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Notre Dame, miliardari generosi con i soldi di tutti

imagesDue anni fa, secondo l’ultima anamnesi conosciuta,  Notre Dame, cadeva a pezzi,  decine di doccioni ottocenteschi si erano sfaldati o erano caduti in mille pezzi che venivano gelosamente conservati in vista di un futuro migliore, molte balconate erano sostenute da improvvisati accrocchi di legno, la guglia divorata dalle fiamme una settimana fa era stata dichiarata pericolante, ma non si trovavano i soldi per restaurare la cattedrale e tanto meno per dotarla di sistemi di sicurezza che avrebbero potuto evitare il rogo. Era ed è la medesima situazione di almeno un’altra decina di chiese parigine, così come di centinaia di beni culturali francesi che sono vittime,  al pari di quelli di tutto il continente, delle regole di bilancio europee che non permettono sforamenti, ma ancor più della mentalità degli squali neo liberisti secondo cui il patrimonio artistico e ambientale, non è che un bene economico, al quale devono badare i privati con le sponsorizzazioni, le donazioni in conto pubblicitario, insomma il business.

Però dopo l’incendio i miliardari francesi, i Bettencourt, gli Arnault, i Pinault, la Total che ha già in mano il Louvre, più altri minori e una banca come il Credit Agricole, hanno improvvisamente aperto le borse e promesso di offrire qualcosa come più di ottocento milioni di euro per rimettere a nuovo Notre Dame. Cosa è accaduto in 24 mesi per passare dal nulla a cifre stratosferiche? Tre cose: la prima è che il clima nel Paese è cambiato come dimostrano i gilet gialli e i grandi ricchi hanno tutto l’interesse a travestirsi da squali in amabili e nobili delfini che accorrono in aiuto dei simboli nazionali; la seconda è che l’incendio in diretta mondiale costituisce un boccone pubblicitario e promozionale molto più ghiotto di prima, che promette grandi ritorni di immagine e di affari; la terza è la speranza o per meglio dire il ricatto o la tracotante richiesta che le detrazioni fiscali per le cifre donate arrivino al 90%, cosa che Macron ha già adombrato di voler fare. In questo modo l’apparente donazione si riduce di molto, se proprio non si risolve in un vero e proprio guadagno immediato grazie a qualche artificio di bilancio. Già oggi con sconti fiscali per le “donazioni liberali” in Francia vanno dal 60 al 66 per cento, a seconda che si tratti di aziende o di privati:  le donazioni costituiscono senz’altro un ottimo affare, tanto che se fanno in Francia per un miliardo l’anno che di fatto si traducono in almeno 630 milioni di pura elusione benefica, senza nemmeno ipotizzare altre operazioni e ovviamente senza considerare i vantaggi di immagine e di legittimità sociale che tali donazioni comportano, compresa in sostanza una privatizzazione del patrimonio comune.

Ora qualcuno dirà, va bene, questi trovano il loro tornaconto nelle donazioni per il salvataggio del patrimonio artistico e simbolico, ma almeno si raccolgono i soldi necessari. Ed è qui l’errore che si è portati a fare dopo decenni di condizionamenti ideologici che hanno portato al gretinismo generale: poiché il sacrificio di Notre Dame dimostra che le donazioni ci sono solo grazie ad enormi sconti fiscali e occasioni promozionali di particolare interesse, in pratica è sempre lo stato che paga, ovvero i comuni cittadini che sgranano gli occhi di fronte a tanta generosità, senza accorgersi che i grandi ricchi stanno mettendo le mani nelle loro tasche lucrandoci pure. Insomma ci troviamo  di fronte a un grottesco circolo vizioso nel quale le regole di bilancio e più ancora lo spirito stesso dei trattati europei impediscono di fatto grandi interventi della mano pubblica stato e suggeriscono la via privata per il salvataggio dei patrimoni culturali e ambientali, ma la strada del privato è percorribile solo se a quest’ultimo  vengono concessi fortissimi sconti fiscali oltre ai benefici promozionali. Dunque è sempre la collettività che ci mette il grosso, come del resto e accaduto e accade nel multiforme mondo delle deregolamentazioni e privatizzazioni in generale. Ma il tutto è nascosto da un falso ideologico: l’eredità culturale, estetica, spirituale viene pagata in sostanza da tutti, ma via via diventa di fatto privata e con investimenti reali minimi rispetto ai valori in campo e alle potenzialità di sfruttamento.

