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L’elemosina dopo il furto

fra Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una multinazionale operante nel settore della produzione e lavorazione dell’acciaio se la dà a gambe dal sito che ha acquisito a prezzo stracciato, restituendo alla gestione commissariale con cui ha negoziato   l’acquisto, anche la proprietà dei lavoratori che ha  licenziato e poi riassunto in modo da imporre nuovi contratti capestro e da licenziarne un buon numero nelle maglie della trattativa opaca condotta col governo locale, pavido e assoggettato, che non ha voluto assumersi la responsabilità di nazionalizzare l’impresa.

C’è da giurare che i becchini del colosso che si chiama Arcelor Mittal, siano pronti a fare lo stesso quando metteranno le mani sulla Essar Steel India, decotta e in bancarotta, per assicurarsi una posizione strategica in quell’area, in vista dei poderosi investimenti governativi nel settore delle infrastrutture. Se le cose non andranno come vogliono, se operai ancora più tiranneggiati e ricattati di quelli del precedente investimento non saranno disposti a barattare la vita con il salario, se i competitor locali  sapranno spuntare appalti e concessioni più favorevoli da paesi sorprendentemente meno  docili e malleabili di altri che avevano dimostrato la loro appartenenza a una civiltà superiore colonizzandoli per secoli, è probabile che anche in quel caso non tanto ipotetico il colosso metallurgico provvederà a caricare sui lavoratori degli oneri materiali e morali del rischio di impresa.

È uno dei frutti avvelenati della supremazia del profitto imposta anche sul piano “culturale”, grazie al rafforzamento del mito dell’efficienza, della produttività e dei benefici per la collettività che solo la  proprietà e la gestione privatistica dell’economia saprebbero assicurare, tanto che il declino e le svendite dei beni comuni sono state preparate per accreditare questa convinzione abbassando sempre di più la qualità dei servizi e innalzando i loro costi, in modo che la loro concessione a imprese private si accrediti come l’unica strada ragionevolmente precorribile.

Che poi, quando poi la verità viene a galla, quando le aziende diventano carrozzoni clientelari o alleanze mafiose per la realizzazione di interventi e grandi opere che dissanguano i bilanci statali senza offrire adeguate prestazioni, quando dimostrano che il business che porta più profitti è l’inefficienza, sono i ritardi o l’impiego di materiali scadenti, quando i nodi vengono al pettine  allora fanno come l’Arcelar Mittal, trasferendo il rischio di impresa sulla cittadinanza. Che lo sconta e lo paga sia in qualità di lavoratori dipendenti compresi quelli beneficati dal familismo, a meno che non si tratti di impunibili e impuniti manager e dirigenti, ma soprattutto in qualità di cittadini.

E c’è un concorso attivo di soggetti, le imprese, le banche finanziatrici, i governi, il cartello criminale europeo che per avvilire ancora di più e ridurre la sovranità, condanna gli interventi statali come fossero indebiti aiuti a entità parassitarie, che indirizza investimenti e risorse per sostenere le cupole finanziarie o le aziende non più produttive convertite in azionariati seduti al tavolo verde del casinò in  indolente e accidiosa attesa di godersi le rendite  di bolle e   fondi compresi quelli imposti ai lavoratori  secondo il nuovo uso che permette di sfruttarli due volte come lavoratori e come clienti e assicurati.

E dire che i soldi per l’Ilva o per Venezia o per il ponte di Genova o per i terremotati ci sono eccome anche senza andare a toccare l’intoccabile sistema della fiscalità, anche senza attuare il meccanismo redistributivo più intoccabile ancora garantendo   servizi e assistenza alle fasce meno abbienti della popolazione attraverso il prelievo di risorse nei confronti dei soggetti più facoltosi, perfino senza liberarsi ex abrupto – pare sia impossibile – dei vincoli  europei da Maastricht al Fiscal compact.

