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Alto tradimento

alto tradimentoSuona il campanello e vi trovate di fronte invece che all’ennesimo venditore di servizi a un compunto assicuratore il quale vi vuole vendere un nuovo e rivoluzionario tipo di polizza sugli imprevisti finanziari e sulle intoppi alla vostra attività: ogni anno versate un premio di una certa entità, ma se qualcosa andasse storto e vi trovaste in difficoltà  l’assicurazione interverrebbe prestandovi i soldi che avete  già versato come premio o poco più. Prima però di poter avere questo denaro dovrete ridurre drasticamente il vostro tenore di vita, rinunciare alle spese sanitarie o a quelle scolastiche per i propri figli, ipotecare l’impresa e se necessario o compatibile mandare vostra moglie a battere. A questo punto non sapreste se chiamare la polizia perché vi trovate di fronte a un camorrista o il manicomio perché si tratta di un pericoloso alienato, ma mentre state decidendo il tizio tira fuori un tesserino dell’ Unione Europea e vi assicura che è tutto normale, comprensibile, logico e che anzi che questo tipo di polizza è obbligatoria.

Questo infatti è il nuovo meccanismo del Mes, ovvero il Meccanismo europeo di stabilità il quale prevede che gli stati in difficoltà, ovvero quelli che una cupola finanziaria ordoliberista decide che debbano esserlo, prima di avere in prestito i soldi che hanno già versato in precedenza, siano costretti  a una serie draconiana di tagli e di macelleria sociale per ristrutturare il proprio debito, secondo criteri stabiliti dall’Unione e che sono assolutamente irrealistici. Secondo molti osservatori, come ad esempio Scenari economici, questa nuova normativa è stata pensata specificamente contro l’Italia la quale in caso di difficoltà prima di essere aiutata dovrà chiudere ospedali, scuole e servizi, aumentare le tasse secondo le indicazioni direttamente provenienti da Bruxelles e mandare al macero quel po’ di welfare che le rimane. Dovrà insomma diventare la nuova Grecia. Ma questo per l’appunto dimostra come le istituzioni  europee siano ormai del tutto impazzite e di fronte alla possibilità imminente di una nuova crisi non riescano a pensare altra via d’uscita se non stringere lo stesso cappio che ha provocato il declino e la stagnazione. Questo la dice lunga sull’ angustia intellettuale e morale nella quale si è costruita la Ue di Maastricht, la quale in fin dei conti ha nascosto dietro alcuni ideali di facciata un tentativo di politica neo reazionaria, sostanzialmente incarnata dalla moneta unica.

Tuttavia il fatto che in Germania – dove si assiste al rapido declino del modello mercatista e dove  l’ossessione del bilancio ha provocato non solo vaste sacche di povertà e di disuguaglianza, ma  un invecchiamento delle infrastrutture e la perdita di occasioni storiche come l’industria digitale – si stia pensando a un aumento della spesa pubblica e dunque a un cammino del tutto inverso rispetto a quello indicato dalla dottrina ufficiale imposta a tutti gli altri, mette in evidenza anche un’altra cosa: che lo sfaldarsi delle concezioni fondative dell’Ue di Maastricht di fronte all’inesorabile realtà,  ha lasciato sempre più spazio a una corsa per l’egemonia. Questa era stata in qualche modo sempre presente dietro le quinte dello spettacolo unionista, palesandosi sotto false spoglie nel massacro della Grecia, ma ora assume caratteri decisamente evidenti ed entra in scena senza travestimenti: è chiaro che le grandi banche tedesche sempre sull’orlo di una crisi sistemica vedono nell’enorme massa del risparmio privato italiano, di gran lunga il più significativo del continente, un irresistibile tentazione. E Berlino farà di tutto per accontentarle ben sapendo che la massa di derivati che hanno in pancia supera di molte volte il pil tedesco e rappresenta l’altra faccia di quella medaglia di virtuosità apparente che il Paese vuole dare. Inoltre ci sono ancora pezzi dell’economia italiana che fanno gola: dunque il nuovo meccanismo del Mes risponde perfettamente a questo scopo.

Ovviamente su sollecitazione di carton Mattarella, Giovanni Tria ministro delle finanze del precedente  governo Conte, ha subito firmato le modifiche al meccanismo che sono destinate alla scalata del Paese. Era scontato che accadesse visto che il governo Lega – M5S aveva pensato bene di chiamare a questa carica uno degli esemplari del più lutulento conservatorismo economico e di quel notabilato ottuso e pluri servile che domina il Paese da trent’anni, insomma un esemplare del ceto che meno è in grado di comprendere la natura economica e politica della crisi che ci attraversa. In ogni caso esso fa parte di quel mondo mentale ed morale  che potremmo accostare per similitudine etica al badoglismo: la loro stessa esistenza è un alto tradimento.

 

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Il muro del pianto

DIGITAL CAMERAIeri è caduto il trentesimo anniversario della caduta di Berlino, data salutata come l’inizio dell’era liberista oltre che come fine del comunismo sovietico e inizio dell’impero planetario americano che avrebbe dovuto essere senza rivali per un tempo infinito: prova ne sia che Mike Pompeo nella sua celebrazione lo ha collegato alle date della rivoluzione americana e alla vittoria nella seconda guerra mondiale, facendone chiaramente un simbolo dell’espansione a stelle e strisce. Il fatto che Pompeo sia un personaggio con una particolare vocazione all’ignoranza, non svaluta la valenza di tale prospettiva, anzi la rende più significativa come portato interiore dell’elite americana.  Adesso  tutta questa mitologia fondativa comincia ad emanare un penetrante odore di marcio e cominciamo a renderci conto che quello non è stato l’inizio di qualcosa, ma il culmine di un sistema ucciso dalla scomparsa di un nemico che ne aveva in qualche modo arginato la follia. Ho già dedicato, tempo fa, un post alla questione  Si fa presto a dire muro…  nel quale mostravo che quel muro è stato un simbolo occidentale almeno quanto esso è stato un simbolo sovietico, quindi questa volta mi dedicherò a mostrare come ciò che è successo dopo quell’evento avrebbe dovuto essere di monito specialmente per noi che due anni dopo ci siamo abbandonati a Maastricht simulando per certi versi i medesimi meccanismi.

Partiamo dall’oggi, dove la disoccupazione della ex Ddr è di un terzo superiore a quella del resto del Paese  e con salari inferiori del 20 %,  nonostante negli anni molta parte della popolazione si sia trasferita ad ovest, con un ritmo enormemente superiore a quello dei primi anni della Germania est ancora senza muro. Anzi se il governo tedesco non si fosse trasferito da Bonn nella vecchia capitale, il bilancio sia in termini di popolazione che di reddito sarebbe drammatico. Ma come si è arrivati a questa situazione? Semplicemente con gli stessi mezzi con la quale è stata messa fuori gioco l’Europa mediterranea: è frutto di una unificazione monetaria frettolosa e sconsiderata, anche se al momento fu interpretata come atto di generosità, volta ad accelerare al massimo l’unione politica: il marco dell’Est venne parificato con quello dell’Ovest che valeva ufficialmente 4,4 volte di più. All’improvviso parve che tutti si fossero arricchiti, una sindrome che ha colto anche gli italiani con l’arrivo dell’euro. Ma ben presto la cosa si rivelò letale perché le imprese della parte Est che pure esportavano molto in Germania ovest (compresi alcuni motori della Golf e della Polo) ed erano comunque uno dei riferimenti della produzione dell’est europa, Russia inclusa, all’improvviso si trovarono fuori mercato con prezzi cresciuti di oltre 3 volte e ci fu un crollo gigantesco e subitaneo della produzione.

Subito dopo queste aziende, talvolta dal nome illustre, cominciarono a valere zero e furono acquistate per pochi soldi da speculatori privati dell’ovest, attraverso meccanismi per larga misura opachi e cominciarono le ristrutturazioni, i licenziamenti  e i cali di salario reale. Tutta l’operazione servì complessivamente  a rendere la Germania il più forte Paese del continente e a prenderne la guida. Scioccamente, senza pensare a questo esempio,  l’euro fu pensato proprio per evitare tale egemonia, ma essendo stato costruito ad immagine del marco e con le stesse regole  della Bundesbank, si è rivelato lo strumento perfetto per il dominio continentale. Per chi volesse approfondire il tema può leggere “Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa” di Vladimiro Giacché, ottimo conoscitore del Paese e della sua cultura, che costituisce la migliore analisi disponibile sulla questione. Oppure per gli antecedenti  “ Chi ha costruito il muro” di Giuliietto  Chiesa.  In ogni caso viste queste premesse non c’è da stupirsi se  anche a livello politico c’è una differenza ancora visibilissima tra Est ed Ovest della Germania, anzi a dire la verità essa diventa sempre più marcata, man mano che passano gli anni e ancora una volta senza Berlino capitale che con i suoi governativi salva la faccia ai partiti nazionali, la differenza sarebbe tale da far pensare a due Paesi.  La Linke vi è stata sempre particolarmente forte e adesso l’Afd  è cresciuto fino a diventare il primo partito in Turingia, sbaragliando la Cdu e riducendo i socialdemocratici all’8 per cento. Insomma la Germania Est, attraverso un voto che per oltre il 50 per cento va ai partiti estremi dell’arcobaleno politico sta esprimendo un rifiuto.

Prima di cominciare a mugugnare e bestemmiare per la crescita della destra va detto che le posizioni di questo partito che chiede l’uscita della Germania dl’Europa e dall’euro, si connotano in maniera peculiare in quest’area che si ritiene – e non a torto – sacrificata dal potere venuto dall’Ovest al disegno di egemonia continentale e comincia anche a ripensare con qualche nostalgia ai vecchi tempi. In ogni modo siccome nessun’altra formazione esprime questa inquietudine, compresa la Linke che nonostante le prese di posizione di alcuni illustri padri nobili, non ha avuto il coraggio di indicare in maniera chiara questi obiettivi, ecco che la protesta, malcontento e rabbia volano a destra. Se il partito di sinistra l’avesse fatto probabilmente avremmo una Germania dell’Est di nuovo rossa dimostrando che un muro esiste ancora anche se non di mattoni, ma gommoso, fatto di denaro e disuguaglianza.  Purtroppo l’Italia che è stata una delle vittime designate del sistema Europa non ha mai imparato la lezione, né la prima volta, né la seconda e nemmeno la terza anzi si accanisce nel suicidio.


Acqua di Colonia

piano_img_7La cosa più divertente e allo stesso più ignobile di questi ultimi mesi  è quella detta da Enrico Letta qualche giorno fa ovvero che “senza l’Europa ciascun membro deve scegliere se essere una colonia americana o cinese”. Poche parole, appena 14  che contengono però tre menzogne di base, ei presentano come un concentrato di quella pochezza politica di cui Letta è un autorevole esponente. Innanzitutto la mamma gli avrebbe dovuto spiegare i fatti della vita, ovvero che da 75 anni siamo già una colonia americana con tanto di occupazione militare che gode dell’ l’unica libertà effettiva di simulare una qualche autonomia. La seconda menzogna è che la Cina, profondamente  diversa dal’occidente, voglia creare delle colonie perché questo non fa parte né della sua cultura e tanto meno dei suoi interessi sia immediati che strategici: il collegamento inscindibile tra commerci e volontà di potenza è una peculiare caratterista occidentale. Si può ammettere  senz’altro che questo esuli dalle capacità di comprensione di Letta, ma la terza menzogna no, perché il progetto europeo è palesemente divenuto anch’esso una questione di scontro e di colonizzazione tra la Germania con l’appoggio dei Paesi del Nord ad essa collegati e l’Europa mediterranea portando in tempi successivi alla depressione economica di entrambe le aree.

Questo tipo di unione da una parte improntata al dominio delle oligarchie finanziario – economiche attraverso lo scasso degli stati nazionali e dall’altro attraversata da divisioni sempre più profonde create da una grottesca unione monetaria non è per nulla un vantaggio, anzi si sta trasformando in un grosso svantaggio competitivo perché avvilisce le possibilità dei singoli Paesi senza creare alcuna reale  sinergia comune. Questo è’ sotto gli occhi di tutti, basta semplicemente togliere le fette di salame perché ogni giorno viene in qualche modo ribadita. L’ultima è che la Germania e l’ Olanda si apprestano a chiedere forti sconti sul contributi all’Ue  che con la dipartita della Gran Bretagna dovranno ovviamente essere integrati da chi rimane. Berlino si lamenta che pagare tutta la sua quota parte è troppo oneroso, subito seguito dai Paesi Bassi: “dobbiamo parlare di un’equa ripartizione degli oneri sul piano finanziario e di uno sconto per la Germania”. ha detto la cancelliera Merkel. Insomma i membri ricchi dovrebbero pagare proporzionalmente meno di quelli che sono difficoltà  e per cui i soldi in più da versare  rappresentano una vera mazzata e un nuovo stimolo al declino: basta semplicemente guardare alla finanziaria recessiva prodotta dal governicchio Conte per prenderne atto. Si tratta di una logica perversa che ormai denuncia apertamente la tentazione da parte tedesca di scassare il giochino che fino ad ora ha straordinariamente avvantaggiato  i Paesi a moneta forte e svantaggiato quelli a moneta debole le cui economie sono antitetiche. Ormai la volontà della Germania di comandare o di fare da sola è incontenibile, basti solo pensare che dopo le messe cantate per l’ambientalismo funzionali al momento elettorale europeo e dopo la beatificazione di Greta, Berlino ha fermato ogni tentativo della Banca Europea di investimenti, di cancellare gli incentivi ai combustibili fossili di cui la Germania ha aumentato l’importazione, specialmente per quanto riguarda il carbone ovvero più inquinante.

Il fatto che i governanti Italiani non abbiano fiatato di fronte a questa assurda pretesa tedesca che evidentemente è tesa a misurare quanto può tirare la corda e dunque, quanto è salda la sua egemonia, dimostra che l’Europa non è più la via uscita da alcuna colonizzazione, anzi ne è diventato un nuovo fattore. Per di più in un contesto che ha provocato un arretramento economico e non una crescita. Chiunque in condizione di intendere e di volere non potrebbe che sbattere la porta di fronte a tutto questo, ma disgraziatamente l’Ue è anche la provetta di una mutazione politica tesa a trasformare alcuni dei Paesi una volta più avanzati dal punto di vista della democrazia e dei diritti, in satrapie del potere economico. Molto più che altrove il meccanismo dell’Unione ha favorito il passaggio istituzionale dalla rappresentanza democratica a quella oligarchica che opera senza bisogno di consenso e dove alla visione politica mancante si è sostituito il gioco di interessi specifici delle varie corporazioni. Ecco perché è così difficile fare un passo indietro per tentare di costruire un’unione di tipo diverso anche di fronte all’evidenza dei fatti.


Una lenta catastrofe

imagesTruppe russe si vanno frapponendo nella Siria del nord tra i reparti turchi (ovvero di un Paese Nato) e le formazioni curde per evitare un massacro mentre la Cina ha varato un grande piano di aiuti finanziari all’Ucraina che, al contrario di quelli dell’Fmi non prevede, come corrispettivo, macellerie sociali: si tratta di due vittime sacrificali dell’occidente, usate e poi tradite o spolpate che adesso trovano in Mosca e Pechino interlocutori e  mediatori più affidabili di Washington e dei suoi ascari europei, così come accade in altre parti del mondo. E’ evidente che il paradigma unipolare sorto dopo la caduta del muro di Berlino, la famosa fine della storia nel letto di Procuste del neoliberismo , è ormai in grave crisi, aggredito dalle proprie stesse contraddizioni. Ciò sta provocando un vuoto di capacità e dunque di potere che viene via via colmato da altri e che non deriva dai tentativi di disingaggio di Trump il quale non fa altro che prendere atto della realtà delle cose invece di accanirsi in avventure dall’esito incerto e quasi sempre disastrose.  Migliaia di aziende occidentali ormai non fanno che rimarchiare prodotti cinesi (anzi nemmeno quello perché i marchi vengono apposti all’origine) e grazie al lavoro ancora a bassissimo costo nel sud est asiatico mediato dall’enorme complesso industriale cinese e dalla sua organizzazione , fanno utili notevolissimi che consentono loro di comprare le proprie azioni e creare bolle borsistiche che devono essere sostenute con il folle stampaggio di denaro a costo zero, mai così di carta come oggi. I sistemi privatistici si rivelano sempre più inefficienti, corrotti e fonte di disuguaglianze, dalla scuola alla sanità e trascinano nel declino persino i settori vitali per l’egemonia, ossia quelli delle armi come dimostra la figuraccia in Arabia Saudita e con le petroliere iraniane.  Il sistema nel suo complesso ha preso di mira anche la democrazia, i diritti del lavoro e le libertà non puramente individuali come fonte di ostacolo al profitto infinito e dunque sta perdendo il consenso interno che aveva acquisito: insomma le mura si incrinano tenute in piedi dall’ intelaiatura narrativa dei media che in definitiva sono la vera conquista del mondo post caduta del muro.

Questo non può essere semplicemente rubricato, come pure è stato fatto in questi giorni, come declino della Nato e rivelazione della sua inutilità, semplicemente perché è solo uno dei problemi collegati così come appare francamente ridicolo attribuire ogni responsabilità a Trump  come si  diverte a fare certa pseudo sinistra di potere in Italia: la crisi è di sistema e semmai l’ inquilino della Casa Bianca esprime grossolanamente tutta l’incoerenza fra l’ ideologia liberista e le sue conseguenze ovvero il globalismo unipolare. In aggiunta a questo ogni avventura finita male, ogni giravolta fra amici e nemici, ogni limite intrinseco di volta in volta dimostrato nei più vari campi stanno facendo perdere soggezione  nei confronti della macchina occidentale che si imbarbarisce sempre di più. Non possiamo sapere quali saranno le conseguenze di questa mutazione che di certo non si limita a mettere in crisi gli assetti del dopo muro o quelli instauratisi dopo la seconda guerra mondiale, ma quelli di 4 secoli di incontrastato dominio occidentale, ma tuttavia è evidente che questo ha effetti diretti sull’Europa e sugli assetti che essa si è data, prima funzionali alla guerra fredda e successivamente all’imposizione politica del paradigma neoliberista. Innanzitutto la Germania è chiaramente indirizzata ad aperture vesto Est, ormai vitali per la sua economia: la sua egemonia continentale così stupidamente sprecata in imposizione di austerità ha ridotto fatalmente il suo mercato continentale mentre le politiche trumpiane, e ancor prima la guerra delle multinazionali Usa, rischiano seriamente di ridurre i suoi sbocchi commerciali in Nord America: senza un’apertura a Est il declino sarà fatale e anche rapido: niente di strano dunque se tra i suoi piani ci sia anche l’eventualità di sfilarsi dall’euro. La stessa Francia scalpita rendendosi conto di essere in un cul de sac perché il tentativo macroniano di associarsi alla Germania nella guida continentale anche in vista della Brexit si è arenato sulle proteste della popolazione e dentro un non senso globale.

L’Italia poi è nella totale confusione: essendo rimasto un Paese sotto occupazione militare dalla fine del conflitto, il partito amerikano vi è particolarmente forte, sia nella sua espressione diciamo così clintoniana nelle aree di centro sinistra (ammesso che questa  espressione abbia un senso e non sia solo un riferimento nominalistico), sia nella versione trumpiana espressa da Salvini: si trova quindi nella situazione di non poter sfruttare la sua posizione geograficamente privilegiata per i traffici dall’Asia, di fatto vietata da Washington e malvista dall’Europa del Nord per questioni concorrenziali:  l’Asia e i contatti diretti con essa le sono preclusi e quando qualcuno si è premesso un’apertura c’è stata subito una crisi di governo. Si dovrebbe sperare in una politica così raffinata da sfruttare la situazione per sfilarsi dalle molteplici obbligazioni che si sono create e che non si compensano l’una con l’altra, ma si assommano. E tuttavia la mediocrità assoluta di un ceto politico che è l’effetto della selezione neoliberista nelle sue diverse formulazioni, rende praticamente impossibile sortire fuori da questa tettonica a zolle geopolitica senza essere schiacciati. No ho una ricetta in mano, ma solo la sensazione di una lenta catastrofe mentre tutto cambia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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