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Macron e quella scia di fumo rosso

desfile-dia-de-la-bastilla-francia-2018Fate caso alla foto accanto, scattata durante la parata militare del 14 luglio a Parigi e chiedetevi cosa non funziona: è facile, una delle scie azzurre è stata sostituita con una rossa non per un errore, praticamente impossibile in un meccanismo così oliato, ma per segnalare l’estremo disagio dell’Armée e il suo ultimatum a Macron con cui sta maturando una rottura insanabile. La scia rossa in codice precede di pochi giorni l’esplosione dello scandalo Benalla (qui) stranamente tirato fuori in primis proprio dal quotidiano dell’establishment francese, ovvero Le Monde e che dilaga ormai senza freni: si è saputo infatti che la guardia del corpo del presidente aveva le chiavi della villa del Toquet, proprietà esclusiva e privatissima di Brigitte ed Emmanuel, aveva libero accesso a tutti i luoghi del potere, faceva parte del Grande Oriente di Francia, collegato con la Loggia Emir  Abdel Kader, è sospettato di essere un agente segreto del Marocco e come se questo non bastasse si cominciano a scoprire legami con gli attentati al Bataclan e allo Stade de France: tutte cose che escono dal ministero degli Interni e dalle centrali investigative di solito riservatissime sugli affari che riguardano i potenti, ma che riflettono uno stato d’animo critico,  alimentato da decine di dichiarazioni anche antecedenti allo scandalo provenienti proprio da quegli ambienti e da quegli uomini che avevano costruito Macron. Qualcosa che ricorda in qualche modo la traiettoria di Renzi.

Il presidente dal canto suo non reagisce come ci si aspetterebbe visto il suo carattere, anzi sembra preso da una sorta di atarassia politica, come ipnotizzato da ciò che sta accadendo, quasi sopraffatto da uno scandalo che viene proprio dalla parte che non si aspettava, fa finta di non vedere le scie rosse in cielo e resta silente di fronte all’affaire Granier, motociclista  della Guardia presidenziale messo in un manicomio dopo che il 4 maggio aveva denunciato in un video “gli assassini e gli altri delitti commessi dall’oligarchia che ha preso possesso del Paese”. Qualcosa che non parrebbe proprio folle se pensiamo che lo stesso prefetto di Parigi si spinge a denunciare “derive individuali, inaccettabili, condannabili, in un quadro di favoritismo malsano“.

Ora a me interessa pochissimo cosa facciano o non facciano nelle segrete stanze Macron e l’aitante tunisino, anche se la battuta che circola secondo cui Brigitte sarebbe solo la deuxieme dame de France è divertente: lo scandalo semmai è nei pestaggi compiuti dalla guardia del corpo e coperti dal’Eliseo, nell’oscurità dei personaggi cui si lega il presidente dando loro un credito e un potere spropositato. Mi dilungo sulla vicenda perché essa ha un dirompente significato politico che non vale soltanto per la Francia, ma per tutti i Paesi europei, se non per l’occidente intero.

La prima domanda che occorre farsi  è se, Jacques Attali, promotore e ideologo  dell’oligarchismo elitario nonché principale artefice della costruzione di Macron e della sua elezione, sia l’eminenza grigia dello scandalo che sta travolgendo l’Eliseo o ne sia una delle vittime. In questo secondo caso potremmo dire che il globalismo finanziario e lo sfascio della democrazia reale ad opera delle sue concezioni si sta esaurendo, che il pendolo è arrivato al massimo della sua oscillazione e ora siamo di fronte a un giro di boa che impone anche ai più severi tutori dell’ortodossia neo liberista e delle sue prassi politiche, di abbandonare i personaggi più compromessi come se fossero  la zavorra di una mongolfiera in caduta libera. Se invece, come  è lecito sospettare, dietro questo attacco a Macron c’è proprio Attali, si può pensare che sia proprio il pensiero unico, per resistere alla rabbia sociale creata dai suoi dogmi, a voler  rispolverare un senso identitario che si voleva cancellare per gestirlo a proprio favore e in senso antisociale, una tesi che mi vanto di aver espresso da almeno un anno a questa parte. A testimonianza di questa ipotesi si potrebbero chiamare al banco la messe di articoli che un po’ ovunque, Italia compresa, cominciano a considerare negativamente la demonizzazione delle culture di area nazionale e a rigettare l’europeismo totalitario: si tratta di interventi significativi proprio perché fatti dagli attivisti e dai cattivi maestri delle concezioni sulle quali ora cominciano a fare marcia indietro. E vedrete che tempo qualche settimana anche i peana a Marchione lasceranno il posto a fondati dubbi.

Naturalmente quando un concetto complesso viene espresso con una sola parola, com’è obbligatorio  nella contemporaneità anglofona, gli equivoci e l’ambivalenza sono di casa e anche su questo gioca il potere: diciamo che tra senso di appartenenza a una comunità storica e culturale e l’identitarismo volgare c’è un’oceano di mezzo, ma vorrei sollecitare chi vuole e chi può a pattugliare queste acque perché i prossimi decenni, che lo si voglia o meno, saranno decisi da quale delle due visioni finirà per prevalere. L’astensione, specie quella dettata da snobismo,  è sempre perdente.

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L’Aquarius dove sguazza Salvini

nave-aquariusLa vicenda della nave Aquarius carica di 629 migranti di cui a nessuno frega nulla  e di altrettanti giornalisti saltati a bordo, mette in luce due punti che brillano come un faro nella notte: l’inesistenza dell’Europa al di fuori delle politiche contro – democratiche e al contempo l’esistenza di interessi nascosti dietro il flusso dei migranti o comunque interessi che si intersecano con quelli, tramite le sedicenti Ong, totem e tabù della falsa sinistra. Prima di andare avanti  è meglio mettere in chiaro tre  cose essenziali: 1) l’Aquarius non è una carretta nei mari, ma una nave in buone condizioni che non rischia per nulla di affondare e che ha anche notevoli quantità di viveri a bordo, cosa che fa trasparire un’assoluta strumentalità nel mettere in campo i temi emotivi più abusati  che in questo caso, al contrario di tanti altri, non hanno ragione di essere; 2) il diritto marittimo invocato da chi si strappa i capelli non dice affatto che occorre aprire i porti a battelli non in pericolo di naufragio, ma semmai intervenire con “tutte le attività finalizzate alla ricerca e al salvataggio della vita umana in mare”; 3) le critiche che provengono dagli ambienti reazionario – europeisti o dalla “sinistra” di mercato rappresentata dal Pd e dal suo retroterra comunicativo non hanno senso, visto che blocchi navali ben più vasti sono stati istituiti a suo tempo anche dal governo Prodi nel 1997 col blocco del canale d’Otranto senza la minima reazione da parte degli indignati a progetto. Il ministro dell’Interno tra l’altro era un tal Giorgio Napolitano.

Perché poi non ce la si prende con Malta che fa parte dell’Europa e le cui coste sono più vicine alla nave di quelle italiane? E perché le reazioni più dure e scomposte vengono proprio dai Paesi come la Francia e la Spagna che hanno cercato in tutti i modi, anche sparando, di impedire l’ingresso dei migranti  sul loro territorio? Mentone e Calais sono  vergogne recenti che conosciamo bene, ma forse è meno noto che Madrid ha ottenuto dall’Europa (sotto Zapatero) 30 milioni di euro per costruire due muraglie sorvegliate elettronicamente e presidiate con armamento pesante nelle enclave di Ceuta e Melilla: secondo un’organizzazione umanitaria andalusa finora sono morte 6000 persone nel tentativo di varcare queste barriere, senza parlare delle torture inflitte a chi è stato catturato . Del resto basta visitare le due cittadine e assistere ai solenni alzabandiera domenicali, tra pomposi saluti militari, trombette della banda musicale, inno nazionale spagnolo ed ampio sfoggio di fucili, per capire bene tutta l’inconsistenza d’animo dell’Europa dei ricchi e la sua sfacciata ipocrisia. E’ fin troppo chiaro che l’Europa esiste solo quando si tratta di colpire i diritti del lavoro, la rappresentatività democratica, l’economia dei Paesi deboli a favore di quelli forti, ma quando si tratta  di accogliere i migranti originati proprio dalle stesse politiche sotto forma violenta, ognuno deve fare per se. Tocca all’Italia, mica a noi che da vent’anni blindano le frontiere e i porti. Quando sento parlare di umanità quelli che hanno creato la crisi umanitaria in Grecia mi viene il voltastomaco. E soprattutto i conati sono irresistibili quando vedo il gerontofilo Macron, impiegato di Rothschild che fa  l’indignato speciale, perché la Francia è una delle protagoniste del caos orientale e dello sfruttamento selvaggio dell’Africa, ossia delle condizioni che creano le migrazioni.

E’ del tutto evidente anche da quelle povere testoline che manifestano per i porti aperti, da quegli illusi (oggi mi sento buono) che guardano sempre al dito, ma mai alla luna, che si sta tentando fin da subito di mettere in difficoltà il governo Conte. Ma mi sembra davvero interessante che a prendere la posizione più dura sia stato proprio il presidente francese, notoriamente vicino alla Casa Bianca la quale ha voce e portafoglio in capitolo in buona parte delle false Organizzazioni non governative che gestiscono i flussi di migranti dai luoghi prediletti del caos americano e che secondo Gino Strada possono tranquillamente essere orchestrati a seconda delle necessità politiche. Ma evidentemente  se vengono meno l’Italia e la Grecia come serbatoio  di deposito salta tutto l’orrendo equilibrio  umanitario che viene costruito. D’altro canto è anche evidente che la vicenda dell’Aquarius e il suo contesto farisaico non fanno altro che mettere il vento in poppa a Salvini e a un sentimento di xenofobia, ignorante e strapaesano, che poi verrà utilizzato per le ignominie fiscali che sappiamo e in collisione con il progetto Cinque Stelle. Il che dopotutto non dispiace affatto a questa Europa della disuguaglianza come piano B, se quello A di discredito del governo Conte non dovesse dare esito o addirittura un risultato contrario.


La festa a Macron arriva in ritardo

direct-la-fete-macron-des-milliers-de-manifestants-attendus-parisLa temperatura politica in Francia è sempre più calda e rasenta quella raggiunta nel maggio di cinquant’anni fa: gli scioperi di ferrovieri e chimici per il rispetto dei contratti e dell’occupazione, la vera e propria battaglia attorno a Notre Dame des Landes, vicino Nantes dove gli zadisti resistono all’assalto della gendarmerie ridottasi a truppa mercenaria per la conservazione delle prerogative del mercato e poi la serie di manifestazioni quotidiane, tra cui quella affollatissima di sabato scorso a Parigi indetta per “fare la festa a Macron”nell’anniversario del suo insediamento all’Eliseo.  Tra place de l’Opera e place de la Bastille hanno sfilato più 150 mila persone appartenenti a tutte le componenti vessate e/o antagoniste della società francese dai sindacati, ai collettivi, dagli studenti alle associazioni territoriali. Uno spettacolo grandioso e pacifico.

Ora però dobbiamo domandarci se tutto questo servirà a respingere o rallentare l’assalto del neoliberismo e della disuguaglianza senza limiti portata avanti da Macron: lo spero ma ci credo poco perché gran parte dei 150 mila che hanno sfilato per la capitale francese sono in qualche modo in mezzo al guado: Melenchon, leader di France Insoumise, era ovviamente in prima fila, ma accanto a lui c’erano i rappresentanti del partito comunista, del nuovo partito anticapitalista, del polo di rinascita comunista che al secondo turno delle presidenziali hanno consigliato di votare  Macron per arginare Le Pen, nonostante egli avesse detto per filo e per segno ciò che voleva fare. Non contenti hanno dato vita  a un’accanita quanto grottesca polemica contro lo stesso Melenchon  colpevole di aver proposto l’astensione non foss’altro che per limitare la vittoria dell’uomo dei Rothschild. Insomma fra quei 150 mila almeno i due terzi hanno votato Macron. A me pare del tutto evidente come una parte non piccola di questo universo potenzialmente antagonista, viva in un mondo separato nel quale gli anni ’70 non sono mai finiti, che non ha afferrato il cambiamento topologico della politica, che vive brucando luoghi comuni, cliché, rimembranze e quindi cade in ogni trappola.

Ora mi chiedo se Macron avrebbe la forza di fare il massacratore sociale, il guerrafondaio, il bugiardo senza scrupoli, il neo colonialista ad oltranza se avesse vinto per il rotto della cuffia, non riuscendo perciò a trascinare sull’onda del proprio successo anche il risultato delle elezioni politiche. Oppure mi chiedo cosa sarebbe successo se avesse vinto la Le Pen: avrebbe incendiato il parlamento e si sarebbe messa i baffetti da Hitler? Avrebbe forse privatizzato le ferrovie, avrebbe fatto votare una legge sul lavoro che butta a mare tutti i diritti acquisiti, avrebbe cominciato il rapido smantellamento dello stato sociale e dei servizi pubblici, avrebbe detassato i profitti da capitale e da rendita azionaria imponendo ai pensionati di ripianare il buco creato da questa sanatoria per i ricchi, come ha fatto il Macro delle banche? Non credo proprio visto che tra l’altro il suo era un elettorato operaio in grave crisi. E non credo nemmeno che avrebbe inaugurato una stagione di colonialismo malato, stragista e perverso, come ha fatto l’europeista Macron.

Forse bisognerebbe cominciare a riconoscere anche se non soprattutto il fascismo che non si vede, quello implicito che si è spogliato delle stigmate storiche e finge di essere qualcos’altro. Del resto i fascismi, dopo la prima guerra mondiale e la rivoluzione di ottobre, furono in sostanza un espediente delle elites liberali e delle classi dirigenti di proteggersi dalle lotte popolari che come la Russia aveva dimostrato potevano anche vincere. Adesso che le cose sono enormemente cambiate, che non esiste più l’Urss, nè il keynesismo obbigato e che anche le lotte sociali sono state spezzate e ridotte a mugugno, che le masse si librano su internet, il fascismo vero è quello dei Macron.

Oh certo,  magari la Le Pen avrebbe  inaugurato una stagione di maggiore chiusura sul piano dell’immigrazione aggiungendo il peso di una xenofobia ufficializzata a quella concretamente praticata e magari travestita da terzomondismo d’antan  che ha impedito una reale integrazione. Ma non possiamo ridurre i problemi di una società ad un unico tema che per certe destre neoliberiste . come vediamo in Italia –  è una facile cortina dietro la quale nascondere le vere intenzioni, così come lo è per certe false sinistre che campano di internazionalismo fasullo, salvo poi armarsi per massacrare la gente a distanza. Con questo voglio dire che la battaglia ha qualche speranza di poter essere vinta solo se si abbandonano i totem a cui per troppi anni ci si è abbandonati, come alibi, come paravento, nel migliore dei casi come simulazione di buona coscienza e nel peggiore come è accaduto per certi succidi  piddini con un rovesciamento della politica della razza mussoliniana. Chiunque se avesse una qualche onestà e anche un minimo di cervello capirebbe che il problema dell’immigrazione, dovuto alle guerre e allo sfruttamento occidentale, può essere risolto solo se le logiche neo coloniali e di mercato vengono finalmente contraddette all’interno dei Paesi che hanno fatto del Mediterraneo un cimitero: il problema non va risolto a casa loro, ma prima di tutto a casa nostra.

Comunque sia, è chiaro che si potrà  arginare l’offensiva soltanto se i cittadini avranno modo di collegarsi e di ritrovarsi davvero insieme nella battaglia, di comprendere che la spoliazione degli altri è la propria spoliazione e viceversa, che la tirannia prescinde dalle forme. E di impedire che essa sfrutti la loro buona fede per intrappolarli.


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