Basterebbe stornare risorse da interventi inutili e dannosi, da opere di risanamento a posteriori per investirle in  manutenzione, basterebbe rovesciare il tavolo di chi chiede risarcimenti per le sue malefatte, esigendoli invece, basterebbe chiudere la borsa e non onorare più i debiti contratti 70 anni fa e ingiustificatamente con la Nato, basterebbe non salvare banche assassine, chiamando in funzione di presenza salvifica il loro protettore dall’estero, ora in attesa di nuovo incarico. Che non accada non è certo casuale: i vincoli, l’impossibilità a riprendersi competenze e poteri ceduti, l’assoggettamento al “realismo” che si misura nel trincerarsi dietro la minaccia di sanzioni e risarcimenti onerosi, in realtà molto meno gravosi nel medio e lungo periodo della diabolica perseveranza nel realizzare interventi sbagliati, è un alibi diventato sistema di governo.

Così la strada più facile è sostituire il governo con l’elemosina, la solidarietà à con la carità, la redistribuzione con le mancette. In nome della dichiarata impotenza, a fronte della dissipazione di circa 8 miliardi, della trasformazione di una città in area cimiteriale, anche grazie a un turismo che accorre festoso a fare atto di presenza durante catastrofi e calamità, convertite in folclore e che si compiace della speranza di essere gli ultimi a godersi lo spettacolo prima dell’affondamento di Atlantide, si avvia la pesca di beneficenza, la raccolta fondi, l’appello ai prodighi sms.

Uno dei più attivi nel promuovere sottoscrizioni è il ministro Franceschini: “il mondo, ha dichiarato, deve sapere l’entità del disastro. Serve un impegno enorme dello Stato e di tutti i cittadini”. Intendendo i cittadini del pianeta. Chiamati a riparare i danni, a contribuire, a collaborare, a mettere pezze e cerotti dove quelli come lui hanno prodotto ferite e morte. Perché ci sarebbe da chiedere al contrito ministro appartenente alla cerchia degli eterni sorpresi dagli accadimenti, tutti annoverabili a fenomeni naturali e imprevedibili, come mai avendo coperto il delicato incarico sulla prestigiosa poltrona sulla quale siede oggi, nei governi Letta, Renzi e Gentiloni, non abbia avuto contezza e conoscenza dei problemi della città unica al mondo e patrimonio universale,   impegnato in festosa sintonia con il sindaco, oggi commissario straordinario,  a promuove e incentivare il turismo,  in controtendenza con altri tesori mondiali che guardano a Venezia come a un modello da non ripetere, come infausto laboratorio di oltraggio e consumo dissipato.

Sarebbe da chiedergli in veste di promotore della riforma del ministero dei Beni Culturali, e di profeta di quella religione che officia i riti del mercato, sacrificando arte, bellezza e monumenti da cui estrarre  soldi come fossero giacimenti, quali criteri e requisiti sovrintendono alla loro gestione, salvo una dichiarata preferenza per un personale esperto di marketing e vendite, che investimenti svengono mobilitati per la manutenzione ordinaria dei beni comuni, quali strumenti di controllo vengono esercitati su biblioteche, musei, pinacoteche, conservatori, se può succedere che vengano esposti a rischi prevedibile e irreversibili, come appunto è accaduto per la Querini Stampalia, per il Conservatorio Benedetto Marcello, i cui tesori sono stati travolti dall’acqua. Tesori di serie B si direbbe, rispetto a quelli di serie A, i luoghi di culto già oggetto di risarcimenti a nostro carico, per via della loro attrattività turistica e della cura sempre riservata all’ospite non pagante ma influente di là dal Tevere, il più esperto in materia di elemosine, purché si tratti di riceverle, e di doveri ma solo quelli da rispettare col padreterno,  e non di quelli in capo ai cittadini di uno stato democratico.

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Laici in tonaca

imm.jpgAnna Lombroso per il Simplicissimus

Molti anni fa, dovevo essere in terza elementare, venni condotta una mattina  con l’inganno di una gita scolastica a Piazza San Marco, in patriarcato dove un alto prelato benedisse tutta la scolaresca. Vissi quella imposizione come un tradimento involontario allo spirito antiautoritario che animava la mia famiglia e che si esprimeva anche con una intransigente laicità, tanto da starne male. Mia nonna, donna pratica accorsa al mio capezzale, sorridendo mi fece una carezza e: sta tranquilla, un poca de acqua fresca non fa mal a nessun! E ammiccando mi fece intendere che così mi ero conquistata forse la considerazione della maestra che dalla prima mi aveva collocata in un banco da sola in qualità di bambina “che non voleva bene alla madonna”.

