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Archivi tag: Regione Toscana

Boschi, fumati un toscano

sig Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ancora ferita dalle critiche di stampo esplicitamente sessista dopo la sua apparizione in bikini in risposta alle dichiarazioni a bordo piscina del bagnino di papetee che lei aveva con tutta evidenza considerato meritevoli di un elevato e armonioso contrappunto (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/08/19/bikini-e-bagnini/ ),  Maria Elena Boschi si sfoga contro il complotto della piadina che avrebbe condannato all’eclissi la meritevole cricca toscana.

Spero che l’assenza di toscani nel governo non sia una punizione per Renzi, si lamenta la più prestigiosa squinzia che abbia abitato il palazzo. Facendo dunque intendere che il comitato d’affari  impersonato dalla dinamica De Micheli finchè a barca va (e chi non nota una somiglianza con la cantante Orietta Berti) ha oscurato quello della Leopolda  come dimostra la tempestiva accelerazione data a tre opere locali strategiche: Passante di Bologna, bretella dui Campogalliano-Sassuolo e Porto di Ravenna, mettendo in secondo piano altre iniziative fino a ieri prioritarie come l’ampliamento dell’aeroporto di Firenze.

La  strategia costruttivista del nuovo Pd all’ombra delle torri si avvale della temporanea alleanza di impresa di altri campanili in attesa di riconoscimenti sigillati dal cemento, prime tra tutte le regioni che aspirano all’autonomia e che sia pure in assenza del loro officiante vanno sul sicuro certe di conquistare la loro secessione  legale grazie alla “appropriazione”  del  cosiddetto residuo fiscale, ovvero la differenza fra quanto i cittadini versano allo Stato centrale per il pagamento delle tasse e quanto ricevono come trasferimenti dallo stesso Stato centrale, eccettuate invece quelle del Sud e quelle del Centro Italia che le tasse le pagano eccome, compresi i soggetti vittime del sisma.

Così la vestale del Giglio Magico dà voce alle preoccupazioni del sindaco di Firenze  Nardella, del presidente della Regione Rossi, cui si deve una legge urbanistica che di fatto cancella la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali che riguardano il territorio, in previsione dell’opposizione popolare proprio all’aeroporto e ad altre nefandezze in fieri nella un tempo ridente Toscana. Ma è sicuro si faccia interprete anche per via dinastica delle inquietudini di un ceto affaristico finanziario che ha trovato nutrimento in banche criminali e supporto in imprese speculatrici i cui interessi spaziano dallo sport al turismo, dal settore immobiliare attivo nella cacciata dei residenti  e degli artigiani delle città d’arte per far posto al terziario dell’accoglienza e del lusso, a quello non marginale del mercato della bellezza, “operatori” in forma di multinazionali che organizzano eventi, fanno import-export di opere  foraggiando tutto l’indotto di assicurazioni, trasporto, editoria di settore, e poi quell’esercito precario di guardianie, inservienti, osti, affittacamere che si illudono davvero che la cultura sia come il salame da infilare tra due fette di salame come sosteneva Tremonti e i nostri musei dei juke box come voleva appunto Renzi.

E capirai, mica può arrendersi quell’irriducibile parterre della Leopolda, fatto di rampanti della Firenze da bere che fanno rimpiangere i delfini di Craxi, ma somigliano di più alle comparse dei film di Pieraccioni e degli spot con Panariello, finanzieri che fanno la spola tra Cigoli e le Cayman, aspiranti spioni che vogliono mettere a frutto le lezioni dell’aretino Gelli, bancari che hanno visto troppe volte al cine le performance di Gekko, boy scout che vogliono arrivare in alto senza fatica, senza lavoro nemmeno quello di erigere una canadese e che non si rassegnano alle inevitabili e meritate cadute, spiriti distruttivi che auspicano di rigenerarsi dalle rovine che hanno prodotto.

Sono capibastone che finalmente sono stati bastonati, non facciamogli rialzare la testa.

