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Censis, il Novelliere dei regimi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Come non avere nostalgia dei bei tempi andati, quando la ghiotta rubrica fondopagina del lunedì, così cara a sciure e  cumenda, era a firma di Alberoni,  mentre oggi rischiamo che ci tocchi il suo erede ideale Fusaro, tempi nei quali la sociologia più che una scienza era un piacevole genere letterario, tanto che le formule e gli slogan del Censis facevano irruzione nell’immaginario collettivo e diventavano espressioni di uso comune:  famiglia combinatoria, furore di vivere, sovranismo psichico e sono solo alcuni, come Italia del cattivismo, che riguardava però solo una deplorevole minoranza,  alla prova della sopravvivenza.  

Anche nei momenti più bui infatti i narratori del Censis “da oltre 50 anni interpreti del Paese”, assistevano i regimi e regimetti con il loro favoleggiare  innervato di positività, cauto ma realistico ottimismo, con i loro facondi messaggi di dinamismo che aggiornavano i nostri miti fondativi di popolo di navigatori e poeti grazie alla fertile aggiunta del contributo di imprenditori dei distretti del Nordest che andavano a recare i doni del know how in giro per il mondo, con la lieta novella della creatività italiana al sevizio del Made in Italy.

E non mancava mai il riferimento ai capisaldi della famiglia custode più che della tradizione di tesoretti investiti nel successo delle generazioni future, capace di modernizzare i valori costitutivi, aprendosi a scelte, inclinazioni e relazioni fertili di conquiste morali e emozionali.

Guardandoci indietro mentre via via si disgregava tutto, mentre si approfondiva sempre di più la distanza tra ceto dirigente e società civile, mentre imperversavano gli scandali che incrementavano il disincanto democratico e nessuno sapeva offrire radiose visioni del futuro, mentre la politica comunicava messaggi di doverosa rinuncia meritata per esserci noi concessi troppo, il Censis bonariamente ci regalava un’Italia che non c’era, si rallegrava che fossero superati, insieme alle classi, il conflitto e la lotta, ci raccontava un Paese dove la democrazia faticosa e non del tutto conquistata sapeva addomesticare il sistema e la sua ideologia stemperando la ferocia  capitalista nei tinelli di Novello di una piccola borghesi  che sa negoziare bisogni e aspirazioni rivendicando per sé il merito di aver contribuito a benessere, conquiste, diritti cui possono accedere anche uomini in tuta blu, contadine, artigiani e poi perfino nuovi arrivati, a condizione che dimostrino la volontà di integrarsi.

Dev’essere stata un’impresa ardua dover rendere conto che si era usciti da quell’Eden del ceto medio, che la severità paternalistica necessaria a guidare un popolo in eterna crisi adolescenziale, si era trasformata in austerità che toglieva a chi aveva già poco, che si allargavano sempre di più  le categorie che subivano la cocente perdita di beni, garanzie, lavoro, sicurezze, trasformati in topi bianchi che passano i giorni in una gabbia di doveri e frustrazioni su e giù sulle scalette dei mutui, delle bollette, costretti a indebitarsi per comprare l’istruzione dei figli e dei nipoti, l’assistenza medica, fondi che dessero una parvenza di dignità alle pensioni maturate in età sempre più avanzata, quando la sopravvivenza è più “cara” perché si è più vulnerabili, fragili, cagionevoli. 

Negli ultimi anni la rivelazione è stata amara e difatti il rapporto annuale ha così perduto il suo appeal ottimistico, scopiazzato da leopolde, think tank e sardine, e i giornaloni della Gedi che aspettavano la pubblicazione per cannibalizzarla e cucirle intorno editoriali, inchieste, pensose riflessioni, doverosamente dedicano un pezzullo marginale tratto dal corposo comunicato stampa.

Quest’anno poi, capace che il rapporto subisca un ostracismo per i reati di disfattismo, nichilismo fino a quello di eresia. 

Eh si perché perfino il Censis si è accorto che il capitalismo è in crisi, che il Mercato non ce la fa a mantenere le sue promesse di prosperità per tutti, ma che invece ha prodotto e peggiorato squilibri e disuguaglianze, che l’ordine mondiale che lo garantiva sa solo portare guerre di conquista, morte, fame  e repressione, generando sommovimenti che non riesce a controllare e che la globalizzazione, come il mito del Progresso,  è un mostro a due teste e adesso rivela quella cattiva, quella dei poteri  selvaggi della finanza, delle multinazionali, del controllo sociale sempre più pervasivo, dell’inquinamento e del cambiamento climatico,  perfino della circolazione di virus.

In una “ruota quadrata che non gira”, il 2020, anno della paura, ha registrato perfino secondo il Censis, la vittoria del governo apocalittico del terrore costringendo gli italiani a decidere che è meglio “essere sudditi che morti”, ammesso, ci sarebbe da aggiungere, che una esistenza privata di lavoro, istruzione, cultura, bellezza, socialità e affettività non assomigli da vicino a una progressiva dipartita. Così è “naturale”, ammesso che ci sia qualcosa di naturale nell’assoggettamento a una emergenza della quale non si vede fine perché le scelte iniziali non possono essere smentite o riviste pena la perdita di un consenso fondato sulla repressione combinata con la dolce violenza di una persuasione moral-sanitaria, che si radichi, lo dicono loro gli osservatori del costume e della percezione, la “bonus economy”, con l’amministrazione  e l’erogazione di mance, ristori compassionevoli quanto arbitrari, nella misura di circa 2000 euro a testa per almeno un quarto della cittadinanza. E che quelli che conservavano ancora qualche bene, proprio come evasori che temono prelievi forzosi e delicate patrimoniali, ricorrano a forme di “liquidità precauzionale”: 41,6 miliardi in sei mesi, per immunizzarsi, ammesso che sia un vaccino, dai rischi.

Mentre pare proprio non ci sia difesa contro un rischio che era già presente e che ora, come sempre succede ai rischi qui da noi, ha assunto le proporzioni di una emergenza, che sancisce il successo della politica del divide et impera, che cresce con el disuguaglianze e che sa mettere tutti contro tutti, ma orizzontalmente, perché chi sta in lato mentre muove i fili si salva: garantiti (ammesso che ne ce siano) contro precari, insegnanti contro artigiani, impiegati contro osti, nipoti contro nonni sperperatori, occupati contro disoccupati (se ne sono aggiunti altri 500 mila) che minaccerebbero chi ha qualche briciola con la loro pressione parassitaria.

E così si spiegherebbe che un numero ragguardevole di italiani invochi la pena di morte, il 44 per cento, anche se non chiarisce contro chi deve essere comminata, trasgressori sugli sci, negazionisti cui far fare da cavie per vaccini non sperimentati, se il 77,1% pretende pene severissime per chi non indossa le mascherine di protezione delle vie respiratorie, non rispetta il distanziamento sociale o i divieti di assembramento, come accade quando le frustrazioni di chi è pronto a recedere da conquiste liberano i bassi istinti di sopraffazione che albergano in noi (il 57,8% degli italiani è disposto a rinunciare alle libertà personali in nome della tutela della salute collettiva, lasciando al Governo le decisioni su quando e come uscire di casa, su cosa è autorizzato e cosa non lo è, sulle persone che si possono incontrare, sulle limitazioni alla mobilità personale e quasi il 40% è pronto a rinunciare ai propri diritti civili per un maggiore benessere economico, accettando limiti al diritto di sciopero, alla libertà di opinione e di iscriversi a sindacati e associazioni).

È finito il tempo dell’ottimismo sociologico, che di per sé era un ossimoro: non potrà che andare sempre peggio se l’epidemia ha permesso che venisse demolito totalmente il sistema dell’istruzione pubblica. Solo l’11,2% degli oltre 2.800 dirigenti scolastici intervistati dal Censis ha confermato di essere riuscito a coinvolgere nella didattica tutti gli studenti più del 10% dei quali mancava all’appello alla stentata ripresa. Il 53,6% dei presidi sostiene che con la didattica a distanza non si riesce a coinvolgere pienamente gli studenti e soprattutto quelli con bisogni educativi speciali, quelli per i quali la socialità che si instaura nelle aule scolastiche è insostituibile: gli alunni con disabilità (circa 270.000 persone solo nelle scuole statali) o con disturbi specifici dell’apprendimento (circa 276.000). E una larga maggioranza di dirigenti ammette di non poter far nulla per prevenire la dispersione scolastica.

E sono fosche perfino le previsioni per il Natale: il 79,8% degli italiani chiede di non allentare le restrizioni o di inasprirle. Il 54,6% spenderà di meno per i regali da mettere sotto l’albero, il 59,6% taglierà le spese per il cenone dell’ultimo dell’anno.