Molti anni dopo alla morte di mia mamma feci una lunga trafila al servizio del plateatico comunale per ottenere in permesso di dare un saluto alla defunta insieme ai familiari e agli amici nel bel campo antistante l’antico ospedale. Ma quando andai a saldare la fattura all’impresa di pompe funebri, gli addetti (cassamortari a Roma) mi chiesero di autorizzarli a rivendersi l’iniziativa creativa offrendola con un modico supplemento imputato alle procedure burocratiche, alla clientela a-confessionale che da sempre ha il diritto spesso negato al cordoglio laico.

Sorridendo e con le dovute differenze i due episodi tra tanti possono essere interpretati come concessioni a una laicità di mercato che propone aggiustamenti e elargizioni volti ad addomesticare la prepotenza del potere ecclesiastico ormai introiettata nella società tutta, sfoderata con sistemi, metodi, obblighi che vanno ben oltre l’ostensione del crocifisso in luoghi pubblici e in siti istituzionali, ma anche in palestre, alberghi, case vacanze e B&B, club nautici e perfino garage comunali. Così in questi anni le ingenue motivazioni e richieste di mia nonna o dei manager della necroforia si sono sviluppati sempre sotto forma di donazioni, permessi speciali e licenze necessarie a consolidare l’ideologia dominante.

Dobbiamo a questo la momentanea copertura di simboli religiosi, l’autorizzazione a ospitare moschee in cantine periferiche, mentre quella dell’archistar  assurge a monumento visitabile nei percorsi turistici più esclusivi, l’autocensura a canti e inni natalizi negli asili alla pari di Bella Ciao, la comprensione sia pure lievemente infastidita per liturgie altre” a cominciare dal ramadan, mentre sono guardate con rispetto e partecipazioni quelle caratterizzate da una connotazione commerciale: capodanni cinesi, Halloween, doverosi omaggi alla globalizzazione né più né meno delle hreosterie che propongono maialino e kebab, presepi con l’imam realizzato a San Gregorio Armeno, grazie a una festosa commistione che viene elegantemente chiamata melting pot: e infatti così si mescola tutto, odori, sapori e valori in una mefitica apparente pacificazione che dovrebbe nascondere la puzza, la xenofobia, lo sfruttamento e la mercificazione.

E infatti i promoter di questa indulgenza verso convinzioni, fedi, inclinazioni pongono tutta una serie di ragionevoli limiti: non vanno mai a incidere sull’imposizione del crocifisso negli uffici pubblici, promosso a simbologia comunitaria rappresentativa delle radici comuni e condivise che potrebbe spiegare l’europeismo come atto di fede che verrà officiato prossimamente e motiva l’ostilità alle Costituzioni nazionali per via di un eccesso di socialismo. Non si sognano di contrastare – e potrebbero – l’oltraggio a una legge dello Stato perpetrato mediante una esuberante e sospetta obiezione di coscienza. Conferma l’opinione che la procreazione assistita sia un capriccio malsano alla pari dell’utero in affitto e della compravendita di organi. Condannano come reato la possibilità di morire con dignità.

E in cambio concedono il minimo sindacale di licenze   autorizzando il riconoscimento di prerogative alle coppie di fatto, purché omosessuali, autorizzano la somministrazione di oppiacei negli ospedali, purché non venga intesa come eutanasia, permettono l’epidurale somministrata con oculata parsimonia, purché non venga meno il principio che la donna deve partorire con dolore e meglio ancora con cesareo il 13 agosto e il 30 dicembre onde favorire le vacanze meritate dei primari. Strizzano l’occhio al configurarsi “libertario” a loro dire di famiglie “anomale”, legittimate nella loro “diversità” e approvate in quanto aspirano a una omologazione piccolo borghese, mentre, alla pari con quelli del Family Day e dei congressi veronesi,  minano alla base i vincoli di affetto, di solidarietà, di reciproca assistenza, cancellano pari opportunità di genere, ripristinano le antiche disuguaglianze tra uomo e donna, grazie alla inevitabile soppressione di diritti e conquiste fondamentali in nome del bisogno, della necessità e anche come punizione per un passato di dissipato consumismo e di lassismo egoistico.

Marx avrebbe detto che così contribuiscono alla creazione di una falsa coscienza, ma ci arriverebbe a dirlo perfino Fusaro e perfino quelli della lista per Tsipras se non fossero anche loro posseduti da dall’aberrante trasformazione dello spirito critico in militanze di facciata, ispirate da un umanitarismo generico che non si permette mai di condannare il sistema neoliberista e i suoi feticci, in veste di avventizi dell’antifascismo, come se fosse un incidente nella storia sospeso e interrotto e che solo oggi si ripresenta, di femministe intente a una azione per la conquista dei posti di potere, dove sono e come sono, di ambientalisti che credono fideisticamente che i cittadini possano salvare il pianeta con comportamenti virtuosi e che il mercato voglia riparare i danni che ha prodotto. Di antirazzisti che ritengono che si fronteggi il “fenomeno” migratorio con una integrazione di chi arriva nelle miserie dei cittadini ospiti, e non andando alle origini:  guerre, furto di risorse, patti stretti di tiranni sanguinari e loro successiva criminalizzazione, effetti climatici determinati da uno sviluppo insostenibile e  diseguale. E che invece dei corridoi umanitari propongono un neocolonialismo con esportazione di rafforzamento istituzionale e civiltà, temi sui quali saremmo maestri. Di sostenitori di una crescita nella quale il bieco capitalismo si addolcisce per essere più efficace, regalando un po’ di tolleranza privata e repressione pubblica, concedendo quel tanto di permissivismo indispensabile a smussare gli angoli e anestetizzare i pazienti in modo che si prestino alla mutilazione di diritti, esibendo i fasti di un lavoro senza fatica a condizione che si sappia rinunciare a sicurezze e garanzie.

Ecco, essere laici (e dovrebbero esserlo anche i credenti in quanto cittadini) non significa solo rivendicare la propria libertà di culto e espressione, non basta esigere che la chiesa paghi l’Imu per i suoi edifici, contribuisca alla tutela del suo patrimonio artistico, che i suoi preti in tutte le gerarchie si sottopongano al giudizio dei tribunali degli Stati e non solo a quello di Dio, che non si verifichino offensive ingerenze nella società civile, quelle che hanno condizionato usi e scelte, se rappresentanti del popolo appena eletti corrono Oltretevere, omaggiano pubblicamente e da soggetti delle istituzioni Padre Pio o San Gennaro, se un feroce cialtrone che offende e oltraggia la dignità e le persone di connazionali e stranieri con preferenza per i poveracci in quanto “diversi”, se lo concede in nome della salvaguardia di una tradizione e una fede che dovrebbe invece parlare in nome della fratellanza e della pietas.

Per non essere come lui, sia pure sotto altra non più degna bandiera, non ci vorrebbe poi molto, basterebbe far propri principi costituzionali alla base della democrazia, non prestarsi alla coltivazione di pregiudizi, nemmeno quelli favorevoli che comunque condizionano indipendenza e autonomia di pensiero e azione, basterebbe non togliere beni e diritti e aspettative. Ma invece aggiungere alla critica ai servitori del sistema quella al sistema, e non voler spaccare il mondo in due: credenti e non credenti, perché invece si dovrebbe mettere fine alla frattura tra il potere dei padroni e gli sfruttati, perché è sempre quella la lotta in corso, che affrontiamo disuniti, sottomessi, soli e senza speranza come succede a chi non sa di avere le catene perché non si muove e accetta la servitù al Signore e ai signori come condizione naturale.

 

 

 

 


Notre Madame

notre-dame-pompieriSe fossi nei panni del Papa e delle gerarchie cattoliche farei un’attenta analisi dei reportages scritti e video che si sono susseguiti durante e dopo l’incendio di Notre Dame perché essi suonano come l’inquietante campana a morto della propria progressiva perdita di senso: sebbene il fuoco abbia toccato un  edificio religioso, anzi il più famoso edificio religioso di Francia, e non uno della politica, dell’economia o un museo o qualche palazzo della simbologia nazionale oppure del lusso neoliberista, i termini costantemente usati sono stati, “storia”, “monumento”, “patrimonio”, “destino francese”, “tesoro”, “icona”, “cultura” senza che mai venissero usati nemmeno una volta termini in fondo più appropriati per una cattedrale come “messa” “fede”, “grazia”, ​​”incarnazione”, “peccato”, “provvidenza”, “rivelazione”,  “salvezza”, “culto”, “preghiera” come se la funzione religiosa della cattedrale fosse passata in secondo piano o addirittura non esistesse più. Persino il tentativo degli ambienti più retrivi e reazionari di inscenare una sorta di guerra religioso – culturale si è ben presto estinta sia per l’assenza dell’attentato da parte degli infedeli, sia per l’avvenuta “laicizzazione” della cattedrale che ormai da un secolo è protagonista di cerimonie civili dalla liberazione della città ai funerali di De Gaulle e di Mitterand o l’omaggio alle vittime del terrorismo.

Questa sparizione del sacro, anche se non del religioso e del magico in senso stretto, lo si nota ormai in molte cerimonie autoreferenziali nelle quali la chiesa celebra se stessa: uno degli esempi più notevoli potrebbe essere considerata la canonizzazione di Giovanni XXIII di Giovanni Paolo II nella quale non c’era traccia di adorazione divina, bensì del culto dei santi e nello specifico di due papi. Ma in quell’occasione rivelatrice non c’era stata la completa assenza della dimensione sacra come è avvenuto per le cronache di Notre Dame trasformata quasi in totem e in epicentro non tanto di laicità quanto di  culti assai più arcaici e antichi, come quello degli antenati o quelli che possono riferirsi all’animismo come è abbastanza evidente dalle frasi ricorrenti che si sono state dette e scritte decine di volte e in nessuna delle quali la cattedrale è citata nella sua specifica funzione:  “ognuno arriva al capezzale della vecchia signora di pietra”; “quella che parigini hanno sempre considerato come una madre protettiva, rassicurante”; “dozzine di vigili del fuoco circondano Notre-Dame, come se fossero al suo capezzale”: ” Parigi piange la sua amata signora “. Nemmeno una volta si nomina la Madonna cui dopo tutto  la cattedrale è dedicata. Insomma dopo secoli di teologia e di astrazioni pare che si torni a venerare un elemento materiale e si manifestino in modo chiaro persistenze di atteggiamenti ancestrali mai scomparsi, anzi ben presenti, per esempio nel culto delle reliquie. Così accade che i fedeli mentre vedono e temono il fuoco che ha distrutto, fortunatamente solo le parti posticce di quella che potremmo chiamare Notre Madame, non siano affatto allarmati dalla caduta del sacro, anzi nemmeno lo avvertono.

A cosa è dovuto tutto questo? Senza dubbio alla progressiva decristianizzazione della società sotto i colpi di un capitalismo che in passato  ha fatto del cristianesimo se non il suo oppio, il suo spinello festivo, con il consenso delle varie gerarchie preoccupate che il progresso materiale, quello sociale e la crescita del sapere mettessero in crisi le fonti del loro potere, ma che oggi, libero da ogni avversario ideologico e semmai prigioniero di se stesso, non ha più nessun bisogno del sacro, che anzi diventa fastidioso e inopportuno, ma piuttosto di una religiosità paganeggiante e blanda che non ostacoli con molesti richiami etici, la riduzione in schiavitù consumistica delle persone e il loro sfruttamento. Ovviamente la conservazione di riti, modalità e luoghi tradizionali del culto serve ancora e in molte maniere diverse al controllo sociale, purché sia adeguatamente depurato dai significati e si configuri come puro apparato retorico e scenografico che serve da ancoraggio  di comodo nel disorientamento della gente. Le chiese cristiane terrorizzate dal socialismo e dal comunismo ateo che esse percepivano come una religione aliena si sono legate senza remore al capitalismo rampante e alle sue incarnazioni anche perché convinte  che l’ordine sociale della disuguaglianza fosse il terreno di cultura ideale per il loro messaggio tout court attribuito a Dio: i poveri potevano sempre sperare in una giustizia oltremondana tramite ovviamente la chiesa e rimarsene buonini in attesa del premio, mentre i ricchi potevano sentirsi in grazia del Signore in virtù della benedizione portata dalla loro stessa fortuna, come tra i protestanti o liberarsi facilmente dal fardello del peccato con qualche donazione e qualche avemaria. Dal momento che il sacro era già scomparso da un pezzo, speravano di poter essere azionisti alla pari e di poter condurre in qualche modo il gioco, ma hanno sbagliato i conti e non hanno capito che l’alleato sociale era la più potente forza di desacralizzazione che avessero mai incontrato.