 

 

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Air Renzi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Succede che ogni tanto qualcuno si consoli del buio intorno con la luce di fiammelle fioche, che dia credito a figure che sembrano estranee alla marmaglia volgare e cialtrona affaccendata in intrallazzi,  maneggi, sotterfugi. Succede che un presidente di Regione si faccia fotografare in atteggiamento amichevole coi rom, che condanni l’aristocratica xenofobia della Piccola Atene, che ogni tanto storca il naso per via delle puzze mefitiche che provengono dagli anfratti della sua azienda della Nazione e subito c’è chi si compiace, chi si illude che non siano tutti uguali quelli del Pd.

Può aiutare un ragionevole  disinganno e un giudizioso disincanto in cittadini troppo creduloni e facili agli abbagli, la vicenda del peregrino ampliamento dell’aeroporto di Firenze.

Del quale, prima di tutto, va detto qualcosa che invece è passato sotto silenzio, come ormai sempre accade per le Grandi Opere, delle quali si tacciono pudicamente l’effettiva utilità e le ricadute economiche e sociali  a beneficio della collettività, irrilevanti rispetto a quelle in favore dei dinamici promotori. E cioè che si tratta di un intervento non solo dannoso per l’ambiente, la salute e il territorio, ma  anche, come se non bastasse, futile, superfluo, costoso quanto inopportuno.

Gli unici dati prodotti dall’ente che – sulla falsariga di altre  macchine produttrici di corruzione, oliate dalla collusione con potentati locali e nazionali, competenti solo  nell’aggiramento delle regole  e nella vanificazione dei processi partecipativi, esemplari nella pratica autoritaria delle decisioni prese dall’alto e gestite dall’alto –  riunisce in sé le funzioni di realizzazione del progetto e di controllo della gestione, proprio come il Consorzio Venezia Nuova, capostipite molto imitato,  dimostrano che non esiste uno studio sui vantaggi e i costi del nuovo aeroporto, nemmeno un’analisi costi-benefici, tantomeno una ipotesi delle ripercussioni economiche per la città e il Paese. E’ stato esibito per gufi e disfattisti solo di quegli algoritmi acchiappacitrulli buoni per la Bocconi, presi pari pari dalla letteratura  parascientifica in materia e che mette in relazione, ardita e virtuale, numero dei passeggeri di uno scalo e ricadute occupazionali in un’area x, sia  New York col Kennedy o Firenze con Peretola. E, per via della ormai leggendaria strategicità e centralità toscana, dai Medici alla P2, dal Rinascimento al Giglio magico, l’accompagna una rilevazione che esalta il risparmio di tempo per i turisti e i viaggiatori beneficati dalla Grande Opera e diretti a Firenze, rispetto a Pisa, ben 20 minuti, decisivi, irrinunciabili, vitali.

Si  sa che il buonsenso non è una virtù del nostro ceto dirigente, così l’iniziativa voluta da Renzi e ereditata dal suo valvassore con pari protervia, ha proseguito nel suo dissennato percorso, trovando pochi ostacoli perché lo schieramento osceno degli sponsor, Comune, Regione,   Società Toscana Aeroporti presieduta da Marco Carrai che alterna l’attività di manager del settore trasporti all’aspirazione di spione di Stato, ha pervicacemente dileggiato ipotesi alternative, a cominciare dalla più plausibile: fare del Galilei di Pisa l’aeroporto  di Firenze, collegandolo con una navetta monorotaia al capoluogo in 30 minuti. E zittito le critiche autorevoli e motivate di esperti, tecnici (l’Università di Firenze tra gli altri), amministrazioni locali, comitati di cittadini, associazioni di consumatori e ambientali.

Ci voleva il Tar a far abbassare le ali ai promotori, quella cordata privata che allinea nella Toscana Aeroporti l’argentina Corporacion America Italia Spa (51,13%), l’Ente Cassa di Risparmio di Firenze (6,58%), So.Gim. Spa (5,79%), “altri” imprenditori con il 31,5%; infine, dopo la svendita di Rossi agli argentini, un esiguo, ancorché dimostrativo della buona volontà pubblica,  5% della Regione Toscana.

Con una sentenza che fa tesoro del principio di precauzione, ha smantellato l’impalcatura del piano proposta, a nome e per conto della società privata,  dalla Regione, accogliendo i sei punti oggetto del ricorso presentato dai combattivi comitati e bocciando il progetto per evidente incompatibilità ambientale, soprattutto vista la pressione sul Parco della Piana, per gli effetti inquinanti  sull’aria, anche in vista delle interferenze con il termovalorizzatore, per quelli sulla qualità della risorsa idrica e sull’assetto idrogeologico, per  le conseguenze inevitabili sulla rete .dei trasporti locali su gomma, per la inevitabile compromissione delle ville Medicee presenti nella fascia pedecollinare prospiciente l’area della piana fiorentina.

È in quell’occasione che è apparso chiara la funzione simbolica dell’ampliamento dell’aeroporto, allegoria in forma di cemento, rumore, puzza, peso, affarismo, lesione dei diritti di informazione e partecipazione dei cittadini ai processi decisionali, derisione e scavalcamento delle procedure e degli organismi di vigilanza e controllo, prodromica della riforma oggetto del referendum.

Le reazioni di quel brav’uomo di Rossi, dell’ardimentoso controfigura di sindaco, sono state esemplari: dicano e facciano quello che vogliono i molesti tribunali, le invadenti Corti, quella giustizia ordinaria e amministrativa così impegnata a bloccare crescita, benessere, riforme forse perché inguaribilmente rossa, come sosteneva il Cavaliere, alla fine a decidere saremo noi, saranno i ministeri “competenti”, a sancire e celebrare quell’accentramento dei poteri postulato dal loro “aggiornamento” costituzionale. E per non farsi mancare nulla aggiungono anche altri ingrediente che ormai fanno parte irrinunciabile delle ricette governative, mutuate da procedure criminali, a cominciare dalla pratica dell’intimidazione e del ricatto: con l’aeroporto viene cancellato anche il progetto dell’insediamento di Castello (un milione di metri cubi, eredità di Fondiaria acquisita da Unipol), costringendo Comune e dunque cittadinanza al pagamento di indennizzi milionari. E per loro non conta che quell’insediamento inopportunamente approvato, oggetto di insane deroghe e tradotto in diritti proprietari e edificatori acquisiti sia un’altra grande opera sciagurata, inutile quanto dannosa.

Irresponsabilità, megalomania, malaffare, incompetenza, ignoranza, arbitrio sono  i valori della loro nuova Costituzione. Ricordiamoci quando generosamente ci concederanno di esprimerci.

 


Mannari e Magnari

mannaroAnna Lombroso per il Simplicissimus

Anche se pareva Cuore dei tempi d’oro non faceva ridere il florilegio di emendamenti presentati da aspiranti buontemponi e umoristi improvvisati di varie formazioni politiche – Carlo Giovanardi, Mario Mauro, Lucio Malan, Giuseppe Marinello – al Ddl Cirinnà, dall’obbligo per la coppia omosessuale di comparire davanti al comandante  dei vigili urbani, a quello di dichiarare ufficialmente chi ricoprirà il ruolo di moglie e chi di marito, tralasciando solo la divisione di obblighi domestici: lavare i piatti o passare l’aspirapolvere, dalla sostituzione dell’atto ufficiale, davanti all’ufficiale di stato civile, con un più moderno e dinamico Sms, alla dimostrazione documentata per gli aspiranti di non essere morosi delle spese condominiali.

No, c’è poco da ridere, anche se l’attribuzione del riconoscimento per  le dichiarazioni e i comportamenti più ridicoli, demenziali, contraddittori e involontariamente comici spetta certamente agli esponenti del Pd, quelli che quella legge l’hanno proposta senza volerla, che d’altra parte si sa che i diritti, tutti, non si addicono loro, anzi stanno là per cancellarli, preferendo sostituirli con i privilegi, per loro, e delle elargizioni per chi dimostra ubbidienza.

