Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non vale nemmeno la pena di commentare ulteriormente la infelice contrapposizione tra capitale infetta e capitale im-morale: basterebbe ricordare se ce ne fosse bisogno la storia negli ultimi 50 di un città che ha nutrito bombaroli neri, dato guazza a una maggioranza silenziosa ben pasciuta e reazionaria che ieri emarginava   meridionali e oggi respinge i profughi, la stessa che ha contribuito all’attuale rovinoso imperialismo finanziario grazie a una casta bancaria e affaristica che aveva tra i suoi sacerdoti  Sindona e Calvi.

Che ha prodotto le fortune di Craxi,  di Bossi e di Berlusconi, oltre a quelle di Turatello,  e delle loro dinastie, quella dei Penati senza Lari, ma comunque protettori di famiglie e cosche di corruttori,  quella che non ha opposto resistenza a ndrangheta camorra, mafia infiltrata comodamente in appalti, servizi, mediazioni immobiliari, night, gioco, lavanderie, agenzie di buttafuori, tanto che come risulta dagli atti dell’inchiesta che portò alla più grande operazione condotta contro la ‘ndrangheta a Milano e dall’allora procuratore di Reggio Calabria Pignatone, si quello di Mafia Capitale, tra le decine di imprenditori, dipendenti della P.A., professionisti, operatori finanziari, bancari, ricattati e tartassati e picchiati, cui hanno magari violentata la moglie, minacciati i figli, bruciata l’auto, appiccato il fuoco all’azienda, nessuno ha denunciato.

E nemmeno perdo tempo a commentare il nuovo terreno del brand dell’inimicizia, (ne ho parlato qui: https://ilsimplicissimus2.com/2015/10/28/milano-cantonate-in-liberta/), così come lo vuole l’Ue che promuove i derby Italia contro Grecia, Portogallo contro Spagna e tutti controi profughi e come questo conflitto ad arte si declini  localmente in un derby tra due città, che piace soprattutto ai bauscia intervistati dai cronisti e ripreso dai coristi dei talkshow, pronti a giurare che si sapeva come  i romani siano corrotti, indolenti,  mangiapaneaufo a spese dei laboriosi e probi milanesi,che invece pensano solo a lavura’,  proprio come se la  macchina del tempo ci avesse scaraventato indietro, prima di Tangentopoli,  negli anni dorati della Milano da bere che ora può riprendere a brindare nel suo eterno happy hour.

Invece c’è da riflettere sul nuovo miracolo a Milano, quello in virtù del quale un evento pensato e promosso dalla cricca di Formigoni e dagli uomini di Comunione e Liberazione per rilanciare l’esangue Ente Fiera di Milano e “valorizzare” i suoi terreni, un’area agricola inutilizzabile, che prima non valeva niente e che con l’Expo vale più di 300 milioni,  sostenuto dalla Moratti cui si deve l’improvvida candidatura, molto caldeggiata dall’allora presidente del Consiglio Prodi e dalla Bonino, ministra del Commercio con l’estero, visto con entusiasmo dalla comunità degli affari, imprenditori, costruttori, immobiliaristi, qualcuno dei quali in buoni rapporti con le cosche mafiose, diventa l’atto  demiurgico e redentivo  capace di dare a Milano la patente di capitale morale, intendendo così il luogo del riscatto della legalità, del lavoro e del meritato guadagno. E quindi anche il simbolo, anzi la parabola del  Trickle-down, quella teoria che da Adam Smith in giù, vorrebbe persuaderci che se i ricchi ci sfruttano, accumulano e diventano sempre più ricchi, qualche goccia di quell’opulenza arriverà anche a noi: sicché è giusto tassarci per il suo successo, veder dirottate sull’infelice impresa fondi che molto più opportunamente avrebbero dovuto essere indirizzati alla tutela   del territorio a cominciare da quello manomesso dalla sciagurata opera, che avrebbe dovuto celebrare la sostenibilità tramite l’apoteosi del saccheggio di suolo, bene comune e risorse: speculazione, impatto, materiali inquinanti, strutture, effimere quando va bene, cattedrali spettrali che vedremo negli anni disgregarsi a futura memoria di una dissipata megalomania  che  peserà sui contribuenti per più di un miliardo di euro. Expo è costata, finora, 2,4 miliardi di euro: 1,3 miliardi per la costruzione del sito; 960 milioni per la gestione dell’evento (840 milioni secondo Expo, ma è un conteggio basato su  acrobazie contabili già censurate dalla Corte dei conti) e 160 per l’acquisto dei terreni, pagati  più dieci volte il prezzo di mercato. Senza contare la bonifica   dell’area, rivelatasi gravemente inquinata ma dopo che era stata comprata a peso d’oro, che ha già presentato un conto da 72 milioni.

 

Si sa che, con buona pace di Netanyahu, succede che a volte i tedeschi facciano autocritica. E’ successo anche con la disgraziata Expo’ di Hannover, considerata un fallimento vergognoso malgrado i visitatori siano stati più o meno quelli dichiarati con gran pompa e come un successo formidabile dell’esposizione milanese. Quello che è stato definito il flop del Millennio, continua a essere una ferita aperta nella narrazione di buon governo tedesca simboleggiata dalla sua tetra icona, una specie di  astronave arrugginita, alta 47 metri,  lo scheletro del padiglione olandese esibito all’epoca come una costruzione avveniristica, ridotto a pericolante rifugio di tossici e senzacasa, periodicamente investito da incendi e crolli, e che fa dire a tutti quelli che si accingono a costruire o realizzare qualcosa “purché  non sia un’altra Hannover”

Non devono averlo detto a Milano. E infatti ancora oggi a Expo chiusa, dopo che le aste per vendere i terreni sono andate deserte, tanto che, indovinate un po’, si parla di un commissario per la destinazione d’uso, non si sa nulla di quel che diventerà il “salone” dove si è svolto il Gran Ballo Excelsior, quando gli espositori stranieri si porteranno via le loro carabattole, quando sarà in corso la diatriba non certo sorprendente tra gli “espropriati”, quelli che hanno dato i terreni in comodato d’uso, quelli che sono stati invogliati a gestire parcheggi deserti, e il Comune e le banche, esposte con 200 milioni, quando si dovranno fare i “conti della spesa” e le radiose visioni del futuro si riveleranno patacche di princisbecco proprio come il Grande Evento. Si parla della realizzazione del nuovo polo delle facoltà scientifiche dell’’Università Statale di Milano,  un proposito da 540 milioni o di creare un polo della tecnologia e dell’innovazione al servizio delle aziende dell’hi-tech, insomma di farne, nel gergo caro all’anglicista di Rignano, un Hub tecnologico, uno start-up incubator, o una  cittadella dell’amministrazione pubblica. Quest’ultima ipotesi potrebbe avere uno scopo pedagogico, in considerazione dei molti funzionari, rappresentanti eletti al servizio dell’interesse collettivo che sono stati a vario titolo coinvolti nella realizzazione dell’Expo e che hanno lavorato e prestano la loro opera in Regione, in strutture ospedaliere rinomate, in  aziende pubbliche. Ma è sempre preferibile all’altra possibilità molto accreditata in questi giorni:   quella di rendere tutta l’area destinata all’esposizione una “zona economica speciale”(Zes) sul modello cinese, un  territorio sottratto alle leggi dello Stato e concesso all’autoregolazione degli investitori economici.

Sono questi i buoni propositi di una città che grazie all’evento è diventata un laboratorio di immoralità, non solo per la presenza criminale della speculazione e della corruzione. All’Expo si è compiuto anche un test della precarietà secondo gli intenti del Jobs Act, grazie all’arruolamento di giovani “diversamente volontari” attirati dal sottinteso richiamo di un impegno  “umanitario”, grazie alla derubricazione della contrattazione nazionale in favore di apposite negoziazioni speciali, istituendo la prestazione gratuita e  sancendo il licenziamento economico.

Si l’Expo è il Miracolo a Milano e a questo proposito viene spontaneo suggerire a Tronca e al governo che, commissariando le politiche locali, persevera nello svuotare di significato e nell’ esautorare le istituzioni democratiche, il trasferimento del Giubileo all’ombra della Madonnina.