olimpionico-carl-lewis-310660_tnLa guerra con la Russia non conosce soste e avvicinandosi  le olimpiadi di Rio ecco che salta fuori l’accusa di doping nei confronti dei soli atleti russi, mentre gli altri nella relazione dell’Agenzia mondiale antidoping Wada, sono diventati omissis. Lo scopo è chiaro: umiliare Mosca e impedire che i suoi atleti sottraggano ori agli awanna ganassa e impediscano alla squadra Usa di raggiungere la vetta del medagliere, cosa non più tanto facile nel mondo multipolare.

La cosa è particolarmente repellente per più di un motivo: intanto perché  gli atleti Usa sono dopati quanto e più degli altri e poi perché queste pratiche sono entrate massicciamente nello sport proprio grazie alla way of life americana che ha trasformato l’atletica e i giochi di squadra non solo in una questione di prestigio o di tifo, ma in un grande business per il quale ogni cosa è sacrificabile e che appunto ha trasformato le attività sportive in gara medico – farmacologica nel quale i controlli sono ipocriti e aperti ad ogni parzialità. Ma c’è un terzo motivo al momento più importante per la consapevolezza: quanto sono realmente indipendenti organismi e agenzie di ogni settore ( e pure le ong ufficialmente umanitarie), come in questo caso la Wada, che si fregiano dell’aggettivo internazionale, ma sembrano sempre rispondere al richiamo della foresta ovvero di Washington?

Naturalmente non ho i dati precisi o i contatti giusti per dare una risposte precise e circostanziate, ma restando nel campo dello sport rimane di folgorante chiarezza la scalata americana al ciclismo: per sette volte di seguito il texano Lance Armstrong, atleta prima erratico e di livello medio basso, ma con invidiabile record di tracotanza, con la sua squadra creata e pagata dalla Us Postal che non è un’azienda privata, ma un’agenzia governativa, ha vinto il tour de France, stabilendo  un record storico senza che nessuno abbia mai sospettato l’uso massivo di doping che in solo in seguito è stato scoperto e ammesso dallo stesso ciclista divenuto nel frattempo miliardario. L’unico che riuscì a batterlo fu Pantani di cui conosciamo la fine.  Ora è possibile  che una decina di atleti con emocromo alieno e steroidi a gogò la facciano franca per sette anni di seguito nella gara ciclistica più importante del mondo? E’ vero che Armstrong a parte qualche gara di allenamento ha partecipato solo al Tour che garantiva la borsa di gran lunga più allettante e dunque ha ridotto il rischio, ma è del tutto impossibile che un’intera squadra non sia mai stata beccata (la prova del super doping è stata trovata chiarissima nelle fiale conservate solo dopo, ad anni di distanza) senza vaste complicità e senza un mare di denaro proveniente da chissà dove oltre che dal protagonista e dal suo sponsor diretto che fa parte dell’amministrazione statunitense?  Se qualcuno lo crede davvero è probabile che abbia anche visto parecchi asini volare. Dapprima Armstrong ha tentato di contenere e circoscrivere lo scandalo arrivando persino a donare 100 mila dollari all’Unione ciclistica internazionale, ma poi dopo anni di resistenza ha improvvisamente vuotato il sacco rendendosi conto che doveva sacrificare se stesso per impedire che si andasse troppo a fondo nella faccenda di questo assalto americano a un feudo sportivo europeo. Dopotutto il celebre ciclista era tra gli “eroi americani” più amati da Gerge W, Bush, meglio far soldi con le confessioni postume che resistere e con questo favorire l’inopportuna possibilità di una prosecuzione delle indagini che avrebbero avuto la Francia e non gli Usa come epicentro.  Forse tutti i ciclisti americani sono stati esclusi dai campionati del mondo o dalle competizioni di maggiore rilievo, come si tenta di fare oggi con tutti gli atleti russi? E che dire di Wade Exum, ex direttore del controllo antidoping del comitato olimpico americano, che nel 2003 diffuse un dossier di 30 mila pagine dichiarando che dall’88 al 2000 la positività di molti atleti Usa era stata insabbiata? Che a Seoul 12 atleti a stelle e strisce, già risultati positivi nel corso dell’anno, erano stati coperti? E che Ben Johnson fu beccato e dovette lasciare l’oro a Carl Lewis che anni dopo risultò fatto pure lui in quella gara?

Comunque sia la vicenda dimostra la totale inaffidabilità sia dei silenzi complici che delle rivelazioni in campo sportivo, anche perché ormai nessuna delle prestazioni atletiche attuali sarebbe possibile senza aiutini, cosa che non può essere detta apertamente nel mondo della menzogna globale. Il che naturalmente avvantaggia la discrezionalità dei più forti che sono di fatto padrini di tutte le organizzazioni che si dicono “internazionali”. Ma la querelle attuale diventa persino allarmante considerando la dinamica di questi eventi diciamo così sportivi: il boicottaggio delle olimpiadi di Mosca dopo l’invasione dell’Afganistan (per l’invasione occidentale degli ultimi dieci anni è andato tutto benone invece); il tentativo americano di far fallire le olimpiadi invernali di Soci per isolare Putin in vista del golpe Ucraino; la stravagante querelle messa in piedi da Washington, il più grande invasore del mondo, per mandare in acido i mondiali di calcio assegnati alla Russia; ora l’ennesimo tentativo di isolare e accerchiare Mosca anche sportivamente per costringere alla mentalità di una guerra non si sa quanto fredda anche i più ingenui e i più distratti.

Insomma lo sport diventato puro business è utilizzato senza riserve a scopi geopolitici, dimostrando che anche il suo utilizzo è dopato. Anzi ,peggio ancora funestato dalla mancanza di sportività di chi vuol vincere sempre, facile e a tutti i costi.