Annunci

Archivi tag: Craxi

Boschi, fumati un toscano

sig Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ancora ferita dalle critiche di stampo esplicitamente sessista dopo la sua apparizione in bikini in risposta alle dichiarazioni a bordo piscina del bagnino di papetee che lei aveva con tutta evidenza considerato meritevoli di un elevato e armonioso contrappunto (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/08/19/bikini-e-bagnini/ ),  Maria Elena Boschi si sfoga contro il complotto della piadina che avrebbe condannato all’eclissi la meritevole cricca toscana.

Spero che l’assenza di toscani nel governo non sia una punizione per Renzi, si lamenta la più prestigiosa squinzia che abbia abitato il palazzo. Facendo dunque intendere che il comitato d’affari  impersonato dalla dinamica De Micheli finchè a barca va (e chi non nota una somiglianza con la cantante Orietta Berti) ha oscurato quello della Leopolda  come dimostra la tempestiva accelerazione data a tre opere locali strategiche: Passante di Bologna, bretella dui Campogalliano-Sassuolo e Porto di Ravenna, mettendo in secondo piano altre iniziative fino a ieri prioritarie come l’ampliamento dell’aeroporto di Firenze.

La  strategia costruttivista del nuovo Pd all’ombra delle torri si avvale della temporanea alleanza di impresa di altri campanili in attesa di riconoscimenti sigillati dal cemento, prime tra tutte le regioni che aspirano all’autonomia e che sia pure in assenza del loro officiante vanno sul sicuro certe di conquistare la loro secessione  legale grazie alla “appropriazione”  del  cosiddetto residuo fiscale, ovvero la differenza fra quanto i cittadini versano allo Stato centrale per il pagamento delle tasse e quanto ricevono come trasferimenti dallo stesso Stato centrale, eccettuate invece quelle del Sud e quelle del Centro Italia che le tasse le pagano eccome, compresi i soggetti vittime del sisma.

Così la vestale del Giglio Magico dà voce alle preoccupazioni del sindaco di Firenze  Nardella, del presidente della Regione Rossi, cui si deve una legge urbanistica che di fatto cancella la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali che riguardano il territorio, in previsione dell’opposizione popolare proprio all’aeroporto e ad altre nefandezze in fieri nella un tempo ridente Toscana. Ma è sicuro si faccia interprete anche per via dinastica delle inquietudini di un ceto affaristico finanziario che ha trovato nutrimento in banche criminali e supporto in imprese speculatrici i cui interessi spaziano dallo sport al turismo, dal settore immobiliare attivo nella cacciata dei residenti  e degli artigiani delle città d’arte per far posto al terziario dell’accoglienza e del lusso, a quello non marginale del mercato della bellezza, “operatori” in forma di multinazionali che organizzano eventi, fanno import-export di opere  foraggiando tutto l’indotto di assicurazioni, trasporto, editoria di settore, e poi quell’esercito precario di guardianie, inservienti, osti, affittacamere che si illudono davvero che la cultura sia come il salame da infilare tra due fette di salame come sosteneva Tremonti e i nostri musei dei juke box come voleva appunto Renzi.

E capirai, mica può arrendersi quell’irriducibile parterre della Leopolda, fatto di rampanti della Firenze da bere che fanno rimpiangere i delfini di Craxi, ma somigliano di più alle comparse dei film di Pieraccioni e degli spot con Panariello, finanzieri che fanno la spola tra Cigoli e le Cayman, aspiranti spioni che vogliono mettere a frutto le lezioni dell’aretino Gelli, bancari che hanno visto troppe volte al cine le performance di Gekko, boy scout che vogliono arrivare in alto senza fatica, senza lavoro nemmeno quello di erigere una canadese e che non si rassegnano alle inevitabili e meritate cadute, spiriti distruttivi che auspicano di rigenerarsi dalle rovine che hanno prodotto.

Sono capibastone che finalmente sono stati bastonati, non facciamogli rialzare la testa.

 

 

Annunci

Da Grillo alla crisi italiana

http___media.polisblog.it_d_d87_di-maio-grillo-ilvaCome immaginavo il post di ieri I sogni muoiono all’alba  ha succitato perplessità e reazioni che si possono benissimo comprendere, ma che non tolgono nulla all’analisi di una situazione e anche il riferimento a una forza politica incompiuta, mai davvero uscita dal guado tra il grido di dolore di un’Italia derubata, assassinata dai giornali e dal cemento come dice un celebre e ormai antico brano di De Gregori e l’elaborazione politico – sociale che ne sarebbe dovuto derivare. Insomma dopo Grillo c’è stata solo l’ambiguità digital escatologica di Casaleggio mentre tutto è rimasto interrotto dal successo elettorale inatteso nelle sue dimensioni e dal gruppo parlamentare che ne è scaturito. In un certo senso i caratteri originari e atavici del movimento, mai venuti meno, sono rintracciabili in una sera di 33 anni fa, quando Grillo per così dire diede inizio, inconsapevolmente, alla sua carriera, prima di comico con temi di impegno politico e poi di politico con venature spettacolari.

Per carità non voglio in nessun modo battere sullo squallido cliché maistream del giullare che vuole farsi re, perché piaccia o meno Grillo è una persona acuta e intelligente, ma a suo modo socialmente ingenua e affetta da una naiveté piccolo borghese che si è trasferita nel calderone umorale dei Cinque stelle. Dunque 33 anni fa, nel 1986, il comico genovese acquistò immediata e universale notorietà con la sua battuta: “se tutti i cinesi sono socialisti allora a chi rubano?” Non si trattava di una battuta folgorante, perché sotto varie forme girava dovunque, ma colpì molto perché infranse un tabù e venne pronunciata in una prima serata Rai, addirittura alla presenza del gran ciambellano di regime Pippo Baudo che subito prese le distanze da tanta sfrontata iconoclastia. Ma cosa c’entravano i cinesi? Bisogna sapere che in quei giorni il Paese era attraversato da ciò che si considerava uno scandalo: ovvero il fatto che Craxi,  presidente del consiglio e il suo ministro degli esteri Andreotti si fossero recati in Cina portandosi dietro una sessantina di persone, ovvero ministri, direttori di ministero, banchieri come Nesi  e uomini di affari. Insomma si era nell’assoluta normalità anzi alla fine era anche una delegazione piuttosto striminzita visto che il presidente francese non si portava appresso mai meno di 120 persone e quello americano mai meno di 200 disposte su vari velivoli: tuttavia l’atmosfera stava diventando esplosiva in un’Italia che cominciava a perdere colpi e dove le ruberie vere o immaginarie  risultavano molto più odiose di prima, quando l’avvenire pareva sicuro e quando non c’era ancora il divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia, che aveva fatto  esplodere il debito pubblico a danno non certo dei ricchi, ma dei poveracci e dei lavoratori. In realtà fu Andreotti a creare il presunto scandalo quando scendendo dall’aereo a Pechino disse al cronista dell’Ansa Pio Mastrobuoni, che in seguito diventò suo portavoce  : “Eh, siamo qui con Craxi e i suoi cari” dando l’impressione di una sorta di viaggio vacanze. In realtà di elementi spuri in quella delegazioni ce n’erano solo due:  la consorte  di Craxi e quella di Carlo Ripa di Meana, che era allora commissario europeo e dunque era pienamente legittimato ad essere presente.

Il ritorno fu più travagliato perché Bettino pensò bene di allungare il percorso con un areo più piccolo per fare visita in India al fratello, seguace di Sai Baba. Ma insomma robetta, rispetto anche alle tante cose che accadevano in Italia,  che però  fu enfatizzata all’estremo dalla stampa di rito liberal democristiano e atlantica (non dimentichiamo che l’anno precedente c’era stata la crisi di Sigonella e che gli americani erano assetati di vendetta) senza alcuna pezza d’appoggio, anzi avendo sotto mano l’elenco dei sessanta partecipanti. Cosa stava accadendo? Accadeva che il malumore degli italiani stava talmente crescendo che si cominciavano a gettare bambini assieme all’acqua sporca:  con quel viaggio si erano create relazioni stabili con un Paese destinato a diventare la fabbrica del mondo, fatto che, oltretutto, impedì la recessione del Paese nella serie B del G7. Ma gli italiani nemmeno lo sospettavano e credevano che i cinesi fossero solo tanti, ma probabilmente impegnati a fabbricare vasi di porcellana dell’era Ming, convinzione che sussiste in qualche modo anche oggi e che costituisce uno dei più fulgidi esempi di straniamento dalla realtà.

Quando Grillo si accodò alla canea dell’informazione proprio su uno dei rari episodi che non entrava a far parte integrante dell’arroganza del potere, dimostrò di essere sensibile al tema del Palazzo e delle sue nequizie, ma senza una visione prospettica, vanamente e rapsodicamente inseguita poi con le presunte meraviglie del web o della tecnologia informatica che poi lo spinse nelle braccia dolcemente tentacolari della Casaleggio Associati. Ne possono essere testimonianza anche le molte e coraggiose denunce da parte di Grillo delle nefandezze delle multinazionali, ma senza consapevolezza che esse agivano nella logica stessa del sistema, non erano schegge impazzite che gli utenti potevano riportare nell’ovile della correttezza semplicemente scegliendo di non starci. Di questo sono bene informato perché tra la fine degli anni ’90 e i primi del 2000 ho frequentato anche per lavoro diverse persone che facevano parte della squadra che preparava i materiali per gli spettacoli dello show man. In un certo senso questa capacità prospettica è mancata in qualche modo anche ai Cinque stelle o comunque è molto meno evidente della capacità di indignazione e se adesso siamo al matrimonio col Pd che in fondo è l’erede invecchiato e senza illusioni dell’era craxiana, lo si deve principalmente alla carenza prospettica.

Questo post non vuole essere che una semplice nota a margine, alla ricerca degli indizi, come dire, preistorici della crisi che sta attraversando il movimento e di conseguenza anche quella parte del Paese interessata a un cambiamento, ma non vuole esprimere verità assolute. Cerca modestamente indizi nelle radici di una crisi, di cui Grillo è solo un esempio, ma che riguarda per intero la capacità di pensiero lungo dei cittadini di questo disgraziato Paese che finiscono sempre per tornare sul luogo del delitto.

 


Uno Stadio che viene da lontano

Jean_Leon_Gerome_GEJ004 

Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Panda ‘ndoppia fila e du’scontrini. Ma li mortacci vostra”.  Con la sua proverbiale sobrietà l’ex sindaco Marino, che il blog che ha ospitato la sua esternazione   vernacolare definisce “probabilmente il più grande sindaco di Roma in assoluto dopo Ernesto Nathan”,  ha commentato  così la tempesta giudiziaria che ha investito il Campidoglio a Cinque Stelle, scoppiata quando nel  2018 gli inquirenti Ielo e Zuin hanno portato a galla la rete di improprie relazioni che Luca Parnasi, dominus di Euronova e Luca Lanzalone, l’avvocato genovese consulente dell’amministrazione Raggi, avevano stretto per accelerare l’approvazione  dello stadio a Tor di Valle.  L’arresto di De Vito, che va a coprire definitivamente l’arco costituzionale dei beneficati da Parnasi – che ha sempre rivendicato un approccio bipartisan: «Ho pagato profumatamente tutti i partiti politici….sono i politici a cercarti per essere finanziati, e se non lo fai sei fuori dai giri che contano» –  è stato salutato con esultanza sulla stampa, in rete e fuori.

Perché finalmente si dimostra che l’appropriazione dell’onestà da parte dei 5stelle è indebita e che la virtù in oggetto, che pare non possa proprio far parte della cassetta degli attrezzi di un politico, è soggetta a graduatorie  e classificazioni.

Se vale l’osservazione di Brecht “cos’è rapinare una banca a fronte del fondare una banca?”, siamo legittimati a ritenere che sia almeno paragonabile utilizzare a fini propri un’opera – che questi ultimi eventi dimostrano chiaramente essere una macchina del malaffare e della corruzione –  e il promuoverla, imporla, obbligarci a contribuire alla sua realizzazione. Mentre invece è considerata azione meritoria, forza motrice di sviluppo, occupazione, competitività, anche se si tratta di uno stadio addirittura meno presentabile di una ferrovia, altrettanto superflua se non per l’accesso di qualcuno alla greppia dell’affarismo illegale autorizzato dalle leggi che hanno convertito interventi privati o profittevoli solo per i privati, in opere di interesse generale e prioritario.

Ieri il capogruppo del Pd, Andrea Marcucci, ha simbolicamente consegnato, tra lazzi e dileggi, a Toninelli – che se li merita tutti – l’elenco delle opere italiane non compiute e ancora senza un cantiere. E dire che, fosse vero,  sarebbe invece l’unico motivo per riservare al ministro applausi e consenso: nel decreto Sblocca Italia, uno dei fiori all’occhiello del governo Renzi, erano previsti 112 milioni per combattere il dissesto idrogeologico e 4 miliardi per le grandi opere; se davvero non abbiamo un computo dei costi effettivi sostenuti e prevedibili del treno ad alta velocità (prendiamo per buone le previsioni dei Si-Tav  che stimano in 24,7 miliardi i costi dell’opera), o del Mose (a spanne 5 miliardi più 80 milioni l’anno di manutenzione), sappiamo che per la ricostruzione nel cratere del sisma del Centro Italia  sono stati stanziati 350 milioni. E sempre per fare riferimento all’arguta massima di Brecht potremmo paragonare i fondi stanziati per il salvataggio degli istituti di credito criminali e dei loro vertici effettuato dagli esecutivi, quello in carica compreso, e le risorse irrintracciabili promesse per la messa in sicurezza del patrimonio residenziale dal  rischio sismico.

Perciò la colpa più grave che dobbiamo attribuire alla giunta Raggi, ben più delle buche o della monnezza, è quella di aver proseguito nella pratica di alienazione del bene comune e di violazione dell’interesse generale, che, nella città, ha visto la trasformazione della programmazione urbanistica in suk, in contrattazione tra amministrazione e privati, che vede sempre il sopravvento dei secondi. La “pianificazione” neoliberista, ma meglio sarebbe chiamarla col suo nome “speculazione” che ha prodotto l’abnorme cementificazione squallida delle periferie, ha determinato il fallimento della città con l’accumulazione di un debito di 22 miliardi (né stanno meglio città piccole: Alessandria con un buco di 200 milioni, Parma 850 milioni).

Le mani sulla città sono diventate via via più avide e potenti, dai condoni di Craxi e Berlusconi, dalla Legge Tognoli che mette in campo un serie di deroghe  e l’artificio dell’istituzione dei Consorzi di imprese che si dividono la tavole degli appalti delle opere pubbliche, e poi il Codice Bassanini sugli appalti che colloca alla pari gli interessi di costruttori e amministrazioni pubbliche, e poi la Legge Obiettivo del Cavaliere, il ripristino da parte di Monti dell’imposta sulla casa mentre rinvigorisce il finanziamento delle grandi opere (i 110 miliardi in tre anni saranno nel prosieguo ancora iscritti in bilancio). Nel 2008 si produce un esemplare intervento di carattere semantico: in una delle leggi di privatizzazione si cancella il conetto di “case popolari”, sostituite da “alloggi sociali”, in qualità di abitazioni private a canone concordato bel collocate all’interno del libero mercato. E se prima dello Sblocca Italia, Franceschini accoglie di buon grado un emendamento Pd che istituendo i Comitati di Garanzia per la revisione dei pareri paesaggistici segnando la fine della tutela, dobbiamo al Ministro Lupi quella modifica della disciplina urbanistica che mette sullo stesso piano pubblico e privato, instaurando l’indennizzo della conformazione della proprietà privata e la revisione degli standard edilizi.

Dobbiamo a questi trascorsi che scandalizzi di più chi rubacchia nelle more di una speculazione di chi la compie, in questo caso promuovendo un’opera inutile, che esercita una formidabile pressione sull’ambiente, in una collocazione sensibile e vulnerabile, con una cubatura che supera di 550mila metri cubi i limiti dela  Piano Regolatore che ne prevedeva al massimo 330mila (di cui lo stadio rappresenta meno della metà), con un forte impegno pubblico per le infrastrutture viarie: potenziamento della ferrovia Roma-Lido, gli interventi sulla via del Mare, ponte aggiuntivo sul Tevere e la bretella sulla Roma-Fiumicino, e per le opere di messa in sicurezza idrogeologica del fosso di Vallerano nell’area di Decima, in modo da accontentare le smanie e appagare gli appetiti di personaggi discutibili, già in forte sofferenza con banche e sotto osservazione da parte dell’autorità giudiziaria che non sono in grado di assicurare la copertura delle spese della megalomane iniziativa.

Il tutto in un comune dichiarato ufficialmente fallito nel mese di aprile del 2014, tanto che il più degno successore di Nathan, il sindaco Marino, il grande promotore dello Stadio, nell’agosto successivo approva un piano di rientro del debito ulteriore che si era accumulato di 440 milioni di spesa sociale, cancellando tra l’altro 54 linee di collegamento tra centro e periferia e avviando la svendita di altre a operatori stranieri.

E’ che tutti i comuni sono indebitati e tutti più o meno per gli stessi motivi: opere pubbliche irrazionali, espansioni urbane insensate, società di servizio impiegate come bacino elettorale a finanziamento occulto della politica. Senza contare i debiti contratti con il racket delle banche d’affari sottoscrivendo titoli tossici (che dieci anni fa si calcolò ammontassero a oltre 35 miliardi) e che hanno prodotto la svendita del patrimonio immobiliare (tra gli acquirenti non solo emiri, anche Soros con il suo Fondo Quantum Strategic Partners che aspira a una fetta del Fip, Fondo immobiliare pubblico, secondo quando denunciato da fonte autorevole, Paolo Maddalena) e lo smantellamento del welfare urbano.

Manette o no, il nuovo Colosseo si fa comunque. Sarà per metterci dentro i leoni, che a fare i poveri cristi pronti per essere mangiati ci pensiamo noi.

 

 

 


Quattro salti in drogheria

drogAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ve li ricordate i polizieschi anni ’80, quando già i tentacoli della piovra si insinuavano in tutti gli interstizi della società,  costruivano intere città comprando i politici che li favorivano, grazie al  business mortale della droga? Ve li ricordate quegli anni, quando si mormorava che influenti leader e la loro cerchia – da Turati a Turatello, si diceva, gravitassero in ambienti tossici così come calciatori, vallette, cantanti, proprio mentre il Parlamento  approvava la legge Jervolino-Vassalli che secondo il cofirmatario Bettino Craxi aveva il merito di  “introdurre il principio della punizione dei tossicodipendenti”? Ve li ricordate quei tempi nei quali ogni giorno c’era una breve in cronaca con la notizia di ragazzi morti di overdose, quando in troppo famiglie di amici c’era una di quelle mine vaganti che rubavano, scomparivano per giorni, ricattavano e piangevano, minacciavano e si pentivano per poi ricominciare? Ve li ricordate quei giorni neri nei quali genitori dimissionari da ruoli  patriarcali puntavano su autorità sostitutive molto apprezzate, vezzeggiate e foraggiate proprio in virtù delle loro maniere sbrigative e dei loro metodi dispotici e repressivi?

Si direbbe proprio che l’emergenza sia finita o almeno che non sia più mortale, che dei santuari della redenzione sappiamo qualcosa in quanto meta di masterchef che li propongono come fucina di nuovi talenti gastronomici e di audace sperimentazione anche organizzativa, e che l’immagine della vittima riversa tra i rifiuti su un marciapiede di periferia con la siringa ancora infilata sul pallido braccio appartenga all’iconografia di quegli esangui sceneggiati italiani, che poco avevano a che fare con le colorate e dinamiche avventure di Miami Vice, e con gli ancora più colorati boss dei paradisi artificiali, sudamericani ovviamente perché i nostri eroi di allora combattevano al cinema e in Tv quelle nazioni che gli Usa avevano sostenuto nella transizione a stati criminali, pagando i loro tiranni, formando eserciti privati, finanziando un’economia della droga, dal comparto agricolo alle produzioni che poi hanno fatto circolare in tutto il mondo.

Per la verità se ne parla ancora, ma è solo per ribadire il legame indissolubile tra immigrazione clandestina e criminalità, come ricorrentemente fanno il presidente Pd della Campania e il ministro leghista all’Interno, in perfetta sintonia, quando denunciano la presenza sulle strade e in interi quartieri cittadini di clan africani, perlopiù nigeriani, che deterrebbero il monopolio dello spaccio, omettendo però di informarci che dietro alla manovalanza nera c’è la camorra casertana e napoletana. E che pare che nelle stese e altrove la manovalanza giovanile abbia scelto altri comparti più promettenti, più profittevoli e più “epici” per chi ama la pistola facile: quelli del racket,  del pizzo, dell’intimidazione.

È che il legame c’è, è vero, ma è perché sfruttamento dell’immigrazione illegale e  spaccio sono due dei brand più profittevoli della mafia, in quest’ordine:  prima la speculazione sull’accoglienza e poi la cocaina, l’erba, l’hashish, le pasticche da locali, per ultima l’eroina ormai destinata a piccoli target di  affezionata clientela selezionata tra i più marginali, come ci fecero sapere i leader di Mafia Capitale colloquiando con Odevaine,  membro del Tavolo di coordinamento nazionale sull’immigrazione, dopo aver effettuato le loro indagini di mercato:  “Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? er traffico e lo spaccio rendono meno!”.

Dobbiamo ringraziare il neo liberismo (e forse si spiega così l’adesione entusiasta della più coriacea delle radicali) che ha compiuto il miracolo che per anni ci attendevamo dalla liberalizzazione delle droghe, come ricorda chi a quei tempi (era l’ ’88) seguì la polemica esemplare tra Fachinelli e Eco, il primo favorevole, poiché,  citando Beccaria, non può essere vietato tutto ciò che può indurci a delitto, e che, se non si può pretendere di curare tutti i mali del mondo, è opportuno cominciare a limitarne uno, rompendo la comunanza  tra organizzazione mafiosa e trasgressività culturale e mettendo sul mercato la merce eroina in concorrenza con l’eroina della mafia. Il secondo, invece, pur istintivamente concorde, si dichiarò poi  “incerto”  sospettando che l’industria della droga  danneggiata dalla liberalizzazione, si riciclasse e aprisse il suo business a altre forme criminali, rapimenti, traffico d’armi, prostituzione, schiavismo, gioco. Ingenuo, dunque, nella sottovalutazione della complessità e molteplicità già accertata dei brand industriali e commerciali delle organizzazioni mafiose, preveggente nel profetizzare i campi che l’espansione mafiosa ha poi esplorato. E in questo aveva ragione, visto che pur godendo in pieno del proibizionismo, le cupole hanno diversificato e hanno modernizzato comparti già praticati, quello del traffico di donne e uomini, quello dell’azzardo, in concorrenza con il sistema economico per così dire legale, che opera negli stessi campi.

È probabile quindi che il sistema, normalizzando la droga, abbia scelto  altre forme di controllo sociale più adatte a questa sua fase segnata da un certo sia pure apparente permissivismo privato a fronte di un feroce autoritarismo pubblico,  più consono alle nuove élite che  hanno come obiettivo comune e come ambizione l’annessione nelle strutture dominanti. Anche il consumo di droga si è adeguato, come dimostrano le statistiche che collocano al primo posto la cocaina, seguita dalla cannabis e dalle pasticche e droghe sintetiche, mettendo all’ultimo posto l’eroina, secondo una graduatoria che conferma come il controllo sociale abbia scelto nuove armi, prima di tutto la precarietà, l’incertezza e la paura, emozioni che si cerca di sfuggire non con la fuga, la trasgressione ma con antidoti rassicuranti, che danno l’illusione di una potenza da usare nel contesto professionale, ma anche in quello delle relazioni, come “ricostituente” per  arrivare, affermarsi, sopraffare.

E se un tempo le droghe servivano a artisti maledetti che si perdevano in fughe e pellegrinaggi in modi artificiali, per tornare, se tornavano, con doti, talento, vocazione talmente saltati da dare forma a creatività e espressione, adesso i maledetti sono i poveracci che con l’eroina fanno i pendolari da un mondo finto schifoso a un mondo vero schifoso rischiando la morte, visto che resta la droga con il più elevato rischio, seguita da pasticche e sostanze che si trovano facilmente su internet, accessibili anche ai minori, che costano poco, che circolano ovunque e che magari non ammazzano del tutto ma certo annichiliscono cervello e sensi. Più o meno come l’altro brand legale anzi favorito, quello dei “medicinali”, antidepressivi, ansiolitici, stimolanti, stabilizzanti dell’umore, prescrivibili dal medico di base, visti di buon occhio dall’intera società del benessere soprattutto da quando è il malessere da perdita a averla vinta per curare lavoro perso, lavoro precario, lavoro che non c’è, debiti, affetti che non resistono a certe privazioni, umiliazioni, proprio perché inducono una benefica letargia, addomesticano l’istinto alla ribellione, aiutano a sopportare il futuro come vuole l’apparato che ci governa ben oltre gli stati, le nazioni, le etnie, le identità perdute. In modo da sospendere la storia, cancellare il domani e cristallizzare, nel presente, l’ordine attuale, per l’eternità e senza speranza.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: