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Archivi tag: Germania

Ullallà è una cuccagna la rapina di Alemagna

logo-liberal-europaSarebbe ben strano che un ladro si sentisse assolto da tutte le malefatte semplicemente perché ha perso il maltolto giocando al Casinò: non esiste etica in cui questo “scambio” abbia un valore morale, anzi la dissipazione costituisce un ulteriore aggravante, salvo che in quella neoliberista dove il mancato guadagno è un peccato maggiore del furto rispetto alla sacralità del profitto. Così il più eminente economista tedesco, Hans Werner Sinn che mi sono trovato a citare spesso in questi ultime due o tre anni, assolve la Germania dalle sue colpe perpetrate con la mano armata dell’euro e delle due deliranti regole, dicendo che il maltolto è stato investito in titoli spazzatura e dunque non è andato a beneficio del Paese o sarebbe meglio dire a beneficio delle banche tedesche. Amen, tre pater, ave e gloria, per penitenza.

Ma facciamo un passo indietro: a febbraio è uscito nella sua versione finale uno studio del Centro per la politica europea di Friburgo, realizzato da Matthias Kulla e Alessandro Gasparotti in cui si dimostra senza possibilità di equivoci  da parte che nel periodo 1999-2017 l’euro ha consentito alla Germania ( più o meno lo stesso vale in proporzione per l’Olanda) di lucrare 1900 miliardi di euro all’anno, oltre 23 mila per abitante, riuscendo così a surclassare Paesi altrettanto produttivi e forse anche più concorrenziali come Francia e Italia da cui ha sottratto rispettivamente 3600 e 4300 miliardi (80 mila euro per ogni italiano, anche in fasce, senza contare gli effetti sinergici del declino economico del Paese) nel quasi ventennio esaminato (chi vuole approfondire il testo integrale lo trova qui ). Ed è a questo punto che si inserisce Sinn, perché egli non contesta affatto queste cifre, frutto di una rigorosa analisi, ma dice che la Germania non ne ha tratto il vantaggio che si potrebbe immaginare perché una notevole parte di questi profitti da moneta unica è finita in titoli spazzatura americani. Un discorso davvero incauto perché lascia trasparire in maniera autorevole, cioè da parte del più prestigioso consigliere economico del governo di Berlino, almeno tre verità: per prima cosa che le banche tedesche hanno la pancia piena di robaccia costituendo delle mine vaganti pronte ad esplodere come del resto già si sa per la Commerzbank e la Deutsche Bank nonostante la farsa degli stress test; poi che quei 23 mila e passa euro di lucro a persona non sono finiti nelle tasche dei tedeschi, esposti invece ai blocchi salariali e alla precarietà, ma in poche mani, quelle dei banchieri e dei ricchi; infine che l’insieme di queste situazioni rende impossibile qualsiasi riequilibrio europeo visto che i soldi lucrati sono in gran parte stati persi nella roulette finanziaria e non possono in qualche modo essere restituiti neanche nella remota e fantascientifica ipotesi che lo si volesse.

Non è certo un caso che proprio Sinn abbia in diverse riprese consigliato all’ Italia di uscire dalla moneta unica (vedi qui) non fosse altro che per levarsi di torno il maggior derubato e dunque anche il maggior creditore, ma il discorso dell’economista, probabilmente senza volere, decostruisce in un sol colpo tutto l’edificio europeo così come si è venuto realizzando: riconosce che l’euro è stato un disastro per molti Paesi ipotizzando concretamente una frattura continentale,  che quelli che ne hanno tratto vantaggio non hanno fatto alcuna redistribuzione di reddito, che non c’è alcuna reale possibilità di cambiare le cose in corsa, cioè a statuti attuali, perché il gioco è andato troppo avanti e non consente di certo di cullarsi ancora nelle illusioni  o ipocrisie altroeuropeiste. Nulla di ciò per cui è stata voluta l’Europa sul piano ideale e sociale si è realizzato, anzi è come se fosse lavorato per ottenere l’esatto contrario. Tra l’altro qualsiasi forma di aggiustamento e di conciliazione, anche se per caso fosse ancora possibile, non è comunque praticabile vista la strenua opposizione delle oligarchie continentali che da tutto questo hanno ottenuto un enorme guadagno politico al quale certamente non vogliono e non possono rinunciare. Davvero non si può che rimanere basiti quando qualcuno in queste condizioni continua imperterrito a proporre più Europa in vista delle prossime elezioni truffa di un Parlamento che conta meno di niente ed è soltanto una ben pagata tribuna per lobbisti o politici di terzo piano: o ci è o ci fa.

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Marco Polo contro Colombo

marco-polo-caravan-in-una-illustrazione-dal-catalano-atlas-circa-1375-marco-polo-1254-1324-era-un-mercante-veneziano-traveler-e-il-piu-famoso-occidentale-hanno-viaggiato-sulla-via-della-seta-eccelleva-tutti-gli-altri-viaggiatoriOggi voglio parlare d’altro rispetto ai temi roventi interni ed esterni e dunque in un certo senso immergermi in orizzonti più limpidi e meno confusi, vedere più lontano senza la nebbia della cronaca che incalza. Mi sarebbe piaciuto partire dalle Filippine, ma una notizia letta sulla Die Welt mi induce a cominciare da luoghi più vicini anche se certamente meno amichevoli da quando abbiamo la Ue dell’euro. La Atlantik-Brücke o Atlantic Bridge, un’associazione fondata nel 1952 come centro per la propaganda Usa nell’Europa di lingua tedesca, si trova costretta a riconoscere di aver fallito nel proprio scopo: da un’ indagine da essa stessa promossa, risulta che l’85% dei tedeschi è ostile agli Stati Uniti e alla sua politica, mentre il 43% vede la Cina come un partner più affidabile per la Germania rispetto agli Usa  (vedi qui) . Si tratta di cifre inconcepibili solo una trentina di anni fa e che mostrano gli enormi cambiamenti intervenuti negli ultimi tempi, soprattutto dopo la crisi e la sventagliata di guerre sante e democratiche combattute nel nome della eccezionalità imperiale e del suo esclusivo dominio planetario, ma che alla fine hanno visto l’emersione di una multipolarità sempre più accentuata. 

Ed è queste la cornice in cui si inseriscono le cronache filippine il cui impatto richiede un minimo cappello storico: il Paese divenne colonia statunitense nel 1898 dopo l’invasione di Cuba e la guerra ispano americana che comportò per Madrid la cessione di queste isole a Washington. Alla popolazione che aveva combattuto contro le truppe spagnole pensando all’indipendenza, la cosa apparve ( e in effetti lo era) un ignobile tradimento tanto che per un  decennio infuriò una rivolta che gli Usa soffocarono nel sangue, arrivando, su idea del generale  Jacob H. Smith, alla creazione di decine di campi di sterminio nei quali venivano uccisi tutti i maschi al di sopra dei dieci anni. Lo scopo era ridicolo e, mutatis mutandis, non molto diverso dalle vicende di oggi ovvero quello di “educare i filippini, innalzarli, civilizzarli e cristianizzarli “, trascurando il fatto che essi avessero abbracciato il cattolicesimo da tre secoli. Naturalmente si evita di narrare queste vicende che sporcano  e rendono irriconoscibile la linda storia ufficiale persino nelle filippine stesse e questo mostra  lo stato di soggezione totale in cui si è svolta la storia post coloniale dal dopoguerra fino ad ora. Oggi però le cose stanno cambiando e in maniera del tutto imprevedibile fino a qualche anno fa. Nel 2012 la Cina aveva inviato navi per la reclamare la propria quasi millenaria sovranità sugli isolotti Huangyan, piccoli affioramenti sabbiosi a largo di Luzon, nel mar cinese meridionale, importanti sia per la pesca che dal punto di vista delle possibilità estrattive sotto il mare che le circonda.

Questo avrebbe dovuto guastare i rapporti tra i due Paesi anche oltre il livello normalmente determinato dalla cricca filo americana al potere sotto qualunque presidente. Invece la contesa si è ricolta in un accordo tra Pechino e il presidente filippino Duterte, per lo sfruttamento congiunto delle risorse nelle zone che non presentano motivo di dissidio: la compagnia petrolifera filippina nazionale e quella cinese hanno stretto un accordo per lo sfruttamento di eventuali risorse i cui frutti andranno per il 60 per cento a Manila e per il 40 alla Cina, nonostante tutte le tecnologie e i mezzi di esplorazione/ estrazione siano cinesi. È facile dedurre che si tratta di una risposta asimmetrica da parte di Pechino al tentativo americano di aumentare le tensioni nella regione, come ad esempio con la recente comparsa di guerriglieri Daesh a Mindanao (chi li avrà mai trasportati dal Medio Oriente fino a lì?) fatto che peraltro ha spinto Duterte all’acquisto da Mosca dei missili S400 e altri tipi di armamenti. In ogni caso siamo distanti mille miglia dal modus operandi del vecchio ordine mondiale unipolare in cui la forza e il potere militare sono imposti da Washington praticamente dovunque: qui si assiste alla sostituzione delle armi, delle operazioni coperte e dell’arancionismo pagato a cottimo, con piani di prosperità comune. Una tecnica di approccio strategico di Pechino in tutte le aree del pianeta dunque niente affatto episodico, ma intrinseco alla sua millenaria cultura. Basta vedere la differenza tra questa vicenda e il grande imbroglio del Venezuela per toccare con mano la differenza tra i due mondi. Duterte ha compreso, probabilmente meglio di qualsiasi altro leader dell’ordine internazionale multipolare, l’opportunità di controbilanciare l’influenza americana nella regione attraverso gli investimenti cinesi. quando avremo il bene di comprenderlo anche noi? 


Il trombettiere del Settimo Cavalleria

locandina-film-7-cavalleria (1)Davvero non saprei che cultura si acquisisce nelle facoltà di economia e dal solo esame nella materia che ho dato ai miei tempi davanti al prof Romano Prodi, vestito con un maglionazzo da trappista, non sono rimasto favorevolmente impressionato dall’antropologia che intrinsecamente vi si dispiegava. Di fatto mi sembrava una scienza normativa della società più che euristica. Così non mi sono mai stupito del fatto che gli economisti siano impotenti di fronte alla previsione e che gratta gratta vi si trova sempre una enorme resilienza al futuro. E nemmeno mi stupisco delle ultime dichiarazioni di Bagnai che una parte sono assolutamente condivisibili, ma dall’altra sono dimostrazione di un’ingenuità davvero sconcertante che non tiene conto dell’evoluzione delle cose.

Cominciamo dal discorso apprezzabile, ancorché certo non nuovo: “Ora ci sarebbe da chiedersi perché la Germania stia rallentando, e la risposta la sapete e l’avevamo prevista: perché c’è un rallentamento dell’economia mondiale, e perché l’esposizione dell’economia tedesca a quella mondiale non è fisiologica: è patologica. Il più grande surplus commerciale al mondo fa della Germania un paese pericoloso a se stesso e ai propri vicini. Quella che loro, con una spettacolare invidia penis collettiva, continuano a leggere come loro potenza (l’impennata del surplus commerciale), in realtà è la loro fragilità (l’accresciuta dipendenza della loro crescita dalle vicende altrui). Ma questo non c’è verso di farglielo intendere, ai nostri cari fratelli tedeschi, e ce ne dispiace per loro, perché, purtroppo (e preciso che sinceramente mi addoloro per questo dato di fatto) quello che non si capisce con le buone, alla fine, lo si capisce con le cattive”.

Ma quali mai saranno queste cattive e da chi mai potrebbero essere intraprese? Bagnai sembra non aver abbandonato gli anni ’90 con qualche puntata sui ’50: “Agli Stati Uniti questo atteggiamento dà fastidio, e quando avranno regolato la situazione con la Cina sicuramente si volgeranno verso di noi.” Quasi quasi sembrerebbe di stare a sentire Renato Carosone che canta tu vuò fà l’americano ,mentre i soldi pe’ Camel vengono dal borsellino di mammà. Come si fa a pensare che in poco tempo gli Usa possano sbrigare in poco tempo le faccende con l’ex celeste impero che possiede un’economia stratosferica e che in pratica produce qualsiasi cosa marchiata poi made in Usa? Il discorso di Bagnai giustamente prende di mira la filosofia di Berlino che impone misure recessive per superare la recessione accecata dal  ottenere un vantaggio in proprio e di appoggiare le proposizioni politiche dell’oligarchia, ma poi quella frase ci pone giusto all’incrocio del vecchio mondo che sintetizza l’onnipotenza degli Usa e del capitalismo selvaggio con qualche vena italiota post bellica che attribuisce un ruolo salvifico allo zio Sam, Possibile che non si si renda conto di ciò che sta succedendo nel mondo? Pensa che arrivino  portino cioccolata e chewingum?

Del resto Washington non ha alcun bisogno di aspettare di “sottomettere” la Cina e la Russia per passare alle maniere forti con la Germania, anche ammesso che questo modo di pensare abbia qualche sensatezza: il caso Volkswagen e quello del North Stream lo dimostrano chiaramente. Ma la cosa cosa ci riguarda solo di striscio, perché agli Usa interessa soprattutto che Berlino cementi il muro con Mosca e tronchi con essa qualsiasi interscambio, per questo si mette di traverso a fare sgambetti. Qui però si legge tutta la cifra di una certa italianità provinciale e servile che si aspetta salvezza soltanto dall’esterno, che non crede nella possibilità di riscatto e di fronte alla necessità di reagire suggerisce di non fare nulla – il che è politicamente astuto visto che permette di non prendere chiaramente parte, di rimanere sempre in un punto zero in attesa di vedere come va a finire – perché certamente arriverà il settimo cavalleria (vedi nota) a fare ciò che in proprio non abbiamo le palle di fare. Ma sì, aspettiamo pure il generale Custer che ci ha già scippato la Fiat e non muoviamo un dito.

 


Europa, si salvi chi può

Schermata-2018-03-26-alle-15.11.08Oggi non mi occuperò delle lezioni in Sardegna, perché riflettono esattamente il voto abruzzese, ma soprattutto le stesse parole d’ordine date dall’establishment ai loro informatori, ovvero enfatizzare il calo dei Cinque Stelle e nascondere a tutti i costi il crollo del Pd che è sì il primo partito, ma con il 13 per cento dal 22 che aveva nel 2014. Lascio ad altri questi appassionanti esercizi di rianimazione renziana e mi dedico invece alle cose serie che possono cominciare dai dati presentati dal Wall Street Journal sulla crescita economica globale  nell’ultimo decennio, ovvero a partire dal 2009: Cina + 139%, India + 96%, Usa +34%, zona euro -2 per cento. Benché il Pil sia  una misura generica, meno significativa di quanto non si voglia far credere e ampiamente manipolabile, non c’è alcun dubbio che siamo di fronte a un crollo epocale dovuto alla moneta unica e al modo con cui essa è stata  concepita e gestita. Tutte cose ormai ben note e che lavorano per la rovina comune tanto che uno degli economisti tedeschi più noti e ascoltato nonché principale consigliere del governo di Berlino, Hans Werner Sinn, nell’ottobre scorso aveva ” aperto” per cosi dire all’ipotesi di una possibile uscita dall’euro dello Stivale sostenendo che era necessario inserire una clausola di fuga dalla moneta unica.

A dicembre, di fronte al dato che la competitività italiana si è ridotta del 38% rispetto a quella tedesca dal tempo dell’introduzione dell’euro, è andato molto oltre:  “Non esiste   alcuna economia che possa sopravvivere ad un tal genere di apprezzamento rispetto al suo principale partner commerciale. E’ impossibile, nulla di quanto abbiamo discusso finora può essere la soluzione. Naturalmente la decisione è degli italiani, ma non ci può essere soluzione all’interno dell’area euro. Sono passati 10 anni e la svalutazione necessaria non ha avuto luogo e questo non solo verso la Germania, ma verso tutti i Paesi dell’Eurozona. Abbiamo aspettato dieci anni, dobbiamo aspettarne altri 10?” E poi fa riferimento alla posizione di Paolo Savona che come si ricorderà non divenne ministro dell’economia a causa del veto di Mattarella. Del resto Sinn e il suo gruppo di economisti rammenta che per recuperare competitività rimanendo dentro la moneta unica l’Italia dovrebbe svalutare stipendi e salari del 38 per cento e sopportare un tasso di disoccupazione al 25%, cosa evidentemente impossibile sul piano politico.

Naturalmente l’economista si preoccupa della Germania perché è ovvio che o alcuni Paesi escono oppure l’euro dovrebbe diventare una vera moneta comune dando luogo a massicci trasferimenti verso il Sud ovvero di ciò che è stato lucrato dalla Germania sino ad ora e che è servito all’interno sia ad arricchire i soliti pochi, sia a tamponare una rivolta sociale con la distribuzione  oculata degli avanzi. Come qualche notista ha fatto notare Sinn sostiene che l’Italia deve uscire per non dire che in realtà a questo punto è proprio la Germania a voler fuggire dalla moneta unica. Del resto il fatto stesso che all’interno dell’Unione si stia cercando di trovare una rapporto speciale e geopolitico con la Francia dimostra che ormai non solo l’euro, ma l’Europa è decotta e al suo posto si profila una specie di sistema egemonico.

Ciò che francamente mi stupisce è che il governo attuale, di cui tutto si può dire salvo che sia portatore di europeismo a tutti i costi,  abbia perso l’occasione di meditare su questo invito e raccoglierne la sfida incominciando con l’opporsi ai preannunciati diktat di Bruxelles sul bilancio (dopo essersi ovviamente parato le spalle) cosa che se non altro avrebbe finalmente portato ufficialmente sul tavolo questo tema. Tanto più che esso, insieme all’ambiguità tedesca è ormai tema di commento internazionale e un sociologo della fama di Wolfgang Streeck sostiene che ” In Germania, si cantano lodi alla Europa, ma intanto silenziosamente le strutture della UE vengono usate per  affermare i propri interessi nazionali”. Andiamo dietro a un progetto ampiamente fallito sia sul piano dell’economia, sia sul piano democratico, sia su quello delle relazioni fra stati e popoli che sono l’ ultima ossessione di una sinistra smemorata. Cosa stiamo aspettando? Se lo chiederebbe chiunque non avesse compreso che la moneta unica come testimone e feticcio di un unione dedita all’ordoliberismo, non è uno strumento economico ma politico, come del resto ebbero ad affermare parecchi economisti al tempo di Maastricht. Infatti la vera grande difficoltà a inserire il tema nel dibattito politico è che la razza padrona compresi ovviamente tutti i suoi referenti politici, sa benissimo che un’uscita dall’euro spazzerebbe via in pochissimo tempo tutte le conquiste antisociali e contro il lavoro ottenute in questi anni, mentre la grecizzazione definitiva dell’Italia, cosa peraltro inevitabile e dalle conseguenze molto più gravi di quelle elleniche vista la diversa altezza di caduta, la lascerebbe comunque al posti di comando, anzi ne aumenterebbe il potere in maniera esponenziale.


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