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Eurodeliri

17499369_1647303052023919_4615086781146593777_nSe c’è qualcosa che mi ha colpito nel sabato in cui le oligarchie Europee hanno festeggiato se stesse, è la comparsa delle sacre stigmate dell’anacronismo che ha avvolto i potenti  rinchiusi nel loro ridotto a recitare un messale logoro e frusto, a imitare in maniera grottesca i riti pieni di speranza di 60 anni fa, con parole ambigue e prive di senso. Ma questo progetto fallito e ormai privo di anima è stato difeso contro il mondo esterno da gigantesche misure di sicurezza per fare paura, schedature sotto forma di controlli, polizia e ancora polizia a sorreggere una messa cantata senza contenuti, parole come aria calda per una mongolfiera di carta  e quel terribile chiacchiericcio mediatico, così straordinariamente unanime, ottuso, in questo caso consapevolmente servile. Insomma il tentativo di tappare la bocca ai terribili antagonisti perché ormai gli argomenti e le illusioni sotto cui viene sostenuta e nascosta la presa di potere della finanza, non sono più credibili e generano rabbia o noia. Essi cercano di fare paura perché hanno paura.

Il momento più significativo della giornata è stato quando il corteo di Eurostop è stato applaudito dalle finestre del  Testaccio, quartiere semigentrificato e dunque valido come test. Certo non era un corteo fiume essendo stato preventivamente decimato dal fermo dei bus dei manifestanti e persino delle auto private, dai controlli ossessivi e forse pure incostituzionali, dai nuovi poteri concessi alla polizia guarda caso in contemporanea con lo sblocco, dopo anni, di 1 miliardo e 600 milioni per “valorizzare” la forza pubblica e aprire le carriere in cambio di fedeltà. Ma rappresentava uno spirito molto più vasto e molto più evoluto dell’anti europeismo miserabile  dei fascio bottegai di sempre, i cui giornali sono stati gli unici a plaudire alle operazioni di “prevenzione”. Prima o poi si dovrà cominciare a distinguere tra l’anti europeismo degli gaglioffi che hanno in odio Bruxelles perché non gli permette di fare i loro affaracci di clan e di cosca al di fuori delle regole, ma amano lo stato autoritario  e quello invece che riconosce nella Ue la negazione dell’Europa come spazio di libertà e progresso, la radice con cui si attua la dissoluzione della lo democrazia reale, la crescita esponenziale delle disuguaglianze, la caduta dei diritti del lavoro, la precarietà a vita, la presa di potere della finanza e contemporaneamente favorisce un sistema vice imperiale con al centro la Germania come tutore, cosa quest’ultima che ormai è tematizzata sotto la voce Europa a due velocità.

In ogni caso il coro dei media a reti unificate con i loro commentatori di rito o di eccezione come il povero Prodi e il suo calmo delirio, che pronti a far suonare l’organetto delle balle e insieme anche quello di vulgate storiche e geopolitiche  quanto mai rozze e schematiche, aveva un sapore di vecchio, di ripetitivo, di giustificatorio, un’aria di tramonto incombente, di palese resa al ruolo di megafoni della Verità del padrone. E’ anche questo, soprattutto questo che evidenzia la svolta che sta maturando qui come altrove: per questo ogni contestazione anche la più civile ancorché radicale e non ambigua va circoscritta, ridotta ai minimi termini e demonizzata con lo spettro della violenza per evitare che alla fine dilaghi. Del resto è l’unica maniera di uscirne per ceti politici mediocri e subalterni, dunque anche irresponsabili e corrotti che non sanno come rimediare alle enormi fratture che hanno creato: fra loro e i cittadini, fra l’Europa del Sud e quella del Nord, fra l’Europa occidentale e quella orientale frettolosamente aggregata proprio per nascondere dietro l’espansione il disegno dei poteri forti e il fallimento fortemente voluto e guidato delle speranze iniziali.

Ma proprio per questo la setta degli euro liberisti diventa più aggressiva: sa di non potersi appoggiare su tutta la fuffa priva di senso e di nerbo come quella del Petain del Quirinale per intenderci, con quell’idea stravagante e per molti versi ignobile secondo cui i singoli Paesi non sarebbero in grado di tutelare la propria sovranità ( infatti la Ue mai e poi mai sarebbe succube della Nato e delle volontà americane, come sappiamo), insomma queste fesserie dell’ultimo capitolo che alludono a un presunto gigantismo economico ma che di fatto convergono nel conferire la sovranità esclusivamente al potere economico. No, sanno che non si conquista il consenso con queste pinzillacchere di pessimo livello, il loro vero argomento non può che essere la forza.

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Partono i bastimenti per terre assai lontane…

sbarco-di-emigranti-italiani-a-ellis-island-nel-1911E’ interessante vedere come la comunicazione prima ancora che l’informazione con la quale è ormai sinergicamente collegata diriga e gestisca secondo le sue convenienze l’attenzione dei cittadini. Nel 2015 ci sono stati 1300 articoli in prima pagina e  quasi 3500 servizi di apertura dei notiziari Tv sull’immigrazione, nell’80% dei casi allarmistici, mentre si possono contare sulle dita di due mani i pezzi di impatto equivalente riguardanti l’emigrazione: eppure in quell’anno sono arrivati circa 140 mila migranti e sono invece andati via  147 mila giovani dato per molti versi assai più allarmante anche perché il 13% di quelli che cercano lavoro altrove sono laureati. Ma naturalmente la fotografia impietosa di questa realtà di drammatico declino non piace al potere e alla sua propaganda jobattista, dunque viene nascosta o mostrata di sfuggita.

Evidentemente si tratta di dati tutt’altro che segreti, ma emotivamente sterilizzati  tanto che spesso nelle ragioni dell’accoglienza si introduce l’argomento che anche noi siamo stati un Paese di emigranti, come se fosse un passato superato per sempre, mentre in realtà siamo ritornati ad esserlo con numeri che non si vedevano dagli anni ’60 quando anche il fiume di emigrazione intereuropeo si ridusse a un rivolo peraltro alimentato in gran parte da ricongiungimenti familiari. Qui bisogna fare molta attenzione perché non possiamo paragonare questo flusso con le grandi migrazioni che vanno dagli anni ’30 dell’Ottocento alla prima  guerra mondiale: quello era un fenomeno continentale ed epocale che si verificò in molte aree dell’Europa, specie quelle dominate da altri Paesi oppure senza forti stati centrali o ancora privi degli sfoghi coloniali, tanto che l’emigrazione verso la “Merica” da Germania e Austria fu numericamente molto più consistente di quella italiana e oggi negli Usa il 40%  della popolazione bianca è di origine tedesca. Non è che mi voglia mettere a fare storia, ma il fatto è che la Germania non conosce flussi consistenti di emigrazione stabile dalla fine della guerra (vedi nota) ed così anche per molti altri Paesi come Gran Bretagna, Olanda, Belgio, mentre tra i Piigs, Francia compresa il flusso in uscita aumenta sempre di più, ma non certo con numeri così alti come quelli italiani, ad eccezione della Grecia e del Portogallo. In effetti l’emigrazione dalla Francia e dalla Spagna è dovuta per più della metà a persone provenienti dal Nordafrica o dall’America Latina che tornano nei luoghi di origine dopo aver preso la cittadinanza dei Paesi ospitanti.

Dunque ci troviamo di fronte di fronte a un problema tutto nostro che denuncia i disastri prodotti da una politica del tutto incapace di affrontare la realtà se non ubbidendo ai diktat che vengono da fuori e ad alcune semplicistiche ideologie della vulgata neo liberista. Ma naturalmente l’articolazione di questa migrazione al contrario  denuncia ancor più che dentro il Paese la disuguaglianza di classe: una piccola parte è formata dai rampolli di un generone abbiente che può pagarsi il globalismo e le  avventure verso posti di prestigio o verso quelli che possono sembrare tali anche se si rivelano marginali e subalterni nella realtà, un 30% trova lavoro nelle in attività edilizie o agricole, mentre il grosso va a fare il cameriere o lo sguattero di cucina nell’industria dell’ospitalità. Ci sono addirittura Paesi come l’Australia che si sono attrezzati proprio per sfruttare questa emigrazione: il visto dura un anno, ma non permette di avere lo stesso datore di lavoro per più di sei mesi, di fatto consegnando queste persone alla precarietà e comunque ad attività a scarso reddito. Certo il visto può essere rinnovato per un altro anno previo però un periodo di 88 giorni nelle aree rurali dove le paghe sono bassissime, spesso in nero, mentre il 30% nemmeno le riceve.  Questo per non parlare dei visti per studenti  diventato un vero proprio business che come avviene anche per molti masterifici anglosassoni, produce in realtà corsi di basso livello, poche possibilità di emancipazione e nuovo impulso al lavoro nero.

Come si vede, mutatis mutandis, l’emigrazione contemporanea mette di fronte a situazioni peggiori di quelle vissute un secolo fa o anche nel dopoguerra il che fa comprendere come, mutatis mutandis, la situazione interna sia così degradata da spingere persino agli antipodi nella certezza di essere spremuti come limoni col solo sostegno di una remotissima speranza di costruirsi un futuro. Non sanno che è stato globalizzato anche se non principalmente lo sfruttamento. D’altra parte probabilmente non hanno chiaro il loro destino: sono abituate per tradizione familiare a pensare che l’erba del vicino sia sempre più verde, sono in balia di mitizzazioni televisive intorno al mondo, gli dicono ogni giorno come sia bello il processo di integrazione e di come non si debba ricadere nella trappola del nazionalismo egoista, soprattutto hanno perso la possibilità di pensare in termini politici e di vedere come questo tipo di integrazione non solo sia funzionale a egoismi nazionali altrui, ma sia costruito attorno al cosmopolitismo dei ricchi. Insomma si sentono impotenti e senza strumenti per cambiare le cose, per costruire un Paese decente e partono sui bastimenti.

Nota La statistica ci dice che dal 2009 circa 200 mila tedeschi sono emigrati stabilmente in altrove, ma si tratta per il 72% di persone originarie di altri Paesi, Turchia in primo luogo, che tornano a casa dopo aver raggiunto la pensione e che riportano indietro anche le loro famiglie.


Europa in panne anche sulle auto

1935-opel-olympia_horizontal_lancio_sezione_grande_doppioMa non si era detto che la proprietà di un’impresa era indifferente alla nazionalità? Non si è svenduta una gran parte dell’industria e dell’occupazione industriale in nome di questo ambiguo cosmopolitismo neo liberista, non si è lasciato con beata indifferenza che persino la Fiat e molti posti di lavoro se ne fuggissero dal Paese per aderire a questo catechismo? Evidentemente al fondo c’era qualcosa che non funzionava perché l’indifferenza della proprietà funziona se fa da ancella al passaggio di attività da un Paese più debole a uno più forte, ma quando succede il contrario diventa una bestemmia. Lo abbiamo visto purtroppo molte volte e oggi ne abbiamo la riconferma: è bastato che la Peugeot annunciasse le trattative per l’acquisizione della Opel perché la Merkel e persino il potente sindacato Ig metall scatenassero l’inferno.

Ma non si era detto che c’era l’Europa e che anzi occorreva impoverirsi e sopportare qualsiasi cosa per realizzarla? Evidentemente era una voce senza consistenza, perché in questo caso non sembra essercene alcuna traccia e la sola idea che possa esserci una acquisizione francese fa vedere i sorci verdi a Berlino. E dire che la casa automobilistica non è nemmeno di proprietà tedesca, ma ahimè americana, di General Motors ed è proprio a questa proprietà e alle sue logiche che si deve il declino del marchio negli ultimi trent’anni. Ciò che si teme è quello che accade in qualsiasi fusione, ovvero che la produzione venga razionalizzata e che alcuni stabilimenti vengano sacrificati. Cose che abbiamo accettato sempre chinando la testa, ma che la Germania adesso non accetta se è lei a doverne fare le spese.

E nemmeno poi tanto perché la Opel ha ormai solo tre stabilimenti in Germania a Rüsselsheim, Eisenach e Kaiserlautern, tutto il grosso della produzione è via via stata trasferita fatta altrove, in Spagna , nell’Europa dell’est, in Gran Bretagna dove si assembla l’Astra grazie ad accordi particolari che prevedono salari inferiori e orario di lavoro più lungo, per non parlare dei modelli o dei componenti che vengono direttamente dalla Corea e dall’Asia in in generale. Certo alcune migliaia di persone rischiano di entrare nel cono della disoccupazione, molti meno di quanto non siano rimasti col cerino in mano dopo l’affaire Fiar Chrysler, ma è assolutamente comprensibile che il sindacato tedesco dei metalmeccanici si preoccupi, insorga e dica che una eventuale accordo sarebbe ” una violazione senza precedenti dei diritti di cogestione”. Purtroppo si tratta dello stesso sindacato che tre anni fa si arrese alla chiusura dello stabilimento più grande della Opel, quello di Bochum, svolgendo anzi un ruolo estremamente ambiguo nelle trattative per mandare a casa 2700 lavoratori e affidandone altri 700 alle temporanee “cure” di una società ad hoc chiamata a gestire un magazzino ricambi che ha chiuso alla fine dell’anno scorso. Inutile aggiungere che lasciata a se stessa la Opel, azienda né carne né pesce, molto american fusion e poco tedesca ad onta delle sue bugiarde pubblicità  finirebbe per fallire o comunque per lasciare a casa molta gente

Dunque se un’impresa tedesca compra sulla bancarelle delle svendite un’azienda greca, italiana o spagnola per poi mandare a casa la maggior parte delle maestranze tutto va bene, è il mercato bellezza e tu non ci puoi fare niente, mentre se si tratta del contrario la cosa cambia aspetto. Le regole insomma valgono solo per i più deboli e questo all’interno di una sedicente Unione la quale tuttavia e con voce doppiata da Washington, si appresta ad impedire l’acquisizione da parte della Cina di aziende considerate strategiche qualunque cosa voglia dire. E dire che i cinesi sono quello che in assoluto hanno licenziato di meno in queste vicende. Il fatto è che il mercato, nella sua dimensione ideologica ha senso solo per i ceti popolari che ne sono le vittime designate, ma quando si tratta di elites e di geopolitca allora i vecchi stati rientrano in gioco come garanti dell’ordine oligarchico, della perpetuazione delle disuguaglianze e delle politiche imperiali  che ne sono il pendent. Adesso che il globalismo è arrivato ai limiti si torna al protezionismo almeno nella misura in cui si può o che conviene a questo e a quello. Avevano scherzato.


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