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Erode regna in Europa

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Lo scenario della nuova strage degli innocenti è davanti alle coste greche e turche, dove 6  bambini sono morti nel naufragio di  un barcone nel tratto di  mare  tra la città costiera di Cesme e l’isola  di Chios.  E dove non si guarda tanto per il sottile nei “respingimenti”, se dovessero essere confermate le denunce di organizzazioni umanitarie internazionali, nelle quali si  parla  di motoscafi veloci con a bordo uomini vestiti di nero e armati che si accaniscono sulle imbarcazioni di rifugiati e migranti che cercano di raggiungere le isole greche dell’Egeo, speronandole e mandandole a picco, mentre Frontex starebbe a guardare senza intervenire.  Se fosse vero, e pare sia così, potremmo sospettare della destinazione dei fondi erogati dall’Ue alla Turchia per fronteggiare l’emergenza “immigrazione” irregolare, ma soprattutto per riconfermare non solo simbolicamente che si è riavviato il processo di adesione – anche morale – del Paese all’Unione.

Non c’è da stupirsi: è probabile che sia questo ormai l’approccio esplicito adottato dall’Ue, che guarda con sollecita e indulgente comprensione all’elaborazione del lutto francese, fatta di sospensione di diritti civili e libertà, regime d’urgenza, previsione di lager “de charme” dove confinare i “sospettati”, contrassegnati da barbone, sguardi feroci, religione islamica professata in moschee o social network.

Poco serve ricordare che quello che è finora avvenuto dimostra ampiamente che il nemico più che venire da fuori, è nato in casa, di seconda o terza generazione, che la sua collera già nutrita di emarginazione ed esclusione, sarebbe ulteriormente alimentata da una malintesa stretta sulle misure di sicurezza, fatta di repressione, diffidenza, censura. A niente serve rammentare  ai  governi dell’Unione euro­pea, che non ave­vano pre­vi­sto le con­se­guenze del caos e delle guerre che hanno gene­rato l’attuale flusso di pro­fu­ghi e alle quali hanno contribuito o partecipato,  come oggi ancora più di  ieri, la risposta non può consistere in cinismo e irre­spon­sa­bi­lità, nell’estensione  del fronte  a tutta la Libia e oltre; nel ren­dere le fron­tiere esterne dell’Unione imper­mea­bili ai pro­fu­ghi, nell’imporre quote obbli­ga­to­rie di disperati a tutti gli Stati mem­bri, come se ci fosse da spar­tirsi un carico  di mate­riali tossici, di scorie nucleari, e non di per­sone avvelenate dalla paura, dalla fame, dalla disperazione.

Fa parte della strategia comunitaria ispirata a rifiuto, coercizione e punizione preventiva, anche la ferocia amministrativa e burocratica, in nome della quale – si sa l’Europa e madre o matrigna – è stata avviata la procedura di infrazione nei confronti dell’Italia,  colpevole di non aver espletato con l’implacabile spietatezza necessaria le procedure di identificazione e rilevazione delle impronte digitali di chi arriva. Ci aspettano sanzioni, probabilmente rilevanti in considerazione degli aiuti che ci sono stati concessi, e la solita riprovazione cui siamo condannati per via di un’indole criticabile al disordine, alla confusione non sempre creativa, alla frode, perché il provvedimento lascia intendere che il nostro Paese abbia voluto “marciare”  un po’ sul numero dei profughi, sulla sua efficienza, sui meriti conquistati sul fronte di salvataggi e dell’accoglienza.  Niente a che fare con la proverbiale organizzazione tedesca,  l’istintivo  talento per la gestione delle emergenze anche sui grandi numeri, che ha peraltro mostrato qualche falla se, nel silenzio delle autorità europee, nulla si sa di almeno 300 mila persone accolte in Germania dopo l’apertura di Angela Merkel,  sparite senza essere state registrate e tuttora irrintracciabili.

E dire che è stata proprio la Germania la prima a segnalare le nostre inadempienze, seguita ovviamente dalla Francia, che lamenta come le nostre carenze poliziesche compromettano il coordinamento internazionale negli sforzi per contrastare le potenziali infiltrazioni di terroristi tra i rifugiati, a dimostrazione che si meritano i primi posti nella graduatoria delle facce di tolla, dopo il conclamato fallimento della collaborazione pre  e post attentati di Parigi, degli insuccessi di intelligence e di collegamenti tra le security degli stati, così sciagurati da risultare sospetti.

Insomma l’accusa è quella di non essere all’altezza delle aspettative europee che in cambio della cessione di sovranità e dell’abiura di diritti, esigono l’incremento di autoritarismo, repressione, censura. Di modo che la lotta al terrorismo comporti necessariamente l’obbligatoria rinuncia alle libertà. Le autorità di polizia italiane hanno già riferito all’europarlamento e alla Commissione di aver fotosegnalato l’80 per cento delle persone arrivate nel nostro Paese. Ma di non aver  proceduto nei confronti di eritrei e siriani che rifiutano anche di farsi prendere le impronte  facendo resistenza fisica, nel timore che l’identificazione possa pregiudicare il loro transito verso altre destinazioni.

E infatti è questo che teme l’Europa, preferendo, come ha già dimostrato, che il problema ingombrante di disperati che arrivano dove nessuno li vuole, sia di competenza del suo Sud che così sarà ancora più Sud, Terzo Mondo interno, condannato a sempre più potenti emarginazioni, ricatti, intimidazioni. E dove l’unico modo per essere ancora forti dovrebbe essere esercitare la forza sui più deboli.

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