Tutta questa vicenda parla di qualcosa che non appartiene solo alla sfera economica o a quella giudiziaria, una corruzione morale, che convince chi sta anche nelle nicchie più marginali o scadenti del potere, di perseguire a  tutti i costi in una beata condizione di impunità, i propri interessi personali, di conservare le proprie rendite di posizione, di tutelare le prerogative, anche le più miserabili e infami, contro i bisogni della gente, il soddisfacimento di aspettative e necessità generali, a costo della rinuncia a principi e valori un tempo indiscussi, l’abiura della dignità, l’assoggettamento a padroni esigenti pronti a presentare il conto. Facendo immaginare che la condanna emessa nei nostri confronti a essere  schiavi, sia ispirata anche, sia pure marginalmente, dall’intento di farci diventare come loro, condizionati, succubi, servi, dediti a ogni compromesso, in modo da concedersi una certezza di superiorità.

Lo dice la concessione di Sigonella come capitale mondiale dei droni, per compiacere l’imperatore, lo dice la concessione alla Chiesa di intromettersi nelle nostre vite e nelle nostre leggi, lo dice la concessione ai privati del nostro sistema assistenziale e dell’istruzione, lo dice la svendita di beni comuni e territorio, liquidati a prezzi stracciati, quelli favoriti da stati di incuria e abbandono alimentati a questo fine dal ricorso alla pratica dell’emergenza, quelli prodotti da voragini di passivo, frutto di clientelismo e malaffare.

È un sistema di governo, nazionale e periferico, per il quale non mancano mai i voti: così non stupisce la notizia della messa all’incanto  di parte del patrimonio pubblico della Regione Toscana, quando con disinvolta spensieratezza la Giunta, nella speranza di rimpinguare le casse regionali e di continuare a coprire le falle amministrative, ha deciso di liquidare un ingente e prezioso patrimonio storico architettonico – decine e decine di immobili di proprietà della Regione e delle asl –  del valore di circa 650 milioni, compresi complessi architettonici di indiscutibile valore monumentale e paesaggistico.  L’aspirante sindaco d’Italia e il suo fantoccio hanno concordato con il presidente Rossi, onusto di una fama di uomo perbene, della quale prima o poi saremo costretti a dubitare, la svendita di alcuni gioielli, da  Villa Fabbricotti col suo parco, dall’ex Ospedale Meyer, a Palazzo Bastogi, dalle Poste Nuove di Michelucci, l’architetto della Stazione, alla villa medicea “La Quiete”, insieme al Parco di San Salvi, o agli ex ospedali di Fiesole e agli ex sanatori sulle colline di Monte Morello.

Che atti come questi possano essere tranquillamente annoverati nelle categorie del malaffare più dissipato, in quella dell’oltraggio al senso e al bene comune, è dimostrato da quanto si siano rivelate inutili, economicamente svantaggiose, moralmente infami, le grandi operazioni di alienazione del patrimonio pubblico: le cartolarizzazioni e le svendite, così come le privatizzazioni “mascherate” o esplicite di servizi pubblici, delle quali si è conservata la natura clientelare e familistica, incrementando le tariffe e peggiorando il servizio.

Ogni tanto ci rincuoriamo, perché associazioni spontanee di cittadini si coagulano intorno a un progetto di difesa del “suo”, perché altri si mobilitano per dire No, a trivelle, alta velocità, grandi opere costose, dannose e criminali, perché altri ancora partecipano alle gare, tentando di ridiventare padroni di ciò che è di tutto. Ma non basta, se cediamo alla paura che cacciando chi agisce contro l’interesse generale, se cediamo al timore di un’alternativa sconosciuta nell’incertezza che possa andare peggio. No, peggio di così non può andare.

 

 

 

 

 

 


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