un tempo agiata che non si arrende alla condanna alla demoralizzazione e alla perdita per continuare a sentirsi superiore, quelli che accettano e integrano gli immigrati mettendoli in tuta, crestina e grembiulino, gli illusi delle startup a spese di papà e mamma, i precari del mezzo servizio che in funzione di nuovo cottimo si sentono liberi e indipendenti perché si scelgono l’orario della consegna a domicilio di Foodora. C’è poco da sperare che questi si riscattino diventando popolo: ormai sono condannati a essere marmaglia volontaria.

 

 

 

 


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