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Autogol!

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è una vignetta di Novello, troppo dimenticato, che mostra uno scapigliato giovinetto nella sua stanza tra spartiti e busti di Beethoven: i genitori vogliono per lui una carriera di compositore mentre lui di notte e di soppiatto si dedica invece agli amati studi di ragioneria. Per dire che a volte anche chi siede in alto ed è destinato a elevato destini, magari cova in petto aspirazioni più modeste e domestiche a altri trionfi più pop.

E potrebbe darsi così che una pretendente statista, ambiziosa e smaniosa di potere e cariche, sogni il podio di Miss Italia da dove potrebbe augurare all’umanità quella pace in terra che contrasta nello scanno di ministro, oppure l’influente poltrona di opinionista del Grande Fratello dove postillare infedeltà più pruriginose di quelle di banchieri infidi.

Sarà per quello che Boschi ha scelto Twitter per cimentarsi per la prima volta sul tema delle disparità salariali tra lavoratori e lavoratrici per proporre una  coraggiosa misura di uguaglianza di genere prendendo le mosse da analogo provvedimento norvegese che equipara le remunerazioni di calciatori e calciatrici.  C’è da augurarsi che la sua battaglia prosegua fieramente, garantendo alle giocatrici equipollenza di annunciatori e cubiste, pure di scommesse e doping in nome del desiderabile  pari accesso alle opportunità. E che si estenda anche al riscatto di veline e all’affrancamento delle olgettine, meritevoli di altrettanto rispetto di maschi organici della Leopolda, di pappagallini superdotati di vanità più che di attributi del giglio magico.

Ma già mi aspetto che qualche divina post femminista dell’area filogovernativa insorga accusandomi – non sarebbe certo al prima volta – di sessismo e di slealtà, convinta che perfino la più infame corbelleria se ha l’apparenza di una tutela di genere, vada apprezzata e sostenuta e che da goleadora a commessa della coop, da centrattacco a raccoglitrice di olive, da segretaria della Camera a operaia della Borletti il passo sia breve. E che vada riconosciuta la buona volontà della smorfiosa di governo sia pure dietro l’ennesimo tentativo di conquistarsi target elettorali ormai definitivamente perduti in seguito alla reiterata defezione.

Non è un caso che la civetta istituzionale si sia scelto questo fronte sorprendente,  che non prevede battaglie sull’articolo 18, su contratti anomali benedetti dal Jobs Act, sulla sospensione di diritti e prerogative legittime e che parli o cinguetti a sproposito di parità quando i governi di appartenenza e in particolare le ministre in carica, si sono distinti per abbattere quell’edificio di conquiste a difesa dei valori e della qualità del lavoro e della vita, contribuendo a cacciare fuori proprio le donne, a costringerle a ripiegare su part time vergognosi, su precariati avvilenti,  imponendo loro l’accettazione di ricatti e intimidazioni, mascherate dal desiderabile ritorno a principi e tradizioni, all’auspicabile difesa di affetti e vincoli ogni giorno, invece compromessi e spezzati tramite leggi e riforme, misure e  scelte che promuovono inimicizia, conflitto e risentimento:  che pare che le uniche famiglie e parentele che hanno diritto di cittadinanza siano le loro, all’ombra del privilegio, della clientela, perfino dell’attività criminale, magari etrusca.

È che c’è qualcosa di davvero ignobile nel trastullarsi della sottosegretaria con i temi dell’uguaglianza, quando accesso al lavoro, istruzione, wel­fare e gra­tuità dei ser­vizi sono diven­tate bestem­mie, quando le lotte per la liberazione sembra debbano ricominciare dall’emancipazione, a conferma che il trionfo del capitalismo ha ridato vigore a un sistema patriarcale e repressivo, nel quale l’unico status che metterà alla pari donne e uomini sarà quello di vittime di violenze e sfruttamento, di genere e non.

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Gli atleti delle bugie

Internazionale1033-1Per una volta rinvio di qualche riga la notizia principale e racconto prima una storia. C’era una volta in Russia un tale che si chiamava  Grigory Rodchenkov e che nel 2006 diventa capo del servizio antidoping sportivo di Mosca, collegato alla Wada (ovvero l’agenzia mondiale che si occupa degli illeciti chimici dello sport) forse perché la sorella Marina era stata una fondista di qualche speranza negli anni’80 e primi ’90. L’uomo sembra svolgere con diligenza il suo lavoro, ma nel 2011 incappa in un’inchiesta  sulla vendita di sostanze dopanti nella quale viene coinvolta anche la sorella ritiratasi dalle gare ormai da quindici anni e che alla fine risulterà la maggiore responsabilità del traffico. L’uomo però è sconvolto, tenta il suicidio e gli viene diagnosticato un disturbo schizoide di personalità tra i cui sintomi, oltre all’ anaffettività e alla sociopatia figurano anche intense illusioni, allucinazioni di tipo paranoide, presenza ossessiva di fantasie e  pensieri introspettivi che vengono scambiati per realtà.

Una condizione forse esasperata dallo stress dell’inchiesta che tuttavia non costa il posto a Rodchenkov il quale continua nella sua opera di sorveglianza, sebbene a sua volta sorvegliato, fino a che tutta questa vicenda personale non entra nel tritacarne della storia, dentro il golpe arancione in Ucraina e il ritorno della Crimea nella Federazione russa proprio nell’anno in cui si tengono le olimpiadi invernali di Sochi attorno alle quali è necessario costruire un clima antirusso, ricorrendo a qualsiasi mezzo. E così gli squali anglo americani, ben mimetizzati dentro le rituali vesti giornalistiche o accademiche o di colleganza, cominciano a sondare il terreno, a contattare, convincere, promettere fino a che Rodchenkov nel 2015 si “rifugia” in Usa e  vuota il sacco, o meglio il suo sacco:  dichiara ai funzionari del Wada di aver intenzionalmente distrutto i 1.417 campioni per consentire agli atleti russi di sfuggire ai controlli antidoping così che nel mese di novembre dello stesso anno il laboratorio viene sospeso dall’Agenzia mondiale in attesa di approfondimenti e controlli.

Il risultato di tutto questo viene presentato nel 2016 sotto il nome ufficiale di rapporto McLaren grazie al quale 96 atleti tra i più forti al mondo vengono stroncati ed esclusi dalle Olimpiadi di Rio utilizzando tutto questo come carburante per la delirante russofobia occidentale già in procinto di dedicarsi, una volta finita la kermesse sportiva, alle presunte interferenze di Putin nelle elezioni americane. Con, ovviamente, il tripudio dei media ebetizzati dal potere che nemmeno si sognano di controllare o almeno di saperne di più. Ora l’opinione pubblica dà per scontato che dietro il declamatorio  e magniloquente “rapporto McLaren” si nascondano chissà quali analisi accurate, chissà quali prove indiscutibili di quel legame ipotizzato di doping di stato e magari esami tipo Csi visto che la gente viene tenuta in ostaggio dai telefilm e perde contatto col mondo reale: invece nulla di tutto questo, esso contiene esclusivamente quello che ha riferito lo psicolabile Rodchenkov in cambio di una buona sovvenzione a vita da parte del contribuente americano, senza alcun altra pezza di appoggio. E’ incredibile, ma è proprio così.

E adesso vengo alla notizia riportata nel blog “Gli occhi della guerra” e pubblicata il 12 settembre dal New Yorl Times: la Wada ossia l’agenzia internazionale antidoping ( internazionale si fa per dire, perché è sotto controllo americano et pour cause) assolverà entro il mese gli atleti russi perché i campioni raccolti risultano puliti o non affidabili o contrastanti. In poche parole l’ostracismo dato allo sport russo è completamente privo di prove, nonostante che nel 2016 le si volesse ad ogni costo trovare. Tuttavia non è questa la cosa veramente sorprendente in questa vicenda del marcio occidentale: è il fatto che l’illustre e autorevole giornale non dice che degli atleti sono stati condannati, esclusi, privati delle medaglie senza uno straccio di prove, non accusa McLaren e la Wada quanto meno di superficialità o di aver preso decisioni premature basandosi su un solo e non affidabile testimone, non esprime il minimo sospetto sulla strumentalità assoluta e palese della vicenda o sulla spinta di imposizioni politichepiù che sospettabili da parte di Washington, ma sostiene, udite udite, che si dovrà aprire “un dibattito sul fatto che i programmi russi abbiano avuto  così successo nel distruggere le prove” e sul perché le autorità sportive russe “abbiano adottato un approccio morbido alle punizioni”. Insomma non ci sono le prove, non esistono evidenze, ma restiamo saldamente ancorati alle nostre verità di comodo.

Siamo proprio nel mondo di Alice e mi viene da ridere di fronte alla favola che il giornalismo anglosassone si attenga ai fatti e non esprima opinioni, quando invece costruisce le opinioni come fatti e questi ultimi come opinione quando non si accordano con la voce del padrone. Davvero il massimo, una meraviglia, cosa probabilmente vera, ma solo se siete delle mosche.


Olimpiadi delle bugie

Sommerolympiade, Siegerehrung Weitsprung

Olimpiadi di Berlino: al centro Owens a destra Lonf e a sinistra il giapponese  Tajima dlassificatosi terzo

Non ce l’hanno fatta: il cinismo di un’America muscolare e fitness che sta sostituendo con i feticci metabolici il senso della persona, non è riuscita alla fine a estromettere la Russia dai giochi di Rio, secondo le direttive di una nuova guerra fredda che coinvolge lo sport non meno delle minacce militari. Certo gli inventori del professionismo sportivo, del mercato esteso alle prestazioni fisiche e dunque anche del doping, quelli che di fatto gestiscono ( e in gran parte finanziano)  l’Agenzia mondiale antidoping,  hanno avuto una bella faccia tosta a tentare di escludere l’intera squadra russa con il pretesto di alcuni atleti bombati. Il rozzo tentativo di continuare con altri mezzi la battaglia geopolitica, conferma non solo l’allontanamento siderale delle Olimpiadi dagli ideali di De Coubertin, ma anche la totale assenza di valori come dimostra il tentativo di fare dei giochi di Sochi un terreno di battaglia anti Putin o l’assegnazione dei mondiali di calcio in Qatar, uno dei Paesi più corrotti del mondo e del tutto estraneo alle pratiche sportive.

Ma lo sport è sottoposto persino alla riscrittura radicale del passato, con la diffusione e l’asserzione di alcune leggende che vengono spacciate per vere, su cui vengono costruiti documentari e film (uno anche recentissimo)  e che usa valori sacrosanti per fondare su un terreno precedente alla guerra l’eccezionalità statunitense. Mi riferisco alla leggenda secondo la quale alle Olimnpiadi di Berlino del 1936, Hitler si alzò e se ne andò indispettito per la vittoria di Jesse Owens, straordinario atleta nero, sul tedesco Luz Long, per evitare di stringergli la mano. Questa leggenda è nata durante la guerra nell’ambito della propaganda bellica ed è stata alimentata in maniera contraddittoria da  Owen stesso che aveva compreso la potenzialità economica e politica dei suoi ricordi. Poco dopo i giochi disse: “Vero, Hitler non mi ha stretto la mano ma fino a qui non lo ha fatto neanche il presidente degli Stati Uniti”. Ma molto dopo, erano gli anni ’70, nella sua biografia cambia versione e trova una strada bizzarra per far coincidere la verità con la fantasia, asseverare una leggenda ben più pesante  delle stesse medaglie olimpiche e nello stesso far comprendere in qualche nodo che si tratta di una narrazione: “Dopo essere sceso dal podio del vincitore, passai davanti alla tribuna d’onore per rientrare negli spogliatoi. Il Cancelliere tedesco mi fissò, si alzò e mi salutò agitando la mano. Io feci altrettanto, rispondendo al saluto. Penso che giornalisti e scrittori mostrarono cattivo gusto inventando poi un’ostilità che non ci fu affatto”.

Peccato che tutto questo non avvenne affatto: Hitler che quel 4 agosto 1936 era presente allo stadio se ne andò mezz’ora prima dell’inizio della gara che peraltro non erano i cento metri , come viene spesso rappresentato per appapocchiare una qualche verosimiglianza tra la vicenda e la favola, ma il meno spettacolare salto in lungo. Come lo sappiamo? Semplice, le Olimpiadi di Berlino sono state le prime ad essere integralmente riprese dalla televisione (che in Usa ancora non esisteva), per di più le telecamere erano fornite di un congegno che da una parte mandava le immagini al modulo elettronico, dall’altra le faceva confluire su rulli di normale pellicola destinati alla propaganda nei cinema, nelle scuole, nelle fabbriche, nei dopolavoro, nei circoli e persino nelle mense ( i 50 mila televisori tedeschi erano appannaggio solo delle alte sfere del nazismo). Naturalmente l’attenzione era focalizzata sul Führer le rare volte che interveniva e il materiale meticolosamente archiviato con orari ed eventi ci svela, oltre alle testimonianze del tempo la più banale verità. In effetti forse episodi di razzismo ci furono in altro senso: da parte dell’allenatore della squadra Usa che per la staffetta volle a tutti i costi utilizzare Owens il quale non ne voleva sapere non ne voleva sapere, per evitare di mettere in campo atleti ebrei. Chissà se la scelta fu esclusivamente atletica.

In ogni caso non ci sarebbe  ragione di alimentare questa leggenda dopo che i campi di sterminio hanno dimostrato come meglio non si potrebbe  l’orrore del nazismo e dello stato razziale. Invece il motivo c’è e consiste nella  fondazione dell’eccezionalità americana, nel suo ruolo salvifico: Hitler che si rifiuta di stringere la mano  all’atleta nero, lo scandalo costantemente esibito in questo comportamento, fa dimenticare che all’epoca gli Usa erano uno stato dove esistevano leggi razziali che decretavano uno stretto apartheid per i neri: infatti fu proprio Roosevelt a rifiutarsi di accogliere Owens alla Casa Bianca assieme agli altri medagliati bianchi e di stringergli la mano perché temeva che questo avesse conseguenze negative nelle presidenziali del ’36. E  anche dopo aver vinto nelle urne si tenne ben distante dal grande atleta nero. E’ chiaro che su queste basi non si costruisce un’ eccezionalità eticamente decente, per cui ormai il nazismo e la guerra sono diventate un grande alibi, una immensa discarica di bad history dove buttare tutto il marcio, una sorta di santo graal del male al cui confronto tutto è giustificabile. Purtroppo è uno degli atteggiamenti che tiene in vita il mito nazista e comunque nel caso specifico è come doping a posteriori nella quotidiana olimpiade della bugia.

Forse si dovrebbe imparare qualcosa da Owens e da Long, i due avversari in pista che invece erano amici personali, si scrivevano spesso e confidavano l’uno all’altro pene e gioie, nonostante le enormi differenze di ambiente, cultura, pelle. Negli anni della guerra Long, ufficiale dell’esercito tedesco, si trovava in Italia, in Sicilia, quando riceve la notizia che la moglie ha dato alla luce suo figlio. Nell’occasione scrive a Owens una lettera nella quale chiede all’amico di far sapere a suo figlio, in futuro, semmai la guerra fosse finita, di quanto sia importante l’amicizia nella vita e di come essa sia possibile nonostante gli orrori e le divisioni che la guerra comporta. Pochi giorni dopo Long fu ucciso da una bomba e dopo molti anni Owens fu ospite d’onore al matrimonio del figlio dell’antico avversario. Questo vale molto più di qualsiasi medaglia.


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