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Sciopero dalla stampa

serieAnna Lombroso per il Simplicissimus

Nei giorni scorsi ha suscitato un allarmato dibattito l’anatema con successiva interdizione di un cronista della Stampa specialista in 5Stelle escluso dalla seconda edizione dell’ evento commemorativo di Casaleggio.

Apriti cielo. La corporazione compatta, più impegnata nell’esercizio di tutela del diritto di presenza vezzeggiata in poltrone in prima fila,  più di licenza per giudizi, pregiudizi e propaganda che nel dovere di informare,  è insorta per l’indegno attentato censorio alla libertà di stampa, che ha negato, al pubblico degli appassionati lettori del quotidiano della città che ha eletto la Appendino, le interpretazioni della weltanschauung grillina, a cura di un esperto della materia, incaricatosi già da  qualche anno di decodificare messaggi, azioni, slogan, vizi e patologie delle personalità di spicco del movimento.  E in ragione di ciò richiesto e coccolato da talkshow che finalmente si sono accorti di lui malgrado fosse  stato l’autore di un irrinunciabile ebook intitolato Un uomo solo al comando, excursus sul primo anno del renzismo, e avesse ricoperto la delicata mansione di inviato al seguito di Napolitano, invece osteggiato dal Movimento cui si è dedicato con la passione di un entomologo che vuol dimostrare che tutti gli insetti a cominciare dai grilli, sono dannosi per l’uomo.

Non stupisce certo l’alzata di scudi dei colleghi, che dismessa la combattiva riprovazione alla celebrazione ci sono stati eccome,  sorprende invece l’impegno con il quale gli organizzatori della kermesse hanno motivato il divieto di accesso del reprobo a un   che solo grazie a ciò ha riscosso un certo interesse, l’affaccendarsi in fantasiose giustificazioni di carattere burocratico tra accrediti farlocchi, badge taroccati, eccesso di affluenza con posti in piedi e così via.

E dire che qualcosa di analogo è successo – e dovrebbe insegnare qualcosa – ai tempi dell’ascesa della Lega trattata con schizzinosa sufficienza, coi militanti sbertucciati in qualità di cornuti adoratori di Wotan e consumatori di mefitiche acque del dio Po, derisi per  inflessioni vernacolari deprecate quanto certi attuali zoppicanti congiuntivi, e “capisaldi “  e ideali derubricati a arcaico poujadismo quando non a rozzo folclore.

Quando  invece la superciliosa e sbrigativa “liquidazione” del fenomeno da parte della stampa fu molto probabilmente uno degli ingredienti del suo successo, almeno fino a quando si verificò l’agnizione, la rivelazione della qualità merceologica e commerciale  del prodotto. E tutti  allora a correre dietro al latrare dissennato  del Bossi, ai versacci indegni di  Borghezio, alle sentenze dei loro improbabili teorici e pensatori, fino  alla legittimazione dell’alta politica invidiosa del loro radicamento culminata nella proverbiale esternazione dalemiana: la Lega è una costola della sinistra.

Insomma i 5Stelle farebbero bene a tenersi caro lo sfavore dell’informazione ufficiale, perché  più si sta lontani dagli apologeti del regime  e più si conquista il consenso della gente comune, ancora utile sia pure in vigenza di sistemi elettorali che incrementano distacco ostile dalle istituzioni e spezzano il patto di fiducia che dovrebbe legare cittadini, stato e organi di rappresentanza.

Eh si ormai dovrebbe essere motivo di orgoglio l’ostilità e la censura  da parte di giornaloni e telegiornaloni, quella della compagnia di giro dei talkshw e degli opinionisti sempre in fervente acquiescenza ai piedi dell’impero nella veste di zelanti propagatori di dati manomessi, statistiche manipolate,  analisi taroccate , edificanti agiografi di cialtroni, delinquenti riconosciuti e criminali. E maestri di omissione prudente, occhiuta somministrazione grata e riconoscente di porzioni di realtà concessa loro dai padroni quando li ammettono agli arcana imperii.

Con realistica più che profetica intuizione in un film di James Bond la Spectre  diventava un nework televisivo globale. Non occorre essere dietristi per immaginare i burattinai della vera Spectre contemporanea mentre preparano le puntate dello show bellico  necessario a salvare i bambini Siriani e le nostre vegliarde democrazie dal pericolo comunista, dopo che le troupe hanno confezionato negli anni i loro  tragici reality, spesso senza nemmeno bisogno di visitare le location che ci hanno pensato quelli degli effetti speciali. Bastava tirar su negli studios di LA una quinta di cartapesta, liberare un po’ di fumo farlocco e ecco nell’ordine le spedizioni umanitarie condotte in nostro nome e con la nostra collaborazione in Corea, Guatemala, Indonesia, Cuba, Congo, Vietnam, Cambogia, Iran,  El Salvador, Nicaragua, Grenada, Libia, Panama, Bosnia, Sudan. Serbia, Afghanistan, Iraq, Haiti, Siria … e forse ho dimenticato qualche teatro di posa, qualche scenario commentato a reti unificate da inviati barricati in hotel, da arditi analisti strategici in sala da pranzo tra buffet e controbuffet, mentre le bombe, lontano da media retrocessi a uffici stampa delle major, cadevano, ultimamente sganciate da droni per rendere ancora più completo  l’effetto virtuale e dunque impersonale di un delitto commesso pigiando un tasto.

Eh si c’è  da essere fieri di non voler spartire le verità e la realtà dei media. Non accontentarsi della manifestazione di civiltà come tratteggiata ieri da Blair e domani da uno qualunque dei fantocci che ne rivendicano l’eredità morale: abbiamo esagerato in Iraq, ma siamo così superiori che si sa, la nostra stampa lo può denunciare liberamente e noi lo ammettiamo.

Non cè da aspettarsi nulla di diverso dai resocontisti degli effetti del gas nervino, dai miserere sulle vittime di Assad, da parte di giornalisti preoccupati di far mantenere in vita  un establishment e i suoi governi per i malaffari correnti e le loro guerre, quelle cui collaborano da solerti inservienti contro paesi che voglio continuare a derubare di risorse, sovranità e speranze, e quelle in patria condotte con le stesse finalità.

 

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Aspettando la troika e Godot

a745ec0a4f683ca5efa3f376df071af7_XLCome avevo immaginato ed era anche abbastanza facile supporre non solo è difficile fare un governo, ma in realtà nessuno lo vuole fare davvero: tutte le possibilità messe a nudo, analizzate, rivoltate prima delle urne e dopo il risultato delle medesime sembrano essere svanite nel nulla, inghiottite dentro un Quirinale silente e abitato dal fantasma di Napolitano, perse per strada da forze politiche vecchie e nuove: niente governo del centro destra, niente alleanze destra Pd, niente fuga di Renzi, nè accenni di Pd – Cinque stelle, solo chiacchiere di Lega – Cinque Stelle, come se vincitori e vinti fossero entrambi paralizzati.

Il fatto è che nessuno vuole mettere insieme un esecutivo a poche settimane dalla data di presentazione del Dpf, ovvero del documento di programmazione economico finanziaria dai cui numeri dipende se Bruxelles farà o meno scattare le famigerate clausole di salvaguardia, ovvero aumento dell’iva ordinaria e straordinaria, crescita delle accise, tagli draconiani alla spesa e dunque ai servizi: Gentiloni e il suo esecutivo hanno calato le braghe e concordato con la Ue un piano da 30 miliardi di qui al 2021 per ottenere un rientro dei conti pubblici nei parametri voluti da Bruxelles, senza aumentare le tassazioni indirette. Si tratta di una cifra da lacrime e sangue che nessuno vuole sottoscrivere in prima persona: che sia il triste nobilastro papalino  a dirlo al Paese e ad annunciare che in caso contrario la troika si occuperà direttamente delle questioni italiane anche fiscali con quella intelligenza, sagacia e spirito di rapina che ha già dimostrato in Grecia.

Una possibile maggioranza potrebbe perciò venire fuori nei fatti quando si tratterà di votare le risoluzioni che le forze politiche presenteranno sul complesso dei documenti  che formano il Def: grosso possiamo dire che Cinque stelle e Lega sono d’accordo sul fare  su un passo indietro rispetto alla riforma Fornero delle pensioni, mentre reddito di cittadinanza e tassazione piatta che sono il nocciolo dei programmi dei due partiti, fanno a pugni tra loro. Tutto l’arco politico concorda però col grosso del piano di rientro, ovvero col tentativo di evitare le tasse che Bruxelles già si prepara ad imporre ed è per questo  che sta prendendo sempre più corpo l’ipotesi che dalla super commissione del Senato che dovrebbe insediarsi dopodomani e destinata a dirimere i nodi  fondamentali del Dpf  venga fuori una sorta di risoluzione unica, un calderone con tutto e il contrario di tutto che finirà per dare lunga vita all’esecutivo Gentiloni.

Come si può vedere agevolmente vedere le elezioni appena trascorse si stanno rapidamente trasformando in un’occasione perduta, semplicemente per il fatto che o si contestano in radice le logiche e le prescrizioni delle oligarchie europee ben sapendo che diventeranno via via più arcigne e più cieche o si crea una discontinuità con il passato, oppure tutti i piani che vengono annunciati e le promesse spese diventeranno in breve tempo cenere. Del resto diciamo pure che anche il Paese tace, sembra aver esaurito le energie dopo lo sforzo immane di contestare nelle urne il sistema al quale siamo agganciati, non pungola in nessun modo i suoi eletti, specie quelli che appartengono ai nuovi assetti, come se dopo aver capito che il passato non torna siano terrorizzati da tanto ardire. La cosa non sorprende più di tanto  perché in definitiva, come appare benissimo dalle analisi post elettorali, i veri vincitori, ovvero i Cinque stelle hanno la maggioranza fra tutte le categorie, salvo i pensionati, ma si tratta di una prevalenza contraddittoria che comprende sia gli antitasse nemici dello Stato, sia chi vuole protezione,  sia i tanti impoveriti senza tutela come i fruitori di rendite di posizione : far convergere questi interessi nella retorica discorsiva è un conto, conciliarli nella realtà è un’altra, praticamente impossibile senza una chiara visione etica e sociale della società. Questo è un problema che in modi peculiari coinvolge tutte le forze politiche nella complicata uscita dalla cosiddetta seconda repubblica, ma ovviamente incombe con maggiore forza su chi vuole rappresentare l’uscita da certe logiche e si presenta come un contenitore variegato come la popolazione generale.

Anche per questo alla fine prevarrà l’idea di un governo di scopo, per rifare una legge elettorale che sia più consona ai tempi dopo l’ubriacatura del maggioritario, giusto per non compromettersi troppo con i poteri che si vogliono o che si immagina non possano essere contestati senza però davvero combatterli. Insomma un lungo prendere tempo e fare melina in attesa di un Godot che non arriverà mai perché siamo noi a doverlo essere.


Première sciampista

iso Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una delle pene più avvilenti inflitte agli  italiani consiste nella condanna a contribuire direttamente con il canone obbligatorio alle remunerazioni e ai cachet delle star del servizio pubblico, i trombettieri di governo, cerimonieri di regime, opinionisti che fanno più ridere di comici suonati, informatori più soggiogati di quelli dell’Agenzia Stefani.

E  non serve astenersi dall’acquistare le merci che propagandano nelle vesti di testimonial imbonitori, materassi o beneficenza un tanto al chilo, se il prodotto più commerciato è quello solo apparentemente immateriale della persuasione al servizio di una ideologia imperiale e destinata a target di utenti cui resta solo il diritto a consumare derrate e bugie, articoli e illusioni.

Figuriamoci se non deve “roderci” mantenere  pure una ex Miss Fragola, ora conduttrice del servizio pubblico in forza alla rete generalista con, ho appreso, ben tre rubriche della mattinata Rai nella fascia delle dileggiate casalinghe di Voghera e non, ma anche di quella geografia grigia di giovani e ragazze che non studiano e non cercano e tantomeno trovano lavoro, di cassintegrati che stentano ad  arrendersi al giorno con le sue pene, di anziani soli, di part time soprattutto donne, di aspiranti manager di start up in impasse creativa.

Appagata e innamorata del leader della Lega Salvini, la spericolata ragazzona in predicato per l’interpretazione da prima signora, intervistata da uno di quei rotocalchi “per famiglie” che cercano di sostituire le dinastie reali con improbabili casate politiche e affaristiche che poi non c’è gran differenza, molto presenti da parrucchieri e estetiste,  ha esternato le sue convinzioni sul ruolo appartato e dimesso che dovrebbe ricoprire  una donna “di sani principi”, come la definisce il settimanale. E che più che al fianco di un uomo in vista sarebbe tenuta a muoversi, silenziosa e riservata, nella sua ombra, soddisfatta di prestarsi a riverberare la sua luce, magari inamidando felpe e lustrando ruspe nel tempo che le resta libero dalla fatiche delle conduzioni televisive e della presenza sulle riviste patinate, cui non intende rinunciare  a riconferma, ve ne fosse bisogno,  della sua indipendenza.

In attesa di altre  libere esternazionii della Isoardi,su accoglienza, integrazione, immigrazione, ispirate dalla stessa muliebre e responsabile sensibilità e emotività, le convinzioni  della fidanzatina di Salvini hanno trovato grande risonanza in rete, guardate con indulgente accondiscendenza  da uomini e anche donne di quella tipologia di soggetti che esorta a separare pubblico e privato, non si sa se nella speranza di rendere invisibili e inoffensiva la politica dei poteri rispetto a quella della vita, oppure augurandosi di essere esonerati nella cura degli affari propri, dalla responsabilità di quelli collettivi e comuni. E in modo  da potersi baloccare con la retorica dei sentimenti e con le specificità femminee della  petite diffèrence oggi he più che mai quelle differenze di prestano servizio di oscene disuguaglianze e inique discriminazioni.

Non sono stati molti i politicamente scorretti, trattai di livorosi invidiosi, che hanno ricordato come quella sdolcinata weltanschauung sia propagata non solo nell’alcova, nel tinello e nel cucinotto, ma possa godere di una tribuna di servizio pubblico, esaltando un prototipo di donna e un modello famigliare: un nucleo fortezza, chiuso in un isolamento difensivo e aggressivo, ringhioso e risentito,  nel cui interno si lavano i panni sporchi di tremende violenza, amare frustrazioni, avvelenate rinunce di talenti  e aspirazioni, che devono consumarsi in quelle quattro mura e una tantum in un’urna senza affetti reali perché non si traducano mai in critica, opposizione, ribellione.

È quella la famiglia che vogliono per noi,  dove chi ha la fortuna di avere un posto (abitualmente l’uomo che guadagna di più) è legittimato a vantare una superiorità riconosciuta socialmente e privatamente, dove alla donna viene raccomandata la gentile e appagante accettazione di un ruolo secondario così affine ai suoi codici genetici di gregarietà e accudimento in compiaciuta sostituzione di servizi e diritti. Una famiglia che si   esorta a tornare a usi e costumi tribali più convenienti e congrui con questi tempi di crisi, la cui sobria e severa compostezza autarchica suggerisce il rispristino di antiche tradizioni patriarcali, la tutela di valori sciacquati nelle acque inquinate del Po o i quelle assassine del Mediterraneo,  minacciati da invasioni criminali,  secondo comandi che passano per le cucine dove gli chef propongono zuppe di amare cicorie raccolte la domenica nei campi,  come espiazione di aver troppo voluto e mangiato, o in camera da letto, dove si incitano sciacquette dissipate ossessionate dalla carriera a riscoprire le gioie della maternità. Famiglie dove non vige il rispetto di antichi vincoli e patti generazionali ormai spezzati dall’astio e dal risentimento, ma l’obbligo a stare insieme perché non c’è spazio per la libera espressione di vocazioni, desideri, aspirazioni, dove si compie la riconfigurazione di nuclei arcaici forzati, autorità paterna, unica a aver diritto di parola,  e figure di contorno, figli senza speranza di futuro, mogli esautorate, zie zitelle rimaste in casa, nonni come un bancomat cui si rinfaccia  di essersi guadagnati la pensione.

A chi ci vuole così, espropriati, umiliati, ricattati , uomini e donne senza amore, anche quello ormai annoverato tra i privilegi, senza libertà, anche quella retrocessa a benevola elargizione, va tolto il diritto di parola. Restino loro nell’ombra, che spetta a noi riprenderci la luce e pure il sol dell’avvenire.


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