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Settimo comandamento: cacciare

sesto  Anna Lombroso per il Simplicissimus

La capitale morale è una città obesa che ha già ingurgitato tonnellate di  cemento, vetro,  acciaio, asfalto  e che ne vuole ingoiare molte altre ancora grazie a progetti che interessano 3 milioni di metri quadrati:   area ex Expo (1,1 milioni di metri quadrati), scali ferroviari (1,2 milioni di metri quadrati), Bovisa Gasometro (850 mila metri quadrati), Aree Falk e Città della Salute (1,4 milioni di metri quadrati). E poi Città Studi, Citylife, Fiera Milano City, Piazza d’Armi e   Milano Santa Giulia a Rogoredo. La stessa città che  ha invenduti o sfitti 1,5 milioni di metri quadrati a uso commerciale, dove è vuoto il 6,8 per cento degli uffici nelle aree centrali, il 16 per cento in periferia e il 13 per cento nella cintura.

E circa  30 mila appartamenti sfitti o inutilizzati di edilizia residenziale.

Eppure è la stessa capitale morale che ieri ha mobilitato per un blitz  molto muscolare ed energico decine di agenti e militari  per liberare  dai “residenti temporanei” il palazzo di Sesto San Giovanni occupato,  un tempo sede degli uffici dell’ex compagnia di bandiera, uno stabile di  sette piani  occupato da decine di senza tetto tra cui 25 bambini.

Per il comune di Sesto – si non è Milano ma il contagio del cemento ha invaso tutto l’hinterland – che aveva dimostrato di non essere capace di fornire una soluzione dignitosa e tempestiva, quel palazzone era una spina nel fianco: perché un gruppo di persone, volontari, gente dei centri sociali, aveva realizzato un’alternativa decorosa e accettabile ai paria,  licenziati, pensionati sotto il livello di decenza, famiglie sfrattate con figli e anziani a carico, che si erano autoregolamentati e autogestiti, contribuendo alla gestione della “comune” così invisa a chi è affetto da quella imperitura forma di razzismo che ha come obiettivo i poveri, da emarginare fino all’invisibilità, da cancellare perché turbano non le coscienza, non sia mai, ma la rispettabilità e la reputazione.  Mentre aspettavano in piazza che venissero svolte le procedure di identificazione, i nostri nativi irregolari trattati alla stregua degli esterni colpevolmente clandestini, arrivati là dopo che Milano se li era tolti di torno, grazie a una mediazione con il Comune di Sesto, spostandoli  da via Oglio, in zona Corvetto, cercavano di far sapere agli scarsi testimoni per caso – alla stampa certi repulisti non interessano granché – che da anni cercavano di mettersi in regola, chiedendo la sospensione il distacco delle utenze, ancora là dai tempi dell’Alitalia, in modo da farsene carico. E che avevano fatto di quel l’edificio, un condominio “civile”, pulito e decente, allestendo perfino due mercatini dell’usato per l’autofinanziamento, una sala giochi per i bambini, spazi e cucina comuni.

Quei testimoni per caso oggi, a un giorno di distanza, si sono accorti della notizia, buona per aggiungere altra riprovazione a quella sparsa con generosità contro l’increscioso ministro dell’Interno e il terreno di coltura della sua malapianta. Alla quale mi aggiungo di buon grado, ricordando però che certi atti di forza, così indegni e disdicevoli rientrano nella tipologia autorizzata, anzi promossa, dalla nuova fase di gestione dell’ordine pubblico attuata per legge dal precedente governo, quando gli educati “progressisti” del cosiddetto centro sinistra nella speranza di scucire qualche voto all’impresentabile Gran Maleducato,  decise di inseguire le destre sul terreno securitario del “sorvegliare e punire”, supera e inasprendo le previsioni del deprecato Decreto Sicurezza di Maroni del 2008, in modo da rafforzare il quadro dei dispositivi penali per gestire le conseguenze sociali generate dalle aberrazioni del mercato e di rimuovere dal panorama urbano le moleste comparse del teatro della marginalità.

Le ruspe per la bonifica delle periferie (Capalbio compresa?), i pogrom nei campi rom, non sono il nauseabondo riflusso che esce dal ventre dei neofascisti in felpa o da una plebe rabbiosa e ignorante legittimata a rivendicare rifiuto e intolleranza difensivi, macché. Si muovono  nel solco tracciato anche  dai sindaci del centro sinistra che hanno tirato su muretti e recinti nelle pingui cittadine del Nordest, che hanno messo le targhette sulle panchine “dedicate” solo agli indigeni, da Veltroni che inaugura la stagione delle pulizie etniche negli accampamenti rom con una ferocia che non ha avuto uguali nemmeno nel successore, perché razzismo e xenofobia esercitata quest’ultima contro il Terzo Mondo interno, sono  il carattere e la qualità della conversione delle politiche sociali in politiche della sicurezza, comprensiva della opportunità di favorire l’espulsione dalla società civile di coloro che la società civile  non è più in grado di includere.

E con l’intento di colpire gli ultimi per accontentare  i penultimi, grazie a quelle che sono state definite regolamentazioni “ibride”   o “semi-penali”, quelle indirizzate al controllo di un’ampia gamma di comportamenti,  soprattutto di quelli che si manifestano nello spazio pubblico,  posti in essere da gruppi  dagli esclusi e dai sommersi  e che sono percepiti come problematici per l’ordine sociale, indipendentemente dall’essere definiti, o meno, come reati dal codice penale: come, ad esempio, il trasferimento dagli stadi del Daspo urbano, un dispositivo che può essere applicato a chi viene denunciato o fermato per reati minori, ma anche per chi sostiene la lotta per il diritto all’abitare, dei lavoratori in sciopero o promuove le lotte collettive per il riuso e il riutilizzo degli spazi abbandonati, in modo  da  “prevenire”, condannandolo a priori,  il dissenso  di chi  esprime bisogni e rivendica diritti,  come si è visto   in occasione delle manifestazioni per la celebrazione del 60° anniversario dei Trattati di Roma, quando decine di manifestanti hanno ricevuto fogli di via dal territorio romano, prima ancora di arrivare in città.

In fondo è l’Europa che ce lo chiede, qui, in Francia, in Spagna, in Austria, in Belgio, mica solo nell’abbietta Ungheria, dove ordinanze per per il civismo e la convivenza regolano l’abusivismo commerciale, la mendicità, il disturbo della quiete pubblica (compreso il gioco del pallone in strada), la prostituzione, con innegabile preferenza a colpire gli ultimi anelli della catena (proprio come gli ambulanti nelle spiagge), piuttosto che  mandanti, sfruttatori, speculatori, capi clan, padroni e padroncini  che organizzano le reti criminali che lucrano sulla  sopravvivenza degli “inabissati” nelle economie di sussistenza delle nostre città.

Non rallegriamoci che l’ordine torni a regnare a Sesto, sul bagnasciuga, intorno a noi, che siamo a rischio di passare dallo stato di penultimi a quello di ultimi.

 

 

 

 

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Si Salvini chi può

194042401-311079af-953d-4d5c-b03d-b5064ac773f9Debbo confessare di rimanere sempre sorpreso dagli eventi italiani. Uno di questi è che un politico considerato da sempre di secondo piano come Salvini, che dalla fine del liceo non ha mai fatto né un giorno di lavoro né di studio e le cui idee, almeno quelle espresse pubblicamente, rasentano il confine del primitivismo, è diventato d’emblée una sorta di nuovo totem e tabù della politica. Sebbene l’informazione maistream  bastoni ogni giorno e ogni momento il governo populista, il masaniellismo interiore che è una delle anime del Paese non può fare a meno di costruire attorno a lui un’aura da icona negativa che in qualche modo legittima e assevera tutti i cattivi istinti.

Ciò accade per una serie di motivi tra i quali c’è il fatto che la Lega in quanto partito storico appare in qualche modo meno populista dei Cinque Stelle, comunque più controllabile da vicino e con un programma che tutto sommato fa molto meno paura alla razza padrona la quale anzi ha tutto da guadagnare da operazioni come quella della flat tax o dello sbrindellamento dello stato centrale che sono del resto tra gli obiettivi dell’oligarchia europea. Dunque il sovradimensionamento di Salvini rispetto ai Cinque stelle è in parte intenzionale, ma c’è anche da dire che il leader della Lega gioca con molta facilità per esempio sulla migrazione, grazie all’ipocrisia delle leadership europea e al progetto confuso, ambiguo e farisaico di accoglimento che esse perseguono sostanzialmente al fine di spezzare le reni ai salariati autoctoni e alle loro tutele. Il suo gioco è facile perché la sua base attiva è molto più caratterizzata ed è sostanzialmente  il popolo delle partite Iva e della microimpresa (dipendenti compresi) che in origine pensava di poter contare e guadagnare molto di più, di avere maggiore libertà dalle regole, con un federalismo egoista e oggi, trascinata verso il basso dalla crisi, pensa la stessa cosa dell’Europa, pur avendo introiettato i fondamentali del sistema neo liberista e ordoliberista che ne è alla base.  Insomma si tratta di uno zoccolo duro che ancora non ha compreso come proprio proprio questo modello di riferimento con le sue disuguaglianze di fondo tenda a decimare la classe media, a renderla sostanzialmente inutile e proletarizzabile.

Un ritorno a una maggiore autonomia e sovranità nazionale potrà rallentare questo processo, ma non invertire la rotta che è nella logica di un’economia di mercato priva di correttivi: senza cambiamenti radicali di visione sociale, la sempre maggiore concentrazione della ricchezza in pochissime mani continuerà ad andare avanti, ma questi saranno i temi e i problemi dei prossimi anni, per ora Salvini può cavalcare senza troppi ostacoli. Una cosa che invece non è possibile ai Cinque stelle i quali si trovano a dover fare i conti con un elettorato molto più articolato e che comprende praticamente la totalità dei ceti e una vastissima gamma di opinioni e di umori: il boom è venuto proponendo strumenti di sostegno al reddito che vanno a sostituire, soprattutto al Sud, un tipo di occupazione direttamente o indirettamente  dipendente dal settore pubblico che sta venendo meno a causa dei dogmi dell’austerità imposti da Bruxelles e investe inoltre tutto il settore della sottoccupazione cresciuto in maniera impressionante e drammatica negli ultimi anni.

Si tratta in qualche modo di un progetto antitetico sotto tutti i punti di vista, molto più complesso rispetto a quello di Salvini e potenzialmente molto più pericoloso per la razza padrona visto che chiama alla sbarra alcuni passi del breviario neoliberista. L’alleanza fra queste due forze è tuttavia possibile, anzi sotto certi aspetti necessaria, perché a questo punto qualunque passo in una direzione o nell’altra implica necessariamente un netto recupero di autonomia finanziaria rispetto ai diktat europei sia che si tratti di ridurre le tasse (si spera solo ai meno abbienti) o di tornare a redistribuire un po’ di reddito. Dunque il governo Conte può esistere solo nella misura in cui riuscirà a rendere più autonomo il Paese da  quei poteri globalizzanti, non elettivi oltreché reazionari che lo hanno nelle grinfie prima ancora di decidere cosa fare. Francamente non so dire se ce la farà anche se le recenti polemiche tedesche all’interno della Cdu – Csu rendono molto visibile il declino della Merkel e indeboliscono certe ferree modalità dell’Europa (per la verità più vicine a Salvini che non a Di Maio), se non tutto l’edificio che in fondo poggia sul pilastro tedesco, ma credo che la vera chance sia andare oltre il piccolo mondo europeo e cominciare davvero a collegarsi più strettamente al processo di nuova multi polarizzazione del mondo nel quale i singoli Paesi del continente possono sentirsi molto più a loro agio del corpaccione atono e farraginoso della Ue, le cui elites  sono del resto troppo legate agli Usa per apprezzare e permettere una qualche autonomia continentale. Vedremo se lo spettacolo che ci aspetta sarà una farsa o qualcosa di serio.


Stampa e potere: tutto disperatamente normale

querele-temerarieOggi voglio parlare un po’ di me o meglio del giornalismo, della comunicazione, della realtà italiana. Prendo spunto da una notizia presa dal Manifesto secondo la quale  tre giornalisti del Fatto, della Stampa e di Repubblica sono stati fermati a Bolzano dalla Guardia di Finanza e tenuti in caserma tre ore per rispondere a domande sui loro articoli, riguardanti l’indagine della procura di Genova sui famosi 48 milioni della Lega alcuni dei quali potrebbero essere transitati sulla Sparkasse di Bolzano. E naturalmente siccome il capo del partito, ovvero Salvini, è oggi anche ministro del’Interno. la cosa suona come intimidazione da parte delle forze dell’ordine e della magistratura provocando un indignato comunicato della Federazione nazionale della stampa, anche se non è affatto escluso che si tratti di una semplice raccolta di informazioni.

Certo tutto è terribilmente ambiguo, ma nonostante questo si tratta comunque di una strumentalizzazione nella battaglia contro il governo “populista” appena insediatosi, perché questo tipo di interventi sulla libertà di stampa non sono affatto rari e sarebbero praticamente quotidiani se non non ci fosse a monte un ordine editoriale legato al potere, un’autocensura ancor più soffocante e se nei confronti delle testate più paludate la “moral suasion” degli alti gradi delle forze dell’ordine, la pressione politica, la minaccia velata non si sostituisse all’interrogatorio vero e proprio. Chiunque abbia fatto il giornalista lo sa perfettamente e chiunque abbia studiato la storia di questo Paese sa che questo avviene da sempre, che l’informazione è considerata tutto sommato indebita  e che in Italia il senso finale del potere spesso coincide con il suo abuso.

Così vi racconto una storia di qualche anno fa, quando già avevo aperto questo blog e mi ritrovai a scrivere di un personaggio della destra nazifascista. Allora lavoravo un po’ all’estero e un po’ al di fuori del luogo di residenza, ero perciò in certo qual modo irrintracciabile: tuttavia il personaggio in questione, senza mai provare a smentire sul blog stesso o via mail cosa che gli avrebbe consentito di sbrigare la cosa in mezz’ora, riuscì a smuovere mari, monti e servizi segreti per trovarmi (gli ci è voluto un anno) e per farmi interrogare dalla polizia sulle mie fonti che erano poi le dichiarazioni stesse del personaggio rese pubblicamente. Vennero anche interrogati dalla Dia alcuni collaboratori del blog. Tutto è ricominciato un anno dopo perché nel frattempo avevo cambiato domicilio e numero di cellulare ed ero di nuovo irrintracciabile: una profusione di denaro pubblico che non saprei quantificare, ma comunque del tutto sproporzionata alla volontà di un tizio qualunque di sfuggire al confronto e adire le vie legali, poi finite in nulla anche perché il sottoscritto non presentava il profilo economico che il personaggio in questione si aspettava. Tutto questo implica ovviamente l’esistenza di un circuito sottotraccia tra polizia, servizi e persino magistratura e non tanto per il mio singolo caso, ma perché pare che personaggi di questo genere abbiano vere e proprie industrie della denuncia rese possibili nel migliore dei casi dalle assurdità arcaiche della legge. Di fondo però c’è l’odio del notabilato, persino di quello più straccione, nei confronti della libertà di espressione sentita come un’illecito da reprimere, un  sentimento condiviso in fondo da tutta l’elite anche se in modi diversi, con i tribunali, con legislazioni restrittive o punitive, con la campagna contro le fake news o nel caso di poteri effettivi, ma illegali, con la minaccia a mano armata. Secondo l’osservatorio “Ossigeno per l’informazione” gli atti di intimidazione avvenuti nel 2017 (almeno quelli di cui si sa) nei confronti di giornalisti sono stati 423, 156 avvertimenti, 84 aggressioni, 17 danneggiamenti, 136 denunce e azioni legali, 30 ostacoli alla liberta’ di informazione che appunto si configurano come interrogatori. Ma le segnalazioni che non è stato possibile approfondire sono quasi tre volte più numerose.

Dunque nella vicenda dei tre giornalisti interrogati a Bolzano non c’è nulla di nuovo o di particolarmente allarmante rispetto alla normalità delle cose, di nuovo c’è solo il fatto che giornalisti comodi per il vecchio potere – che su questa vicenda dei 48 milioni di soldi della Lega finiti in Lussemburgo ha fatto fuoco e fiamme in campagna elettorale – si siano trasformati in scomodi per il nuovo. Del resto se nessun giornalista di grande e piccola testata è stato mai interrogato sulla vicenda che oppone Renzi a Maiorano con il suo carico di 6 chili di fatture che dimostrerebbero le spese folli del guappo di Rignano, è semplicemente perché nessuno ne ha mai parlato o si è interessato attivamente del caso. Tutto terribilmente, disperatamente normale.


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