Solo che adesso  la complicità intima con un sistema che non tollera alternative, non permette significative evoluzioni sia per le resistenze interne, sia per i vincoli esterni: tutto rimane sul piano di un continuo, ambiguo e impudente baratto col potere, come abbiamo visto in questi giorni con Salvini che vuole salvare a suon di soldi pubblici il matrimonio in Chiesa, per un calcolo elettorale che dimostra la pochezza della persona e dei suoi interlocutori. Ma ha avuto anche momenti drammatici e importanti: non è certo un  caso che lo scontro sulla pedofilia sia nato in Usa quando si trattava di piegare la chiesa cattolica, cresciuta di importanza con l’esplosione demografica dei latinos, alla nuova dottrina della guerra infinita e farla diventare una “chiesa americana”. Beninteso non è che si trattasse di un problema inesistente, anzi diciamo che era da epoche immemorabili consustanziale alla chiesa stessa anzi in un certo senso risaputo e persino accettato, ma tramutatosi in aperta condanna proprio quando il senso della missione divina del sacerdozio è venuto definitivamente meno. Tuttavia è significativo fatto è che le numerosissime inchieste sulla pedofilia nelle comunità religiose statunitensi e anglosassoni in genere, hanno mostrato che gli abusi avvenuti in ambito cattolico erano meno di quelli riscontrati nelle varie confessioni o sette evangeliche, ma stranamente questi ultimi non hanno avuto alcuna risonanza se non a livello locale.

In questa chiave vanno interpretate le “dimissioni” di Benedetto XVI, consapevole dell’impossibilità ormai per la Chiesa di avere uno spazio proprio e soprattutto di fronte “processo di dissoluzione della concezione cristiana della morale” ormai agganciata al neoliberismo e dunque allo strumentalismo etico. Alla fine forse rimpiangeranno il buon vecchio ateismo.

 


I Don Chisciotte della Mancia

120611_opinion_art_mahrin_605 Anna Lombroso per il Simplicissimus

È probabile che a fianco del culto devoto dei classici del fascismo e al sostegno offerto ai guru del terrorismo nero, Casa Pound nel prestigioso stabile offerto da un sindaco progressista svolga attività  di aiuto umanitario. È sicuro che qualche ex detenuto ha compiuto un percorso di redenzione e integrazione nella legalità grazie alla cooperativa di Buzzi, osannata e finanziata in forma bipartisan per lunghi anni. è certo che nessun profugo fugge senza soffrirne, che i più muoiono nei deserti prima di arrivare in Europa durante il loro esodo forzato di pedine mosse sulla scacchiera dei  “grandi giochi” geopolitici ed economici che hanno militarmente devastato o desertificato le loro terre. E è altrettanto certo le Ong, qualcuna, pare, appoggiata dall’uomo dell’anno, riempiono – viene da dire al pari dei trafficanti – un vuoto,  perché non esistono vie legali di fuga e scelte  politiche per la loro salvezza. E poi sarà capitato anche a voi di andare in pizzeria e invece della ricevuta fiscale, vedersi presentare la tessera di iscrizione ad una associazione che promuove una qualche cultura “altra”.

Si tratta a vario titolo del potere sostitutivo che esercita il “terzo settore”, sempre più autorevole, presente e intoccabile, perché si tratta di un moderno tabù al quale a volte sarebbe consigliabile applicare la massima di Rosa Luxemburg: dietro a ogni dogma c’è un affare da difendere. Mi è capitato in passato di dire che si dovrebbe gratitudine al cane rabbioso all’Interno che permette a vari target di benpensanti  di sentirsi a posto con la coscienza e di sedersi sulla poltrona davanti al pc dalla parte giusta a poco prezzo, così basta un clic sulla satira contro il mangiatore di pizza e nutella e  sottoscrivere una petizione di Chance  e mettere la foto del sindaco disubbidiente  nel profilo, per sentirsi generosi, compassionevoli, equi e solidali ( ne ho scritto qui:   https://ilsimplicissimus2.com/2018/10/04/salvati-da-salvini/ )

Sono i rischi che si corrono in un tempo nel quale la carità ha sostituito la solidarietà, la visibilità la reputazione, le mance i diritti. E verrebbe da rimpiangere la severità di certe religioni se la laicizzazione a intermittenza ha stabilito un prezzo nemmeno tanto elevato, e scaricabile dalle tasse, per la responsabilità e la coscienza, esonerando da una colpa concerta l’operatore che pilota il drone  dall’ufficio e sgancia le bombe sulla Siria,  tranquillizzando chi accoglie benevolmente l’accettabile giardiniere che pota gli ulivi del giardino di Capalbio, ma concorda con l’educato Minniti sull’opportunità di stringere accordi con i despoti che hanno spinto qui per mare migliaia di disperati, non meno disperati dei terremotati per i quali pare di aver fatto abbastanza mandando un sms tre anni fa.

Esiste una proibizione silente a guardare meglio dietro a potenti industrie della pietà che mantengono prima di tutto la faraonica struttura comprensiva di congiunti illustri, ma anche i modi e i benefattori che celebrano  i riti della filantropia su scala minore, se si pensa che sono il Veneto e la Lombardia, le grandi elettrici della Lega, le regioni dove c’è la più alta densità di  volontari che si spendono per elargire servizi caritatevoli a quelli che non hanno trovato chiusi i porti o che si distribuiscono come animali in fuga fuori dai lager ufficiali.

A me la decisione del Governo di spezzare l’interdizione sacrale che mette sullo stesso piano le grandi imprese della misericordia e le piccole associazioni di gente che mette in tavola un pasto caldo o concorre per la refezione in scuole che praticano la selezione etnica e di censo anche alla mensa, pareva quanto mai opportuna: si trattava infatti di identificare e esigere che rispettasse la disciplina fiscale vigente, limitando l’agevolazione Ires, “quella parte del terzo settore che è persona giuridica e non persona fisica e che fa utili e profitti quando teoricamente non dovrebbe farli,  tassando quei soggetti che fanno utile”.

Così tra gli istituti che pagheranno l’Ires raddoppiata, per fare qualche esempio, ci sono il Cottolengo di Torino, il Pio Istituto sordomuti di Milano, la Fondazione Girola (che una volta gestiva orfanotrofi, ora gestisce strutture per i bisognosi e assegna per lo più borse di studio per i non abbienti). Enti  come la Croce Rossa, Misericordie d’Italia, Anpas (Associazione nazionale Pubbliche assistenze), o il Don Gnocchi , l’Opera San Francesco, diversi Istituti di Ricerca contro il Cancro, e anche enti culturali come ad esempio, la Fondazione Gramsci, il Centro Gobetti, la Fondazione Einaudi.

Apriti cielo! Si è levato un coro sdegnato per il semplice sospetto che alligni tra tanti Giusti qualche furbetto. In testa, oltre agli addetti ai lavori, c’è l’alta gerarchia della Chiesa, esponente di punta della cura pietosa per i chandala di tutto il mondo, che peraltro continua a non pagare l’Imu e a non far comparire davanti ai nostri tribunali i sacerdoti che dei diseredati anche in età minore si approfittano. Il presidente della Cei si rivolge a Sanvini: se la prenda con i vescovoni, come ha fatto, con la stampa cattolica,  lasci stare le migliaia di istituzioni senza fini di lucro che coprono uno spettro enorme di bisogni ed esigenze, da quelle ambientali a quelle sanitarie, da quelle di supporto alla coesione sociale e di contrasto alla povertà a quelle ricreative, culturali ed educative.

E figuriamoci se il vice – zerbinotto di Palazzo Chigi non chinava la testa dopo l’accorato appello, subito imitato dal leguleio degli italiani fervente devoto di Padre Pio. Il governo interverrà per mettere mano alla imprudente misura per riformulare e calibrare meglio la relativa disciplina fiscale,  in considerazione del fatto che le iniziative di solidarietà degli enti non profit rappresentano uno strumento essenziale per un’efficace politica di inclusione sociale.

C’è poco da sperare in un ceto dirigente che ha fatta sua la ideologia delle mancette, delle elargizioni, della raccolta punti per i fidelizzati al posto dei diritti. La sinistra non c’è più ma la destra invece vive e ci fa sapere cosa fa in cambio di un pugno di voti.

 

 

 


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