E ci credo:  il 44,8% degli italiani è convinto che usciremo peggiori dalla pandemia, che ha contribuito non sapremo mai in quale misura a 60 mila decessi, un olocausto di anziani morti di vecchiaia accelerata, diagnosi e  cure sbagliate, malasanità, che ha inizialmente rivelato poi rimosso in favore della colpevolizzazione della collettività i crimini ai danni del sistema di assistenza, eroso, ragionevolmente, qualsiasi fiducia nelle istituzioni e nella comunità scientifica per rafforzare invece l’aspettativa nei confronti di una tecnica che si sviluppi nelle direzioni della digitalizzazione e informatizzazione e di una ricerca indirizzata alla produzione di un susseguirsi di vaccini che tengano in vita e “produttivi” miliardi di automi davanti al Pc.

Ormai perfino il Censis potrebbe essere a rischio censura quando conclude: “Quando esaurirà la sua onda d’urto, la pandemia lascerà dietro di sé una società più incerta e impaurita, ma soprattutto una società con una profonda crisi economica e occupazionale, di cui non tutti pagheranno le spese allo stesso modo”.

Ma potete star tranquilli, se la cava ancora con la solita paccottiglia di resilienza, capacità di adattamento: Franza o Spagna purché se magna, siti Unesco a consolarci: basta ca ce sta o sole, ca c’è rimasto o mare,   a conferma che siamo proprio il Paese delle canzonette, e che la musica è sempre la stessa, colpevolizzarci per farsi assolvere.


Cervelli sottovuoto

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sono passati più di 60 anni dalla pubblicazione dei Persuasori occulti di Vance Packard, testo ormai leggendario che aveva rivelato al pubblico la minaccia alla libertà di opinione e di scelta, rappresentata dalla tecniche mutuate dalla cosiddetta psicologia del profondo  messe in campo per orientare  e influenzare i comportamenti individuali e collettivi non solo nei consumi ma anche in politica e nelle relazioni industriali.

I manipolatori di simbologie stavano imparando allora a solleticare il subconscio per autorizzarci ad esprimere desideri occulti che eravamo stati abituati a reprimere,  aspirazioni e velleità più segrete delle quali addirittura non saremmo consapevoli.

Naturalmente l’assunto è quello di avere a che fare con una massa di utenti, compratori e cittadini privi di coscienza critica, autodeterminazione e facoltà di scelta autonoma e responsabile, che diventano vittime e dipendenti da messaggi e consigli per gli acquisti di prodotti e leader, che possono  appagare alcuni bisogni segreti di rassicurazione emotiva, di  consenso, considerazione e di appartenenza a un ceto e una cerchia, a partire da quella familiare, di affermazione del proprio “talento” e della propria personalità, fino a quello di “immortalità” che, secondo Packard, si esprime allegoricamente con la sottoscrizione di assicurazioni e polizze vita, a garanzia del perpetuarsi della propria “presenza”, anche dopo il decesso.

Sono passati tanti anni durante i quali il libro è stato un vangelo a un tempo irritante e stimolante, saccheggiato e abusato, entrato, e malinteso, nell’immaginario collettivo.

Ma adesso vale la pena di interrogarsi sulla sua attualità, adesso che il susseguirsi di crisi hanno sempre più concentrato il potere d’acquisto nelle mani di pochi e limitato i consumi dei molti,  proprio quelli, molti, che prima erano stati sottoposti alla conversione da cittadini a utenti e compratori di merci, ideali, valori e pure dei loro produttori e impresari di sentimenti e  convinzioni, che via via hanno perso la loro carica di “ottimismo” progressista, entusiasmo dinamico, immaginazione fattiva.

Tanto che già da anni siamo stati incitati a fare shopping compulsivo di paura, diffidenza, sospetto, grazie a una propaganda che offriva,  come i buoni fedeltà all’affezionata clientela, un modello di ordine costituito che promuove discriminazione dei soggetti pericolosi, incrementa la militarizzazione urbana recintando le aree del privilegio e confinando ai margini, nelle geografie del brutto, i nuovi cattivi, che, in sostanza, accontenta i primi e rassicura i penultimi, criminalizzando gli ultimi.

Sono così cambiati anche i veicoli e i modi della pubblicità, si può risparmiare sugli investimenti in persuasione e convincimenti, a conferma che il capitalismo nella sua attuale declinazione riesce a trasformare in ideologia e a imporre come stile di vita  i capisaldi che lo tengono in vita.

L’austerità ha messo in moto un meccanismo autopunitivo che ci ha indotti a ritenere la rinuncia a beni, diritti e libertà come il doveroso sacrificio se non addirittura il castigo per aver vissuto al  di sopra delle possibilità, sottoposti a un trattamento che alterna il bastone delle restrizioni economiche, della precarietà, dell’abiura della dignità e dell’abdicazione doverosa delle prerogative della democrazia, con la carota delle elargizioni arbitrarie, delle concessioni discrezionali anche sotto forma di ammissioni e riconoscimenti sostitutivi di diritti fondamentali che credevamo inalienabili.

L’integrazione del marketing  per promuovere mercificazione e commercializzazione di ogni prodotto, degli individui, del loro lavoro, della creatività, nell’offerta e nel consumo politico, informativo, culturale ha contribuito a convertire la persuasione da occulta a esplicita, evidente, palese.

Ci siamo arresi a pagare un sovrapprezzo per ogni acquisto che facciamo per procurarci la blandizia, l’incoraggiamento di un spot che ci ritrae, di un messaggio indirizzato proprio a noi, di una promessa elettorale che sappiamo non verrà mantenuta alla stregua del detersivo che lava più bianco nel rispetto dell’ambiente, della merendina senza olio di colza che ci esonerano da sensi di colpa ecologici,  sicché acquistando, spendendo, possiamo compiacerci di compiere anche un atto “democratico” e responsabile.

Poi ci sono imposizioni che conservano carattere coercitivo, quelle necessarie a garantire l’appartenenza a un ceto sociale, a una categoria che così può rivendicare superiorità sociale e quindi morale, si parla dell’imperativo consumo di prodotti informativi e culturali, “turistici”, estetici, degli status symbol che consolidano processi identitari e dei quali non si può fare a meno pena l’emarginazione che colpisce anche i bambini.

E soprattutto quelle oggetto della sorveglianza di comportamenti e abitudini, apparentemente meno cruentemente repressiva, ma che applica sistemi di intrusione nelle esistenze cui è impossibile sottrarsi a meno di non condannarsi alla marginalità con la profilazione e la targhettizzazione  degli utenti, per controllare scelte, aspirazioni, oltre che spese e movimenti, che impone la carte di plastica, l’accesso informatico ai servizi, in una sorta di “reperibilità” totale e perenne del cittadino, il conto corrente per la pensione del novantenne,  che rende gradita la rintracciabilità di ogni movimento in modo da contrastare la delinquenza del ladruncolo favorendo quella della banca, e che oggi è raggiunge il suo acme con lo smartworking straccione e la Dad dilettantistica che mostra la volontà di attuare la distopia padronale dello sfruttamento da remoto h24.

 Il potere è feroce, ma noi ci siamo fatti occupare e possedere senza resistenza. Ogni fenomeno, ogni incidente dalla storia anche quelli prevedibili ci coglie impreparati a resistere alla pressione concreta e virtuale, come se fosse segnato ormai il nostro destino all’obbedienza senza alternativa.

Così la repressione, le multe le sanzioni le intimidazioni hanno ancora ampio spazio di manovra, ma anche e soprattutto in casi eccezionali è la moral suasion, ultimamente di carattere profilattico e sanitario,  a permettere a governi e regimi di esercitare il suo  potere intrinseco,  inducendo i soggetti vigilati a assumere un comportamento eticamente e socialmente corretto, non ricorrendo direttamente alle potestà che la legge mette loro a disposizione, ma basandosi sull’autorevolezza del proprio status.

Tanto che si fa ricorso a questa forma di pressione quando l’autorità vuole conseguire il raggiungimento di obiettivi non sempre compatibili con le carte costituzionali o quando non possiede la competenza o la funzione regolamentare per adottare i provvedimenti del caso e agisce, appellandosi a personalità, dottrine, pareri scientifici e tecnici,  tramite un consiglio autorevole anziché tramite un comando a carattere imperativo. E lo sappiamo bene per aver visto un Presidente del Consiglio “raccomandare” attitudini e atteggiamenti consoni al momento grave, sia pure per Dpcm.

Tanto  che l’app Immuni è stata vivamente consigliata e non resa obbligatoria, in modo tra l’altro da attribuirne il fallimento agli intemperanti sciagurati che non l’hanno scaricata, proponendola come un atto di civiltà e solidarietà, indifferenti agli effetti che l’uso maldestro avrebbero avuto sui malcapitati viaggiatori per lavoro su una metropolitana e su un bus affollato, sulla evidente impossibilità di effettuare un tracciamento efficace, condannando lavoratori in attesa del tampone peraltro inattendibile,  a quarantene e sospensioni contrattuali.

Tanto che adesso c’è un fervore nel dichiarare che il vaccino verrà somministrato su base unicamente volontaria, come è d’obbligo in un paese democratico dove vige lo stato di diritto. Salvo renderlo di fatto obbligatorio, inevitabile, ineludibile infliggendo l’ostracismo a chi non vi si sottopone, instaurando un regime di certificazione tramite patentino che condanna a discriminazione chi, compreso Crisanti? conserva dubbi sulla effettiva efficacia.

E non basta, vengono fatti entrare in gioco testimonial e ripetitori del messaggio di doverosa coscienziosità che reclamano penalizzazioni acconce e castighi esemplari per i trasgressori e invece una forma di tesseramento per i militanti dell’immunoprofilassi che permetta solo a loro la frequentazione esclusiva, parola di Alessandro Gassman,  di “ristoranti, bar, cinema, teatri, stadio, negozi, autobus, taxi, treni, e poi vedi che tutti lo fanno».

Beati i tempi in cui certi cretini si potevano liquidare chiedendosi chi li avesse pagati per proferire baggianate degne del Mago Otelma, di Vanna Marchi, di sindacalisti di polizia che vendono amuleti, del microfascismo che vige in Italia trasferito dai  bar e dagli scompartimenti ferroviari ai social. Macché, è peggio di così, l’adesione alla retorica delle delega in bianco ai poteri, politici, tecnici, scientifici, dell’obbedienza e del conformismo che sortiscono anche l’effetto non secondario di regalare venti secondi di visibilità, la possibilità di rivendicare una superiorità morale a poco prezzo, valgono il cachet di un spot, di una soap in Rai o Mediaset, che tanto è lo stesso.


L’Ospedale delle Marionette

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il virologo Andrea Crisanti, cui pare si debba la salvezza del Veneto dall’ecatombe e di Zaia dalla sconfitta elettorale, va a una kermesse organizzata dalla rivista Focus – e questo non depone granché a suo favore – e a un intervistatore che lo interroga sul vaccino anticovid ormai alle porte, innocentemente e ingenuamente risponde:  «Normalmente ci vogliono dai 5 agli 8 anni per produrre un vaccino. Per questo, senza dati a disposizione, io non farei il primo vaccino che dovesse arrivare a gennaio». 

Apriti cielo, è bastata questa affermazione piena di domestico buonsenso per togliergli di dosso l’abito sacerdotale dello scienziato e arruolarlo nelle file dei negazionisti, dei terrapiattisti e, ci mancherebbe il contrario, dei no-vax.

E lui si stupisce, da uomo riservato, che, par di capire, è stato trascinato dagli eventi a mostrarsi con una visibilità, che per altri tecnici della materia chiamati a comparire, offrire consulenze, dare pareri e soprattutto dichiarazioni, è stata come il sangue per Dracula, rinvigorendo la loro immagine, il loro credito e i loro dogmi inappellabili, pena la condanna al rogo, per ora virtuale.

Ancora si affanna a spiegarsi, non riesce a capire come mai sia stato frainteso. Si vede che non sa che per non essere manipolati bisogna stare in silenzio. E anche quello non basta perché può essere soggetto a opportuno trattamento così da essere percepito come codardia, supponenza, indifferenza o omissione colpevole.

E  nemmeno noi capiamo davvero di essere entrati in un circolo vizioso nel quale è sempre più difficile distinguere realtà e invenzione, verità e balla.

Se vogliamo credere ciecamente alla narrazione che viene dalle fonti ufficiali, precipitiamo in una spirale di conformismo obbediente che non ci mette al riparo dai rischi perché limita la nostra capacità di giudizio e veniamo posseduti da un marasma, diventiamo naufraghi in cerca di salvezza aggrappandoci a credenze, riti apotropaici, superstizioni, offerte a piene mai di santoni cini e una informazione farlocca.

Oggi tanto per fare un esempio, viene offerta l’opportunità di distinguere il Covid da altre influenze stagionali riempiendo le caselle di un simpatico test di quelli che si fanno sotto l’ombrellone, predisposto da “studiosi americani”: se tutto è cominciato con, cito con tanto di maiuscole,  “ FEBBRE, per poi progredire con TOSSE e DOLORI MUSCOLARI,seguiti daNAUSEA e/o VOMITO e, infine, DIARREA”, allora avete la peste del 2020, ma se invece vi limitate a tosse e febbre potete accontentarvi di   morire di un normale virus stagionale. 

Se invece ci ostiniamo a mettere in discussione l’informazione che ci viene erogata, non solo ci macchiamo della colpa di miscredenza arrogante e irresponsabile, ma finiamo per temere che un eccesso di negazione, fino all’irrazionale consegna al nichilismo, ci condanni alla stigmatizzazione e a un distanziamento morale.

 Il fatto è che siamo così soggetti alla manipolazione che invece di difenderci, siamo inclini a sospettare genericamente, e quindi ad alterare, a truccare o perfino a falsificare quello che apprendiamo da fonti che riteniamo autorevoli, al fine di rafforzare le nostre convinzioni spontanee delle quali non siamo sicuri. Ne  siamo talmente infiltrati che diventa fisiologico interpretare, invece  di “registrare”, sintetizzare per poi, successivamente, elaborare.

Siamo davvero indifesi, in una fase nella quale chiunque abbia conservato un minimo di lucidità si convince ogni giorno di più che non avranno creato il virus demoniaco in laboratorio, o forse si, ma che sia comunque in corso un processo per soggiogare la collettività grazie a una serie di procedimenti: nutrire una paura cieca e irragionevoli, somministrare il senso di colpa per qualsiasi comportamento anomalo, stabilire la centralità della scienza, quella dichiaratamente al servizio dell’autorità costituita.

Non vale nemmeno la pena di prendersi la briga di tornare sull’abuso della parola e del concetto di negazionismo, che ha estremizzato la marginalizzazione comminata come condanna a morte sociale e morale di chi non rende continuamente il suo atto di fede a alcune verità rivelate: il Progresso – e la tecnologia con i suoi corollari, automazione, robotica, intelligenza artificiale,  il Mercato, le cui regole e modalità sono state promosse a leggi naturali, il Pianeta, quello globalizzato,da tutelare con gli strumenti commerciali e economici  promossi dal sistema che lo sta alterando, la Velocità, proprio in senso futurista, quello del dinamismo vitalistico e attivistico,  dell’ottimismo che deriva dal possesso di strumenti e possibilità che nutrono un senso di onnipotenza virtuale, cui fa contrasto l’impotenza concreta della quale abbiamo proprio in questi mesi avuto al tremenda “rivelazione”.

E poi il Futuro, circoscritto all’immediatezza, se non possiamo aspettare i tempi necessari per testare un vaccino, se si celebra il primato situazionista della precarietà, del consumo usa e getta, cui contribuisce una somatica pubblica che vuole tutti giovani, produttivi o meglio ancora esecutori di ordini perentori dati giorno per giorno, che tanto il successo, la bellezze, la fama, l’influenza sono effimeri e “istantanei”.

E la Scienza. Qualcuno aveva detto che la Scienza e le sue discipline sono l’arte del dubbio applicata alla Verità e alle verità. Che non può e non deve elargire certezze non riscontrate, soluzioni demiurgiche e riti sacrificali, che non può e non deve imporre  un punto di vista univoco che proibisca di fatto agli individui di autodeterminarsi per addestrare la popolazione ad accettare come normalità e doverosa responsabilità collettiva, la rinuncia in nome della salute a diritti altrettanto inalienabili: lo studio, il lavoro, l’affettività, la socialità.

Invece. Ormai la censura zittisce anche scienziati e tecnici “eretici”, li accusa di complottismo, diventato ormai un’epica  letteraria, li tacita, con l’intento esplicito di rimuovere le vere cause dell’emergenza che consistono in una normalità malata, che ha soppresso assistenza, cura, professionalità, competenza, ricerca e prevenzione, che notoriamente costituisce una controindicazione al profitto delle industrie, dei santoni e dei guru della medicina, dei laboratori di ricerca impegnati a conservare sintomatologie dolorose e veleni  per alimentare il mercato delle terapie e degli “antidoti”.  

Purtroppo non c’è dottore che ci possa salvare dal morbo della manipolazione, c’è gente che la denuncia,  poco ascoltata e molto biasimata perché rompe la vetrina nella quale esibiscono i generi diventati di prima necessità che dovrebbero compensarci della perdita di libertà di pensiero e scelta.

Non sono medici della mente e della percezioni, ma da anni hanno messo a punto una diagnostica per analizzare sintomi, fenomeni, modi e processi di diffusione e contagio: creare un problema per proporsi in veste di demiurghi che lo risolvono, altalenarsi tra impennate e poi un decrescere consolatorio del rischio, determinati dalla opportunità di colpevolizzare o lodare i comportamenti individuali, sollecitare le risposte emotive, di paura o di sollievo, insinuare e nutrire il senso di colpa collettivo per distogliere lo sguardo dalle responsabilità politiche delle autorità, isolare il pubblico in modo da creare ulteriori sospetti, risentimenti e minare qualsiasi aspirazione alla solidarietà.  

Ma se il paziente non vuol sapere, non vuole conoscere per reagire e contrastare la malattia, allora la guarigione è impossibile.


Costituzione, un malanno passeggero

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Povero Agamben retrocesso da venerabile maestro a vecchio pazzoide, per aver osato equiparare il dubbio filosofico alle certezze di Burioni e, peggio ancora, per aver sostenuto che la tutela di un solo diritto reso prioritario dall’emergenza non può che sottrarre salvaguardia e rispetto agli altri, a cominciare dalla libertà di pensiero, di espressione e di culto limitato agli atti di fede da rinnovare nei confronti del governo e delle autorità speciali manageriali e scientifiche.

A dare una mano al dileggio sprezzante per l’accademico un tempo incensato che irresponsabilmente non vuole arrendersi al lockdown volontario e meno che mai a quello obbligatorio malgrado il suo status di soggetto non profittevole e non redditizio, per età e non solo (ormai i filosofi utili sono quelli assunti dalle imprese un tanto al chilo pe favorire una razionale e efficace selezione del personale), ci ha pensato il Presidente della Corte Costituzionale prestato in via non eccezionale al cerchiobottismo.

Intervistato dal Corriere,  Mario Rosario Morelli nel ribadire che non esistono “diritti tiranni”, ha subito aggiunto però che “quando bisogna trovare un equilibrio tra il diritto alla salute, il diritto al lavoro e il diritto d’impresa (riferendosi al caso dell’Ilva. ndrnon ce n’è uno da tutelare in maniera integrale a discapito di altri, ma, in una situazione di conflitto, ciascuno può essere sacrificato, sia pure nella misura minima possibile, per consentire la tutela degli altri”. E quindi e senza dubbio bisogna compiere  “un piccolo sacrificio di tutti i valori in campo” perché “in una situazione di conflitto, ciascun diritto può essere ridotto, per consentire la tutela degli altri”.

Ora, potendo esibire le necessarie referenze: esco poco e solo per attività essenziali, indosso la mascherina pur ritenendola largamente inutile e nel mio caso addirittura dannosa per via di effetti collaterali, applico il distanziamento sanitario e anche quello sociale, e di buon grado onde evitare contatti molesti, mi sento autorizzata a chiedere al Presidente la congruità dell’operato del Presidente del Consiglio  con il dettato costituzionale che prevede  solamente la “deliberazione dello stato di guerra”  da parte delle Camere con il quale il Parlamento conferisce al Governo i poteri necessari ad affrontare possibili conflitti bellici (art.78).

E se non si sia configurato una scavalcamento degli organismi rappresentativi dichiarando lo stato di emergenza (anche grazie al ricorso a una narrazione epica e a un linguaggio militaresco)  in forza della Legge n. 225/1992 sulla Protezione Civile senza il coinvolgimento nella decisione del Parlamento, mentre l’articolo 77della Costituzione  ipotizza la possibilità in capo al Governo di adottare in “casi straordinari di necessità e urgenza”, provvedimenti purché provvisori   e in forma di decreti legge e non di Dpcm, al fine di  garantire  il dibattito parlamentare.  

Sospetto che per quanto riguarda l’abuso dell’istituto del Dpcm, la quinta carica dello Stato mi potrebbe rispondere come un qualsiasi militante di una qualsiasi formazione presente immeritatamente nell’arco costituzionale commentandomi su Fb, per ribadire che tutto risale a un passato remoto o prossimo che ne ha permesso il reiterato ricorso, che le colpe risalgono a altri governi, altri referendum tentato o vinti che ha imposto il primato di un atto amministrativo, fragilissimo e impugnabili davanti ad un Tar qualunque, con l’intento evidente di svincolare le decisioni dal controllo delle Camere, dei Presidenti della Repubblica e della Corte Costituzionale. E che ormai il danno è fatto e torna buono quando si tratta di gestire situazioni più rischiose e emergenziali della mafia, delle stragi nelle stazioni e nelle piazze, della criminalità a norma di legge che autorizza la corruzione come cultura d’impresa.

A conferma che alla legittimazione di questi strumenti sul piano normativo se ne accompagna una di carattere “morale” e guai a metterla in discussione se non si vuole passare per incoscienti trasgressivi fino all’accusa più infamante: negazionisti.

E infatti afferma Morelli, l’obbligo etico di obbedire a questi “comandi”, anche se dati in forma contraddittoria, criptica, confusa, anche se è arduo rilevarne l’efficacia, anche se hanno creato una sostanziale disuguaglianza (anche quello incostituzionale) tra i cittadini, alcuni obbligati con la paura e dietro minaccia a salvarsi in isolamento, alcuni invece obbligati per garantirsi la sopravvivenza a rischiare quel pericolo estremo che imponeva decisioni estreme, deve essere dettata dal senso di solidarietà dal quale “discende il dovere di evitare comportamenti egoistici e di perseguire sempre l’interesse comune, e ciò vale sia per le istituzioni che per ciascun cittadino”. 

A  proposito del necessario senso di responsabilità che dovrebbe accomunare autorità e gente comune forse anche voi ricorderete l’anatema lanciato contro le menti criminali che nei primi giorni di marzo avevano spifferato le intenzioni di governo di chiudere la Lombardia, invitando direttamente e indirettamente i terroni residenti al Nord e antropologicamente inadatti a esercitare qualsiasi forma di coesione sociale a prendere d’assalto i treni per far ritorno nei loro Rio Bo, sfuggendo a obblighi di mutua assistenza.

E che si sarebbero materializzati anche pagando l’affitto di stanze ammobiliate, nutrendosi e saldando bollette, in coincidenza con l’interruzione di un contratto di lavoro precario o anomalo, proprio mentre apprensivi genitori che ricevevano compassionevole partecipazione, mobilitavano buone conoscenze per ottenere blasonate certificazioni che permettessero il ritorno legittimo dei delfini dagli Erasmus oltre frontiera.

Ora, si sa che le crisi promuovono differenze e discriminazioni, ma allora siamo autorizzati a pensare che non sia casuale che il Presidente Conte abbia fatto le sue soffiate in forma di conferenze stampa e presentazione del nuovo Dpcm,  anticipandone i contenuti e facendo slittare la data dell’applicazione, in modo da mettere in scena il solito gioco delle parti, l’ormai irrinunciabile rimpallo con Regioni e Comuni.

Litigano ma poi si sa che trovano una non temporanea intesa grazie alla concorde criminalizzazione della marmaglia riottosa. Compresa quella che, dopo che per mesi la comunità scientifica ufficialmente riconosciuta ha indicato nel sole il “salvavita” alla pari con le mascherine del Fca e Immuni (oggi in disgrazia prevedibile tramite trasmissione Rai, ovviamente in odor di negazionismo), è andata al parco o sul lungomare in attesa del temuto trascolorare da arancione a rosso, somministrato in caute dosi omeopatiche secondo criteri a dir poco arbitrari e discrezionali che confermano la vera natura delle baruffe tra gli attori in campo, con le regioni che danno i numeri dello stato della sanità, dei trasporti, della scuola e il governo che fa finta di crederci, salvo poi rimangiarsi la fiducia a seconda degli umori dei partner della difficile governabilità.

E a noi resta il dubbio di come mai la Campania da  modello di assistenza pubblica grazie all’opera instancabile del fumantino ras sia stata retrocessa a inumano lazzaretto, come anche le perplessità sui poteri e le competenze degli enti regionali, come mai il presidente Emiliano invece ci decidere, sollecita i  genitori a tenersi a casa la prole, sulla lunghezza d’onda della giurisprudenza come la interpreta Conte che indora la pillola “raccomandando”, se incarni quel senso di responsabilità invocata dall’alto verso il  basso l’invocazione a sanificare periodicamente le case, indicate come i focolai dove si annida il virus bastardo (cito Zingaretti) e che fa malignamente immaginare un nuovo brand dopo le mascherine il Welfare privato nel Lazio.

Ci resta invece la certezza di essere davanti a delle sfrontate facce di tolla guardando la pubblicità “progresso” della Lombardia che già da titolo istilla l’amletico dubbio,  “The covid dilemma” esibendo un giovanottone in felpa cui viene esposta la scelta “Evitare i luoghi affollati” o “affollare le terapie intensive?”, e sotto:  “La scelta è tua”.  Con versione al femminile di ragazza perplessa tra “senso di responsabilità o senso di colpa?” , prima dell’icastico monito: “la scelta è tua“.

A significare che la responsabilità della propria salvezza dopo anni di demolizione della sanità, della ricerca e della formazione del personale sanitario, dopo mesi di scelte terapeutiche sbagliate, di informazioni contraddittorie, di dati manipolati, di anziani conferiti in probabili focolai, di lavoratori esposti in mezzi pubblici e luoghi di lavoro insalubri, è sempre e solo nelle mani della gente.

Quella stessa gente che oggi è colpevolizzata perché dopo nove mesi di minacce millenaristiche, di allarmi apocalittici, di culto della paura, di dominio della profilassi su ogni altro bisogno, aspirazione, necessità, affetto, adesso al primo sternuto corre al pronto soccorso, “intasando le strutture” come denunciano ormai virologi e infettivologi affetti da un evidente marasma e che, per risparmiare chi non è intervenuto per rafforzare la medicina di base, primo avamposto per la prevenzione e la diagnosi, puntano il dito contro questo popolino già riottoso, scapestrato, disobbediente  e per giunta cacasotto e ipocondriaco.


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