Firmando a Versailles il memorandum d’intesa con l’Iran che Netanyahu si appresta a sabotare in tutti i modi possibili, Trump si è abbandonato alle sue tracotanti fantasie dicendo che “questa è una resa incondizionata”. Ma di chi? questo The Donald, in veste di Cassandra, non lo ha detto perché in effetti anche un cieco vedrebbe che si tratta di una resa americana: Washington aveva la necessità assoluta di far filtrare dallo stretto di Hormuz un po’ più di petrolio perché le riserve americane di oro nero, utilizzate in maniera massiccia per tenere buoni i mercati, si vanno esaurendo rischiando di lasciare sul terreno le ultime speranze della Casa Bianca di spuntarla alle elezioni di medio termine. La mancanza di questo flusso di petrolio porterebbe infatti ad un aumento vertiginoso dei prezzi e in più la necessità di utilizzarne gran parte per la guerra porterebbe, anche a una crisi dei trasporti e ad ulteriori aumenti dei prezzi, innescando quella crisi che si annuncia ormai da anni. Così Trumo, dopo un infinito tira e molla è stato letteralmente costretto a firmare il memorandum di intesa, prima che la situazione precipiti. Si chiama memorandum, ma in realtà è una resa senza condizioni, visto che gli Usa debbono accettare quello che avevano tentato di negare all’Iran. E sul nucleare la partita è aperta perché se ne discuterà in separata sede.

Le riserve di petrolio americane sono conservate un grandi caverne sotterranee e contenevano all’inizio della guerra poco più di 450 milioni di barili di petrolio di varie qualità: sembrano tanti, ma con i consumi attuali bastano per coprire i consumi per pochi mesi e questi mesi si stanno esaurendo. C’è anche un problema in  più: se il livello delle riserve scende sotto il 20 per cento viene intaccata la stabilità strutturale delle caverne in cui l’oro nero è conservato. Il conto si fa facilmente: il 12 giugno c’erano ancora 340 milioni di barili, mentre il livello minimo prima che il sistema di stoccaggio vada in crisi è di circa 143 milioni di barili: dunque rimangono a disposizione 197 milioni di barili prima che intervengano danni strutturali. Dal momento che attualmente il consumo è di 16 milioni di barili a settimana con tendenza alla crescita, non c’è molto tempo prima del disastro.  Come se ciò non bastasse, l’esercito americano sta esaurendo il carburante, soprattutto quello per gli aerei e quindi dovrà attingere alle riserve civili, per così dire.

Tutto questo dimostra una cosa quasi ovvia ma che è rimasta nascosta ed è venuta alla luce con una chiarezza inequivocabile in questo frangente : gli Stati Uniti non sono più in grado  di salvaguardare la propria economia e al contempo di fare la guerra a una potenza di media grandezza.  Certo il caso Iran è particolare perché Teheran controlla di fatto Hormuz e il fiume di petrolio che vi scorre, ma è evidente che tutto l’apparato bellico americano non è stato in grado di prendere il controllo, nonostante l’uso delle riserve missilistiche e di giganteschi mezzi militari, né di preservare gli impianti energetici degli Stati del Golfo, creando le condizioni per una completa ristrutturazione degli assetti di potere in Medio Oriente.

Se questo accade per gli Usa, figuriamoci per l’Europa che di petrolio non ha per niente e che decretato il proprio suicidio economico, rinunciando all’energia a basso costo della Russia. Sempre che Israele non riesca a far fallire anche questo precario equilibrio, anche la riapertura dello Stretto non porterebbe grandi vantaggi: ormai è chiaro che le rotte si stanno spostando in direzione dei Brics e per le esigenze dei Paesi che ne fanno parte: molto è cambiato in tre mesi e i propositi bellici degli europei sono passati da essere un allarmante caso di follia, alla patetica dimostrazione di inconsistenza del suo ceto politico e della mancanza di qualsiasi strategia al di là di una lotta di classe alla rovescia, spacciata per civiltà.