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Washington in preda all’Iran

D85LAHeUEAAdXtaGiovedì scorso vi sono state misteriose esplosioni su due petroliere che attraversavano il golfo di Oman dirette in Giappone e quasi in tempo reale il governo Usa ha accusato l’Iran di essere di essere responsabile dei presunti attacchi alle due navi, nonostante una totale mancanza di prove e l’assenza di un qualsiasi possibile movente visto che fatti del genere danneggiano gravemente l’economia iraniana ed espongono il Paese a una escalation di sanzioni e minacce di guerra che finiscono per sabotare i tentativi del Paese di uscire dalla garrota americana. Per di più il tutto è avvenuto in un momento delicato in cui un simile attacco è la cosa più lontana dagli interessi di Teheran. Ma non c’è da stupirsi delle accuse a vanvera, subito riprese dalla disinformazione occidentale, gli Usa sono pur sempre il Paese guidato da Trump che ne rappresenta l’anima più autentica e sono lo stesso Paese dove non un barista annoiato, ma un prestigioso personaggio del sottobosco politico – accademico, tale Patrick Lyell Clawson, neocon, economista e direttore di ricerca del Washington Institute for Near East Policy, ha diffuso un appello perché venisse messo in piedi “un atto bellico sotto falsa bandiera grazie al quale gli Usa si trovino “costretti” a entrare in guerra con l’Iran”. D’accordo, questa uscita tanto sgradevole,  quanto idiota è del 2012 e solo adesso viene rinverdita in rete in tutto il suo squallore, però dimostra efficacemente come il lupo perda il pelo, ma non il vizio e che certe strategie siano tutt’altro che occasionali anzi  facciano  parte di un modus  agendi radicato. Vi consiglio la visione di questo video  anche perché si dimostra come l’americano ignori che almeno alcuni pretesti di guerra sono stati lucidamente fabbricati, come la ricerca storica ha accertato, ma che adesso vengono usati per salvare la faccia pulita, proprio mentre si consiglia di sporcarsela.

Ad ogni modo la vicenda delle petroliere si è rapidamente sgonfiata, appena poche ore dopo l’evento, quando la compagnia cargo giapponese Kokuka Sangyo proprietaria di una delle petroliere danneggiate ha detto ai giornalisti che  la versione della storia data dal governo statunitense era semplicemente fasulla: “L’equipaggio sta riferendo che la nave  è stata colpita da un oggetto volante”, ha spiegato il presidente della compagnia, Yutaka Katada.  Dunque tutta la pazzesca storia della mina iraniana, già di per sé incredibile ha fatto la fine di una certa carta avvolta a rotoli e oggi ci si trova a domandarsi da chi e da cosa abbia avuto origine tutta questa storia. Sta di fatto che il presunto attentato iraniano è stato come il cacio suo maccheroni per i mascalzoni di Washington, essendo avvenuto esattamente nello stesso momento in cui il primo ministro giapponese Shinzo Abe era a Teheran impegnato in uno storico colloquio con l’Ayatollah Khamenei con l’evidente intento di stabilire rapporti commerciali che gli Usa non vogliono, arrivando assai spesso sull’orlo del ricatto per convincere Tokio a privarsi del petrolio iraniano. Inoltre l’amministrazione americana ha diffuso le sue accuse  infondate e oscure il giorno prima di un incontro importante della Shanghai Cooperation Organization, un’alleanza politica ed economica panasiatica che ha riunito i leader dei maggiori paesi del mondo ed è uno degli snodi della via della seta. Si è insomma voluto creare imbarazzo e divisione con un parziale risultato perché se il presidente iraniano Hassan Rouhani si è incontrato col presidente cinese Xi Jinping, con Vladimir Putin e col primo ministro pachistano Imran Khan, un incontro bilaterale con il presidente indiano Narendra Modi è saltato.  

Ora è ben noto che fino a quando l’amministrazione Trump non ha violato  illegalmente l’accordo sul nucleare nel maggio 2018, l’India era stata il secondo più grande acquirente di petrolio iraniano. Ma le minacce statunitensi di sanzioni secondarie hanno costretto Nuova Delhi a tagliare le importazioni di petrolio iraniano. Tuttavia Rouhani e Modi hanno recentemente aperto un dialogo su un nuovo meccanismo attraverso il quale l’India può pagare in rupie per il petrolio iraniano, evitando così le sanzioni americane. Si può facilmente immaginare che l’attacco alle petroliere e le accuse pretestuose lanciate contro l’Iran non siano state altro che un avvertimento rivolto genericamente al Giappone, ma soprattutto all’India che potrebbe sottrarre un’altra fetta di commercio planetario al dominio del dollaro, azione che per Washington è assai più grave di una semplice elusione delle sanzioni unilateralmente stabilite tradendo un patto già sottoscritto. 

Così finalmente una storia che pareva non avere alcun senso ne acquista finalmente uno concreto e plausibile anche se inquietante dentro un mondo che sta acquistando ormai caratteri da malavita con i suoi avvertimenti e le sue sparatorie dimostrative da attribuire alla banda avversa. Ma se questa è la logica non c”è dubbio che il boss dei boss fa sempre più difficoltà ad imporre la sua legge e le sue gesta denotano debolezza più che forza.

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C’era un europeo in coma

solar_farm_floating_china_power_plant_sungrow_10I nodi vengono al pettine e per quanto riguarda la fragile e insieme tracotante Europa proprio in queste settimane le oligarchie al potere dovranno decidere quali rapporti avere con la Cina: se obbedire agli ordini di Washington e ai suoi diktat o sviluppare i rapporti con Pechino che già oggi in via formale arrivano al 15% dell’interscambio diretto del continente, dunque superiore ormai a quello  con gli Usa, ma in termini reali, cioè attraverso altri Paesi, è parecchio più alto.  Domani arriva in Italia il presidente cinese Xi Jinping che poi andrà anche in Francia, oggi si è aperto il Consiglio Europeo dedicato alla questione cinese e il 9 aprile ci sarà il vertice annuale Cina-UE che si terrà a Bruxelles il 9 aprile, co-presieduto dal premier cinese Li Keqiang. Insomma molta carne al fuoco mentre a Washington  “invita” e  minaccia, vuole le barricate contro la Huawei e contro l’ingresso cinese nelle vere grandi opere strategiche. Tutto sotto il capitolo di una “minaccia cinese” agitata proprio da chi per tre quarti di secolo ha ricattato, spiato, rubato all’Europa tutto ciò che poteva servire a fare l’America grande e a conservarne il dominio planetario.

Non so cosa succederà, cosa decideranno Berlino e Parigi (quest’ultima con un interscambio industriale globale ancora inferiore a quello italiano, però noi lasciamo che sia Macron a decidere per nostro conto), ma una cosa è evidente, con la controprova del vertice di Hanoi fra Trump e Kim Jong: il sistema sanzionatorio di Washington non ha letteralmente alcun senso se non quello di impedire finché è possibile il ritorno alla multipolarità. Tuttavia a questo proposito mi piace riallacciarmi a uno degli slogan dei gilet gialli  che sberleffa l’ecologismo “gretino”, salottiero oltreché politicamente corretto quanto ipocrita o ottuso: “Fin du monde, fin du mois : même combat ! ” che vuol dire fine del mondo, fine del mese (inteso come capacità di acquisto del salario ndr) sono la medesima lotta, come comprende benissimo chi non si ferma ai fondotinta retorici del neoliberismo.  Ma qui ritorniamo all’inizio del discorso, perché nonostante i luoghi comuni diffusi a piene mani dai media occidentali, la Cina è divenuta anche un modello per l’ambientalismo possibile.

In meno di mezzo secolo il Paese è stato attraversato da un gigantesco sviluppo industriale che lo ha trasformato nella fabbrica del mondo mentre i capitalismi occidentali senza fiato si sono costantemente trasferiti nell’ex celeste impero per ottenere maggiori profitti e creare una disoccupazione strutturale nei Paesi di origine. Questo trasferimento di capitali ha permesso alla Cina di ridurre in maniera drastica la povertà nella stragrande maggioranza della proprio popolazione , ma non è “l’apertura al mercato” di per sé che ha permesso questo, poiché molti paesi a “basso salario” hanno attirato investimenti senza alcun risultato sociale. In ogni caso la rapidità di questa crescita ha ovviamente causato giganteschi problemi ambientali non fosse altro che per lo spostamento di centinaia di milioni persone dalle campagne alla città, dall’interno verso le zone costiere: possiamo immaginare l’esplosione dei problemi per il cibo, l’energia, l’acqua, per il trattamento  dei rifiuti, per l’inquinamento industriale a cui si aggiunge il passaggio all’agricoltura intensiva con il suo sfruttamento e ammorbamento di terreni. Insomma quattro secoli di storia europea e anche più, accelerati 8 volte. 

