Archivi tag: sanzioni

Il Gulag in una stanza

hayez Anna Lombroso per il Simplicissimus

Questa è la storia di un paese bello, ma mai stato davvero felice, nel quale alcuni milioni di abitanti sono costretti, pena gravi sanzioni, a restare a casa per dimostrare senso di responsabilità nei confronti di se stessi e degli altri.

A differenza di loro, per altri milioni di cittadini non corre lo stesso obbligo: sono impegnati in attività essenziali, comprese, si direbbe, quelle a difesa dei nostri sacri confini patri grazie alla fabbricazione di materiali bellici e alla sorveglianza sui porti. Quindi liberi di creare assembramenti nei posti di lavoro, nelle metropolitane, nei bus, in fabbrica, negli uffici, ma non nei campi dove si rimpiange la fattiva presenza di stranieri, un tempo vilipesi in qualità di cuculi ruba-salario del caporalato.

Il motivo che avrebbe spinto il governo a adottare misure così sconcertanti perfino quando pareva che il sistema economico-finanziario avesse raggiunto i vertici dell’iniquità instaurando il regime delle necessarie disuguaglianze, consiste nella obbligatorietà di fronteggiare una pandemia che avrebbe colto tutti di sorpresa, anche se profetizzata e prevista perfino da prestigiosi organismi mondiali ben accomodati nella tana profittevole della globalizzazione, come succede quando a studiare fenomeni e indicare soluzioni a carico degli individui e delle collettività, sono quelli che hanno provocato i problemi.

È inizia così la narrazione apocalittica della pestilenza anno 2020, intesa a mostrare il detonatore e non la bomba che causa morte e sofferenze:  quella della distruzione di un sistema sanitario pubblico (tagli per 37 miliardi e 100.000 posti di lavoro), con lo smantellamento di reparti specialistici, la chiusura di ospedali, l’umiliazione del personale medico e paramedico, l’avvilimento dell’attività di ricerca consegnata alle aziende farmaceutiche, la fine della prevenzione e della diagnostica per fasce esposte della popolazione, che costituiscono la prima fila condannata da anni a cadere sotto il fuoco delle malattie stagionali.

Parrebbe quindi essere legittimo sospettare che l’enfasi data al Covid19,  nella sua qualità di morbo misterioso, inafferrabile, incontrastabile, nasca dall’opportunità di nascondere crimini del passato che si pensa sia doveroso ripetere per rispettare i criteri e gli obiettivi imposti dall’appartenenza a un contesto politico e sociale, o per ripetere su scala “occidentale” il modello caro alle imprese, quello di socializzare le perdite, anche umane, e privatizzare i ricavi, quelli delle inevitabili speculazioni che accompagnano ogni emergenza.

Ma c’è da ritenere che sia sollecitata pure dalla possibilità di salvare la reputazione di regioni che rivendicavano, con il riconoscimento usurpato di costituire il motore del Paese,  la pretesa di moltiplicare poteri e autonomia perfino nel comparto della sanità, per consolidare il loro modello di eccellenza, a fronte delle performance malaffaristiche trascorse e della indecente e canagliesca incapacità recente, con il conferimento degli infetti o probabili tali in opportune camere a gas dove far dimenticare la loro presenza avvelenata, con le case histories delle Rsa, del Trivulzio – quel nome torna  quando di parla di furti, ruberie, corruzione, allegorie del format assistenziale del Governatorato e della Capitale Morale, ma non solo.

In una ridda di dati contrastanti,  in assenza di statistiche che diano davvero un quadro attendibile della situazione, con la retrocessione degli esperti scientifici a opinionisti specializzati in mascherine come a Carnevale, pronti ogni giorno a somministrare diagnosi e a smentirle subito dopo, con il riproporsi leggendario della scoperta di nuovi elisir e possibili fantasiose terapie, mentre sperimentazioni forse efficaci sono mantenute in un regime di clandestinità e girano i rete come samizdat, quando ai medici è stata imposta una doverosa censura, a fronte della celebrazione retorica della loro missione ieri oltraggiata e oggi santificata, ecco in tutto questo, milioni di individui comunque stanno a casa.

Si sta a casa, concedendosi qualche licenza, che ormai il concetto di libertà nello stato di eccezione si riduce al supermercato, alla farmacia, all’edicola, e a qualche trasgressione bollata come atto banditesco e irresponsabile.

Stanno a casa gli anziani condannati all’accelerazione di una condizione di marginalità umiliante, separati da figli e nipoti, costretti a elemosinare il minimo sindacale di assistenza alla sopravvivenza.

Stanno a casa i bambini che presumibilmente saranno segnati da questo incidente della storia, nell’incertezza se ci sarà ancora la scuola in un domani vicino o lontano, per molti dei quali non c’è il telestudio, in assenza di Pc, internet, banda larga e altre paccottiglie dell’Utopia della Leopolda e di Casaleggio.

Stanno a casa donne menate dal marito, e pure le prostitute cui il Corriere della Sera  ha dedicato un accorato articolo, in qualità di target danneggiato dall’epidemia.

Ora si potrebbe dire che sta a casa un segmento di popolazione che gode di garanzie e al cui servizio lavorano pubblici meno privilegiati e meritevoli di sicurezze e protezioni.

Si potrebbe dire che si tratti di quella che Ricolfi, che ieri si preoccupava della sorte non degli operai dell’Ilva, ma degli agenti immobiliari, chiama la Società Signorile, una definizione che può far sorridere perché evoca più la cosiddetta sinistra ferroviaria dell’era craxiana più che i Gonzaga, gli Sforza e gli Este.   E che non sarebbe quella dei Magnaccioni, questo no, ma comunque un ceto consumista, parassitaria, imbelle, “presente in un contesto “opulento in cui l’economia non cresce più e i cittadini che accedono al surplus senza lavoro sono più numerosi dei cittadini che lavorano”, sono le sue parole, di circa cinquanta milioni di italiani targati come signori per via del fatto di vivere sopra la soglia di povertà, avendo accesso automatico a quella quota di consumi eccedenti il livello di sussistenza, corrispondente a 500 euro mensili pro capite (fitness? Netflix? Mutui? Erasmus dei delfini? Fondi assicurativi?).

In realtà sta a casa un sacco di gente già licenziata, un sacco di gente che lo sarà, gente che ha perso o perderà la fonte di reddito, l’esercizio, il negozio dove giacciono merci invendute mentre si accumulano gli affitti da pagare, cui viene promessa una mancia la cui restituzione verrà reclamata anche mediante sequestro della prima casa, visto che a esigere non è Equitalia più benevola, ma le banche.

È gente che resta a casa sotto minaccia di sanzioni, ma perlopiù per paura del morbo, anche se a milioni non contano nessun malato tra familiari e conoscenti, in molti annoverano un amico o un congiunto che ha lamentato tosse e febbre, che ha chiamato senza risposta numeri di emergenza, cui un medico per telefono ha consigliato di restare a casa in attesa degli eventuali peggioramenti che non ci sono stati fortunatamente. E che una volta passati i sintomi, trascorsa la quarantena senza essere stato sottoposto a nessun accertamento né prima né dopo non essendo paziente eccellente, non sa se è guarito, portatore, infetto, salvo.

Quindi verrebbe da dire che vive il terrore e il contagio per sentito dire, mentre vive concretamente già gli esiti e i costi che comporta e comporterà lo stato di eccezione, quelli politici per l’obbligatoria obbedienza a soggetti autoritari e di controllo, quelli morali per la limitazione delle libertà, quelli psicologici, perché la detenzione provoca danni e fa regredire a stati infantili, quelli economici, perché aumentano i prezzi, diminuiscono o non ci sono entrate.

Ma si sta a casa. E c’è da chiedersi se lo stato di resa che stiamo dichiarando non dipenda dal desiderio per ora inconscio, di rinviare la consapevolezza di quello che sarà “dopo”, la vergogna per quello che c’è stato “prima”, quando abbiamo permesso che ci espropriassero non  solo di beni, ma di diritti, lavoro, casa, salute, dignità. Se questa rinuncia al libero arbitrio, per la quale ci affidiamo a autorità decisionali usurpate, non significhi solo la rimozione delle nostre capacità e prerogative, preferendo delegare per non vedere, non sentire, non parlare se non dietro la mascherina.

 

 

 

 

 


Immunità di grigliata

condoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Se l’esodo di Pasquetta dei forzati della gita fuori porta sarà infelicitato dalla nebbia che grava sul Gra, sulla Pontina, sulla Via del Mare, noi saremo comunque afflitti dalla concorde riprovazione per chi, già da venerdì, complici il sole e la maledetta primavera più dolce che si sia vista da anni,  ha scelto di evadere dalla galera urbana, da chi improvvisava rave con grigliata sulle altane dei tetti di Palermo , sugli “irresponsabili” promotori e ospiti del party in terrazza beccati dagli elicotteri adibiti all’applicazione delle leggi marziali.

Il Presidente del consiglio Conte ha ammannito i suoi auguri di Pasqua senza sorpresa: “le rinunce che ognuno di noi compie in questa domenica così importante, ha scritto su Facebook, condannando implicitamente i rei di assembramento,  sono un gesto di attaccamento autentico a quello che conta davvero…”

L’interpretazione di che “cosa conti davvero”, pare ai più opinabile e controversa, ora che perfino la stampa ufficiale mostra le prime crepe nella narrazione monoteista del demone del Terrore (il Corriere oggi solo online offre un esame della decodificazione aberrante dei dati statistici su infetti, decessi, guariti, accorgendosene solo adesso) , ora che perfino Mefistofele avrebbe pudore nell’offrire la scelta tra la borsa e la vita, se tanti dei reclusi sanno che la clausura li butterà per strada, tra esercenti di pubblici esercizi, negozianti, parrucchieri (gli ultimi a aprire), artigiani.  Ora che molti si interrogano se la mera sopravvivenza in qualità di sani occasionali e comunque esposti a altre patologie future e agli effetti sanitari e sociali della cancellazione della cura e dell’assistenza, valga la limitazione delle prerogative individuali e collettive e del libero arbitrio, e la censura e l’anatema nel confronti di chi esprime dubbi sull’obbligatorietà di uno stato di emergenza e di conseguente eccezione in palese dispregio delle garanzie  costituzionali.

Forse andrebbe riservata la doverosa considerazione a chi è convinto che conti davvero ricongiungersi a familiari anziani, ristabilire vincoli di affetto e amicizia messi alla prova dall’isolamento coatto, far uscire i bambini dalle camere a gas cittadine tra viuzze e marciapiedi invasi da auto anche quelle in parcheggio obbligato, che per molti conti davvero raggiungere il proprio laboratorio, il negozio, il bar chiusi da un mese, che per altri conti davvero, in carenza di banda larga, andare a svolgere personalmente le pratiche per vedersi elargire le magre mancette, che per le badanti irregolari e i lavoratori precari conti davvero guadagnarsi la pagnotta con attività non annoverate tra quelle essenziali, compresa l’assistenza a un anziano, dimostrabili con un susseguirsi di impervie certificazioni.

Forse l’imprescindibilità di certe occupazioni, che, in barba alle raccomandazioni melense e stucchevoli dei VIP dello spettacolo e dello sport, alla melliflua retorica sciovinista praticata da inveterati venditori di patria e sovranità, fa muovere ogni giorno milioni di addetti costretti a circolare e a provocare allarmanti assembramenti su metro, bus, fabbriche, uffici, call center, aziende produttrici di armi, andrebbe spiegata meglio al fine di non consolidare la convinzione che le disuguaglianze sono eque e possono essere autorizzate per legge al fine di dividere i cittadini in meritevoli di salvezza o  condannati al sacrificio.

Perché è senz’altro doveroso rispettare le leggi. ma è altrettanto doveroso che le leggi siano rispettose dei cittadini, altrimenti il confine tra legalità e giustizia si fa sempre più labile e discrezionale.

Il che avviene ancora più frequentemente quando le regole sono troppo severe, quando sono contraddittorie, quando sono soggette a interpretazioni impervie e di conseguenza arbitrarie, quindi inapplicabili. E quando trasmettono la percezione di essere imperativi imposti da un potere assoluto che adopera le sue armi anche gergali per reprimere i trasgressori o per elargire licenze a chi se le sa prendere, come avviene solitamente quando una crisi viene convertita in emergenza anche a questo fine, incrementando la pressione autoritaria e trasformandola in problema di ordine pubblico.

Non deve stupire quindi che un bel po’ di romani, napoletani, palermitani abbiano tacitamente deciso di sperimentare insieme, che l’unione fa la forza,  l’immunità di gregge, se non dal Covid19, da controlli e sanzioni, mettendosi presto per strada, all’albeggiare, quando i militi di Strade Sicure, corpo eccezionale promosso per il contrasto alla mafia e quando si sarebbe voluta in passato analoga mobilitazione per assolvere ai compiti istituzionali,  sono ancora in caserma,  per poi trovarsi in file interminabili  ai blocchi, esibendo autocertificazioni improbabili, sulle quali avrebbero dovuto scrivere semplicemente in cima alle cose che contano davvero secondo Conte: non ne posso più, con tanto di punto esclamativo.

Non deve stupire che ogni giorno qualcuno si svegli dal letargo favorito del berciare di opinionisti della scienza che occupano le Tv tanto più prepotentemente quanto più si allontanano dal caposaldo della loro missione, il Dubbio, dalla ninnananna encomiastica tributata agli ubbidienti davanti a Netflix, dal colloquio solipsistico coi cristalli liquidi dei condannati allo smartworking.

E che  si interroghi se questi sacrifici, queste rinunce non siano della stessa qualità di quelle richieste per mantenere saldo il sistema salvando le banche, i profitti dei grandi azionisti, le multinazionali e i gestori dei casinò finanziari, se non si tratti di abiure a diritti e garanzie richieste per assoggettarsi e contribuire a imprese coloniali, al consolidamento di primati bellici e egemonie del terrore.

Non deve stupire se la scienza ha perso qualsiasi autorevolezza di neutralità e terzietà, se la sua voce di regime Roberto Burioni, affiliato al San Raffaele di Milano, clinica privata di Don Verzè, diffida per vie legali    Maria Rita Gismondo, dell’ospedale pubblico “Sacco” di Milano, se vengono oscurati i pareri prestigiosi di  centinaia di esperti   europei, americani, asiatici, che mettono in discussione le interpretazioni e l’opportunità dei mezzi e metodi impiegati,  se solo in rete hanno circolazione i pareri di clinici che operano sul campo e che contestano le terapie applicate frutto di diagnosi inappropriate.

Ma soprattutto  se i numeri sugli infetti, i contagiati, gli asintomatici, i guariti sono inattendibili, confusi, travisati, occultati, mentre gli unici credibili sarebbero quelli che dei condannati preventivamente a morte per malasanità, per infezioni ospedaliere, cancellazione remota di prevenzione e cura, e di quelli che verranno i malconci, depressi, soli e senza sole, aria, come pare impongano le leggi di una eugenetica a rovescio.

Di solito chi azzarda una critica viene subito intercettato con la perentoria richiesta di dare, invece  delle obiezioni, delle soluzioni. Una, sempre la solita, sarebbe quella decisiva, rovesciare il tavolo e con esso il modello di sviluppo fondato sullo sfruttamento, oggi più che mai se perfino blandi riformisti come Sanders vengono messi all’indice come anarcoinsurrezionalisti grazie alla propaganda apocalittica della pandemia liberista.

Se vi dicono così, guardate che non si tratta solo di quella mesta indole alla delega che fa parte della nostra autobiografia nazionale.

È più probabile che si tratti del desiderio di stare sotto schiaffo nella convinzione che così ci si possa salvare da peggiori manrovesci, stando acquattati nella tana mediocre dell’irresponsabilità, del conformismo, della subordinazione. Allora una soluzione di sarebbe, ricominciare a pensare.


Spioni e bari

Crypto-AG-1024x538Mike Pompeo, ex capo della CIA e attuale segretario del Dipartimento di Stato, è da oltre un anno ossessivamente alle prese con i potenziali pericoli spionistici derivanti dall’uso delle tecnologie Huawei 5G, sebbene più test sul campo abbiano già dimostrato tutta l’inconsistenza di queste preoccupazioni, false quanto all’oggetto specifico, ma invece reali a livello più generale visto che l’azienda cinese ha preso il comando della tecnologia wireless di quinta generazione e si è lasciata  gli Stati Uniti alle spalle a mangiare la polvere. La situazione crea un problema insormontabile per gli Usa che vogliono preservare il loro ruolo di superpotenza globale e questo non sarà possibile se la Cina domina la tecnologia delle comunicazioni e continua a essere il leader del settore nelle infrastrutture mobili di prossima generazione. La cosa in realtà meriterebbe una domanda che nessuno si fa: come è stato possibile che un Paese comunista o comunque ad economia pianificata, ampiamente arretrato fino agli anni ’70 , sia riuscito in cinquant’anni ad insidiare il cuore della potenza neoliberista che nel 1989 aveva dichiarato la sua completa vittoria planetaria e la fine della storia? 

