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L’orgia dei bari contro le unioni di fatto

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

A scorrere i titoli dei giornali, si potrebbe trarre l’impressione che il governo e la sua maggioranza abbiano rotto un patto secolare con religione di Stato, tradizione e senso comune, per imboccare la via licenziosa dell’irregolarità, dell’anti convenzionalità più dissipata, della trasgressione più depravata e, come se non bastasse, onerosa per le casse del bilancio previdenziale. Colgo fior da fiore. Il Messaggero: Effetti pesanti per i conti, la reversibilità andrà a tutti i conviventi. Il Corriere: Una sconfitta della democrazia, così si svaluta la famiglia. Il Giornale: Il pasticcio di Renzi, così le nozze gay ci portano alla bigamia. La Repubblica: L’ira dei cattolici, ora referendum e voteremo no sulle riforme. Il Tempo: Happy Gays. Le unioni civili sono legge ma il paese è spaccato.

Non c’è da stupirsi, dovevamo aspettarcelo dalla sacra alleanza dei bari che giocano alle tre carte tutti insieme, uniti per abbindolarci, dai pusher che ci spacciano roba cattiva, compresa qualche bustina di oppio dei popoli,  facendo finta che siano vittorie dei diritti e dell’uguaglianza. Che contrabbandano quello che non è nemmeno un minimo garantito, smerciano quello che non costituisce neppure una imitazione  di pari trattamento e di uguaglianza tra i cittadini, come fosse una conquista di civiltà ardua, addirittura divisiva se incontra l’avversione di puttanieri, sacerdoti dell’ipocrisia, patron di Boeri e fan della Fornero, poligami inveterati,  ma concessa per generoso istinto di giustizia, per amore di laicità,  per ragionevole allineamento agli accertati standard di umanità, progresso e urbanità occidentali.

E pronti ad approfittare del malcontento degli alleati per giustificare defezioni e una eventuale bancarotta in Parlamento e nelle urne della “riforma” della coppia di fatto Boschi-Renzi.

Si mi sbagliavo qui: https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2016/02/07/figli-figliastri-e-politicastri/, nel pensare che il Ddl Cirinnà, spacchettato di parti cruciali a cominciare dalle adozioni, rinviate a data da destinarsi, o come si dice a Roma “a babbo morto”, nella misura in cui assomiglia a una prova generale della riforma costituzionale, fosse appunto quel risultato minimale che andava comunque accolto come un risultato positivo, mi sbagliavo ancora di più nell’adottare il discrimine caro alla Boschi, o con noi o con Casa Pound, sentendomi incoraggiata dall’ostilità dei fondamentalisti del Mulino Bianco, dall’insofferenza del Moccia del revisionismo marxista, intento a dimostrarci che i diritti devono essere suddivisi in dinamiche gerarchie e declinati secondo graduatorie, in modo da relegare tra gli optional quelli considerati de luxe, marginali quando non pericolosamente distraenti da moti rivoluzionari consumati tramite blog, carriere universitarie sorprendenti, obblighi parlamentari alternati con Teresine e tavoli da poker.

Si mi sbagliavo perché il miserabile sorcio partorito dalla montagna di menzogne, dal cumulo di acrobatiche manomissioni di antropologia e di negazionismo scientifico,  dal coacervo di usi politici della statistica e della psicologia dell’età evolutiva, laddove di evoluzione se ne vede sempre meno, dal mucchio selvaggio di pregiudizi omofobici combinati con quelli del liberismo che converte garanzie, prerogative, diritti acquisiti in elargizioni che bisogna meritarsi, pena l’assimilazione alla categoria dei parassiti, ecco quel sorcio è davvero al di sotto di quei valori limite che l’appartenenza alla cittadinanza imporrebbe.  Nega l’istituto del matrimonio agli omosessuali, in considerazione della loro diversità sessuale? concedendo loro la possibilità di unirsi nell’ambito di  una  “specifica formazione sociale”, che non contempla l’obbligo di fedeltà, in considerazione del loro accertato e consumato istituto alla promiscuità? nega loro le tutele e le protezioni dello Stato quali il diritto alla pensione, le detrazioni, le riserve successorie, in considerazione della loro indole a sottrarsi alle convenzioni che accomunano la gente per bene? nega loro anche l’adozione del figlio di uno dei partner, in considerazione di una loro “inferiorità” morale?.

E così stabilisce per legge che la legge non è uguale per tutti, che la giustizia deve rispettare imperativi di maniera, quelli dettati dal bon ton di un’etichetta statuita dal matrimonio tra interessi privati (di una confessione) e pubblici (della politica). E che noi cittadini siamo obbligati a rinunciare alle questioni di principio, ora in nome della necessità, ora in nome della crescita, ora in nome di una conciliazione indispensabile a garantire la governabilità. Proprio come ci chiamano a fare in occasione del referendum costituzionale, quando dovremmo ubbidire al comando di smantellare il poco che resta di democrazia, rappresentanza  e partecipazione per assicurare il mantenimento in vita della loro “governabilità” che altro non è che la sopravvivenza e stabilizzazione dei loro poteri, dei loro privilegi, delle loro rendite di posizione, donate loro senza merito, se non quello di essere naturalmente, per inclinazione, per vocazione, per incarico, per missione arruolati al servizio  di ogni padrone, in tonaca, in divisa, in doppiopetto, in orbace.

 


Mannari e Magnari

mannaroAnna Lombroso per il Simplicissimus

Anche se pareva Cuore dei tempi d’oro non faceva ridere il florilegio di emendamenti presentati da aspiranti buontemponi e umoristi improvvisati di varie formazioni politiche – Carlo Giovanardi, Mario Mauro, Lucio Malan, Giuseppe Marinello – al Ddl Cirinnà, dall’obbligo per la coppia omosessuale di comparire davanti al comandante  dei vigili urbani, a quello di dichiarare ufficialmente chi ricoprirà il ruolo di moglie e chi di marito, tralasciando solo la divisione di obblighi domestici: lavare i piatti o passare l’aspirapolvere, dalla sostituzione dell’atto ufficiale, davanti all’ufficiale di stato civile, con un più moderno e dinamico Sms, alla dimostrazione documentata per gli aspiranti di non essere morosi delle spese condominiali.

No, c’è poco da ridere, anche se l’attribuzione del riconoscimento per  le dichiarazioni e i comportamenti più ridicoli, demenziali, contraddittori e involontariamente comici spetta certamente agli esponenti del Pd, quelli che quella legge l’hanno proposta senza volerla, che d’altra parte si sa che i diritti, tutti, non si addicono loro, anzi stanno là per cancellarli, preferendo sostituirli con i privilegi, per loro, e delle elargizioni per chi dimostra ubbidienza.

Tutta questa vicenda parla di qualcosa che non appartiene solo alla sfera economica o a quella giudiziaria, una corruzione morale, che convince chi sta anche nelle nicchie più marginali o scadenti del potere, di perseguire a  tutti i costi in una beata condizione di impunità, i propri interessi personali, di conservare le proprie rendite di posizione, di tutelare le prerogative, anche le più miserabili e infami, contro i bisogni della gente, il soddisfacimento di aspettative e necessità generali, a costo della rinuncia a principi e valori un tempo indiscussi, l’abiura della dignità, l’assoggettamento a padroni esigenti pronti a presentare il conto. Facendo immaginare che la condanna emessa nei nostri confronti a essere  schiavi, sia ispirata anche, sia pure marginalmente, dall’intento di farci diventare come loro, condizionati, succubi, servi, dediti a ogni compromesso, in modo da concedersi una certezza di superiorità.

Lo dice la concessione di Sigonella come capitale mondiale dei droni, per compiacere l’imperatore, lo dice la concessione alla Chiesa di intromettersi nelle nostre vite e nelle nostre leggi, lo dice la concessione ai privati del nostro sistema assistenziale e dell’istruzione, lo dice la svendita di beni comuni e territorio, liquidati a prezzi stracciati, quelli favoriti da stati di incuria e abbandono alimentati a questo fine dal ricorso alla pratica dell’emergenza, quelli prodotti da voragini di passivo, frutto di clientelismo e malaffare.

È un sistema di governo, nazionale e periferico, per il quale non mancano mai i voti: così non stupisce la notizia della messa all’incanto  di parte del patrimonio pubblico della Regione Toscana, quando con disinvolta spensieratezza la Giunta, nella speranza di rimpinguare le casse regionali e di continuare a coprire le falle amministrative, ha deciso di liquidare un ingente e prezioso patrimonio storico architettonico – decine e decine di immobili di proprietà della Regione e delle asl –  del valore di circa 650 milioni, compresi complessi architettonici di indiscutibile valore monumentale e paesaggistico.  L’aspirante sindaco d’Italia e il suo fantoccio hanno concordato con il presidente Rossi, onusto di una fama di uomo perbene, della quale prima o poi saremo costretti a dubitare, la svendita di alcuni gioielli, da  Villa Fabbricotti col suo parco, dall’ex Ospedale Meyer, a Palazzo Bastogi, dalle Poste Nuove di Michelucci, l’architetto della Stazione, alla villa medicea “La Quiete”, insieme al Parco di San Salvi, o agli ex ospedali di Fiesole e agli ex sanatori sulle colline di Monte Morello.

Che atti come questi possano essere tranquillamente annoverati nelle categorie del malaffare più dissipato, in quella dell’oltraggio al senso e al bene comune, è dimostrato da quanto si siano rivelate inutili, economicamente svantaggiose, moralmente infami, le grandi operazioni di alienazione del patrimonio pubblico: le cartolarizzazioni e le svendite, così come le privatizzazioni “mascherate” o esplicite di servizi pubblici, delle quali si è conservata la natura clientelare e familistica, incrementando le tariffe e peggiorando il servizio.

Ogni tanto ci rincuoriamo, perché associazioni spontanee di cittadini si coagulano intorno a un progetto di difesa del “suo”, perché altri si mobilitano per dire No, a trivelle, alta velocità, grandi opere costose, dannose e criminali, perché altri ancora partecipano alle gare, tentando di ridiventare padroni di ciò che è di tutto. Ma non basta, se cediamo alla paura che cacciando chi agisce contro l’interesse generale, se cediamo al timore di un’alternativa sconosciuta nell’incertezza che possa andare peggio. No, peggio di così non può andare.

 

 

 

 

 

 


Unioni civili, “inglesorum” per fregarci

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

A volte non è pretestuoso chiedersi perché per indicare istituti giuridici, fenomeni più o meno spiegati ed accettati, misure proposte o imposte si usi l’inglese, come nel caso del Jobs Act, come nel caso della stepchild adoption. Nel primo caso, l’intento più o meno esplicito è quello di fare ricorso a una lingua accreditata come esperanto della modernità, per esaltare dinamismo futurista, natura progressiva di una scelta che fa  piazza pulita di un passato,  smaltito sbrigativamente come arcaico e superato, innervato invece di fermenti, aspettative e conquiste irrinunciabili. In altri, come nel caso dell’istituto giuridico che già permette l’adozione del figlio del coniuge, con il consenso del genitore biologico e solo se l’adozione corrisponde all’interesse del figlio, che deve dare il consenso (se maggiore di 14 anni) o comunque esprimere la sua opinione (se di età tra i 12 e i 14), c’è da sospettare che si voglia asseverare, con l’uso di una locuzione  straniera, appunto, l’estraneità esotica e sospetta del riconoscimento di un legame, di un vincolo, di un patto legale ma soprattutto affettivo, in modo che sia legittimo diffidare della sua congruità “naturale” e della sua coerenza con usi, tradizione e cultura popolare.

Sia come sia, si chiami stepchild adoption o adozione del figliastro, si pensi che sia una novità ambigua o si sappia invece che esiste già nel nostro ordinamento (fino al 2007  ammessa solo per le coppie sposate, poi estesa ai conviventi eterosessuali, ritenendo, in quei due casi, che fosse interesse del minore che al rapporto affettivo fattuale corrispondesse anche un rapporto giuridico, consistente in diritti ma, soprattutto, doveri),  è questo il terreno sul quale è in atto una battaglia in previsione dell’approdo a Palazzo Madama del Ddl Cirinnà sulle unioni civili. Che prevede che un componente dell’unione civile possa continuare come dal 2007, ad avere la facoltà di chiedere l’adozione del figlio biologico del partner,  sempre col  consenso del genitore biologico e  sempre previa autorizzazione del  Tribunale per i minorenni, incaricato di  stabilire -caso per caso- se l’adottante ha le carte in regola e se l’adozione corrisponde all’interesse del figlio.

Per questo eventuali modifiche  del testo di legge avrebbero  come unico intento ed  effetto non quello di bloccare una novità sgradita a un fronte confessionale, che rivendica il monopolio della tutela della famiglia, ma di impedire “solo” agli omosessuali di continuare a fruire di un istituto già esistente. 

Ed è del tutto pretestuoso innalzare steccati ideologici, confessionali o  frutto di palese ignoranza giuridica, sostenendo che si tratti dell’anticamera dell’utero in affitto: pratica che, utilizzata per lo più dalle coppie eterosessuali, è sanzionata penalmente e che di certo non sarebbe scoraggiata dal negare ai figli della famiglie omosessuali la protezione giuridica di cui hanno bisogno. Per non dire che  la maternità surrogata continuerebbe ugualmente a essere praticata all’estero, dalle  coppie etero e gay ricche, con la differenza che le prime, essendo sposate, potranno adottare quei figli all’interno del matrimonio.

È quindi palese che l’opposizione a questo istituto nasce dal pregiudizio, dalla discriminazione, che la volontà di trasformare in ardua  concessione quello che non è neppure il riconoscimento di un nuovo diritto, ma la rimozione di un ostacolo che impedisce ad alcune persone di esercitare un diritto di cui tutti gli altri già godono, fonda questa esclusione sull’ “orientamento sessuale”, dunque su una causa di discriminazione ritenuta illegittima dall’articolo 21 della Carta europea dei diritti fondamentali, che ha lo stesso valore giuridico d’ogni altro trattato europeo, al cui rispetto almeno i 30 senatori del Pd e altrettanti deputati,  che si sarebbero già pronunciati contro le stepchild adoption,  mai si vorrebbero  sottrarre in nome della lealtà all’Unione e alla sua moneta.

E proprio quei 30 senatori, tra i quali alcuni acrobati del cambio di casacca e interpreti spericolati del trasformismo, a un tempo baciapile e divorziatissimi, ma soprattutto adoratori della poltrona quindi oculati amministratori del loro gruzzolo di consenso cattolico, sono insorti contro la pubblicazione dei loro nomi in un sito, Gay.it, insieme all’appello a contattarli per chiedere ragione della loro scelta. Si è voluto dar vita a una gogna mediatica, hanno denunciato, chiedendo  che l’elenco venga al più presto rimosso: “Non soltanto è un’azione dispotica“, ha detto il vice capogruppo Pd Tonini, “ma un atto irresponsabile che richiama alla mente lontani fantasmi che sarebbe meglio lasciare nel passato”.

Come al solito il fantasma vero è quello del Marchese del Grillo che alberga nei nostri rappresentanti in Parlamento, nei membri del governo, nella classe politica e dirigente tutta e che li ha persuasi della loro superiorità indiscussa e inviolabile. Sicché loro sono autorizzati a farsi gli affari nsotri, entrare nelle nostre vite, decidere cosa è bene e male, che cosa ci conviene o ci danneggia, intervenendo sulle nostre inclinazioni e scelte di vita e perfino di morte, perché “loro sono loro…”.  Mentre noi non siamo nemmeno in diritto di sapere che cosa pensano, che scelte fanno, che orientamento esprimono all’atto di decidere delle nostre esistenze. Dovevamo aspettarcelo da chi fa di differenze, disuguaglianze e iniquità i capisaldi del governo della cosa pubblica .. e privata.
 


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