Non bisogna dimenticare che multinazionali e grandi ricchi oltretutto sfruttano a fondo le sponsorizzazioni per portare avanti i loro business: per esempio la Total che di fatto è padrona del Louvre, organizza mostre e manifestazioni a seconda degli affari che ha per mano in un  determinato momento, come è accaduto per gli Inca e le prospezioni nei Paesi andini e la stessa cosa fa la BP con il British Museum, sponsorizzando mostre che le servono, come ad esempio quando ha favorito l’acquisizione di opere di aborigeni australiani, con relativa mostra, proprio quando era al centro di un acceso dibattito sulla opportunità di prospezioni petrolifere nel continente – isola, oppure come quando ha organizzato in pompa magna una prestigiosa mostra sull’Egitto, quando si trattava di ottenere via libera per succhiare oro nero nel Paese delle Piramidi. E si potrebbe proseguire all’infinito. I grandi musei spergiurano sul fatto che loro mostre e iniziative non sono dettate dai loro sponsor, si riempiono di “carte etiche” il cui valore concreto non sembra essere distante dai rotoloni regina. Tuttavia su tutto questo non esiste alcun dibattito: dopo lo scandalo Ahae (qui per i curiosi) che ha coinvolto il Louvre e altre prestigiose istituzioni museali di Francia, il presidente del Palazzo di Versailles, Catherine Pégard, che viene dai giornali di proprietà del miliardario Pinault, dunque informata in corpore vili dei fatti, non trovò altro da dire se non “Non siamo qui per sospettare di persone benestanti”.

Per carità i ricchi non si colpiscono nemmeno con un fiore. Soprattutto con i fiori comprati con i sacrifici dei poveracci.


L’america di fortebraccio: lo sport come guerra

olimpionico-carl-lewis-310660_tnLa guerra con la Russia non conosce soste e avvicinandosi  le olimpiadi di Rio ecco che salta fuori l’accusa di doping nei confronti dei soli atleti russi, mentre gli altri nella relazione dell’Agenzia mondiale antidoping Wada, sono diventati omissis. Lo scopo è chiaro: umiliare Mosca e impedire che i suoi atleti sottraggano ori agli awanna ganassa e impediscano alla squadra Usa di raggiungere la vetta del medagliere, cosa non più tanto facile nel mondo multipolare.

La cosa è particolarmente repellente per più di un motivo: intanto perché  gli atleti Usa sono dopati quanto e più degli altri e poi perché queste pratiche sono entrate massicciamente nello sport proprio grazie alla way of life americana che ha trasformato l’atletica e i giochi di squadra non solo in una questione di prestigio o di tifo, ma in un grande business per il quale ogni cosa è sacrificabile e che appunto ha trasformato le attività sportive in gara medico – farmacologica nel quale i controlli sono ipocriti e aperti ad ogni parzialità. Ma c’è un terzo motivo al momento più importante per la consapevolezza: quanto sono realmente indipendenti organismi e agenzie di ogni settore ( e pure le ong ufficialmente umanitarie), come in questo caso la Wada, che si fregiano dell’aggettivo internazionale, ma sembrano sempre rispondere al richiamo della foresta ovvero di Washington?

Naturalmente non ho i dati precisi o i contatti giusti per dare una risposte precise e circostanziate, ma restando nel campo dello sport rimane di folgorante chiarezza la scalata americana al ciclismo: per sette volte di seguito il texano Lance Armstrong, atleta prima erratico e di livello medio basso, ma con invidiabile record di tracotanza, con la sua squadra creata e pagata dalla Us Postal che non è un’azienda privata, ma un’agenzia governativa, ha vinto il tour de France, stabilendo  un record storico senza che nessuno abbia mai sospettato l’uso massivo di doping che in solo in seguito è stato scoperto e ammesso dallo stesso ciclista divenuto nel frattempo miliardario. L’unico che riuscì a batterlo fu Pantani di cui conosciamo la fine.  Ora è possibile  che una decina di atleti con emocromo alieno e steroidi a gogò la facciano franca per sette anni di seguito nella gara ciclistica più importante del mondo? E’ vero che Armstrong a parte qualche gara di allenamento ha partecipato solo al Tour che garantiva la borsa di gran lunga più allettante e dunque ha ridotto il rischio, ma è del tutto impossibile che un’intera squadra non sia mai stata beccata (la prova del super doping è stata trovata chiarissima nelle fiale conservate solo dopo, ad anni di distanza) senza vaste complicità e senza un mare di denaro proveniente da chissà dove oltre che dal protagonista e dal suo sponsor diretto che fa parte dell’amministrazione statunitense?  Se qualcuno lo crede davvero è probabile che abbia anche visto parecchi asini volare. Dapprima Armstrong ha tentato di contenere e circoscrivere lo scandalo arrivando persino a donare 100 mila dollari all’Unione ciclistica internazionale, ma poi dopo anni di resistenza ha improvvisamente vuotato il sacco rendendosi conto che doveva sacrificare se stesso per impedire che si andasse troppo a fondo nella faccenda di questo assalto americano a un feudo sportivo europeo. Dopotutto il celebre ciclista era tra gli “eroi americani” più amati da Gerge W, Bush, meglio far soldi con le confessioni postume che resistere e con questo favorire l’inopportuna possibilità di una prosecuzione delle indagini che avrebbero avuto la Francia e non gli Usa come epicentro.  Forse tutti i ciclisti americani sono stati esclusi dai campionati del mondo o dalle competizioni di maggiore rilievo, come si tenta di fare oggi con tutti gli atleti russi? E che dire di Wade Exum, ex direttore del controllo antidoping del comitato olimpico americano, che nel 2003 diffuse un dossier di 30 mila pagine dichiarando che dall’88 al 2000 la positività di molti atleti Usa era stata insabbiata? Che a Seoul 12 atleti a stelle e strisce, già risultati positivi nel corso dell’anno, erano stati coperti? E che Ben Johnson fu beccato e dovette lasciare l’oro a Carl Lewis che anni dopo risultò fatto pure lui in quella gara?

Comunque sia la vicenda dimostra la totale inaffidabilità sia dei silenzi complici che delle rivelazioni in campo sportivo, anche perché ormai nessuna delle prestazioni atletiche attuali sarebbe possibile senza aiutini, cosa che non può essere detta apertamente nel mondo della menzogna globale. Il che naturalmente avvantaggia la discrezionalità dei più forti che sono di fatto padrini di tutte le organizzazioni che si dicono “internazionali”. Ma la querelle attuale diventa persino allarmante considerando la dinamica di questi eventi diciamo così sportivi: il boicottaggio delle olimpiadi di Mosca dopo l’invasione dell’Afganistan (per l’invasione occidentale degli ultimi dieci anni è andato tutto benone invece); il tentativo americano di far fallire le olimpiadi invernali di Soci per isolare Putin in vista del golpe Ucraino; la stravagante querelle messa in piedi da Washington, il più grande invasore del mondo, per mandare in acido i mondiali di calcio assegnati alla Russia; ora l’ennesimo tentativo di isolare e accerchiare Mosca anche sportivamente per costringere alla mentalità di una guerra non si sa quanto fredda anche i più ingenui e i più distratti.

Insomma lo sport diventato puro business è utilizzato senza riserve a scopi geopolitici, dimostrando che anche il suo utilizzo è dopato. Anzi ,peggio ancora funestato dalla mancanza di sportività di chi vuol vincere sempre, facile e a tutti i costi.

 


Le mani di Bruxelles sui farmaci

patto_diavolo_3Dio o il diavolo si nascondono nei dettagli secondo le varie versioni di una frase erroneamente attribuita a Flaubert, ma in realtà dello storico dell’arte Aby Warburg, cosa che di questi tempi sembra cadere più a fagiolo visto che il personaggio era figlio di un grande banchiere tedesco, ma si sentiva fiorentino d’adozione. Tuttavia  il diavolo dei dettagli di cui stiamo parlando risiede a Bruxelles dove si gioca a fare gli dei: si nasconde in una piega della capitolazione imposta alla Grecia, in un piccolo, insignificante particolare che ci parla della stupidità della buro oligarchia europea, ma anche se non soprattutto della sua corruzione.

L’Eurogruppo ha infatti continuato ad imporre alla Grecia la liberalizzazione totale delle farmacie in maniera da farle aumentare di numero, una misura che era stata a suo tempo suggerita a Monti che tentò di realizzarla giustificandola con castronerie professorali sulla diminuzione dei prezzi, ma fallì per le accanite  resistenze corporative e in qualche modo passate con Renzi nel febbraio scorso. Bruxelles lavora con gli stampini, come i bimbi sulla spiaggia e non si rende conto che un gran numero di greci non ha più le risorse per comprare i farmaci e  che semmai è questo il problema.

Però c’è qualcosa che proprio non funziona, che ci suggerisce come questa misura non derivi dall’ottusità totale, ma da altre e  inconfessabili ragioni. Come potete vedere dalla tabella qui sotto, la Grecia è il Paese nella Ue che ha di gran lunga il maggior numero di farmacie rispetto alla popolazione, tre o quattro volte in più di Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia e addirittura 17 volte di più della Danimarca.

FarmacieAllora per quale motivo si impone un’assurdità del genere ad Atene, mentre Berlino, Parigi, Londra non pensano minimamente a fare la stessa cosa in casa loro? E’ evidente che si vogliono favorire con la scusa della liberalizzazione e di un grottesco aumento dei punti vendita le società di capitali che operano nel campo della vendita dei farmaci tra cui Celesio Admenta, Alliance boots e Phoenix che finora erano rimaste escluse dal mercato greco, ma che taglieggiano già ampiamente i farmacisti europei per i quali non si pone affatto un problema di aumento di punti vendita: tali società infatti possono subentrare nella proprietà delle farmacie.

Vediamole un po’ da vicino queste società: Celesio è una multinazionale tedesca che si serve del marchio Admenta per gestire migliaia di punti vendita in tutta Europa, comprese 160 farmacie comunali in Italia. Alliance boots è invece un gigante della distribuzione del farmaco con sede a Zurigo, alleata con la cinese Nanjing Pharmaceutical e gestita dall’italiano Stefano Pessina: gestisce direttamente 3280 tra farmacie, drugstore e affini, e rifornisce nel mondo 160 mila tra punti vendita, ospedali, centri sanitari. La più interessante è Phoenix, anch’essa tedesca, presente in Italia attraverso il grossista Comifar le cui pratiche tariffarie nei confronti delle piccole farmacie è stata spesso all’attenzione di Federfarma. Dico interessante perché nel 2009 Phoenix andò in crisi a causa degli investimenti sballati del suo proprietario Adolf Merckle, finito suicida sotto un  treno benché avesse un patrimonio personale di 9 miliardi. Dico interessante perché proprio nel corso del 2009 venne formulata da Bruxelles la singolare dottrina della liberalizzazione delle farmacie nei confronti della Grecia già in crisi e poi dell’Italia, Paesi che si erano rivelati poco permeabili ai disegni delle grandi multinazionali. Non c’è bisogno di aggiungere che con la distribuzione dei farmaci in poche mani, l’influenza sulle politiche sanitarie aumenta esponenzialmente.

Il numero della farmacie o una presunta concorrenza fra di esse non c’entra proprio nulla, è solo frutto del lobbismo selvaggio delle oligarchie europee che poi produce la corruzione dei clan dei burocrati. Al punto che non ci si preoccupa più di dare  una parvenza di verosimiglianza ai provvedimenti che vengono imposti. L’Europa è solo un grande business che si prende gioco dell’intelligenza dei suoi sudditi, i quali sono abbastanza coglioni da credere a ogni cosa.


Je suis Airbus

aereo2Peccato che non sia un’attentato dell’Isis: la delusione per questo mancato motivo di paura e di allarme che pioverebbe come manna sui molti redde rationem in arrivo per l’Europa, si percepisce a vista, entra negli umori e colpisce allo stomaco. Tanto che i media e in particolare la Rai marginalizzano in qualche modo l’evidenza di un incidente nella caduta dell’airbus della German Wings  e impostano i loro servizi sul retropensiero dell’attentato puntando molto sul filone “sicurezza” in generale. Se non c’è motivo concreto di allarme, se la vicenda di Tunisi non ha fruttato abbastanza in termini di distrazione, se le cellule jahidiste composte da albanesi possono suscitare qualche dubbio e creare confusione geografica, si può sfruttare ogni luttuoso evento leggendolo alla luce del ” come se” fosse un potenziale attentato .

Del resto è ciò che sta avvenendo in Europa: il fatto che Hollande, Merkel e Rajoy  (perché non anche Renzi, visto che l’impatto è avvenuto a pochi chilometri dal confine italiano ?) si rechino sul luogo della tragedia “come se ” essa non fosse un incidente, la dice lunga sul desiderio di evocare un nemico esterno, unico strumento sfruttabile per simulare un senso di solidarietà introvabile ormai nel continente. E come dimostrazione di una sensibilità altrimenti inesistente, ma simulabile attraverso un pochino di demagogia viaggiante peraltro acclamata dalle parti più ottuse dell’informazione e dalla fascia più assente di cittadini. E’ una vera disdetta che i grandi non possano farsi non poter farsi una passeggiata con il cartello Je suis Airbus.

Con risvolti paradossali perché la caduta dell’aereo, come testimonia benissimo la protesta dei piloti German wings, nasce semmai proprio dalle deregulation all’americana adottate da Bruxelles e dal conseguente super sfruttamento di macchine e piloti: se l’airbus è arrivato ai 13 mila metri di quota, altitudine non prevista per quel tipo di apparecchio la cui quota di tangenza è di 12 mila metri scarsi, dunque potenzialmente e seriamente critica per un apparecchio con 23 anni sulla spalle, riparato appena poche ore prima, è con tutta probabilità dovuto a sistemi malfunzionanti (a causa del ghiaccio si suppone)  o alla scarsa lucidità di piloti portati al limite e forse in stato di stress. Vanno dunque in mesto pellegrinaggio quelli che dovrebbero chiedersi se sia giusto sacrificare ogni cosa al profitto e al mercato, come hanno fatto e stanno facendo.

Sarebbe da sciacalli oltre che banalmente rituale dire che si tratta di una tragedia annunciata. Tuttavia è impossibile non vedere come la fretta di avere gli aerei pronti per il volo perché il tempo è denaro, la rinuncia ad investire sulla sicurezza perché contraria ai profitti  anche quando numerose situazioni critiche denunciano la necessità di modifiche progettuali o di protocollo, lo sfruttamento del personale di volo e dei piloti che sono stimolati col ricatto occupazionale ad evitare di danneggiare il business anche in presenza di dubbi, sono fattori che di certo aumentano i rischi. E forse non è un caso se dopo una flessione negli incidenti cominciata negli anni ’90 in contemporanea con l’introduzione di elettronica sofisticata nei sistemi di guida e controllo, negli ultimi due anni  il numero degli incidenti è tornato ad aumentare, soprattutto di quelli che non si abbattono con fragore sulla cronaca, ma sono tragedie evitate per un soffio, man mano che i materiali e gli uomini si logorano.

Da questo punto di vista c’è poca differenza fra le compagnie diciamo così normali o di bandiera e quelle low cost che si distinguono soprattutto per una struttura di affari diversa, essendo di fatto sovvenzionate più che dai biglietti, da contratti con enti pubblici e consorzi locali, legati soprattutto al turismo che vogliono a torto o a ragione, aeroporti e relativi voli di collegamento. Così che paradossalmente la punta di lancia del capitalismo volante è in realtà mantenuto in notevole misura col denaro pubblico. Adesso si sta delineando una crisi perché gli investimenti fatti 10, 15 o 20 anni fa  stanno arrivando ai limiti operativi e richiedono costi notevoli sia per l’acquisizione di velivoli nuovi, sia per la manutenzione profonda dei vecchi, mentre lo sfruttamento intensivo del personale è già al massimo e il suo reclutamento è sempre meno selettivo. L’unica è risparmiare sulla manutenzione episodica che sfugge ai controlli periodici.

Ecco, ma di questa sicurezza non si parla affatto. Si tenta di annegarla in altro, anche quando questo altro non c’entra nulla, per non dover mettere il dito sul modello che si è affermato è che nelle corde della governance europea. Di mercato alle volte si muore.


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