Capisco che più ovvie sono le domande meno hanno probabilità di essere poste e individuate, ma ad ogni modo esiste anche una motivazione più specifica perché l’elite americana sia presa dal panico di fronte alla possibilità di essere controllata: il fatto di aver basato buona parte del suo gioco di dominio proprio sullo spionaggio. Per decenni, anzi per mezzo secolo i governi e i gruppi industriali di tutto il mondo cosiddetto libero si sono basati per la sicurezza delle proprie comunicazioni suoi prodotti di una azienda svizzera, la Crypto Ag, la quale vendeva sistemi criptaggio tipo macchina enigma un po’ a tutti, all’Iran come alle giunte sudamericane,  al Pakistan e contemporaneamente all’India, ai governi europei (compresa l’Italia, ça va sans dire) e persino al Vaticano arrivando in seguito  in seguito alle società di telefonia e alle banche. Il segreto più segreto, nascosto persino ai massimi dirigenti dell’azienda  era però che quella società apparteneva fin dal 1970 alla Cia con anche una partecipazione dei servizi tedeschi  (di qui lo scandalo che nasce quando si scopre qualche spiata americana in Germania). Naturalmente venivano vendute molte macchine truccate che consentivano all’intelligence americana di decrittare facilmente e in tempo reale i messaggi che venivano scambiati. Il rapporto tra la Crypto e la Cia risale però a molto prima: nel 1955, il fondatore dell’azienda  Boris Hagelin e William Friedman il capo crittografo dell’Nsa stipularono un accordo sottobanco  relativo alle macchine di crittografia C-52 che compromettevano la sicurezza  degli acquirenti.

Negli anni ’90 del secolo scorso, cominciò il declino del sodalizio quando il rappresentante della Crypto a Teheran venne arresto con l’accusa di aver venduto macchine truccate: la foglia cominciò ad essere mangiata da tutti nonostante le smentite ufficiali e le inchieste assolutorie del governo svizzero ed in effetti il trucco è stato poi confermato dai documenti declassificati della Cia. Intanto all’orizzonte si erano affacciati altri sistemi di spionaggio, come ad esempio Echelon e man mano la Crypto è decaduta fino alla sua definitiva liquidazione nel 2018. Si tratta di una storia conosciuta, nemmeno più segreta, che semmai viene rispolverata nelle guerre di interessi  fra corporation, ma che illustra il retroterra psicologico nel quale è nato l’affare Huawei: la paura tutta freudiana che altri possano fare ciò che si è fatto, ma soprattutto l’angoscia di essere passati in secondo piano, di non essere più alla testa della tecnologia. Il fatto è che la paura può essere facilmente fronteggiata con opportune contromisure, ma l’angoscia di essere scavalcati nel campo per tanti anni ha garantito l’egemonia geopolitica è difficile da contenere e porta a passi falsi: ci vorrebbe ben poco all’amministrazione americana per generare  un flusso di finanziamenti capace di favorire innovazioni che tengano le aziende statunitensi al passo dei tempi, ma si è scelta la strada bassa delle sanzioni unilaterali e delle molestie ai clienti del colosso cinese. E’ una dimostrazione di prepotenza, ma non di forza, che sembra nascere dall’inconscia convinzione di non potercela fare se non truccando il gioco. Sono lontani i tempi in cui l’ elite statunitense pensava di essere un buon giocatore, sia pure con qualche aiutino: adesso si sente così insicura che è costretta a barare.


Washington in preda all’Iran

D85LAHeUEAAdXtaGiovedì scorso vi sono state misteriose esplosioni su due petroliere che attraversavano il golfo di Oman dirette in Giappone e quasi in tempo reale il governo Usa ha accusato l’Iran di essere di essere responsabile dei presunti attacchi alle due navi, nonostante una totale mancanza di prove e l’assenza di un qualsiasi possibile movente visto che fatti del genere danneggiano gravemente l’economia iraniana ed espongono il Paese a una escalation di sanzioni e minacce di guerra che finiscono per sabotare i tentativi del Paese di uscire dalla garrota americana. Per di più il tutto è avvenuto in un momento delicato in cui un simile attacco è la cosa più lontana dagli interessi di Teheran. Ma non c’è da stupirsi delle accuse a vanvera, subito riprese dalla disinformazione occidentale, gli Usa sono pur sempre il Paese guidato da Trump che ne rappresenta l’anima più autentica e sono lo stesso Paese dove non un barista annoiato, ma un prestigioso personaggio del sottobosco politico – accademico, tale Patrick Lyell Clawson, neocon, economista e direttore di ricerca del Washington Institute for Near East Policy, ha diffuso un appello perché venisse messo in piedi “un atto bellico sotto falsa bandiera grazie al quale gli Usa si trovino “costretti” a entrare in guerra con l’Iran”. D’accordo, questa uscita tanto sgradevole,  quanto idiota è del 2012 e solo adesso viene rinverdita in rete in tutto il suo squallore, però dimostra efficacemente come il lupo perda il pelo, ma non il vizio e che certe strategie siano tutt’altro che occasionali anzi  facciano  parte di un modus  agendi radicato. Vi consiglio la visione di questo video  anche perché si dimostra come l’americano ignori che almeno alcuni pretesti di guerra sono stati lucidamente fabbricati, come la ricerca storica ha accertato, ma che adesso vengono usati per salvare la faccia pulita, proprio mentre si consiglia di sporcarsela.

Ad ogni modo la vicenda delle petroliere si è rapidamente sgonfiata, appena poche ore dopo l’evento, quando la compagnia cargo giapponese Kokuka Sangyo proprietaria di una delle petroliere danneggiate ha detto ai giornalisti che  la versione della storia data dal governo statunitense era semplicemente fasulla: “L’equipaggio sta riferendo che la nave  è stata colpita da un oggetto volante”, ha spiegato il presidente della compagnia, Yutaka Katada.  Dunque tutta la pazzesca storia della mina iraniana, già di per sé incredibile ha fatto la fine di una certa carta avvolta a rotoli e oggi ci si trova a domandarsi da chi e da cosa abbia avuto origine tutta questa storia. Sta di fatto che il presunto attentato iraniano è stato come il cacio suo maccheroni per i mascalzoni di Washington, essendo avvenuto esattamente nello stesso momento in cui il primo ministro giapponese Shinzo Abe era a Teheran impegnato in uno storico colloquio con l’Ayatollah Khamenei con l’evidente intento di stabilire rapporti commerciali che gli Usa non vogliono, arrivando assai spesso sull’orlo del ricatto per convincere Tokio a privarsi del petrolio iraniano. Inoltre l’amministrazione americana ha diffuso le sue accuse  infondate e oscure il giorno prima di un incontro importante della Shanghai Cooperation Organization, un’alleanza politica ed economica panasiatica che ha riunito i leader dei maggiori paesi del mondo ed è uno degli snodi della via della seta. Si è insomma voluto creare imbarazzo e divisione con un parziale risultato perché se il presidente iraniano Hassan Rouhani si è incontrato col presidente cinese Xi Jinping, con Vladimir Putin e col primo ministro pachistano Imran Khan, un incontro bilaterale con il presidente indiano Narendra Modi è saltato.  

Ora è ben noto che fino a quando l’amministrazione Trump non ha violato  illegalmente l’accordo sul nucleare nel maggio 2018, l’India era stata il secondo più grande acquirente di petrolio iraniano. Ma le minacce statunitensi di sanzioni secondarie hanno costretto Nuova Delhi a tagliare le importazioni di petrolio iraniano. Tuttavia Rouhani e Modi hanno recentemente aperto un dialogo su un nuovo meccanismo attraverso il quale l’India può pagare in rupie per il petrolio iraniano, evitando così le sanzioni americane. Si può facilmente immaginare che l’attacco alle petroliere e le accuse pretestuose lanciate contro l’Iran non siano state altro che un avvertimento rivolto genericamente al Giappone, ma soprattutto all’India che potrebbe sottrarre un’altra fetta di commercio planetario al dominio del dollaro, azione che per Washington è assai più grave di una semplice elusione delle sanzioni unilateralmente stabilite tradendo un patto già sottoscritto. 

Così finalmente una storia che pareva non avere alcun senso ne acquista finalmente uno concreto e plausibile anche se inquietante dentro un mondo che sta acquistando ormai caratteri da malavita con i suoi avvertimenti e le sue sparatorie dimostrative da attribuire alla banda avversa. Ma se questa è la logica non c”è dubbio che il boss dei boss fa sempre più difficoltà ad imporre la sua legge e le sue gesta denotano debolezza più che forza.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: