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12 anni di tentata pandemia

Potrebbe sembrare stravagante domandarsi da quando tempo è cominciata la pandemia perche la risposta la conosciamo sulla nostra pelle: a febbraio  – marzo di quest’anno. Eppure si tratta di un errore: essa è cominciata 12 fa, nel 2008 quando l’Oms cambiò i criteri e la definizione di pandemia che da malattia infettiva con alti tassi di mortalità diffusa in tutto il mondo divenne semplicemente una malattia ampiamente diffusa, ma senza alcun riferimento alla gravità così che qualsiasi disturbo, raffreddore compreso, poteva rientrare nella definizione purché fosse abbastanza diffuso. Non si sa come e perché si sia arrivati a questo radicale cambiamento concettuale che di fatto lasciava libera l’Oms e soprattutto i suoi i suoi principali finanziatori che erano le multinazionali del farmaco (la fondazione Gates si è infilata qualche anno dopo nel grande affare), di dichiarare pandemie senza alcun preciso criterio se non quello dei profitti da farmaci, ma sta di fatto che pochi mesi dopo questa rivoluzione in qualche modo privatistica della sanità mondiale venne dichiarata senza alcuna regione scientifica di qualche consistenza la pandemia per l’influenza suina che avrebbe potuto provocare anche un centinaio di milioni di morti,  secondo le allarmistiche previsioni fatte trapelare in via riservata ai governi e solo successivamente sparate sui media. Furono acquistate oltre centinaia di milioni di dosi di vaccino ( circa venti milioni solo in Italia) che dovettero essere smaltite quando la “suina” di rivelò una normale influenza. Ma intanto la fretta di difendere i bambini con la vaccinazione pare abbia provocato 700 casi di narcolessia, non certo una tesi ardita e antiscientifica  come direbbe qualche idiota in turno di guardia al sacro altare del culto vaccinale, ma qualcosa di provato dalle ricerche e che ha prodotto sentenze di risarcimento nei tribunali.

Ora spostiamoci e andiamo in Germania dove ad alimentare la paura della suina fu principalmente tale Christian Heinrich Maria Drosten, dell’istituto di virologia dell’università di Bonn, che prevedeva centinaia di migliaia di morti e che avrebbe provocato l’adozione  misure di misure drastiche di contenimento se non fosse stato per Wolfgang Wodarg, medico e parlamentare dell’Spd che chiese un dibattito di emergenza al Bundestag e un’indagine su presunte influenze indebite esercitate dalle aziende farmaceutiche sulla campagna globale dell’Oms contro l’ influenza H1N1 (il virus della suina appunto) . Bastò questo, allora, per mettere precocemente fine al terrorismo sanitario e per arginare la bufala, cosa che oggi non sarebbe più possibile vista la drammatica subalternità delle istituzioni democratiche ai poteri economici. Lo stato federale perse cifre enormi in questa vicenda e tuttavia oggi Christian  Drosten, nel frattempo passato alla Charitè di Berlino, è stato di fatto l’unico esperto ascoltato dal Bundestag in relazione all’epidemia di Covid, insomma proprio la persona le cui previsioni di strage si erano rivelate catastroficamente false 12 anni prima. In realtà Drosten era stato chiamato in partita qualche mese prima, nel maggio del 2019, quando la Cdu, su stimolo  di importanti attori dell’industria farmaceutica e dell’industria tecnologica organizzò un convegno sulla salute globale. C’erano Angela Merkel, il professor Drosten, il professor Wieler, che nonostante sia solo un veterinario dirige la massima istituzione della sanità tedesca, ovvero il Robert Koch Institut, c’era anche il signor Tedros, direttore generale dell’Oms in possesso di una prestigiosa laurea in biologia presso l’Università dell’Asmara, oggi scomparsa, fondata inizialmente dalle suore comboniane, ma mai realmente decollata e sempre in mezzo a difficoltà finanziarie e guerre, in pratica inesistente, ma c’era anche , indovinate un po’, la fondazione di Bill e Melinda Gates oltre alla Wellcome trust, altra gigantesca fondazione che si occupa di salute e di farmaci. Li per l’appunto si parlò di pandemia da coronavirus e delle misure da prendere. 

E fosse solo questo. C’è anche il  cosiddetto “Panic Paper”, scritto dal Dipartimento degli Interni tedesco e filtrato solo grazie a un impiegato che non è stato al gioco. Il suo contenuto riservato mostra senza ombra di dubbio che, in effetti, la popolazione è stata deliberatamente spinta al panico dai politici e dai media mainstream, un vero capolavoro di espressionismo, un testo da gabinetto del dottor Caligari in cui si dice persino che i bambini devono “sentirsi responsabili per l’orrenda morte procurata ai genitori e ai nonni qualora non seguano le regole del coronavirus”. Ma vedete alla fine il marcio viene sempre fuori e quindi abbiamo anche un marcio scientifico perché il professor Drosten è anche quello che ha messo a punto, sulla base di informazioni sommarie e generiche sulla struttura virale rapportata a quella della Sars 1, il test Pcr poi adottato dall’Oms  e che anche se non è utilizzato in maniera banditesca come in Italia, con cicli di amplificazione assolutamente fuori scala, è comunque lo strumento principe per modulare a piacere i livelli di infezione potendo rivelare tracce non del solo Sars cov 2, ma di innumerevoli altri virus. E chi lo dice? Naturalmente lo stesso Drosten il quale in un’intervista del 2014 , al tempo della Mers ammetteva che “molte persone sane e non infettive  possono risultare positive. Se, per esempio, un agente patogeno corre sulla mucosa nasale di un’infermiera per un giorno o giù di lì senza che lei si ammali o si accorga di nulla, diventa però improvvisamente un caso di Mers. Ciò potrebbe anche spiegare l’esplosione del numero di casi in Arabia Saudita. Inoltre, i media hanno trasformato questo in una narrazione sensazionalistica e incredibile “.

Adesso è quello che quida il sensazionalismo incredibile del Covid. Ha dimenticato ciò che ha scritto o lo sta deliberatamente nascondendo perché questa è un’opportunità di business molto redditizia per l’industria farmaceutica nel suo complesso? Persino uno dei suoi collaboratori più stretti, coautore di parecchi articoli, Alford Lund non sa spiegarsi come possa instaurarsi l’amnesia della ragione. Ma forse ce lo può spiegare ampiamente un articolo del settembre scorso scritto da  Mike Yeadon , ex Vicepresidente e Chief Science Officer di Pfizer, e da altri noti scienziati:“ Stiamo basando la politica di limitazione dei diritti fondamentali, presumibilmente su dati e ipotesi completamente sbagliati sul coronavirus. Se non fosse per i risultati dei test che vengono costantemente riportati dai media, la pandemia sarebbe finita perché non è successo davvero nulla. Certo, ci sono alcuni gravi casi individuali di malattia, ma ce ne sono anche in ogni epidemia di influenza. Ci sono almeno quattro coronavirus che sono endemici e causano alcuni dei comuni raffreddori che sperimentiamo, specialmente in inverno. Hanno tutti una sorprendente somiglianza di sequenza con il Sars cov 2 e, poiché il sistema immunitario umano riconosce la somiglianza con il virus scoperto di recente, un’immunità dei linfociti T esiste da tempo a questo riguardo. “.

E’ quella che si chiama immunità di gregge, negata all’inizio, ma adesso ammessa persino dai sacerdoti del virus. Del resto sono risultati positivi al test Pcr, tanto per sottolinearle la validità anche le ali di pollo, la papaya oltre che capre, pecore e persino una tigre.Un avvocato tedesco, Reiner Fuellmich che lavora sia in Germania che in California, uno dei legali che ha  preso parte alle cause per le operazioni fraudolente della Deutsche Bank dice che ci sono gli estremi per un’accusa di frode dal momento che i signori Drosten, Wieler e Tedros dell’Oms sapevano tutti che i test Pcr non possono fornire alcuna informazione sulle infezioni, ma hanno affermato più e più volte in pubblico il contrario. Egli fa intendere che si stanno cominciando a preparare azioni collettive per il risarcimento dei danni procurati da misure del tutto ingiustificate sulla base di test inadatti alla diagnosi.


Covid a la carte: i governi scelgono il menù pandemico

La cartina che vedete a fianco mostra la diversa diffusione del virus nell’ Europa e possiamo vedere che praticamente tutta la Germania, l’Austria e la Danimarca hanno un numero di contagi molto minore del Covid ad onta che le misure di segregazione siano meno severe che nei Paesi dove il coronavirus sembra diffondersi con maggiore velocità. Come è possibile questo? Come fa il virus a riconoscere le frontiere? Ma il realtà esso non c’entra nulla, sono i governi in combutta con le autorità sanitarie e decidere quale livello di allarme si deve creare. Non è soltanto aumentando il numero di tamponi per trovare più positivi, ma è soprattutto stabilendo a quanti cicli di amplificazione del segnale chimico debbano essere sottoposti i test Prc ( reazione a catena della polimerasi ), i tamponi insomma. Siccome le molecole virali eventualmente presenti  sono pochissime, devono essere “moltiplicate” per poter essere facilmente rilevate, secondo un meccanismo utilizzato anche per la lettura del Dna. Sorvoliamo sulla tecnica con cui avviene tale moltiplicazione, quello che ci interessa in questo contesto è che a una maggiore amplificazione corrisponde un risultato più incerto o errato come generalmente accade per tutti i segnali ottici o acustici che dopo un certo limite divengono solo rumore. Così non stupirà apprendere che i test in Germania e in Austria sono mediamente moltiplicati 25 volte mentre altrove lo sono 40 o 45 volte trovando dunque molti più contagi, almeno secondo quanto ha rivelato il clinico francese Leopold Durocher.

Peccato però che oltre le trenta “moltiplicazioni” come ha detto più volte Kary Mullis, l’inventore della tecnica Prc per la quale ha ricevuto il Nobel, il responso non è solo inaffidabile, ma è proprio privo di senso potendo rilevare qualunque cosa, altri virus, spezzoni molecolari di ogni genere, persino parti di microbi: in questo modo è possibile trovare un numero di positivi adatto alle misure che si vogliono prendere. Come si fa a sapere quante volte è stato amplificato il tampone? In realtà non viene scritto nei responsi, ma un buon indizio può essere il tempo che intercorre tra l’effettuazione del tampone e il risultato: oltre le 48 ore siamo certamente a livelli di amplificazione di 40 volte, dunque privi di qualsiasi senso. La cosa è molto importante da molti punti di vista: per prima cosa viene leso il diritto alla salute dei singoli cittadini che si vedono diagnosticare la presenza di un virus che nel 90% dei casi nemmeno c’è, determinando perciò situazioni di stress, di ansietà, di allontanamento dal lavoro e dalla vita civile, se non addirittura di cure inutili o mal mirate. Qui non siamo nel campo del semplice errore, sempre possibile e in certa misura inevitabile, ma del vero e proprio dolo perché si usa uno strumento diagnostico oltre i propri limiti intrinseci e dunque in maniera scorretta: bisognerebbe perciò chiedere che almeno nel risultato del tampone sia indicato il numero delle amplificazioni, dato vitale per poter giudicare la consistenza o meno del responso e dunque anche per poter difendere la propria salute. L’altra è che in realtà le misure di segregazione, di distanziamento o di ubbidienza simbolica come le mascherine non sono dovuti ai livelli di diffusione di un virus che, ormai si sa è piuttosto debole, ma sono invece i livelli di diffusione ad essere regolati in ragione delle misure da prendere per scopi che con la sanità hanno poco o nulla a che vedere.

Capisco che all’uomo della strada, soverchiato dalla forza arcaica del “lo dicono tutti” e quindi disposto a credere qualsiasi cosa purché essa sia generalmente condivisa,  l’inversione tra causa ed effetto possa sembrare sorprendente e difficile da digerire, ma è l’unica logica ravvisabile nell’usare degli strumenti diagnostici in maniera volutamente impropria che tra altro finisce per impedire o rendere più difficoltosa la conoscenza intorno all virus. Del resto su quest’uso folle dei tamponi oltre i loro limiti euristici la polemica si era già sviluppata in Usa, provocando le reazioni di Kary Mullis, ma in Europa trova in un certo senso la sua conferma quando la diffusione segue confini nazionali in maniera così precisa da essere impressionante e da poter essere sovrapposta a una cartina politica.


La lunga strada della Liberazione

E’ sempre difficile definire un successo o un insuccesso perché i due concetti si collegano strettamente alle aspettative che si hanno o che sventatamente si creano: per esempio Salvini e Meloni che avevano burbanzosamente asserito di voler stravincere, passano ora per perdenti avendo solamente vinto. Dunque non saprei dire se la marcia per la liberazione, di ieri sia sta un successo: da un certo punto di vista radunare parecchie migliaia di persone in piazza, ( non duecento come scrive la Repubblica delle maschere ) accusate di essere  immorali in qualità di untori e minacciati apertamente dal capo in testa delle forze dell’ordine pandemico, è certamente un successo in un’Italia che si lascia docilmente portare al macello. Dall’altra parte però non mi è sembrato il sintomo di un Paese che ha le capacità di risvegliarsi davvero, quanto un collage di proteste e di visioni tenute assieme dalla malta della scellerata e anti costituzionale gestione della pandemia, che per paradosso alla fine è stato il tema meno trattato in assoluto, il che è un pessimo segno. .

Niente a che vedere insomma con le grandi manifestazioni che si sono avute in Germania con milioni di persone scese a protestare senza maschere, senza distanziamenti e tutte stranamente rimaste in ottima salute. Si è tentato di descrivere queste persone come nazisti e gente di estrema destra da parte di una informazione vergognosa, ma non è questione di decostruire le balle di sistema, perché il numero dei manifestanti riflette  la capacità di un’intera società di sviluppare anticorpi contro i bacilli e virus del potere, quando essi si spingono troppo oltre nel tessuto dell’intelligenza e cercano di sottrarre libertà e dignità alle persone. In Germania fin da subito si sono create associazioni di medici che hanno denunciato l’assoluta sproporzione degli allarmi e delle misure di contenimento in relazione alla patogenicità del Sars Cov 2: già a maggio la Ärzte für Aufklärung, che potremmo tradurre con medici per la verità ( qui il loro sito ) contava  6000 membri e invitava alla resistenza contro la narrazione pandemica, la messa in mora della Costituzione e contro il ricatto del vaccino. Anche al Ministero degli interni, alcuni alti funzionari non si sono sentiti di mantenere segreto un rapporto esplosivo del governo secondo il quale:  “Il nuovo virus presumibilmente non ha mai rappresentato per la popolazione un rischio maggiore rispetto alla normalità e uccide le persone che  sarebbero morte  statisticamente quest’anno sia per  l’eta molto avanzata sia per la debolezza di organismi che non possono più far fronte a uno stress  casuale fra cui  i circa 150 virus attualmente in circolazione. La pericolosità di Covid-19 è stata sopravvalutata.  Probabilmente abbiamo a che fare con un falso allarme globale che a  lungo non è stato rilevato”.

Ma sia pure in regime di coprifuoco informativo i media sono molto più disponibili che da noi ad offrire prospettive diverse: per esempio pochi giorni fa è stato diffuso uno studio dell’Università di Tubinga secondo il quale i blocchi effettuati in primavera sono stati completamente inutili visto che l’81% per cento della popolazione ha delle difese immunitarie crociate derivanti dalle normali infezioni da altri coronavirus ( il più diffuso è quello del  raffreddore) che sono molto simili fra loro. Insomma anche chi non è venuto a contato col virus ha comunque un certo grado di immunità, cosa che spiega benissimo perché nel 95% dei casi il contagio è de tutto asintomatico. Questa tesi è stata supportata anche da una ricerca condotta  dall’Istituto di immunologia di La Jolla, in California. In televisione il virologo Hendrik Streeck ha potuto affermare che non c’alcun bisogno di allarmarsi per la diffusione dei contagi anche se il loro numero sembra drammatico proprio per le scarse conseguenze del contatto col virus, mentre Andreas Gassen membro del consiglio dell’Associazione dei medici dell’assicurazione sanitaria obbligatoria ha detto: “In Germania non c’è l’eccesso di mortalità, cioè non muoiono più persone che in qualsiasi altro anno senza coronavirus “.

Da noi a parte quei quattro o cinque personaggi ormai messi all’indice dagli organi di disinformazione mainstream non possono circolare  nemmeno accenni di verità  alternative o diciamo pure di verità pura e semplice, non c’è insomma un minimo tentativo di ribellione da parte della classe medica. E anche quei camici bianchi  che hanno osato spezzare il ferreo circolo dell’omertà pandemica, hanno dovuto fare marcia indietro più o meno parziale, ricattati dalla governance politico – sanitaria. Diciamo la verità in un Paese così abituato a servire, a piegarsi e che in qualche caso fa del Covid un’occasione di moda alla stregua della famosa “intolleranza” al glutine, qualche migliaio di persone che non ci stanno, ma che soprattutto osano dirlo invece di mugugnare in silenzio,  sono un miracolo. Ma la liberazione appare davvero lontana.


Trieste nell’hamburger

Saranno circa una dozzina di anni che qualcuno – una sparuta pattuglia di persone – grida invano nel deserto e non cabale o arzigogoli o peggio ancora i luoghi comuni di cui si nutre l’informazione che disinforma, ma proprio l’ovvio, il minimo sindacale di una visione di futuro per questo Paese: infatti lo spostamento dell’asse economico  dall’Atlantico al Pacifico con la straordinaria ascesa dell’Asia come manifattura planetaria, rende di nuovo il Mediterraneo il centro di equilibrio gravitazionale geopolitico, come lo era prima della scoperta dell’America e dunque non bisognava tralasciare alcuno sforzo per cogliere questa occasione epocale cercando a tutti i costi di sviluppare una politica autonoma nelle acque del mare nostrum, di non perdere le posizioni acquisite nonostante lo scatenamento obamiano del caos tra Libia e Medio oriente, di puntare sull’adeguamento delle strutture portuali e sui rapporti con l’Asia, Cina in primis. Una politica quasi elementare, ma purtroppo doppiamente vietata dagli Usa a causa della paura della Cina e anche dall’Europa dove dietro lo scenario del consenso e dell’accomodamento con le linee di Washington si nascondevano in realtà anche disegni di egemonia sia francesi che tedeschi.

Così dopo tanti tira e molla con la Cina sul porto di Trieste ostacolato in ogni modo dal succido partito amerikano che in Italia è presente in ogni ganglio istituzionale ed è imprescindibile per fare un qualunque tipo di carriera, paventando chissà quali conseguenze immaginarie, adesso lo scalo è stato comprato dal porto di Amburgo. Perciò tutto il traffico proveniente dall’Asia – che su Trieste potrebbe  aumentare in maniera esponenziale perché è lo scalo marittimo con il maggior pescaggio in Europa quindi adatto alle mega navi – farà semmai profitto per la Germania e non per l’Italia a cui se va bene spetterà qualche posto da camallo e poco più: sarà il Nord Europa a fare da ponte con l’Asia e non l’Italia che ne sarebbe molto più vocata sia geograficamente che culturalmente, godendo per giunta dello status di porto franco dello scalo ex italiano. Non è poi affatto escluso che – come accadde per Gioia Tauro – l’acquisto non preluda affatto a una possibilità di sviluppo, ma anzi risponda al disegno di impedire che Trieste decolli per non mettere in pericolo i traffici dei porti tedeschi.  La differenza con un eventuale azionariato cinese del porto di Trieste sarebbe evidente anche a un imbecille sia perché una joint venture con i cinesi  avrebbe sviluppato molto di più il traffico ora dipendente dal bilanciamento con quello del nord Europa e in particolare con quelli della città stato di Amburgo, sia perché all’Italia sarebbe giunta una fetta di valore aggiunto molto più grande visto che non ci sarebbe stato un terzo incomodo ad imporre le proprie scelte e a esigere il proprio profitto. Last but not least nel caso i tedeschi intendano davvero investire ciò andrà ad influire  sugli equilibri già precari del Paese: adesso le regioni che chiedono un’autonomia al limite della secessione saranno molto più determinate al distacco perché in qualche anno la dipendenza di tutta l’area dall’economia tedesca, sarà tale da provocare una disaggregazione del Paese. Esattamente l’obiettivo che Berlino si è data e non da ieri.

Tutto ciò potrebbe sembrare esagerato per la proprietà di un porto, sia pure importante, ma in effetti questo atto chiude una delle poche chance economiche effettive e non illusorie che si presentano a un Paese venduto e svenduto a più non posso, in via di totale deindustrializzazione e poi perché la vendita di Trieste giunge dopo una lunga storia di rinunce forzate in virtù delle alleanze e dei vari vincoli esterni di cui siamo sempre più prigionieri: già alla fine del secolo scorso, nel 1997, i cinesi volevano acquistare il porto di Taranto, ma gli americani fecero fuoco e fiamme per evitarlo con il pretesto che si trattava di una base della Nato  e così Pechino cambiò rotta e acquisì la maggioranza del porto del Pireo, facendone lo scalo passeggeri di gran lunga maggiore di Europa e di fatto una delle poche attività economiche di rilievo rimaste in Grecia dopo il sacco del Paese perpetrato dall’Europa.  Sempre negli anni ’90, come accennato, i tedeschi comprarono Gioia Tauro non per svilupparla, ma anzi per evitare che si sviluppasse  e facesse concorrenza ai porti del Nord Europa, riuscendo a fare il proprio interesse e nello steso tempo accontentare gli americani terrorizzati dall’idea di dover cedere parti di dominio sul mediterraneo. Abbiamo quindi perso l’occasione per un grande sviluppo del Mezzogiorno solo per accontentare amici e padroni che peraltro avevano già immaginato la crescita di traffici Asia Europa e quindi hanno provveduto a prendere i posti in prima fila, mentre i legittimi proprietari tramite governi subalterni si facevano da parte. E per giunta dobbiamo anche sentire le ramanzine idiote sul sovranismo, prodotte  dai servi sciocchi di due padroni.


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