Con tutto questo la Cina è diventata notoriamente il leader assoluto nello sviluppo delle energie rinnovabili: vento , solare, idroelettrico e in una prima fase anche nucleare, anche se basato sulla tecnologia più pulita del torio e non dell’uranio: oggi produce il 31% dell’eolico dell’intero pianeta, il 71% di solare, il 28,9 per centro di energia idroelettrica e queste cifre vanno rapidamente crescendo mentre intere città, più grandi delle capitali europee, ancorché sconosciute, stanno lavorando oggi per ridurre le emissioni di carbonio e ripristinare la biodiversità: le “città-foresta” di Liuzhu e Shijiakhuang ( che hanno molto di italiano nei progetti) o l’ultra-moderna “città solare” di Dezhou nel Chandong) con la sua centrale solare galleggiante sono la vetrina di questo gigantesco sforzo. Incredibili anche i progressi nell’agricoltura biologica soprattutto nella produzione di riso e cereali per non parlare della grande muraglia verde  il più grande piano di riforestazione della storia, voluta per impedire l’estendersi del deserto del Gobi, le sui sabbie arrivano regolarmente a Pechino: un’area grande come il Regno Unito  o se vogliamo i tre quarti dell’Italia, completamente verde  che assorbe il 2,5 per cento della CO2 mondiale.  Lo stesso progresso si è avuto sull’inquinamento industriale a partire dal 2003 quando Jiang Zemin ha inserito la sicurezza ambientale  negli obiettivi strategici della Cina, non a causa dell’impegno “morale” e soggettivo, ma perché le risorse ambientali della Cina sono tanto vitali quanto la loro sostenibilità e perché non si può immaginare un miglioramento nella vita delle persone in un ambiente diventato invivibile. Il Ministero dell’Ambiente, creato nel 2008 conta oggi oltre 3000 organizzazioni locali e 130.000 dipendenti mentre due anni fa il Partito comunista Cinese ha ufficialmente intrapreso una battaglia totale contro l’inquinamento con tassazione delle industrie “sporche”, nazionali e straniere, interdizione assoluta per alcune società recalcitranti, ampio piano per la trasformazione del settore auto in elettrico, valutazione di tutti i funzionari e dirigenti locali o nazionali anche in base al rispetto per l’ambiente  e i risultati raggiunti.

Guarda caso l’ostilità aperta alla Cina comincia proprio in questo periodo in cui si iniziano a imporre vincoli ambientali alle imprese straniere sulla base di tre principi che sono esattamente il contrario delle dottrine occidentali:  1) che tutte le risorse naturali appartengono allo Stato; 2) che lo Stato rappresenta interessi nazionali superiori agli interessi privati; 3) che opera a lungo termine, non può essere sottomesso “al feticismo del tasso di crescita” ed è dunque l’unica entità che può portare a un riequilibro ambientale che richiede tempi medio lunghi. Ed ecco le ragioni per cui le elite atlantiche si limitano a fare ambientalismo -spettacolo e nutrono sospetti sulla Cina: non è la protezione dell’ambiente che li spaventa, ma l’evidenza che essa non può essere efficacemente realizzata in un contesto esclusivamente privatistico che ha al proprio centro il profitto. Ecco cos’è davvero la “minaccia cinese”. Si alla fine i nodi vengono pettine e la soluzione occidentale non è quella di sciogliere i nodi, ma di eliminare i pettini.


Un “Paese normale” secondo follia

imagesChe cosa è un Paese normale? Tante volte abbiamo usato questa espressione contro l’anormalità berlusconiana che poi si è rivelata nient’altro che un “dialetto” locale e folcloristico del neoliberismo, ma in realtà l’espressione è vuota , ambigua, priva di un significato univoco e concreto tanto che ciò che non era normale col Cavalier Silvio almeno secondo l’evangelio e il galateo dei salotti progressisti, è diventato normalissimo e desiderabile con Letta e Renzi visto che non lo diceva più il vecchio sporcaccione, ma l’ Europa. Di tutto questo ne abbiamo un esempio internazionale, dunque degno di essere meditato da quella fauna crepuscolare che sprezza qualsiasi cosa non venga da qualche giardino delle Esperidi d’ Oltralpi e d’Oltremare dove crescono i think tank miracolosi:  ce lo fornisce Mike Pompeo emisfero destro di Trump che subito dopo la riproposizione delle  sanzioni all’Iran lo ha esortato  ” a comportarsi come un Paese normale “, aggiungendo che “in caso contrario, l’Iran vedrà crescere il collasso della propria economia”.

Non  che sia molto differente da ciò che dice Juncker all’Italia ancorché sia privo di emisferi residuali, ma nel caso specifico di Pompeo pare evidente che l’esortazione punitiva abbia un riferimento di normalità negli Usa e perciò potremmo pensare che l’Iran possa liberarsi dalle sanzioni adottando una politica estera militaristica e minacciosa, regolarmente accompagnata da bombardamenti, invasioni e sponsorizzazioni di operazioni di cambio di regime, oppure che spenda 650 miliardi di dollari l’anno per mantenere un complesso militare adatto a queste necessità. Certo non basta perché disgraziatamente l’Iran ha molta strada da fare per essere normale ed esemplare come gli Usa: per esempio non ha 300 sparatorie di massa ogni anno, né le  11.000 morti legate alle armi da fuoco, ovvero il doppio delle vittime di incidenti stradali e nemmeno, segnale di incredibile arretratezza, le mille persone fatte secche dalla polizia ogni anno, soprattutto se sono nere perché il colore piace solo nei film.

Ah com’è lontano l’Iran da queste cifre della normalità. E nemmeno parliamo dei quasi 11 mila dollari di spesa medica a testa perché la sanità privata ha portato i prezzi alle stelle e consente solo ai benestanti di curarsi: 30 milioni di cittadini sono privi di assicurazione, altri 70 milioni ne hanno una che copre esclusivamente le pratiche di base e anche quelle con tetti così striminziti che anche le analisi più banali sono fuori portata, mentre  altri 45 milioni non hanno i soldi per comprare le medicine.  E per giunta l’Iran è così poco normale da avere un’istruzione universitaria pressoché gratuita, mentre la normalità impone che ci si debba indebitare a vita per corsi che nella maggior parte dei casi sono di basso o bassissimo livello, al contrario di quanto generalmente si pensi o vogliano far pensare i privilegiati che hanno speso fortune per procurarsi qualche titolo che fa prestigio e di solito anche una bella ignoranza nel senso più completo e ontologico del termine. Per non parlare dell’anormalità assoluta di avere una scuola pubblica gratuita e funzionante e non come negli Usa dove essa è praticamente abbandonata a se stessa. Insomma mica come in Oklaoma dove un allieva vedendo la foto di un libro di testo ha postato su face una reazione nella quale diceva di aver saputo per la prima volta dell’esistenza di manuali scolastici.

Con l’abitudine tutto diventa normale, anche l’assurdo. Ma l’Iran è troppo distante da queste realtà per diventare entro breve un Paese così normale da vedersi togliere le sanzioni. Mica come noi che ci stiamo orgogliosamente normalizzando.

 


Servitù allo stato gassoso

gasdotto_tap-420x235 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non facciamoci illusioni, ormai siamo un posto occupato manu militari e in ragione di ciò posseduto dalla paura. Paura di tutto: paura degli altri, paura di fare, paura di non fare, paura di aver fatto troppo o troppo poco, paura di dispiacere ai figli ingrati, ai genitori severi che non cacciano più un euro, ai condomini, al bancario che ti offre i fondi, ai condomini che non devo sapere che sei alla canna del gas, agli elettori e agli eletti, paura di piacere e suscitare appetiti o invidie, sicché quando arriva l’autunno con piogge sempre meno naturali anche se largamente prevedibili, visto che almeno in quello si sa di non aver fatto niente per contrastare il cambiamento climatico e l’estremizzazione dei suoi effetti, l’unica scelta obbligata è quella della paura di quel che può succedere e che può venir imputato e raccomandare ai cittadini di starsene a casa, tenere chiuse le scuole e i varchi delle metropolitane uscite indenni dai lazzi e salti di tifoserie esuberanti.

Siamo ammaestrati all’ubbidienza, a non dire mai di no, salvo una volta “una tantum” già dimenticata come cadute in oblio le pressioni indegne di chi voleva rafforzare un esecutivo in modo da rendere ancora più obbligatori i si successivi.

E perciò chiniamo la testa a opere faraoniche, opache e dannose quando non semplicemente inutili, che devono solo sortire l’effetto di  regalare profitti ai soliti noti, ci facciamo persuadere che acquazzoni e temporali, come i morti da terremoto, siano fenomeni naturali o effetti collaterali incontrastabili, che gli investimenti sono più produttivi se occupano in una eterna  ammuina lavoratori precari o a cottimo, piuttosto che impegnarli per salvaguardare il territorio, se ci restituiscono reputazione e credibilità da servi presso il padronato globale, piuttosto che riacquistare dignità e qualità di abitare, viaggiare, godersi paesaggio e bellezza, respirare. E ci convinciamo che è il prezzo da pagare, caro, per essere restare nel contesto civile, ammessi al club dei grandi il cui tesseramento costa in cemento, buchi e perforazioni in terra e mare, crudeltà coi poveri e assoggettamento coi ricchi e armi taroccate, aerei scamuffi e correità criminali o silenzi complici.

Se mi viene da spezzare una lancia in favore di questo governo che ha a che fare con i troppi si del passato, una eredità pesante e non voluta che in alcune città ha persuaso le coalizioni di passato a scegliere di perdere piuttosto che affrontare i danni precedentemente prodotti,  quella stessa lancia, gliela spaccherei in testa.

Le minacce di ritorsioni, le intimidazioni e i ricatti degli esattori europei e non, i rischi di sanzioni e multe comminate dagli esattori globali a proposito della Tap come di altri interventi dei quali non è mai chiarita l’efficacia e l’opportunità, anche grazie a una informazione abituata a passare le veline padronali, sono la tradizionale sceneggiatura dell’opera da tre soldi del racket imperiale. Come con la Tav, come con il Ponte di Genova e pure con l’unico davvero efficiente, quello sullo Stretto, come con il Mose di Mafia Serenissima, oggi all’onore delle cronache per via di una acqua alta eccezionale che comunque lo oltrepasserebbe,  come con lo Stadio della Roma, etc., etc., non solo ai cittadini è interdetta la consultazione dei progetti, il calcolo dei costi e  del rapporto costi/ benefici, lo stato di avanzamento, la natura e veridicità dei ritardi e dei cambiamenti in corso d’opera, provvidenziali per le cordate speculative e i valzer di poltrone dei loro manager dentro e fuori dalla porta girevole dei tribunali, ma soprattutto non è concesso l’accesso alle informazioni veritiere sulle penali e i costi della eventuale rottura di patti e contratti già largamente truffaldini all’origine.

Ora è necessario dire che un governo che accettasse il regime dei ricatti (siano sotto forma di sanzioni o risarcimenti a seconda della legenda che ne vuol dare il Sole 24 Ore, il ministro in carica, quello fortunatamente mai abbastanza decaduto) sarebbe un esecutivo che diserta al suo incarico di rappresentanza degli interessi dei cittadini, che abdica e che si rassegna al sì come sistema di comando. Oppure, come abbiamo detto dei governi del si che si sono succeduti, è prostituito e “venduto”.

La vicenda della Tav è il prodotto col marchio doc della fabbrica della menzogna che lavora per sfornare incessantemente corde con cui impiccare e strozzare i cittadini delle morenti democrazie che vuole abbattere definitivamente, se proprio l’Osservatorio Torino Lione ha dovuto dichiararne la “superfluità”:  “…non c’è dubbio, infatti, scrive in un rapporto del gennaio scorso, che molte previsioni fatte quasi 10 anni fa, in assoluta buona fede, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell’Unione Europea, siano state smentite dai fatti, soprattutto per effetto della grave crisi economica di questi anni, che ha portato anche a nuovi obiettivi per la società, nei trasporti declinabili nel perseguimento di sicurezza, qualità, efficienza….Lo scenario attuale è, quindi, molto diverso da quello in cui sono state prese a suo tempo le decisioni e nessuna persona di buon senso ed in buona fede può stupirsi di ciò. Occorre quindi lasciare agli studiosi di storia economica la valutazione se le decisioni a suo tempo assunte potevano essere diverse”.

Vorremmo, una volta rispettato l’iniquo patto, non dover aspettare che gli studiosi ci storia confermino quello che sappiamo già a proposito della inutilità, che diventa danno, della Tap, il progetto fortemente appoggiato dall’UE “al fine di ridurre la dipendenza dal gas russo per ragioni geopolitiche e allo scopo (educativo?) di stimolare la competizione tra diverse fonti di gas” , e con l’obiettivo di far passare il messaggio che il gas è un combustibile “pulito” e un partner nelle risorse rinnovabili, portando nel nostro Paese il gas proveniente dall’Azerbaigian, attraverso Georgia, Turchia, Grecia e Albania:  gli otto chilometri «più lunghi del mondo », come recita lo slogan dei cittadini ribelli, che iniziano in località San Basilio, nel Comune di Melendugno, e arrivano alla Masseria del Capitano, a mezzo chilometro dalla spiaggia di San Foca, un piccolo gioiello difeso a spada tratta da ambientalisti e abitanti del posto e che non dovrebbero subire nemmeno l’onta di assoggettarsi alla direttiva Seveso sui requisiti di pericolosità e l’eventuale interazione con altre fonti inquinanti.

Non dovremo aspettare loro per sapere che l’Italia, vanta già un’offerta ben diversificata importando GNL e gas dalla Russia, dal Nordafrica e dal Mare del Nord, che i 10 mld mc che ci conquisteremmo a caro prezzo sono un volume marginale che, a proposito di stimolo alla concorrenza,  non scalfirà la quota di mercato di Gazprom. E che il costo stimato per portare gas azero in Europa attraverso il SGC è di 7-8 doll./MBtu, ossia il doppio del costo marginale sostenuto dalla Russia (3,5-4 doll./MBtu).

E non occorre avere la conferma della storia per farsi un’opinione sul prezzo nel lungo periodo di scelte così improvvide anche paragonate ad eventuali costi di penali e risarcimenti, rispetto al danno che si ripercuoterà per anni e attraverso più generazioni, prodotto all’ambiente e alla collettività.

Invece la storia ci dirà, ma già adesso possiamo avvalerci della cronaca, che bisogna dire dei no per lasciare una impronta che non sia quella lasciata dai faraoni, dai conquistatori, dai feudatari ai danni degli schiavi delle piramidi, dei nativi, dei cittadini oppressi e depredati. Che se non si comincia si è condannati a subire capestri, imperativi, avvertimenti mafiosi e costrizioni in fiammingo, francese, inglese, come si addice a cupole legali, che ci hanno già imposto pareggio di bilancio, accondiscendenza a una carità pelosa a nostro carico, cravatte e forche per il salvataggio di banche criminali.

Il rapporto dell’Corporate Europe Observatory sull’industria e la lobby del gas pubblicato un anno fa  informa che l’industria del gas che vuol costringere l’intera Europa a protrarre per oltre 40-50 anni la sua dipendenza dai combustibili fossili, con conseguenze disastrose per il clima, le comunità locali e per i territori lungo tutta la tratta del gas, infrangendo gli impegni presi in materia di cambiamenti climatici ed energia pulita, ha speso circa 100 milioni di euro nel 2016 per azioni di lobby dirette a influenzare le scelte dei governi nazionali e della Commissione Europea in materia  energetica e a tenere a bada le proteste, con truppe di oltre 1.000 lobbisti e un esercito di agenzie di consulenza e pubbliche relazioni.

Metterci insieme per fermare soprusi e prepotenze ai nostri danni, non costa niente e ci risarcisce in futuro e dignità.


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