Archivi tag: Craxi

MoSE e gli adoratori del Vitello d’oro

mosAnna Lombroso per il Simplicissimus

Si sta svolgendo in queste ore che quella che inappropriatamente, pare, è stata chiamata l’inaugurazione della formidabile opera ingegneristica cui è stata delegata la salvezza di Venezia dai marosi dell’Adriatico.

La toccante cerimonia sarà in “tono minore”, dedicata soprattutto a celebrare lo spirito di abnegazione di maestranze e dipendenti delle varie cordate e dei vari enti che si sono spesi per la sua realizzazione, e che saranno presenti orgogliosamente a fianco di autorità sobriamente compiaciute.

Niente di paragonabile insomma con ben altra liturgia celebrata in Palazzo Ducale nel 1986 a vent’anni dall’alluvione e a due dalla seconda Legge Speciale per la città, quando il presidente del consiglio Craxi sbarca in Laguna per annunciare che si sta dando il via a un progetto che risponderà “per grandezza alla gravità dei problemi della Serenissima, grazie ad “opere di tutela che verranno ultimate entro il 1995”.

Due anni dopo la promessa viene replicata dal vice presidente del Consiglio De Michelis, giunto in visita pastorale per inaugurare il prototipo delle dighe mobili, collocato sul canale di Treporti. Simbolo, proclama, del “successo del partito del fare contro quello del non fare”.

Fin troppo facile a tanti anni di distanza e a vedere quello che è successo, dire che quello è il monumento più che del Fare del Malaffare, intoccato perfino dai venti del ciclone di Mani Pulite dal quale uscirono quasi indenni non i leader sponsor politici dell’impresa,  (salvo l’ineffabile e inossidabile Prodi cui si deve  addirittura l’istituzione del Collegio di esperti internazionali  che “approva” l’opera)  ma i manager della cordate impegnate, da Baita a Mazzacurati (che nel 2014 avrà dal Consorzio del quale è stato presidente una liquidazione di 7 milioni a riconoscimento dell’encomiabile impegno) a Zamorani, a Scaramuzza, in sella fino alla seconda bufera, quella del 2013/2014.

Tutto era iniziato con l’acqua granda, anzi grandissima,del 1966, cui segue nel 1979 un’altra disastrosa mareggiata: in risposta alla mobilitazione internazionale nel 1980 il Ministero del Lavori Pubblici incarica una commissione di sette tecnici di studiare un progetto di regolazione del flussi di marea, che si concretizza in un primo studio di fattibilità dal nome “Progettone”, come i gelati maxi in ossequio al gigantismo di moda allora. E che infatti prevede un sistema di grandi paratie mobili.

Nasce così il Modulo Sperimentale Elettromeccanico, poi diventato MoSE approvato dal Consiglio comunale, dal comitato Tecnico Scientifico e dal Consiglio Superiore dei Lavori pubblici, sia pure con qualche obiezione di quest’ultimo:  la principale controindicazione alla realizzazione dell’intervento pare risiedere proprio nella riduzione del ricambio  idrico che comprometterebbe la qualità e l’equilibrio delle acque lagunari.

Ma le osservazioni non fermano il “progresso”, anzi diventano l’occasione per avviare un’altra potente e muscolare iniziativa imprenditoriale, un piano, maxi anche quello, di disinquinamento della Laguna e della città consegnato fiduciosamente nelle mani di un Consorzio costituito da una cordate di imprese operanti nel settore impiantistico e dell’ingegneria civile, il cui presidente è l’intramontabile Luigi Zanda e il direttore è appunto Mazzacurati.

Appena costituito al nuovo soggetto vengono dati in concessione lavori i più svariati, subito  contestati, ma inutilmente, dalla Corte de Conti che ravvisa come l’affidamento di interventi di costruzione e gli incarichi di studio e sperimentazione che dovrebbero sovrintendere siano in evidente conflitto di interesse e diano luogo a un regime monopolistico in aperto contrasto con le leggi.

Macchè, trovato l’inganno, viene subito fatta la legge per autorizzarlo: nella seconda Legge Speciale per la Salvaguardia di Venezia viene inserita una norma che prevede la possibilità di affidare a un “soggetto unico” gli studi, la progettazione e le opere per la tutela di Venezia e della Laguna in deroga alla normativa sui lavori pubblici.

E il mostro giuridico viene così autorizzato a godere della pioggia di quattrini pubblici che a vario titolo cominciano a piovere sulla città: 600 miliardi di lire per il triennio 1984-1986 intanto, in attesa che altri fondi e altre decisioni vengano definite in capo al nuovo soggetto operativo, anche quello maxi: il Comitatone, che ha il compito di coordinare interventi, spese, e, soprattutto, gli affidamenti mediante concessioni in forma di trattativa privata a società, imprese, cooperative e i loro consorzi, sotto l’occhiuta vigilanza del Ministero del Lavori Pubblici.

Comincia cosi la maxi Pacchia per il malaffare e la corruzione a norma di legge. Nell’ottobre del 1994 il Consiglio Superiore del Lavori Pubblici dà il via al progetto esecutivo del MoSE, 78 paratie ( cassoni di ferro larghi 20 metri e ancorati col cemento in fondo al mare) collocate in serie per chiudere le tre bocche di porto in caso di acqua alta superiore al metro.

Il regime di monopolio è anche ideologico e tecnologico: qualsiasi alternativa viene demolita come inefficace a priori o visionaria, le osservazioni sull’impatto ambientale di una costruzione ingegneristica pesante che esercita una pressione poderosa e insensata su un equilibrio idrogeologico delicato e vulnerabile vengono liquidate come ubbie di anime belle che ostacolano il progresso, tanto che il parere negativo emesso dalla Commissione di valutazione di impatto del Ministero dell’Ambiente del 1998 viene bollato dal Comune, dal Governo e da esperti internazionali subito mobilitati e che, secondo i risultati di una inchiesta della magistratura, sono stati “rimborsati” per viaggi, soggiorno e pareri illuminati dal Consorzio,  come complotto disfattista teso a concorrere alla morte della Serenissima. Così nel 2000 il giudizio della Commissione Via viene annullato dal Tar per vizi procedurali.

È che nessuno prima o poi osa opporsi, dopo un iniziale ostilità anche il sindaco filosofo si chiude nel suo appartato eremo ideale dello Steinhof, impegnato a aprire le porte della città a altre cordate e dinastie imprenditoriali non meno invadenti, salvo qualche voce isolata, gli scienziati padovani, l’instancabile Andreina Zitelli, qualche giornalista che non si è messo in libro paga dei mecenati del cemento, che da anni persegue l’intento meritorio di denunciare quella combinazione di inadeguatezza tecnica, di megalomania, di affarismo, di corruzione, che persegue il disegno di fare soldi sul cadavere di una città da trasformare i museo a cielo aperto, spopolata dei suoi abitanti e dalle attività tradizionali per esaltare una pretesa vocazione turistica, tanto che le acque grandi che si sono susseguite mentre di giorno in giorno affiorava dai fanghi l’intreccio di incapacità e interessi opachi,  sono diventate un’attrattiva per turisti in attesa catartica dell’affondamento.

Risparmio ai miei lettori la citazione delle decine di post che il blog ha dedicato al tema, e che vertono tutti in un modo o nell’altro sulla “specialità” del modello di illegalità collaudato grazie a un’opera che ha divorato soldi pubblici, che fin dai primi interventi si è dimostrata inadeguata a contrastare fenomeni che via via sono mutati: eustatismo, bradisismo, cambiamento climatico e innalzamento dei mari, e che è diventata il format trasferibile da applicare a altri contesti criminali per approvvigionarsi di quattrini sporchi a norma di legge, che mostra continuamente falle, difetti originari e altri aggiuntisi via via, dalla proliferazione di cozze, alla ruggine che la divora, dimostrando che il suo “insuccesso” e i milioni e milioni sottratti alla manutenzione del territorio, a azioni di tutela dell’ambiente, sono stati assorbiti non solo dalla corruzione, ma anche dalla evidente inettitudine dei soggetti imprenditoriali, dalla loro avidità rivelata nell’acquisto e nell’impiego di materiali scadenti, da difetti progettuali sottovalutati per interessi privati.

Nessuno si è davvero opposto, i governi si sono avvicendati ripetendo l’atto di fede, i partiti si sono spartiti consenso, voti e mazzette tramite aziende e cooperative affezionate, si sono goduti qualche frutto avvelenato soggetti di vigilanza e controllo, amministratori hanno fatto carriera all’ombra del mostro e hanno potuto investire in altre imprese altrettanto criminali, il movimento che aveva fatto fortuna con la promessa di qualche No, si è prontamente adattato al credo sviluppista proprio come i bulimici del cemento del Pd, prima ostentando quella ignoranza esibita come la virtù degli innocenti improvvisati, poi chinando la testa di fronte a alleati sempre più volitivi.

E difatti (ne ho scritto proprio ieri qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/07/09/litalia-veloce-e-il-governo-balla/) il completamento del Mose rientra nelle azioni improcrastinabili della ricostruzione post Covid. Ci voleva proprio finire un monumento a un’altra malattia, a un’altra peste fatale, l’avidità che corrompe e avvelena.


Guai ai vinti

st Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Tatoo artist offers to cover hate for free”.  Un professionista del settore si mette a disposizione dei pentiti del tatuaggio, per coprire con altri disegni e slogan il marchio dell’infamia che nel passato qualcuno ha voluto incidere sulla propria pelle. In realtà   Justin Fleetwood di Springfield si limita a  cancellare gratis svastiche e altri simboli di odio o almeno a camuffarli, mentre in molti vorrebbero che estendesse  la sua azione anche a chi dopo una sbornia si è fatto scrivere sul bicipite “Mary ti amo”, alla sciocchina che ha voluto celebrare con il cuoricino e le iniziali l’imprudente consegna a uno sciupafemmine, costretta in seguito a cercare nuovo candidato il cui nome cominci con la stessa lettera.

Potrebbe venir bene anche un suo aiuto per resettare consensi scriteriati offerti in rete grazie a tatuaggi virtuali, a spericolate adesioni a cause improbabili tramite “je suis…”  e offerte a lestofanti, bricconi, manipolatori e bugiardi che approfittano della ribalta offerta dai social e della dabbenaggine dei follower, dimentichi della memoria da elefante di Google.

Ma in realtà il suo servizio è superfluo e non solo in Italia:  in ogni momento storico si può assistere  alle acrobatiche giravolte di chi riesce senza fatica a far dimenticare un disdicevole entusiasmo, una esecrabile militanza, dalla marcia su Roma all’ammirazione per gli irriducibili ragazzi di Salò, conferendo in discarica i santini elettorali di una improvvida candidatura in qualche lista civica o la lettera di raccomandazione conservata con religiosa cura a firma di indagati e inquisiti, pronto con la stessa feroce leggerezza e improntitudine a rimuovere teste dai busti marmorei facendole rotolare giù insieme alla memoria della propria effimera  fedeltà a termine.

Basta un niente. Infatti nessuno ha sottoscritto il manifesto in difesa della razza, nessuno ha votato Dc, nessuno ha ammirato l’imprenditorialità combinata con la spregiudicatezza creativa del Cavaliere, nessuno si è lasciato andare a ammettere che gli stranieri sono troppi e rubano il lavoro ai connazionali, che quelli del Sud sono pigri e inclini alla trasgressione e quelli del Nord tardi e polentoni, nessuno ha ammirato il piglio volitivo dello stesso statista cui poco dopo ha tirato in faccia le monetine, nessuno ha cercato di evadere le tasse, gonfiato una ricevuta, coperto le malefatte del figlio pecora nera, o, come si usa ultimamente, del padre corrotto o criminale economico, nessuno ha offerto un regalino al funzionario perché passasse sopra all’abuso. E più modestamente, nessuno  ha buttato l’olio della frittura nel water alla faccia di Greta, nessuno  indirizza vigorosi vaffanculo all’interlocutore alla faccia del nuovo movimento dell’Amore e delle reginette di Miss Italia che vogliono la pace nel mondo.

È che gran parte dei tradimenti al senso civico, alla coerenza – anche grazie a una bubbola molto accreditata  troppo presa sul serio secondo al quale cambiare opinione e casacca sarebbe una virtù appannaggio degli intelligenti – e  gran parte delle espressioni di slealtà a se stessi e a convinzioni espresse e fino a poco prima rivendicate sono perlopiù legittimate dallo stato di necessità o dal doveroso assoggettamento al “così fan tutti” che alleggerisce dal peso delle responsabilità personali e collettive.

La pretesa di innocenza o la rimozione delle colpe, vengono autorizzate come forma ultima di autodifesa nel caso di familismo amorale, clientelismo, abuso di posizione che vale in tutti i livelli gerarchici, la ragionevole e doverosa  tutela di interessi personali e privati, fino all’obbedienza come virtù, civile per non disturbare i manovratori, professionale per approfittare della generosità padronale.

E d’altra parte la tessera del partito è stata raccomandabile quando non obbligatoria,  salvo stracciarla al momento opportuno tanto che la damnatio memoriae è diventata un premio e la condanna al cono d’ombra seguono i trend della moda o sono affidati a soggetti estranei alle leggi e agli imperativi morali, se la chiusura delle pagine-facebook ai neofascisti di Casa Pound non è frutto di un’azione della Repubblica Italiana volta a evitare, ai sensi di legge, la ricostituzione del partito fascista, per ottemperare alla Legge Scelba o alla Legge Mancino  ma una decisione dettata da ragioni di opportunismo commerciale di un soggetto privato  sulla base di una propria valutazione riguardo a cosa censurare sulla piattaforma che possiede e gestisce.

In questi giorni assistiamo all’ostracismo indirizzato contro l’ex presidente del consiglio e ex segretario del Pd, oggetto fino a poco tempo fa di una strana quanto unanime idolatria cui non corrispondeva il successo elettorale, ammirato e vezzeggiato anche per certi suoi tratti patologici: il carattere distruttivo diagnosticabile già dagli esordi con la pratica della rottamazione poi con la cancellazione di welfare, diritti e conquiste del lavoro, scuola pubblica, la megalomania interpretabile fin dalla ricerca affannosa e sterile dell’affresco leonardesco che avrebbe dovuto trovarsi profeticamente dietro alla sua poltrona, la mitomania che lo possiede fino a continuare a considerarsi ago della bilancia grazie a proiezioni affidate a prestigiatori di famiglia, mania di persecuzione e paranoie che lo portano a considerarsi vittima di complotti orditi contro lui e la sua famiglia allargata, squinzie oggi nel mirino più per la cellulite che per inverecondi conflitti di interesse, aspiranti spioni sorpresi di essere stati spiati, sindacaliste embedded vendute al padronato transnazionale che pretendono ammirazione e seguito anche per abiti inguardabili.

E infatti se lui non fosse così inguaribilmente guappo, proprio come il suo omonimo, potrebbe riscuotere compassione la sua parabola discendente, che gli ritorce contro quei caratteri che ne avevano decretato il successo: il bullismo inteso come tenacia, la sfrontatezza interpretata come audacia, l’ignoranza esibita come generosa vicinanza alla massa, la spregiudicatezza mostrata come necessaria consegna alla realpolitik.

Non a caso l’altra parabola discendente  che fa registrare la fuga di fan e sostenitori, anche quelli impegnati a dimostrare di non averli i 5stelle, di aver sempre sospettato della loro integrità, di aver sempre criticato la loro inadeguatezza e incompetenza, di non avere mai scommesso sulla loro tenuta e sulla impermeabilità alla corruzione del potere, segue un percorso uguale e contrario, con la condanna senza appello di quelle che erano considerate le loro virtù, estraneità al sistema, ingenuità, inesperienza, disorganizzazione che ne faceva un corpaccione, quello sì liquido, inafferrabile, si pensava, per le zampe ferine dell’establishment.  Tanto che opinionisti arrivati al Manifesto dopo esser transitati per Liberazione di Sansonetti lanciano il definitivo anatema in rete: per essere opposizione, per essere antifascisti, meglio stare con la Meloni, meglio schierarsi con Veltroni, perfino meglio sostenere Berlusconi! pur di limitare il pericolo costituito dal populismo 5Stelle, “i peggiori di tutti”.

È normale che sia così. Perché l’ideologia egemonica vuole dimostrare che la politica va avanti senza tener conto di passioni, emozioni, caratteri antropologici, ma soprattutto la volontà popolare ormai regredita a squallido sovranismo, seguendo le leggi considerate naturali del sistema economico e del mercato, che come dicono quelli dell’unico fermento considerato ormai accettabile e gradito per via della sua “innocente” fidelizzazione ai poteri forti, va lasciato nelle mani di gente pratica, opportunamente delegata e abilitata a decidere per noi, che dovremmo essere appagati di nuotare in  branco, di galleggiare senza pensiero e desiderio seguendo la corrente, mentre invece dovremmo provare a cavare i denti ai pescecani.


Milano da mangiare

Losanna, l'assegnazione delle Olimpiadi invernali 2026Anna Lombroso per il Simplicissimus

Altro che “Milano da bere”, l’era Craxi ha preparato il trionfo della bulimia costruttrice e speculatrice della “Milano da mangiare”, culminata nell’urbanistica negoziata e  depravata della Moratti, di Albertini, di Pisapia, forse il più empio,  e oggi di Sala, del quale si è appreso che ha promosso la svendita per 7 milioni di euro di un’area che si identifica tra le odierne vie Zecca Vecchia, Fosse Ardeatine, Valpetrosa e Piazza San Sepolcro, corrispondente al Foro della antica Mediolanum romana – come testimoniano i resti archeologici nei sotterranei della vicina Biblioteca Ambrosiana e della Chiesa del Santo Sepolcro – l’unica  rimasta di verde pubblico nel cuore storico della città ( e d’altra parte a  Viale Argonne i residenti denunciavano tempo fa «l’inutile abbat­timento di 573 alberi, molti dei quali secolari»)  e che gli speculatori hanno “riproposto” con successo a 90 milioni di euro.

Come al solito l’operazione, grazie all’abituale stravolgimento semantico, che fa diventare un malfattore il rimpianto statista in esilio, viene definita come “riqualificazione” di un sito in vista del prossimo appuntamento mondiale delle Olimpiadi invernali, grazie alla realizzazione di un albergo, dotato di parcheggi pertinenziali a servizio anche delle forze dell’ordine che attualmente occupano piazza San Sepolcro, dalle “dimensioni simili” al tessuto urbano preesistente, a cura   del team di progettazione di Rimond (cito dal Corriere della Sera) “società specializzata nel «design and built» che opera a livello internazionale”, con l’intento, cito ancora, di riempire “l’area di via Zecca Vecchia che oggi è «un vuoto» del tessuto urbano in una zona centralissima di Milano. L’obiettivo è sanare questa ferita. Di contrapporre al gesto violento di demolizione un esercizio paziente di ricostituzione”.

Non ci è dato di sapere, a parte l’indecente garage Sanremo, chi vivesse là, se creativi che preferiscono la “valorizzazione” dei Navigli, stilisti, art decor, indossatrici, finanzieri  oppure nativi meneghini cacciati con ambrosiana  fermezza come d’altra parte cominciò a succedere dopo il 1934 quando furono messi a ferro e fuoco  i quartieri popolari nella zona centrale e con la deportazione degli abitanti di circa 100 mila abitanti, a proposito di vecchio e nuovo fascismo.

E infatti più di tre quarti della città entro i Bastioni ha meno di cent’anni, è sorta in maniera improvvida, irrazionale, disorganica a dimostrazione che ingordigia e avidità sono inestinguibili e che costruttori, immobiliaristi, finanza, banche, amministratori, croupier addetti ai giochi finanziari valutari e borsistici della speculazione fondiaria e edilizia  della Capitale morale, non si accontentano mai, sanno piegare le regole al profitto e il bene comune ai loro interessi convertendo programmazione e pianificazione in una contrattazione dove vincono sempre loro.

Così non basta loro la vergognosa operazione dell’Expo, del «Progetto Porta Nuova» (pro­prietà fon­diaria comprata da emirati e principati), la riconversione dei sette scali ferro­viari, circa 1 milione e 300 mila mq,  i grotteschi  grattacieli di una City Life (la prima «Nuova Milano») sull’area dell’ex-Fiera, assediati da impressionanti cataste di casamenti, a imitazione provinciale  della Dubai dei sette emirati, delle città nuove saudite, di Kuala Lumpur o Bangkok o Shanghai  o Rio o Denver, dove invece la tendenza è a abbandonare la distopia delle torri che graffiano il cielo.

Così pensate che abbuffate ancora più voraci di quelle dell’Expo dell’alimentazione si avvicinano grazie alle Olimpiadi invernali (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/10/09/emergenza-comincia-il-magna-magna-olimpico/) che vedono protagoniste due città emblema della deregulation urbana, del consumo di suolo (Milano in quello ha già meritato la medaglia d’oro), dello sviluppo edilizio a base di variazioni di piano, cambi di destinazione d’uso, assoggettamento supino agli interessi proprietari, in barba a norme, leggi e compatibilità ambientale (Cortina è nota per essere così poco disposta a subirle gli effetti da altalenare tra la secessione dal veneto e il rientro sotto l’ombrello leghista in vista della desiderata autonomia regionale).

Il Consiglio dei Ministri ha definitivamente approvato il decreto legge “per le misure per l’organizzazione e lo svolgimento dei Giochi invernali Milano-Cortina del 2026 e delle Paralimpiadi. La cosiddetta legge olimpica , formata da 19 articoli (compresi anche quelli per le ATP Finals di tennis a Torino dal 2021 al 2025) istituisce gli organismi per la governance dei giochi: Consiglio Olimpico Congiunto Milano-Cortina 2026 presso il Coni che svolgerà il ruolo di “indirizzo generale e di alta sorveglianza sull’attuazione del programma di realizzazione dei Giochi“, la Fondazione Milano-Cortina 2026 che si occuperà soprattutto di gestione e promozione degli eventi sportivi,  la Infrastrutture Milano-Cortina 2026 SPA che ha funzione di “realizzazione, quale centrale di committenza e stazione appaltante, anche stipulando convenzioni con le altre amministrazioni aggiudicatrici, delle opere individuate” e si ispira a “necessari” criteri di semplificazione “per riuscire, nel rispetto delle norme, a rendere le procedure piu’ snelle in modo da non rallentare l’operatività'”, come ha dichiarato esultante il presidente di Regione Lombardia. E per finire, aggiungendo al danno la beffa, un Forum per la sostenibilità e l’eredità olimpica durevole, che dovrebbe far pensare a lungimiranti programmi per il dopo.

Da parte di tutti c’è stato l’invito a accelerare, a fare presto, che l’alato carro del tempo incalza, ma è già evidente che come al solito i ritardi saranno invece benedetti, perché sono quelli che permettono di dichiarare il provvidenziale stato di emergenza più utile delle semplificazioni perché autorizza leggi eccezionali, commissari straordinari, smantellamento dell’edificio dei controlli, autorità speciali. Così l’iter e le procedure per la realizzazione  di 25 opere «essenziali», 13 «connesse» e 3 «di contesto» che aspettano di essere realizzate in Lombardia, più le 21 opere definite «principali» dalla Regione Veneto (e alcune decine di opere venete considerate «secondarie») potrà seguire quelle scorciatoie doverose e ineluttabili che hanno fatto e faranno la fortuna di cordate cui erano stati sottratti ossi succulenti tramite tardivi ripensamenti (Olimpiadi di Roma) e grazie a indagini giudiziarie che almeno temporaneamente hanno rallentato o impoverito il banchetto.

E infatti, recita il Sole 24 Ore, “le Olimpiadi invernali, come accaduto per altri grandi eventi (ultimo dei quali l’Expo di Milano del 2015), sono viste come l’occasione per portare a termine lavori utili alle regioni” e quindi vai col cemento, sottraendo fondi e risorse agli investimenti per la difesa e messa in sicurezza del suolo e aggiungendo pressione e inquinamento.

Anche se la maggior parte dei paesi disertano l’accreditamento a ospitare le kermesse, anche se quelli che ne sono stati afflitti in passato pagano ancora i debiti contratti, anche se nessuno restituirà le case di Londra abbattute o svuotate per far posto alle strutture e infrastrutture, anche se pesa sui brasiliani l’oltraggio postumo dei costi e dell’umiliazione di dover nascondere la miseria delle favelas, pare che da noi ci sia ancora qualcuno che crede al linguaggio universale dello sport e alle magnifiche occasioni di sviluppo e occupazione che ne deriverebbero, dimentichi dei buchi in bilancio di Torino, dell’archeologia  miserabile degli impianti, delle stazioni, dei servizi rimasta a marcire a Roma, che ci sia ancora qualcuno che ci vuol persuadere che questa sia l’occasione epr eseguire opere di interesse generale che altrimenti non verrebbero finanziate e alle quali penserebbero munifici sponsor.

E che ci sia qualcuno  così boccalone da credere al valore delle cosiddette compensazioni ambientali e sociali, o che siano opere essenziali a beneficio della comunità il potenziamento del terminal 2 dell’aeroporto di Malpensa, l’adeguamento logistico e tecnologico del suo collegamento alla stazione Centrale di Milano; l’acquisizione di 10 treni per il potenziamento dei collegamenti Milano-Sondrio-Tirano, o il collegamento Lecco-Bergamo, la Pedemontana lombarda, il prolungamento della metro 4 di Milano da Linate a Segrate. E anche la variante di Longarone, la Variante di Cortina, il collegamento ferroviario Verona Porta Nuova-aeroporto Catullo, la linea ferroviaria Mestre- Castelfranco.

Quando per realizzare le “nuove Milano” di Pisapia e Sala sono state cancellate linee di bus e tram, quando i nostri aeroporti, per non dire delle nostre alte velocità, sono già ora e più che mai in prospettiva sovradimensionate rispetto al traffico fi oggi e di domani, quando i pendolari che dall’hinterland dove sono sati confinati ci mettono ore per raggiungere i posti di lavoro, quando appartengono alle leggende metropolitane le vicende di autostrade fantasma dove non passa nessuno come la Brebemi o la Pedemontana.

È davvero avvilente che qualcuno di beva la menzogna velenosa di poter trarre giovamento da un nuovo Bal Excelsior dopo il fallimento dell’Expo e voglia affidarsi alle bugie di due regioni, Lombardia e Veneto, assatanate di quattrini con i quali appagare gli appetiti dei privati cui vogliono consegnare a nostre spese la sanità, la scuola, l’università e che rivendicano di poter mettere le mani sul miliardo stanziato per accontentare amici, affiliati, famigli e complici. Tanto che Toscana e Emilia vogliono imitarli al più presto e hanno già parlato di un nuovo duetto olimpico, Nardella-De Micheli perché hanno detto    “se Milano è la capitale finanziaria e Roma quella politica, Firenze e Bologna possono rappresentare il polo italiano delle eccellenze e del made in Italy, visto che rappresentiamo il meglio in campo alimentare, in quello della moda, dei motori, della tecnologia e dell’alta formazione universitaria”. Altro che Bonnie e Clyde, altro che Totò e Peppino, siamo andati peggiorando anche coi cialtroni.

 

 

 

 


Nigeria, oro nero nero

En Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando ebbe inizio i giornali parlarono del processo del secolo, del j’accuse contro quel colonialismo cui era stata data la definizione eufemistica di cooperazione allo sviluppo, sviluppatosi in modo abnorme  nell’era craxiana con il tandem Forte-Boniver diventato così leggendario da fare irruzione perfino nelle barzellette, e che insieme a know how, investimenti e tecnologie aveva “trasferito” come si diceva allora anche abitudini predatorie, speculazione, corruzione e  pratiche di “rafforzamento istituzionale” destinate a consolidare le tirannie sanguinarie di despoti locali.

Invece il caso Opl 245, l’immenso blocco petrolifero acquisito nel 2011 dalle oil major Eni e Shell, una specie di Eldorado offshore dell’oro nero(le sue riserve stimate ammontano a 9,23 miliardi di barili di greggio) a processo iniziato il 5 marzo 2018, dopo il rinvio a giudizio nel 2017 di 13 tra manager (tra i quali l’amministratore delegato Descalzi tuttora al suo posto), politici e intermediari accusati di corruzione internazionale e difesi da una task force di principi del foro, dall’ex vicepresidente del CSM Carlo Federico Grosso, all’ex Guardasigilli Paola Severino, è stato prudentemente estromesso perfino dalle brevi in cronaca e la stampa ha steso una cortina fumogena tanto che dell’Eni in Nigeria si parla solo per magnificare l’impegno dell’azienda volto a “ rimediare con un sistema di drenaggio delle acque alle gravi inondazioni che da anni devastano il villaggio di Aggah”, per celebrare la conversione del cane a sei zampe in generoso San Bernardo.

E’ perfino difficile ricostruire la vicenda del giacimento assegnato nel 1998 per 20 milioni di dollari – una frazione irrisoria del suo valore attuale – alla Malabu Oil & Gas, una società  la cui proprietà occulta veniva fatta risalire all’allora ministro del Petrolio Dan Etete, uno dei fedelissimi del dittatore Sani Abacha, e ceduto a Shell ed Eni in cambio di un pagamento di 1,3 miliardi di dollari, 1,1 miliardi dei quali sono stati trasferiti alla Malabu invece che allo Stato nigeriano, in qualità di tramite e mediatore per conto società di Etete e dei suoi famigli.

Per anni la Procura di Milano (al centro di un depistamento ordito per insabbiare l’inchiesta)  ha indagato sulla trama  degli spostamenti di fondi  del denaro di Eni e Shell,  transitati per un conto londinese riconducibile al governo di Abuja, ma poi  indirizzati in altri innumerevoli rigagnoli riconducibili a   conti correnti di politici nigeriani di alto livello, intermediari e vertici della nostra più prestigiosa impresa nazionale.

Deve essere per questo che, a conferma dello spirito di fattiva collaborazione che anima i due Paesi, con la Nigeria non è stato necessario un memorandum sulla falsariga di quello sottoscritto con la Libia (ne ho scritto recentemente qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/11/02/libia-la-smemoranda-dei-governi/ ) per “porre le basi per una cooperazione e per contrastare l’immigrazione clandestina”, benchè il presidente della Regione Campana non perda occasione per denunciare come quel paese invii qui la sua mafia locale importando da noi il suo patrimonio di competenze  malavitose col quale infiltra la nostra camorra.

A rafforzare le intese malgrado questo incidente di percorso, ci aveva pensato a gennaio il Conte 1 con una visita di Stato in Niger nel quadro, come ebbe a dire “di un percorso di rafforzamento della partnership con i Paesi africani e  a dimostrazione dell’importanza che il Paese, situato alla frontiera meridionale della Libia, riveste per l’Italia” in qualità  di  interlocutore privilegiato per “coniugare, in stretto concorso di forze, sicurezza e sviluppo, un binomio fondato su numeri e impegni ben precisi: da un lato sostegno all’addestramento delle forze di sicurezza nigerine, missione, avviata dalla Ministra Pinotti,  che reca il marchio di un zebù e il motto ciceroniano Non nobis solum, cui partecipano da settembre 92 soldati italiani, che hanno già provveduto alla formazione di 260 militari, e alla fornitura di mezzi ed equipaggiamento per il controllo dei confini, dall’altro programmi di cooperazione (ne farà parte anche la nomina a console di un uomo Eni?) a sostegno delle donne, dell’imprenditoria giovanile e dell’agricoltura su cui finora sono stati investiti circa 80 milioni di euro”.

Si continua a chiamare cooperazione, collaborazione, produttiva concordia e che altro, l’occupazione a scopo coloniale del paese del Sahel da parte di contingenti di Stati Uniti, Francia, Germania, Canada e Italia che viene motivata con una sedicente  lottacontro il terrorismo, con l’altrettanto sedicente controllo a monte delle migrazioni e con il più verosimile intento di proteggere gli investimenti stranieri. Periodicamente i soldati presenti e quelli provenienti da una ventina di paesi occidentali e africani, effettuano muscolari esercitazioni  militari congiunte  con lo scopo di “rafforzare la collaborazione tra le forze di sicurezza africane per proteggere i civili dalle violenze legate all’estremismo religioso”, nel contesto dell’iniziativa statunitense del 2003,  la Pan Sahel initiative, e poi nel 2004 la Trans-Sahara counterterrorism partnership, che hanno interessato il Ciad, il Mali, la Mauritania, il Niger, l’Algeria, il Burkina Faso, il Camerun, il Marocco, la Nigeria, il Senegal e la Tunisia per  promuovere “l’addestramento di unità dell’esercito specializzate nel contrastare le minacce terroristiche e la diffusione del radicalismo”.

E vi pare che potevamo far mancare il nostro contributo a queste azioni a alto contenuto umanitario e morale? celebrato nel mese di luglio proprio a Niamey, capitale nigeriana, in margine alla Conferenza dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione Africana durante la quale è stato ratificato l’accordo e i protocolli esecutivi per realizzare compiutamente   quella Zona di Libero Scambio che istituisce una grande area commerciale, forse la più grande del mondo, che vuol fare dell’Africa e delle sue risorse un immenso supermercato.

il progetto è quello di una fiera free duty e free tax, un outlet con dietro ai banconi le solite multinazionali e gli eserciti per ne tutelano la presenza e gli affari , sempre meno minacciati da popolazioni locali ridotte allo stremo da guerre, comodi conflitti interni alimentati da fuori, fame e sete, espropriati dalle risorse che mantengono la nostra magra eppure dissipata sopravvivenza, dandoci l’illusione che non siamo a rischio, anche se non è difficile immaginare cosa può attenderci in qualità di propaggine molesta del continente nero, da sospingere con ogni mezzo  in basso, verso quelle geografie disumane dove, come in Nigeria, ultima nell’indice di sviluppo umano, prima nell’appalto del controllo dei migranti a disposizione di chi ha bisogno di schiavi, e dove 5 persone possiedono una fortuna combinata che supera di gran lunga  il bilancio dello stato.

 

 

 

 

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: