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Dal nulla di governo, rinasce il Ponte

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Noi adesso non ci metteremo a gridare contro qualcuno, non ci metteremo a litigare, non vogliamo distruggere. Noi non vogliamo vincere l’odio con più odio, vincere la violenza con più violenza, vincere il terrore con più terrore. E la nostra risposta a questo mondo in guerra ha un nome: si chiama fraternità, si chiama fratellanza”.

La più prestigiosa e autorevole delle sardine, ha anticipato così i contenuti cari al movimento durante la veglia di preghiera  durante la XXXI Giornata mondiale della gioventù di Cracovia nel 2016.  Come osservato in altre occasioni, è proprio il Papa che piace alla gente che piace e già allora recitava uno slogan altre volte ripreso, caro al renzipensiero che interpreta i sogni e le radiose visioni sviluppiste dei Costruttori ammessi al Grande Reset: ”Costruite ponti, non muri”.

Potrebbe proprio essere il motto della ricostruzione in sostituzione di “andrà tutto bene”. E difatti andrà bene per i dissennati cantieri in numero di 58 per opere infrastrutturali, prioritari in un’Italia dove è proibito viaggiare per diporto, accogliere turisti, far circolare mezzi che non siano i furgoni di Amazon, Coop, Glovo, metro e bus carichi di “essenziali”,  tutti sorvegliati e vigilati da altrettanti alti commissari la cui cerchia potrebbe arricchirsi con l’acquisizione degli espulsi senza otto giorni dal CTS, per via dell’accertata perizia nel  riciclare vecchi piani di emergenza e nel  fotocopiare studi previsionali impolverati.

Eh si, perché ci sarà da restituire una nuova giovinezza al ponte che ha occupato da anni e anni l’immaginario di tutti i malaffaristi, delle promesse del comparto della corruzione a norma di legge: il Ponte sullo Stretto, che si ripresenta periodicamente come un piatto indigesto ma ricco di ingredienti: appalti, affidamenti, ritardi, penali, materiali, controlli, consulenze, tutti elencati nelle ricette seguite per il Mose, la Tav, la Pedemontana, il tunnel del Brennero, l’Expo.

Ci aveva provato con strenua tenacia la ministra De Micheli, entusiasta dell’opportunità di spendere a vanvera i quattrini che aveva risparmiato lasciando senza tetto e aziende i terremotati, adesso guida il fronte dei pontieri il guastatore per eccellenza in veste di lobbista, alla testa di un “intergruppo”, lo chiamano così, per il Ponte, una joint venture di italiavivaisti, leghisti e forzisti  coesi “nello spirito unitario che contraddistingue il governo Draghi” e che annovera Faraone, Prestigiacomo, Furgiuele  e Schifani, insieme a meno note ballerine di fila e guitti del cabaret della modernizzazione.

Fonde queste anime belle l’intento programmatico di “dare un sostegno concreto alla ripresa dell’economia in un periodo in cui le idee devono riacquistare valore al di là di ideologie per il buon governo dell’Italia, ripartendo proprio dal cuore del Mediterraneo che, ancora una volta, si rivela fucina di innovazione e ispiratore del progresso”.   

La fucina, per dir la verità, di oro ne aveva forgiato anche quando era sulla carta. Bastavano a fare cassa chili e chili di cartacce pagate a peso, progetti, pareri, valutazioni, ipotesi, consulenze, workshop, facenti capo alla società “stretto di messina” che ha rivelato di essere di manica larga se in 40 anni, dal 1981 (da otto in liquidazione) ha già speso almeno 300 milioni per i 52 dipendenti (costo di sette milioni l’anno ) e l’attività corrente e forse ne dovrà sborsare altri 700 per via del contenzioso in corso con Impregilo, la ex società del gruppo Fiat oggi Eurolink  che   durante il governo Berlusconi aveva vinto il bando per la realizzazione dell’opera più bulimica, allucinata e delirante immaginata dei profeti del cemento.

Perfino l’Espresso di Gedi è stato costretto a pubblicare i dati sul vettovagliamento tra Scilla e Cariddi che ogni giorno mette in tavola 1500 euro riempiendo i piatti del Commissario liquidatore, ex capo di capo di gabinetto del ministro Giulio Tremonti  passato a offrire lo stesso servizio in nome della continuità a  ministri  dei governi Prodi e Monti, che dal 2103 riceve un compenso da 120mila euro l’anno come parte fissa, più 40mila di parte variabile, o della società di revisione dei conti che  ha revisionato  per gli anni 2018, 2019 e 2020 alla modica cifra di 36mila euro l’uno.

L’Anas, l’Autorità anticorruzione che potrebbe ragionevolmente prendersi in carico la chiusura dello sfarzoso baraccone, si è preoccupata finora delle varie e eventuali, voci minori, abbonamenti a banche dati e a giornali fiancheggiatori, in attesa che il mostro sorga dalle acque oppure, ipotesi cara all’ex presidenti si materializzi in un tunnel sotterraneo, in modo da mettere una pietra tombale di cemento, come negli usi di mafia, sulle spese pazze del passato.

Ma adesso potete immaginare  Renzi, Faraone, Prestigiacomo o Schifani, che, con piglio audace e proteiforme come si addice alla complessità dei tempi che chiede metamorfosi e cambio di casacche, fanno iniziare da qui, con l’edificazione del monumento simbolo la nuova era per un Paese completamente digitale in modo da applicare al tecnologia in ogni campo per collegare tutto e tutti non solo virtualmente con infrastrutture più si­cure ed efficienti come ipotizzava il Piano #italiaveloce «per un’Italia ad Alta velocità ferroviaria, aerea e marittima» e come – in attesa dei consigli per le svendite e gli acquisti di McKinsey –  prevede la bozza del Piano nazionale per accedere alle risorse del leggendario Recovery Fund con 13 tratte ferroviarie e 39 tra strade e autostrade, il completamento della Torino Lione, il collegamento con treni veloci da e per aeroporti, soprattutto quelli destinati a ampliamenti strategici Firenze e Pisa), con un budget di 196 miliardi.

Non poteva mancare quindi il Ponte sullo Stretto, che deve diventare un format replicabile per la realizzazione del sogno di un’Italia più verde e sostenibile, nel quadro della strategia pensata dall’immaginifica Confindustria per la QuartaIndustrializzazione, segnata dalla robotizzazione e dall’automazione, dall’efficienza delle interconessioni, dalla velocizzazione dei passaggi  dal progetto e dai prototipi alla produzione in serie attraverso tecnologie innovative, da una maggiore produttività attraverso minori tempi di set up (di impostazione), dalla riduzione di errori e fermi macchina, obiettivi facilmente conseguibili in un posto che a detta del Ministro per l’Innovazione considera la banda larga un’utopia, nel quale si favoleggia della Dad con almeno 4 bambini su 10 esclusi dall’istruzione scolastica, di un lavoro agile coi dipendenti obbligati a attrezzarsi con l’acquisto volontario di modem e abbonamento alla rete, ma pure con aziende che negli anni hanno approfittato dell’inefficienza e della burocratizzazione deplorata ma non contrastata per lucrare su ostacoli, ritardi, interventi progettuali, macchinosità delle procedure.

Cosa meglio di un Ponte tirato su in una delle aree più fortemente sismiche del nostro territorio, per ripetere il nostro recente prodigio green di Genova, esemplare modello di gestione commissariale,  che almeno aveva il merito di riparare con un progetto e un’opera al minimo sindacale di progettualità e innovazione tecnologica a crimini  reiterati e condivisi da tutti gli attori politici, amministratori, imprese, controllori, pesante, per ripetere la formidabile opera ingegneristica veneziana, che almeno ha il merito di affondare nei debiti e dell’inefficacia prima della Serenissima, costosa e dissipata, per ripetere i fallimenti prevedibili della Tav, della Brebemi, della Siracusa-Gela,  viadotti, tangenziali, bretelle, di interventi la cui inutilità è pari solo alla pressione esercitata sull’ambiente e sui bilanci pubblici.

E d’altra parte più che un oggetto fantasma è proprio un ideale immortale, se  il Ponte Berlusconi, così voleva chiamarlo l’allora ministro Matteoli, le ha passate tutte indenne come un Totem crudele e perverso, cancellato innumerevoli volte dai pacchetti di investimenti sotto i più svariati governi e resuscitato innumerevoli volte grazie a generosi rinvii riprodottisi sotto Monti, Letta, Renzi (che non lo voleva ma non lo demoliva) e Conte 1 e 2. Un totem senza tabù per i ladroni.


Ave Mario, morituri te salutant

Mi capita sempre più spesso di avvertire con angoscia tutta l’irrealtà nella quale viviamo e questa sensazione si è acuita da quando abbiamo Draghi in campo: è davvero incredibile quanta speranza venga riposta in questo bancario di lusso che incarna invece – e da ormai trent’anni – un progetto fondamentalmente anti italiano ed esplicitamente  anti sociale. Tuttavia questa disgraziata situazione ha almeno un aspetto positivo, quello di aver fatto piazza pulita da ogni equivoco: nella Lega ha ormai prevalso definitivamente l’anima liberista e confindustriale mettendo fine agli ambigui traccheggiamenti no euro e  no Europa, in realtà poco credibili ma asseverati “tecnicamente” da Bagnai e Borghi che però non se la sono sentita di essere contro quando il prezzo è diventato troppo alto. Per anni hanno avuto un rilievo e una visibilità che non avrebbero mai potuto sperare di ottenere, ma adesso sono rientrati nei ranghi e nel coro che accoglie Draghi. Così adesso l’odiato Salvini, quello che veniva esecrato come incarnazione del pericolo fascista, con il quale mai e poi mai ci si sarebbe potuto alleare è nel mucchio degli adoratori, il nemico per la pelle è diventato un prezioso alleato a dimostrazione finale della bancarotta totale della politica e della sua incapacità di esprimere idee che è contemporaneamente anche il fallimento delle classi dirigenti del Paese le quali a cominciare dagli anni ’90 hanno sempre più spinto verso una sorta di cesarismo, prima quello contestato e mediatico di Berlusconi, poi quello tracotante, ma insicuro di Monti e del guappo di Rignano, per trovare infine in Draghi la sua perfetta incarnazione.

Del resto cosa poteva fare un milieu politico privo di idee, che complessivamente ha sbagliato tutto quello che poteva sbagliare, che ha portato il Paese sull’orlo del baratro, che ha adottato politiche folli durante la pandemia, affidandole per di più a personaggi incompetenti di scandalosa opacità, e che ora, scemando l’emergenza, e subentrando un periodo di endemia sempre guidata dai poteri globalisti non sa più che pesci pigliare perché occorrerebbe avere una visione e un’autonomia che esso non ha: perciò è costretto a sperare in Draghi. Così in appena tre anni abbiamo visto due operazioni di indecoroso trasformismo quello dei Cinque Stelle e quello della Lega. I primi sono la maggiore forza in Parlamento, ma in pratica non esistono più nelle urne , la seconda si avvia a fare la medesima fine, visto che una volta perso il travestimento da opposizione non ha più ragione di essere. In pratica abbiamo un Parlamento che non rappresenta più nessuno, che sembra eletto su Marte e che tuttavia sarà portato a votare tutto quello che vorrà Draghi, ovvero una sorta di via greca alla dissoluzione, magari cercando di confezionare il tutto con la carta regalo della falsa ecologia che tanto piace ai gonzi che non pensano, non leggono, non capiscono, ma hanno solo parole d’ordine per sentirsi trendy e intelligenti.

A me piacerebbe anche dire che questa situazione, oltre a liberarci dei falsi oppositori e dei loro ideologi funamboli, apre, anzi spalanca  le condizioni per la creazione di una o più forze politiche  che vadano a riempire l’enorme vuoto che si sta creando e che di fatto coinvolge la metà dell’elettorato e probabilmente anche di più in un prossimo futuro quando si scoprirà che il nuovo Cesare non è onnipotente e che può fare ben poco dentro il paradigma che lui stesso ha contribuito ad affermare, ma temo che difficilmente  la vasta galassia che non è nemmeno riuscita a far ragionare gli impauriti dalla pandemia ed è stata persino vittima della mistificazione,  tragga nuova linfa dall’arrivo di Draghi per coagulare un’opposizione a largo raggio. Qualcuno spera insomma che sia proprio il dominio dell’ex banchiere europeo a costituire il motore di un aggregazione dell’area antagonista, ma francamente non ci credo  perché niente come il potere sa essere populista al momento opportuno e sa organizzare la sua stessa contestazione per poi dissolverla al momento giusto come la parabola del Movimento Cinque stelle dimostra ampiamente.  In un certo qual senso Draghi arriva a cogliere i frutti dopo trent’anni che lui stesso ha inaugurato la svendita delle aziende di stato che costituivano un bastione contro il neo liberismo occidentale ed europeo e nessuno ha fatto nulla per fermare questo processo. Temo che ancora una volta  il destino del Paese verrà deciso altrove..


Mala tempora currunt

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il maltempo si è abbattuto sull’Italia: precipitazioni  nevose sui settori alpini, colpiti il Veneto e il Friuli investiti da  raffiche di bora e mareggiate,  in Toscana voragine nel grossetano, nubifragio a Roma, a Ostia il vento ha devastato lo stabilimento della Vecchia Pineta dove si recavano i gerarchi e le loro signore e finora rimasto intatto, fenomeni a carattere temporalesco al Centro-Sud  dove notevoli accumuli di pioggia che hanno ingrossato i fiumi, portando esondazioni e frane in Campania, Basilicata e Calabria, venti forti  sulle regioni meridionali e sulle isole maggiori. In Sardegna è esondato esonda lo stagno di S’Ena Arrubia nell’Oristanese, tanto da richiedere la chiusura della strada provinciale. E a Venezia “San Marco non regge più” dice il Procuratore della Basilica.

 Nel  calendario lunare  cinese, ogni anno è legato a un animale. Fosse così in Italia, questo per le autorità sarebbe l’anno del cigno nero, tanto è loro cara l’applicazione  della  metafora che descrive così un evento non previsto, che prende di sorpresa con ricadute rilevanti e drammatiche. Così una crisi sociale che dura da anni e che si è concretizzata in emergenza sanitaria viene razionalizzata come un accadimento fulminante e fatale e non come l’esito certo di una catena di fattori di propagazione e incremento dei danno di una malattia, dall’inquinamento alla inadeguatezza del sistema sanitario a prevenire, curare assistere.

E benché ad ogni autunno un paese malandato, trascurato, trasandato, oggetto di sfruttamento delle risorse e del territorio, di consumo di suolo, speculazione e abusivismo, celebri un rito di rovina e di morte, la reazione è quella della sorpresa inaspettata, cui seguono gli atti ogni volta ripetuti e sempre uguali, richiesta del riconoscimento della stato di emergenza che produce misure speciali, commissariamenti di territorio, poteri eccezionali e risorse buttate senza risparmio per la riparazione che – lo sanno anche gli amministratori di condominio, costa di più dell’ordinaria manutenzione, e che viene affidata con agguiramenti di regole e controlli.

Quest’anno non viene riservato nemmeno il doveroso pensiero ad eventuali vittime, non catalogabili in assenza di opportuno tampone, così anche i titoli e  le passerella delle tv del dolore fanno scivolare il maltempo tra le brevi in cronaca.

Non desta sorpresa che ormai il maltempo sia, alla pari della criminalità, un elemento unificante del Paese troppo lungo: al nord operoso come nel mezzogiorno renitente crollano strade, franano montagne, si aprono voragini, straripano fiumi e torrenti, nella Calabria diventata allegoria del malgoverno come nell’operosa Lombardia dove il piano per il risanamento e la messa a regime di Lambro, Seveso e Olona giace nei cassetti ministeriali e regionali da ben più di trent’anni,  nella Sicilia i cui dirigenti politici sono concentrati sul ponte dei miracoli che dovrebbe collegarli a un sogno di sviluppo fatto di cemento, soldi sporchi, pastette e rischi, come nel Veneto diventato un posto dove si stoccano in discariche abusive rifiuti tossici, dove il brand del prosecco largamente infiltrato dalla mafia contribuisce  al dissesto di un territorio un tempo felice e pingue.

E per caso vi ricordate quando lo storico inglese Donald Sassoon sostenne che il buongoverno in Italia veniva percepito come una specificità̀ tipicamente emiliana, grazie a un modello di governo locale   capace di promuovere il benessere attraverso la stabilità politica e un’efficace azione amministrativa?

Qualcuno attraverso i dati di centri studi sostiene che la vittoria alle elezioni regionali di Bonaccini sulla candidata di Salvini sia dipesa da un “tesoretto” di fiducia che ancora resiste  nei confronti delle istituzioni locali e delle associazioni di rappresentanza con livelli di credibilità di Comuni e la Regione superiori al dato nazionale.

Verrebbe da chiederlo agli abitanti di Nonantola a quanto ammonta il gruzzolo di autorevolezza su cui conta il ceto dirigente locale, dopo lo straripamento del Panaro, la falla di 70 metri degli argini del  fiume che ha richiesto 4 squadre di operai, 150 mezzi pesanti per il trasporto di 4500 tonnellate di materiali   e chissà quanti quattrini in previsione dei fondi statali richiesti immediatamente dal presidente, partner con i colleghi di Lombardia e Veneto della sempre più singolare pretesa di autonomia dal governo centrale.

Anche Nonantola alluvionata deve essere stata una tremenda e inattesa rivelazione, malgrado nel 2017 il modenese fosse stato investito da fenomeni altrettanto estremi, malgrado la Padania, espressione cara a a pari merito ai leghisti con l’elmo con le corna in testa mentre suggono l’acqua benedetta del sacro fiume, come ai progressisti/riformisti reduci del sogno rosso, abbia dimostrato di essere una zona a rischio di eventi climatici e pure sanitari, che, si sa, le due cose non sono estranee l’una all’altra.

Le persone, le famiglie e le attività colpite sappiano che la Regione è al loro fianco, da subito- ha dichiarato Bonaccini nello spirito della rinascita tempestiva, un po’ come quella di Conte che ha annunciato urbi et orbi all’Avvenire che dalla primavera “decollerà la ricostruzione nel cratere del sisma del Centro Italia!”.   La cosa più importante, ha detto, è fare tutto ciò che è necessario per tornare in pochi giorni alla maggiore normalità possibile, facendo rientrare nelle proprie case chi le ha dovute lasciare e far ripartire pubblici esercizi e piccole attività, cominciando da chi era già stato penalizzato dalle misure restrittive anti-Covid”. 

E difatti ha stanziato nel ruolo di elemosiniere due milioni di euro per i ristori economici dei pubblici esercizi colpiti: commercio, piccoli negozi, bar e ristoranti, combinando le mancette della carità pandemica con quelle altrettanto arbitrarie della beneficienza climatica. Non è stato altrettanto sollecito nel fornire dati e preventivi su misure di tutela e salvaguardia del territorio, malgrado abbia a capo della sua compagine in qualità di vice presidente la grande speranza del progressismo “coraggioso”, quella copertina dell’Espresso della Gedi che rivendica di avere al primo posto tra i suoi “valori” l’ambiente.

E come non dare ragione a Chico Mendes quando diceva che  “l’ ambientalismo senza la lotta di classe è giardinaggio”, infatti par di vederla la Elly Schlein con cappelluccio in testa come una eroina di Barbara Pym che zappetta audacemente tra i rosai mentre il suo capo esige che venga rivisto il regime di autorizzazioni per le trivelle davanti ai litorali della regione, mentre mobilitava più di 70 unità mobili specializzate per girare in tutta la regione, provincia per provincia, per andare a cercare chi si sottraeva agli obblighi di isolamento, i positivi renitenti alla quarantena.

O mentre perfino in piena pandemia reclamava a fini turistici una nuova stazione della linea di Alta Velocità in corrispondenza della Fiera di Parma che faccia da pendant con quella di Reggio Emilia, o mentre autorizza la realizzazione di un polo logistico ad Altedo, una distopia costruttiva da  400.000 mq di superficie utile pari a 80 campi da calcio, al centro di una zona priva di collegamenti ferroviari, o mentre si espone personalmente, lui si che è un ardito, per rivedere la legge del 2017 sul consumo di suolo in modo da  renderla ancora più consona alla spirito della semplificazione, quindi più permissiva.

È che l’ambientalismo che piace alla gente che piace è quello della gran balla della green economy che pretende di sanare i guasti del mercato con il mercato, facendo raccogliere lattine, promuovendo il commercio delle licenze di inquinale e eliminando il famigerato olio di palma, è quello che denuncia lo scioglimento dei ghiacci nelle zone artiche, mentre si scioglie di gratitudine per costruttori e immobiliaristi, è quello che si commuove per le foche ma ha girato lo sguardo dallo spettacolo degli allevatori colpiti da terremoto del 2012 che hanno dovuto indebitarsi per rimettere in piedi stalle e attività.

Eh si hanno davvero un bel coraggio, la regione Emilia Romagna diversamente leghista e gli altri gaglioffi di Veneto e Lombardia,  a esigere, dopo le prestazioni in campo sanitario a ambientali come fosse meritata la secessione dei ricchi per liberarsi dalla zavorra meridionale e proprio in materia appunto di salute, istruzione, università, ricerca scientifica e tecnologica, lavoro, giustizia di pace, beni culturali, tutela dell’ambiente, rifiuti, bonifiche, caccia, difesa del suolo, governo del territorio, infrastrutture stradali e ferroviarie, rischio sismico, servizio idrico, commercio con l’estero, agricoltura e prodotti biologici, pesca e acquacoltura, politiche per la montagna, sistema camerale, coordinamento della finanza pubblica regionale, enti locali.

È che il coraggio dobbiamo averlo noi invece, di stanarli e poi confinarli perché non nuocciano gravemente alla salute e all’onore.


L’ultima sfida degli sceriffi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

È proprio vero, per quanto sia una delle tradizioni più consolidate, la pratica dello scaricabarili viene sempre accolta con sorpresa da chi pensava di essere stato esentato dall’onere delle responsabilità individuali e collettive, quelle che solitamente sono risparmiate  a chiunque sia entrato, col voto, per elezione o per protezione, per fidelizzazione o merito dinastico, nella cerchia oligarchica, ricadendo invece, secondo la buona regola incarnata più che da Rousseau o Constant o Hobbes o da Montesquieu, dal Marchese del Grillo, su ultimi e di questi tempi anche sui penultimi.  

Così non sorprende lo sdegno con cui i sindaci hanno accolto le recenti disposizioni che delegano loro scelte  moleste e  sgradite, impopolari anche se   vengono proposte come misure necessarie decise per il nostro bene,  quel bene che un popolino riottoso, indolente e capriccioso non sa perseguire.

A quanto pare proprio non avrebbe funzionato lo stato di eccezione istituito per far fronte all’emergenza sanitaria e attuato con procedimento d’urgenza, scavalcando il Parlamento, che è stato evocato solo in occasione di un referendum che ha avuto la funzione di un atto di fede nella maggioranza dell’esecutivo e pure della cosiddetta opposizione, dando poteri straordinari ad autorità speciali,  e ancora meno quella funzione pedagogica e moralizzatrice dei costumi popolari che si è voluta aggiungere ai compiti dell’esecutivo stabiliti dall’articolo 95 della Costituzione.

E dopo otto mesi di un’azione condotta con modalità accentratrici e autoritarie,   nei quali se le cose sembravano funzionare era merito del governo e se invece le cose andavano male era colpa della gente, articolata in target “criminali”, runners, vacanzieri, frequentatori di grigliate, clienti di locali per scambisti,  habituè di rave e orge, gitanti della sagra della porchetta finalmente proibita, spetterà a renitenti primi cittadini fare i guardiani  grazie a misure malviste quanto robuste quando non addirittura marziali, sanzioni, deterrenti, e magari  con l’aiuto di denunce e delazioni, eufemisticamente chiamate “segnalazioni”.

 Tocca a loro, per via di quell’equivoco secondo il quale sono i più vicini alla gente, i più radicati territorialmente, anche se da anni grazie alla inarrestabile erosione democratica, gli amministratori locali,  come i parlamentari, rappresentano delle entità fantasmatiche, remote, designata sulla base di liste bloccate e decise dalle nomenclature, siano partitiche o economiche e tecniche,  tanto che ormai il loro successo può essere decretato dal fatto che siano nuovi della partita e non ancora sperimentati o felicemente sconosciuti ai più.

Mentre da questa trasmissione di fastidiose deleghe sono graziate ancora una volta le regioni, cui pare spettino solo le frattaglie delle discoteche e il coprifuoco quando tutti dormono, tanto “intoccabili”, da non consentirne il commissariamento nemmeno nel caso accertato di malversazioni, incapacità, inadeguatezza, nemmeno quando pretendono un’autonomia, che sarebbe più corretto chiamare defezione o meglio ancora secessione, per perfezionare la tecnica già largamente adottata di sottrarsi al controllo mantenendo i benefici dello Stato, per favorire i processi di privatizzazione, quelli che in questi mesi hanno portato morte e oltraggio di diritti e prerogative.

A noi resta di fare da spettatori senza pop corn davanti a questo teatro dei pupi che fingono di duellare con gli spadoni di cartone per non farsi male, avendo imparato da tempo che poco importa da che livello decisionale  ci arrivano le bastonate. Così come abbiamo imparato che non fanno meno male se a infliggerle è qualcuno che sta a chilometro 0, al Campidoglio piuttosto che a Palazzo Chigi, a Palazzo Marino piuttosto che al Viminale.

Che affidamento potremmo dare a qualcuno che in nome del bene comune usa il Comune per trasformare l’urbanistica in una contrattazione a perdere con costruttori e immobiliaristi, sicché la tragedia dei senzatetto divento oggetto nel migliore dei casi di una commissione di studio e nella normalità di sgomberi forzati.

Che fiducia potremmo riporre in chi una il patrimonio immobiliare e artistico per compiacere probabili finanziatori di campagne elettorali che organizzano matrimoni sontuosi e convention sibaritiche, o in chi riduce qualsiasi bisogno e istanza dei cittadini in problema di ordine pubblico da risolvere con la polizia municipale cui un susseguirsi di disposizioni bipartisan ha conferito sempre più poteri.

Non a caso primi cittadini progressisti hanno adottato e applicato a tempo di record le norme dei decreti in materia di sicurezza e contrasto all’immigrazione irregolare di Minniti e Salvini, gli stessi o gli eredi ideali degli sceriffi non solo leghisti  della panchine riservate agli indigeni con apposito cartellino e catenella, quelli dei muri per isolare siti a rischio, delle mense dedicate agli abbienti non colorati, dei bus discriminatori come nell’Alabama di prima di Rosa Parks.

Non a caso sono loro a ergersi in difesa di un decoro autoctono oltraggiato dal kebab ma non dai lussuosi locali del sushi, dalle bancarelle dei vu cumprà promoter del   meticciato  commerciale più insidioso delle grandi firme globalizzate con vetrine e prodotti uguali a Venezia come ad Abu Dhabi.

Non a caso la loro impotenza e incapacità a agire è la stessa a tutte le latitudini e a tutti i livelli gerarchici  e decisionali, celata dietro l’alibi dei passivi di bilancio, dell’obbligo di obbedire a diktat sotto forma di fiscal compact e “obblighi” di stabilità, elusi nel caso di incaute sottoscrizioni di bolle, fondi e altri giochi di prestigio a perdere del casinò finanziario.

Non a caso si tratta di quei poteri che declinano le disuguaglianze su scala locale, tagliando i fondi per l’assistenza ai pubblici più vulnerabili, che hanno promosso la privatizzazione delle aziende di servizio, diventate carrozzoni clientelari, che applicano la regola di mercato di annettersi i profitti  e socializzare le perdite, peggiorando le prestazioni e elevando le tariffe.

E sono loro quelli degli stadi, dei ponti, delle Grandi Opere e dei Grandi Eventi, mentre il Lambro, il Seveso e l’Olona ogni autunno vomitano fuori dagli argini le loro acque inquinate, Venezia si allaga un giorno no e gli altri si, ma tanto è spopolata e i pochi rimasti si comprino gli stivali come ebbe a dire un illuminato primo cittadino, crollano rovinosamente i lungarni, Palermo si sgretola al primo temporale. E che non sottilizzano troppo in tema di amicizie e alleanze come dimostra il numero di comuni sciolti per mafia: 45 nel 2019, gli appalti truccati, gli incarichi e le consulenze a cattivi soggetti.

Ci sono anche loro a badare alle frontiere segnate per separare chi merita di essere tutelato e protetto da chi attenta al decoro e alla decenza, alla sicurezza e alla salute, punendo   il mendicante, non chi organizza i mercati della povertà, la prostituta, non chi gestisce la tratta del sesso, chi non osserva il distanziamento sociale e non chi permette che i bus e le metropolitane siano stipate come i carri diretti al macello.

C’è sempre da sospettare dei teatrini che mettono in scena per noi, dandosi finte mazzate, impreparati dopo otto mesi a fronteggiare l’emergenza da cui pensavano di trarre profitto, inadeguati o riottosi a praticare  le soluzioni più semplici e dirette: contagi nelle scuole? Bastava investire  sull’edilizia scolastica, sulle assunzioni e sul potenziamento dei mezzi pubblici invece di trastullarsi coi banchi a rotelle e con la Dad.

Code ai drive in e congestione dei reparti? Bastava indirizzare risorse immediate sulla sanità pubblica e potenziare la medicina territoriale e di base, invece di giocherellare con le improbabili risorse del Mes e delle elemosine europee.

Interi comparti stanno dichiarando fallimento, quelli che hanno creato e mantenuto il tessuto economico del paese e migliaia di persona vanno a ripopolare l’esercito dei disoccupati? Non sarebbe stata ora di far ringoiare a Bonomi il suo fiele  e i mugugni della Commissione europea contro i sussidi (peraltro ampiamente parziali e insufficienti) ipotizzati a beneficio delle fasce deboli della popolazione, a fronte delle cifre messe a disposizione delle imprese, circa il 50 percento su 110 miliardi delle varie manovre che si sono succedute da marzo ad oggi?

Continuano a sbagliare, continuano a voler sbagliare. Ma noi sbagliamo a sopportarlo.


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