Archivi tag: Germania

Il terrorismo “morale” dell’impero

GUERRAAlle volte quel po’ di sapere che si riesce ad  accumulare nella vita può essere una maledizione perché rischia di moltiplicare la rabbia di fronte all”ipocrisia dominante nelle tragedie quasi quotidiane provocate dalla geopolitica canaglia: l’assoluta strumentalità con cui viene sollecitata un indignazione a comando per le stragi civili attribuite agli altri , tacendo delle proprie possiede anche anche un risvolto di menzogna storica che va ben oltre quella di giornata. La narrazione deformata di ciò che accade in Siria o quella mancante sulla guerra in Yemen di cui  non si sa nulla perché gli stragisti dall’aria sono i sauditi e gli americani, tende a precostituire l’idea di preminenza morale occidentale poiché le vittime civili provocate dalle proprie invasioni barbariche, quando se ne sa qualcosa, sono sempre frutto di un errore, di un incidente, di una fatalità, mentre quelle provocate dagli avversari vengono sempre descritte come frutto di una volontà precisa anche quando va contro i loro interessi.

Ma in questo non c’è solo l’ipocrisia della propaganda: si tratta soprattutto di una bugia radicale di cui ci si accorge coltivando la storia, mettendo assieme e dando senso agli spezzoni di memoria che anche quando ci sono vagano come meteore. Si perché basta fare riferimento a un po’ di storia militare per vedere come è proprio nell’ambito anglosassone, quello che oggi costituisce l’impero neoliberista e condiziona tutta l’informazione, che si forma e viene accettata come dottrina ufficiale l’idea dell’uso dell’aviazione principalmente come strumento per colpire le popolazioni civili e fiaccarne il morale. Per fortuna abbiamo gli scritti di Hugh Trenchard e Billy Mitchell che lo testimoniano. Nell’Europa continentale e in Giappone prevale invece l’idea di un uso prevalente dell’aereo  come appoggio alle forze di terra o navali sfociando nella concezione della blitzkrieg.

Per la verità l’uso terroristico dell’aviazione fu preconizzato dal generale Giulio Douhet che ancor oggi viene studiato nelle accademie di tutto il mondo: fu lui a suggerire a D’Annunzio il volo su Vienna per spaventare la popolazione e far comprendere che invece di volantini avrebbero potuto piovere bombe. Naturalmente nemo propheta in patria perché la lucida e terribile  visione di Douhet fu presto abbandonata in favore delle idee di Amedeo Mecozzi, asso della prima guerra mondiale e fautore dell’idea  che comunque l’aviazione da caccia sarebbe stata in grado di fermare i bombardieri. Tutto ciò ha avuto ovviamente un risvolto tecnologico perché di fatto furono americani e inglesi a costruire l’arma aerea attorno al bombardiere e non al caccia, mentre tedeschi, italiani, giapponesi e sovietici  arrivarono tardi a progettare bombardieri grandi e di largo raggio, trovandosi ad avere velivoli da bombardamento relativamente piccoli, di breve raggio e di uso tattico. In Italia 4 progetti di quadrimotore a lungo raggio, per la verità molto avanzati, furono al centro delle solite dispute fra clan di regime e alla fine non se ne fece niente, mente in Germania fu tardivamente realizzato un quadrimotore più adatto a usi civili, lo Junkers 290 che di fatto non fu utilizzato sul campo, ma solo per trasportare ufficiali e di cui viene ricordato il lungo volo dalla Germania fino in Manciuria per lo scambio di tecnologie e materiali con il Giappone.

Del resto i fatti parlano chiaro sull’uso terroristico dell’aviazione e soprattutto della scala che essa ha assunto: da Dresda, alle atomiche sganciate sul Giappone, ma anche ai bombardamenti sull’Italia che,erano proprio volti ad abbattere il morale più che a colpire obiettivi militari, la distruzione integrale di Piongyang nel ’52 durante la guerra di Corea, assieme a quella di molti piccoli centri con un numero di morti che sfiora le centomila persone, per non parlare del milione di vittime civili sotto le bombe nelle città del Vietnam, delle 800 mila persone massacrate a forza di napalm in Cambogia o dell’uso dell’aviazione a fine di terrore in Jugoslavia o mille altri episodi in tutto il medio oriente e l’Africa. Ora che questa gente finga di strapparsi i capelli per vittime civili talvolta reali, spesso presunte per farne nobile giusiticazione di caos e massacri, è veramente intollerabile, anche a prescindere dalle singole manipolazioni mediatiche.

Del resto è difficile aspettarsi qualcosa di diverso da Paesi la cui ascesa è derivata da conquiste e massacri coloniali o dal tentato genocidio delle popolazioni preesistenti: questo carattere fondativo rimane in qualche modo resiliente al trascorrere dei tempi, alle mutazioni politiche ed economiche, non è stato intaccato per nulla dalla democrazia tanto che la mentalità sulla quale sono state costruite le dottrine del terrorismo aereo spuntano anche in altri ambiti.  Per esempio la creazione e il finanziamento dell’integralismo islamico, inesistente prima che Carter e la Cia decidessero di rispondere all’invasione sovietica dell’Afganistan con l’allevamento di falangi estremiste destinate poi a sfociare nel terrorismo, conserva il carattere fondamentale di aggressione al mucchio più che a obiettivi militari mirati. Un tratto distintivo evidentissimo nella guerra siriana.

Advertisements

Eurodeliri

17499369_1647303052023919_4615086781146593777_nSe c’è qualcosa che mi ha colpito nel sabato in cui le oligarchie Europee hanno festeggiato se stesse, è la comparsa delle sacre stigmate dell’anacronismo che ha avvolto i potenti  rinchiusi nel loro ridotto a recitare un messale logoro e frusto, a imitare in maniera grottesca i riti pieni di speranza di 60 anni fa, con parole ambigue e prive di senso. Ma questo progetto fallito e ormai privo di anima è stato difeso contro il mondo esterno da gigantesche misure di sicurezza per fare paura, schedature sotto forma di controlli, polizia e ancora polizia a sorreggere una messa cantata senza contenuti, parole come aria calda per una mongolfiera di carta  e quel terribile chiacchiericcio mediatico, così straordinariamente unanime, ottuso, in questo caso consapevolmente servile. Insomma il tentativo di tappare la bocca ai terribili antagonisti perché ormai gli argomenti e le illusioni sotto cui viene sostenuta e nascosta la presa di potere della finanza, non sono più credibili e generano rabbia o noia. Essi cercano di fare paura perché hanno paura.

Il momento più significativo della giornata è stato quando il corteo di Eurostop è stato applaudito dalle finestre del  Testaccio, quartiere semigentrificato e dunque valido come test. Certo non era un corteo fiume essendo stato preventivamente decimato dal fermo dei bus dei manifestanti e persino delle auto private, dai controlli ossessivi e forse pure incostituzionali, dai nuovi poteri concessi alla polizia guarda caso in contemporanea con lo sblocco, dopo anni, di 1 miliardo e 600 milioni per “valorizzare” la forza pubblica e aprire le carriere in cambio di fedeltà. Ma rappresentava uno spirito molto più vasto e molto più evoluto dell’anti europeismo miserabile  dei fascio bottegai di sempre, i cui giornali sono stati gli unici a plaudire alle operazioni di “prevenzione”. Prima o poi si dovrà cominciare a distinguere tra l’anti europeismo degli gaglioffi che hanno in odio Bruxelles perché non gli permette di fare i loro affaracci di clan e di cosca al di fuori delle regole, ma amano lo stato autoritario  e quello invece che riconosce nella Ue la negazione dell’Europa come spazio di libertà e progresso, la radice con cui si attua la dissoluzione della lo democrazia reale, la crescita esponenziale delle disuguaglianze, la caduta dei diritti del lavoro, la precarietà a vita, la presa di potere della finanza e contemporaneamente favorisce un sistema vice imperiale con al centro la Germania come tutore, cosa quest’ultima che ormai è tematizzata sotto la voce Europa a due velocità.

In ogni caso il coro dei media a reti unificate con i loro commentatori di rito o di eccezione come il povero Prodi e il suo calmo delirio, che pronti a far suonare l’organetto delle balle e insieme anche quello di vulgate storiche e geopolitiche  quanto mai rozze e schematiche, aveva un sapore di vecchio, di ripetitivo, di giustificatorio, un’aria di tramonto incombente, di palese resa al ruolo di megafoni della Verità del padrone. E’ anche questo, soprattutto questo che evidenzia la svolta che sta maturando qui come altrove: per questo ogni contestazione anche la più civile ancorché radicale e non ambigua va circoscritta, ridotta ai minimi termini e demonizzata con lo spettro della violenza per evitare che alla fine dilaghi. Del resto è l’unica maniera di uscirne per ceti politici mediocri e subalterni, dunque anche irresponsabili e corrotti che non sanno come rimediare alle enormi fratture che hanno creato: fra loro e i cittadini, fra l’Europa del Sud e quella del Nord, fra l’Europa occidentale e quella orientale frettolosamente aggregata proprio per nascondere dietro l’espansione il disegno dei poteri forti e il fallimento fortemente voluto e guidato delle speranze iniziali.

Ma proprio per questo la setta degli euro liberisti diventa più aggressiva: sa di non potersi appoggiare su tutta la fuffa priva di senso e di nerbo come quella del Petain del Quirinale per intenderci, con quell’idea stravagante e per molti versi ignobile secondo cui i singoli Paesi non sarebbero in grado di tutelare la propria sovranità ( infatti la Ue mai e poi mai sarebbe succube della Nato e delle volontà americane, come sappiamo), insomma queste fesserie dell’ultimo capitolo che alludono a un presunto gigantismo economico ma che di fatto convergono nel conferire la sovranità esclusivamente al potere economico. No, sanno che non si conquista il consenso con queste pinzillacchere di pessimo livello, il loro vero argomento non può che essere la forza.


Partono i bastimenti per terre assai lontane…

sbarco-di-emigranti-italiani-a-ellis-island-nel-1911E’ interessante vedere come la comunicazione prima ancora che l’informazione con la quale è ormai sinergicamente collegata diriga e gestisca secondo le sue convenienze l’attenzione dei cittadini. Nel 2015 ci sono stati 1300 articoli in prima pagina e  quasi 3500 servizi di apertura dei notiziari Tv sull’immigrazione, nell’80% dei casi allarmistici, mentre si possono contare sulle dita di due mani i pezzi di impatto equivalente riguardanti l’emigrazione: eppure in quell’anno sono arrivati circa 140 mila migranti e sono invece andati via  147 mila giovani dato per molti versi assai più allarmante anche perché il 13% di quelli che cercano lavoro altrove sono laureati. Ma naturalmente la fotografia impietosa di questa realtà di drammatico declino non piace al potere e alla sua propaganda jobattista, dunque viene nascosta o mostrata di sfuggita.

Evidentemente si tratta di dati tutt’altro che segreti, ma emotivamente sterilizzati  tanto che spesso nelle ragioni dell’accoglienza si introduce l’argomento che anche noi siamo stati un Paese di emigranti, come se fosse un passato superato per sempre, mentre in realtà siamo ritornati ad esserlo con numeri che non si vedevano dagli anni ’60 quando anche il fiume di emigrazione intereuropeo si ridusse a un rivolo peraltro alimentato in gran parte da ricongiungimenti familiari. Qui bisogna fare molta attenzione perché non possiamo paragonare questo flusso con le grandi migrazioni che vanno dagli anni ’30 dell’Ottocento alla prima  guerra mondiale: quello era un fenomeno continentale ed epocale che si verificò in molte aree dell’Europa, specie quelle dominate da altri Paesi oppure senza forti stati centrali o ancora privi degli sfoghi coloniali, tanto che l’emigrazione verso la “Merica” da Germania e Austria fu numericamente molto più consistente di quella italiana e oggi negli Usa il 40%  della popolazione bianca è di origine tedesca. Non è che mi voglia mettere a fare storia, ma il fatto è che la Germania non conosce flussi consistenti di emigrazione stabile dalla fine della guerra (vedi nota) ed così anche per molti altri Paesi come Gran Bretagna, Olanda, Belgio, mentre tra i Piigs, Francia compresa il flusso in uscita aumenta sempre di più, ma non certo con numeri così alti come quelli italiani, ad eccezione della Grecia e del Portogallo. In effetti l’emigrazione dalla Francia e dalla Spagna è dovuta per più della metà a persone provenienti dal Nordafrica o dall’America Latina che tornano nei luoghi di origine dopo aver preso la cittadinanza dei Paesi ospitanti.

Dunque ci troviamo di fronte di fronte a un problema tutto nostro che denuncia i disastri prodotti da una politica del tutto incapace di affrontare la realtà se non ubbidendo ai diktat che vengono da fuori e ad alcune semplicistiche ideologie della vulgata neo liberista. Ma naturalmente l’articolazione di questa migrazione al contrario  denuncia ancor più che dentro il Paese la disuguaglianza di classe: una piccola parte è formata dai rampolli di un generone abbiente che può pagarsi il globalismo e le  avventure verso posti di prestigio o verso quelli che possono sembrare tali anche se si rivelano marginali e subalterni nella realtà, un 30% trova lavoro nelle in attività edilizie o agricole, mentre il grosso va a fare il cameriere o lo sguattero di cucina nell’industria dell’ospitalità. Ci sono addirittura Paesi come l’Australia che si sono attrezzati proprio per sfruttare questa emigrazione: il visto dura un anno, ma non permette di avere lo stesso datore di lavoro per più di sei mesi, di fatto consegnando queste persone alla precarietà e comunque ad attività a scarso reddito. Certo il visto può essere rinnovato per un altro anno previo però un periodo di 88 giorni nelle aree rurali dove le paghe sono bassissime, spesso in nero, mentre il 30% nemmeno le riceve.  Questo per non parlare dei visti per studenti  diventato un vero proprio business che come avviene anche per molti masterifici anglosassoni, produce in realtà corsi di basso livello, poche possibilità di emancipazione e nuovo impulso al lavoro nero.

Come si vede, mutatis mutandis, l’emigrazione contemporanea mette di fronte a situazioni peggiori di quelle vissute un secolo fa o anche nel dopoguerra il che fa comprendere come, mutatis mutandis, la situazione interna sia così degradata da spingere persino agli antipodi nella certezza di essere spremuti come limoni col solo sostegno di una remotissima speranza di costruirsi un futuro. Non sanno che è stato globalizzato anche se non principalmente lo sfruttamento. D’altra parte probabilmente non hanno chiaro il loro destino: sono abituate per tradizione familiare a pensare che l’erba del vicino sia sempre più verde, sono in balia di mitizzazioni televisive intorno al mondo, gli dicono ogni giorno come sia bello il processo di integrazione e di come non si debba ricadere nella trappola del nazionalismo egoista, soprattutto hanno perso la possibilità di pensare in termini politici e di vedere come questo tipo di integrazione non solo sia funzionale a egoismi nazionali altrui, ma sia costruito attorno al cosmopolitismo dei ricchi. Insomma si sentono impotenti e senza strumenti per cambiare le cose, per costruire un Paese decente e partono sui bastimenti.

Nota La statistica ci dice che dal 2009 circa 200 mila tedeschi sono emigrati stabilmente in altrove, ma si tratta per il 72% di persone originarie di altri Paesi, Turchia in primo luogo, che tornano a casa dopo aver raggiunto la pensione e che riportano indietro anche le loro famiglie.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: