Poiché il G7, che si aggira come un dinosauro dopo la caduta dell’asteroide, è fatto solo di selfie e di un potere che dà spettacolo di sé, non c’è nulla di male a farsi una foto con il capo in testa, ancorché il medesimo la testa l’abbia persa da tempo. Perché Trump si stupisca che la Meloni, dotata per l’occasione di  unghie finte così lunghe da far venire in mente che si tratti di un perissodattilo di nuove evoluzione, gli abbia chiesto una foto assieme a lui, è un mistero della comunicazione: sono lì proprio per quello. Anzi il corpulento inquilino della Casa Bianca ha addirittura detto che la Meloni lo avrebbe implorato per essere immortalata con lui. Così va il mondo e ci vuole un bello stomaco per sopportarlo perché sinceramente comparire in una foto assieme a The Donald potrebbe suscitare solo vergogna negli anni a venire, ma ad ogni modo questa cosa della supplica ha suscitato un’incongrua reazione di sdegno nel Paese: Tajani e Fontana hanno persino disdetto un inutile Forum a Miami rinunciando a vacanze pagate dai cittadini, il che costituisce il massimo sacrificio immaginabile per la fauna del bosco e sottobosco politico. Però alla sdegno non si comanda, anche se sempre più spesso viene comandato.

È intervenuto persino Mattarella ad esprimere solidarietà al premier, la quale dal canto suo ha dato un unghiata sulla lavagna del teatrino politico dicendo “Io e l’Italia non imploriamo mai”. E in questo ha perfettamente ragione, non abbiamo alcuna voglia di supplicare perché facciamo tutto ciò che gli altri vogliono con una  diligenza certosina, quasi con quel piacere dell’obbedienza descritto da Étienne de La Boétie, nel suo celebre Discorso sulla servitù volontaria, nel quale si mostra come spesso ci si sottometta spontaneamente, trovando in ciò un’appagante comodità che contrasta con la fatica della libertà. Se questa atarassia viene scossa da una foto, significa che siamo messi davvero male.