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Mala tempora currunt

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il maltempo si è abbattuto sull’Italia: precipitazioni  nevose sui settori alpini, colpiti il Veneto e il Friuli investiti da  raffiche di bora e mareggiate,  in Toscana voragine nel grossetano, nubifragio a Roma, a Ostia il vento ha devastato lo stabilimento della Vecchia Pineta dove si recavano i gerarchi e le loro signore e finora rimasto intatto, fenomeni a carattere temporalesco al Centro-Sud  dove notevoli accumuli di pioggia che hanno ingrossato i fiumi, portando esondazioni e frane in Campania, Basilicata e Calabria, venti forti  sulle regioni meridionali e sulle isole maggiori. In Sardegna è esondato esonda lo stagno di S’Ena Arrubia nell’Oristanese, tanto da richiedere la chiusura della strada provinciale. E a Venezia “San Marco non regge più” dice il Procuratore della Basilica.

 Nel  calendario lunare  cinese, ogni anno è legato a un animale. Fosse così in Italia, questo per le autorità sarebbe l’anno del cigno nero, tanto è loro cara l’applicazione  della  metafora che descrive così un evento non previsto, che prende di sorpresa con ricadute rilevanti e drammatiche. Così una crisi sociale che dura da anni e che si è concretizzata in emergenza sanitaria viene razionalizzata come un accadimento fulminante e fatale e non come l’esito certo di una catena di fattori di propagazione e incremento dei danno di una malattia, dall’inquinamento alla inadeguatezza del sistema sanitario a prevenire, curare assistere.

E benché ad ogni autunno un paese malandato, trascurato, trasandato, oggetto di sfruttamento delle risorse e del territorio, di consumo di suolo, speculazione e abusivismo, celebri un rito di rovina e di morte, la reazione è quella della sorpresa inaspettata, cui seguono gli atti ogni volta ripetuti e sempre uguali, richiesta del riconoscimento della stato di emergenza che produce misure speciali, commissariamenti di territorio, poteri eccezionali e risorse buttate senza risparmio per la riparazione che – lo sanno anche gli amministratori di condominio, costa di più dell’ordinaria manutenzione, e che viene affidata con agguiramenti di regole e controlli.

Quest’anno non viene riservato nemmeno il doveroso pensiero ad eventuali vittime, non catalogabili in assenza di opportuno tampone, così anche i titoli e  le passerella delle tv del dolore fanno scivolare il maltempo tra le brevi in cronaca.

Non desta sorpresa che ormai il maltempo sia, alla pari della criminalità, un elemento unificante del Paese troppo lungo: al nord operoso come nel mezzogiorno renitente crollano strade, franano montagne, si aprono voragini, straripano fiumi e torrenti, nella Calabria diventata allegoria del malgoverno come nell’operosa Lombardia dove il piano per il risanamento e la messa a regime di Lambro, Seveso e Olona giace nei cassetti ministeriali e regionali da ben più di trent’anni,  nella Sicilia i cui dirigenti politici sono concentrati sul ponte dei miracoli che dovrebbe collegarli a un sogno di sviluppo fatto di cemento, soldi sporchi, pastette e rischi, come nel Veneto diventato un posto dove si stoccano in discariche abusive rifiuti tossici, dove il brand del prosecco largamente infiltrato dalla mafia contribuisce  al dissesto di un territorio un tempo felice e pingue.

E per caso vi ricordate quando lo storico inglese Donald Sassoon sostenne che il buongoverno in Italia veniva percepito come una specificità̀ tipicamente emiliana, grazie a un modello di governo locale   capace di promuovere il benessere attraverso la stabilità politica e un’efficace azione amministrativa?

Qualcuno attraverso i dati di centri studi sostiene che la vittoria alle elezioni regionali di Bonaccini sulla candidata di Salvini sia dipesa da un “tesoretto” di fiducia che ancora resiste  nei confronti delle istituzioni locali e delle associazioni di rappresentanza con livelli di credibilità di Comuni e la Regione superiori al dato nazionale.

Verrebbe da chiederlo agli abitanti di Nonantola a quanto ammonta il gruzzolo di autorevolezza su cui conta il ceto dirigente locale, dopo lo straripamento del Panaro, la falla di 70 metri degli argini del  fiume che ha richiesto 4 squadre di operai, 150 mezzi pesanti per il trasporto di 4500 tonnellate di materiali   e chissà quanti quattrini in previsione dei fondi statali richiesti immediatamente dal presidente, partner con i colleghi di Lombardia e Veneto della sempre più singolare pretesa di autonomia dal governo centrale.

Anche Nonantola alluvionata deve essere stata una tremenda e inattesa rivelazione, malgrado nel 2017 il modenese fosse stato investito da fenomeni altrettanto estremi, malgrado la Padania, espressione cara a a pari merito ai leghisti con l’elmo con le corna in testa mentre suggono l’acqua benedetta del sacro fiume, come ai progressisti/riformisti reduci del sogno rosso, abbia dimostrato di essere una zona a rischio di eventi climatici e pure sanitari, che, si sa, le due cose non sono estranee l’una all’altra.

Le persone, le famiglie e le attività colpite sappiano che la Regione è al loro fianco, da subito- ha dichiarato Bonaccini nello spirito della rinascita tempestiva, un po’ come quella di Conte che ha annunciato urbi et orbi all’Avvenire che dalla primavera “decollerà la ricostruzione nel cratere del sisma del Centro Italia!”.   La cosa più importante, ha detto, è fare tutto ciò che è necessario per tornare in pochi giorni alla maggiore normalità possibile, facendo rientrare nelle proprie case chi le ha dovute lasciare e far ripartire pubblici esercizi e piccole attività, cominciando da chi era già stato penalizzato dalle misure restrittive anti-Covid”. 

E difatti ha stanziato nel ruolo di elemosiniere due milioni di euro per i ristori economici dei pubblici esercizi colpiti: commercio, piccoli negozi, bar e ristoranti, combinando le mancette della carità pandemica con quelle altrettanto arbitrarie della beneficienza climatica. Non è stato altrettanto sollecito nel fornire dati e preventivi su misure di tutela e salvaguardia del territorio, malgrado abbia a capo della sua compagine in qualità di vice presidente la grande speranza del progressismo “coraggioso”, quella copertina dell’Espresso della Gedi che rivendica di avere al primo posto tra i suoi “valori” l’ambiente.

E come non dare ragione a Chico Mendes quando diceva che  “l’ ambientalismo senza la lotta di classe è giardinaggio”, infatti par di vederla la Elly Schlein con cappelluccio in testa come una eroina di Barbara Pym che zappetta audacemente tra i rosai mentre il suo capo esige che venga rivisto il regime di autorizzazioni per le trivelle davanti ai litorali della regione, mentre mobilitava più di 70 unità mobili specializzate per girare in tutta la regione, provincia per provincia, per andare a cercare chi si sottraeva agli obblighi di isolamento, i positivi renitenti alla quarantena.

O mentre perfino in piena pandemia reclamava a fini turistici una nuova stazione della linea di Alta Velocità in corrispondenza della Fiera di Parma che faccia da pendant con quella di Reggio Emilia, o mentre autorizza la realizzazione di un polo logistico ad Altedo, una distopia costruttiva da  400.000 mq di superficie utile pari a 80 campi da calcio, al centro di una zona priva di collegamenti ferroviari, o mentre si espone personalmente, lui si che è un ardito, per rivedere la legge del 2017 sul consumo di suolo in modo da  renderla ancora più consona alla spirito della semplificazione, quindi più permissiva.

È che l’ambientalismo che piace alla gente che piace è quello della gran balla della green economy che pretende di sanare i guasti del mercato con il mercato, facendo raccogliere lattine, promuovendo il commercio delle licenze di inquinale e eliminando il famigerato olio di palma, è quello che denuncia lo scioglimento dei ghiacci nelle zone artiche, mentre si scioglie di gratitudine per costruttori e immobiliaristi, è quello che si commuove per le foche ma ha girato lo sguardo dallo spettacolo degli allevatori colpiti da terremoto del 2012 che hanno dovuto indebitarsi per rimettere in piedi stalle e attività.

Eh si hanno davvero un bel coraggio, la regione Emilia Romagna diversamente leghista e gli altri gaglioffi di Veneto e Lombardia,  a esigere, dopo le prestazioni in campo sanitario a ambientali come fosse meritata la secessione dei ricchi per liberarsi dalla zavorra meridionale e proprio in materia appunto di salute, istruzione, università, ricerca scientifica e tecnologica, lavoro, giustizia di pace, beni culturali, tutela dell’ambiente, rifiuti, bonifiche, caccia, difesa del suolo, governo del territorio, infrastrutture stradali e ferroviarie, rischio sismico, servizio idrico, commercio con l’estero, agricoltura e prodotti biologici, pesca e acquacoltura, politiche per la montagna, sistema camerale, coordinamento della finanza pubblica regionale, enti locali.

È che il coraggio dobbiamo averlo noi invece, di stanarli e poi confinarli perché non nuocciano gravemente alla salute e all’onore.


L’ultima sfida degli sceriffi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

È proprio vero, per quanto sia una delle tradizioni più consolidate, la pratica dello scaricabarili viene sempre accolta con sorpresa da chi pensava di essere stato esentato dall’onere delle responsabilità individuali e collettive, quelle che solitamente sono risparmiate  a chiunque sia entrato, col voto, per elezione o per protezione, per fidelizzazione o merito dinastico, nella cerchia oligarchica, ricadendo invece, secondo la buona regola incarnata più che da Rousseau o Constant o Hobbes o da Montesquieu, dal Marchese del Grillo, su ultimi e di questi tempi anche sui penultimi.  

Così non sorprende lo sdegno con cui i sindaci hanno accolto le recenti disposizioni che delegano loro scelte  moleste e  sgradite, impopolari anche se   vengono proposte come misure necessarie decise per il nostro bene,  quel bene che un popolino riottoso, indolente e capriccioso non sa perseguire.

A quanto pare proprio non avrebbe funzionato lo stato di eccezione istituito per far fronte all’emergenza sanitaria e attuato con procedimento d’urgenza, scavalcando il Parlamento, che è stato evocato solo in occasione di un referendum che ha avuto la funzione di un atto di fede nella maggioranza dell’esecutivo e pure della cosiddetta opposizione, dando poteri straordinari ad autorità speciali,  e ancora meno quella funzione pedagogica e moralizzatrice dei costumi popolari che si è voluta aggiungere ai compiti dell’esecutivo stabiliti dall’articolo 95 della Costituzione.

E dopo otto mesi di un’azione condotta con modalità accentratrici e autoritarie,   nei quali se le cose sembravano funzionare era merito del governo e se invece le cose andavano male era colpa della gente, articolata in target “criminali”, runners, vacanzieri, frequentatori di grigliate, clienti di locali per scambisti,  habituè di rave e orge, gitanti della sagra della porchetta finalmente proibita, spetterà a renitenti primi cittadini fare i guardiani  grazie a misure malviste quanto robuste quando non addirittura marziali, sanzioni, deterrenti, e magari  con l’aiuto di denunce e delazioni, eufemisticamente chiamate “segnalazioni”.

 Tocca a loro, per via di quell’equivoco secondo il quale sono i più vicini alla gente, i più radicati territorialmente, anche se da anni grazie alla inarrestabile erosione democratica, gli amministratori locali,  come i parlamentari, rappresentano delle entità fantasmatiche, remote, designata sulla base di liste bloccate e decise dalle nomenclature, siano partitiche o economiche e tecniche,  tanto che ormai il loro successo può essere decretato dal fatto che siano nuovi della partita e non ancora sperimentati o felicemente sconosciuti ai più.

Mentre da questa trasmissione di fastidiose deleghe sono graziate ancora una volta le regioni, cui pare spettino solo le frattaglie delle discoteche e il coprifuoco quando tutti dormono, tanto “intoccabili”, da non consentirne il commissariamento nemmeno nel caso accertato di malversazioni, incapacità, inadeguatezza, nemmeno quando pretendono un’autonomia, che sarebbe più corretto chiamare defezione o meglio ancora secessione, per perfezionare la tecnica già largamente adottata di sottrarsi al controllo mantenendo i benefici dello Stato, per favorire i processi di privatizzazione, quelli che in questi mesi hanno portato morte e oltraggio di diritti e prerogative.

A noi resta di fare da spettatori senza pop corn davanti a questo teatro dei pupi che fingono di duellare con gli spadoni di cartone per non farsi male, avendo imparato da tempo che poco importa da che livello decisionale  ci arrivano le bastonate. Così come abbiamo imparato che non fanno meno male se a infliggerle è qualcuno che sta a chilometro 0, al Campidoglio piuttosto che a Palazzo Chigi, a Palazzo Marino piuttosto che al Viminale.

Che affidamento potremmo dare a qualcuno che in nome del bene comune usa il Comune per trasformare l’urbanistica in una contrattazione a perdere con costruttori e immobiliaristi, sicché la tragedia dei senzatetto divento oggetto nel migliore dei casi di una commissione di studio e nella normalità di sgomberi forzati.

Che fiducia potremmo riporre in chi una il patrimonio immobiliare e artistico per compiacere probabili finanziatori di campagne elettorali che organizzano matrimoni sontuosi e convention sibaritiche, o in chi riduce qualsiasi bisogno e istanza dei cittadini in problema di ordine pubblico da risolvere con la polizia municipale cui un susseguirsi di disposizioni bipartisan ha conferito sempre più poteri.

Non a caso primi cittadini progressisti hanno adottato e applicato a tempo di record le norme dei decreti in materia di sicurezza e contrasto all’immigrazione irregolare di Minniti e Salvini, gli stessi o gli eredi ideali degli sceriffi non solo leghisti  della panchine riservate agli indigeni con apposito cartellino e catenella, quelli dei muri per isolare siti a rischio, delle mense dedicate agli abbienti non colorati, dei bus discriminatori come nell’Alabama di prima di Rosa Parks.

Non a caso sono loro a ergersi in difesa di un decoro autoctono oltraggiato dal kebab ma non dai lussuosi locali del sushi, dalle bancarelle dei vu cumprà promoter del   meticciato  commerciale più insidioso delle grandi firme globalizzate con vetrine e prodotti uguali a Venezia come ad Abu Dhabi.

Non a caso la loro impotenza e incapacità a agire è la stessa a tutte le latitudini e a tutti i livelli gerarchici  e decisionali, celata dietro l’alibi dei passivi di bilancio, dell’obbligo di obbedire a diktat sotto forma di fiscal compact e “obblighi” di stabilità, elusi nel caso di incaute sottoscrizioni di bolle, fondi e altri giochi di prestigio a perdere del casinò finanziario.

Non a caso si tratta di quei poteri che declinano le disuguaglianze su scala locale, tagliando i fondi per l’assistenza ai pubblici più vulnerabili, che hanno promosso la privatizzazione delle aziende di servizio, diventate carrozzoni clientelari, che applicano la regola di mercato di annettersi i profitti  e socializzare le perdite, peggiorando le prestazioni e elevando le tariffe.

E sono loro quelli degli stadi, dei ponti, delle Grandi Opere e dei Grandi Eventi, mentre il Lambro, il Seveso e l’Olona ogni autunno vomitano fuori dagli argini le loro acque inquinate, Venezia si allaga un giorno no e gli altri si, ma tanto è spopolata e i pochi rimasti si comprino gli stivali come ebbe a dire un illuminato primo cittadino, crollano rovinosamente i lungarni, Palermo si sgretola al primo temporale. E che non sottilizzano troppo in tema di amicizie e alleanze come dimostra il numero di comuni sciolti per mafia: 45 nel 2019, gli appalti truccati, gli incarichi e le consulenze a cattivi soggetti.

Ci sono anche loro a badare alle frontiere segnate per separare chi merita di essere tutelato e protetto da chi attenta al decoro e alla decenza, alla sicurezza e alla salute, punendo   il mendicante, non chi organizza i mercati della povertà, la prostituta, non chi gestisce la tratta del sesso, chi non osserva il distanziamento sociale e non chi permette che i bus e le metropolitane siano stipate come i carri diretti al macello.

C’è sempre da sospettare dei teatrini che mettono in scena per noi, dandosi finte mazzate, impreparati dopo otto mesi a fronteggiare l’emergenza da cui pensavano di trarre profitto, inadeguati o riottosi a praticare  le soluzioni più semplici e dirette: contagi nelle scuole? Bastava investire  sull’edilizia scolastica, sulle assunzioni e sul potenziamento dei mezzi pubblici invece di trastullarsi coi banchi a rotelle e con la Dad.

Code ai drive in e congestione dei reparti? Bastava indirizzare risorse immediate sulla sanità pubblica e potenziare la medicina territoriale e di base, invece di giocherellare con le improbabili risorse del Mes e delle elemosine europee.

Interi comparti stanno dichiarando fallimento, quelli che hanno creato e mantenuto il tessuto economico del paese e migliaia di persona vanno a ripopolare l’esercito dei disoccupati? Non sarebbe stata ora di far ringoiare a Bonomi il suo fiele  e i mugugni della Commissione europea contro i sussidi (peraltro ampiamente parziali e insufficienti) ipotizzati a beneficio delle fasce deboli della popolazione, a fronte delle cifre messe a disposizione delle imprese, circa il 50 percento su 110 miliardi delle varie manovre che si sono succedute da marzo ad oggi?

Continuano a sbagliare, continuano a voler sbagliare. Ma noi sbagliamo a sopportarlo.


Questione giudiziaria, questione settentrionale

fedAnna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se la rivendicazione “federalista” della Regione Lombardia, avanzata insieme a Piemonte e Veneto, tutte e tre in testa alle classifiche di rendimento in occasione del Covid, non nasconda anche qualche pretesa non ancora rivelata in tema di amministrazione della giustizia, in modo che si possa effettuare un graduatoria della legalità tra meritevoli, in testa quelli che possono vantare più dinamismo, maggiore produttività confermata dai procedimenti giudiziari in corso, e immeritevoli, e giù quelli che sono affetti dagli stessi mali di sempre, meno competitivi nella gara da quando camorra, ‘ndrangheta e Cosa Nostra hanno trovato più vantaggiosi contesti da infiltrare e occupare.

Fosse così la Lombardia si meriterebbe dei tribunali speciali, autonomi e con la collaborazione di soggetti privati proverbialmente più efficienti. Può esibire infatti  cinque inchieste, quelle  che riguardano la  fornitura dei test sierologici appaltatai in affidamento esclusivo alla Diasorin e il conflitto di interesse relativo alla fornitura dei camici, che interessa direttamente il presidente indagato per frode in forniture pubbliche. Altre che concernono gli eventi verificatisi durante  l’emergenza coronavirus:  la mancata chiusura della Val Seriana e la diffusione del virus nelle residenze per anziani. Poi ci sono i filoni “conoscitivi”   sulla realizzazione  dell’ospedale negli ex padiglioni della ex Fiera di Milano, per il quale il nucleo Tributario della Gdf sta indagando su  spese e consulenze.

Ma i guai per Fontana non finiscono qui: sempre nell’ambito dello scandalo dei camici, ci sarebbe un tentato versamento di denaro, segnalato come Sos-Segnalazione sospetta,  proveniente da un suo conto svizzero precedentemente intestato alla madre, per il quale nel 2015 aveva eseguito uno scudo fiscale per 5,3 milioni.

Gli indicatori e i criteri per definire e valutare l’onestà  non dovrebbero dar luogo a gerarchie e graduatorie: o lo sei o non lo sei, soprattutto quando i comportamenti di pubblici ufficiali, rappresentanti eletti, uomini delle istituzioni ledono i beni comuni e l’interesse generale. Senza rifarsi all’immancabile confronto tra il pensionato che ruba due mele per fame e, sempre per restare in Lombardia, Formigoni, dovrebbero suscitare la stessa ripugnanza i misfatti indecenti consumati all’ombra della pandemia  e i miserabili trucchi messi in atto all’ombra della legittimità per anni e anni, a suon di note spese spregiudicate (comprensive di lecca-lecca, pedalini, preservativi e sexy toys, crapule e dopocena in club a luci rosse), indennità discutibili, innocenti regali di elettori riconoscenti in cambio di accomodamenti.

E si potrebbe aggiungere in tema di micragnosa grettezza, la recente  pidocchiosa decisione unanime dei consiglieri regionali dal Piemonte alla Calabria fino alle regioni a statuto speciale,  di incassare il gettone di presenza e, in qualche caso, anche il rimborso di trasferimento relativi ai mesi di lockdown.

Mentre, a proposito dell’inazione che non sempre è migliore dello strafare, chissà come potremmo definire con il metro dell’onestà le prestazioni del presidente della Liguria Toti che ha lasciato nel cassetto 21 dei 27 milioni stanziati per il Ponte Morandi, come denunciato dal procuratore della Corte dei Conti Claudio Mori nella memoria riguardante il giudizio di parifica del bilancio regionale del 2019, che si interroga sul perché i fondi non siano stati spesi. Che poi non è l’unico record dell’amministrazione regionale:  la medesima indagine certifica  il bilancio della spesa sanitaria del 2019 è stato chiuso  con un disavanzo di 64 milioni, il peggior dato di tutta Italia appena un po’ meglio del Molise.

Fin troppo facile immaginare che dietro al secessionismo delle regioni che vantano primati di efficienza, redditività e produttività, leghiste e Pd a pari merito, non ci sia anche l’accesso morale e materiale a quelle forme di immunità e impunità che nascono dal riconoscimento a norma di legge di differenze discrezionali e discriminazioni arbitrarie. E che oggi suonano ancora più stonate per via delle performance disonorevoli delle regioni che hanno fatto pagare ai condannati a morte dal tribunale dell’austerità i tagli praticati al sistema sanitario e la sua riduzione a uno stato di emergenza prevedibile e  prevista in modo da promuovere la competitività fasulla dei privati,  con la distruzione delle strutture territoriali e preventive, grazie a troppe attività produttive mai interrotte per guadagnare il consenso di Confindustria.

Sono dati che dovrebbero indurre qualsiasi amministratore a dimettersi e qualsiasi governo a commissariare enti incapaci e corrotti che proseguono indisturbati nel solco politico venticinquennale tracciato da Formigoni, Maroni, Fontana e Trivelli. E che confermano  che  il chiacchiericcio istituzionale e comunicativo di questi mesi che doveva accreditare programmi strategie e misure in grado di mettere al centro del processo decisionale lo Stato, era un espediente per prendere tempo, lasciando spazio all’oblio impudico che sta sostituendo la censura e l’autocensura praticate in questi mesi nei confronti di qualsiasi critica.

Intanto, paradossalmente, a predicare la obbligatoria scissione dallo Stato padrone, è l’avanguardia rivendicata del sovranismo e del populismo  sponsorizzati da due presidenti della Lega e il testimonial delle sardine che aspira a interpretare il ruolo del partigiano dei valori progressisti, contro il neofascismo buzzurro e rozzo che i suoi partner della pretesa federalista incarnano.

A conferma che non è il sovranismo a preoccupare l’establishment impegnato a sostenere rinunce e resa incondizionata all’Europa, ma la possibilità sempre remota che si conservino scampoli di poteri e competenze, quelli rimasti dopo i tagli effettuati volontariamente con un voto del Parlamento  limitando  una serie di determinazioni giuridiche ed economiche e anche politiche, con l’adesione a trattati   internazionali, in virtù dell’appartenenza alla NATO o all’Onu  che ha privato la nazione dello Ius ad Bellum,  o con l’accettazione dei contratti capestro che istituiscono l’Euro privandoci della sovranità monetaria e del comando politico sulla moneta, cessato nel 1981 con il cosiddetto divorzio fra ministro del Tesoro e la Banca d’Italia, consegnando  lo Stato ai mercati.

In un sistema statale così indebolito le pretese secessioniste hanno gioco facile, tanto che sarebbe ora di parlare di una questione settentrionale, se si vuole replicare su scala la divisione che caratterizza l’Unione Europea, con territori che rivendicano saldezza e superiorità economica, sociale e perfino morale, quelli che un tempo riportavano all’iconografia del Belgio pingue e operoso e quelli meridionali, indolenti, parassitari, propaggini di un’Africa impura che batte cassa, attribuendo ai vizi del Sud le colpe e i danni di uno sviluppo disuguale.

Ci sarebbe da ringraziare il Covid che ha fatto giustizia rivelando i guasti di una crescita che ha dimostrato tutta la sua impotenza a governare i guasti che produce, dall’urbanizzazione scriteriata, all’inquinamento, dalla promiscuità insicura nei trasporti, per culminare nella demolizione del sistema sanitario pubblico operata dai governi della Baviera italiana  (Lombardia, Nordest, Emilia Romagna) nella quale si concentrava il 50% del Pil dell’intero paese e che vogliono imporre il loro credo in base al quale  le regioni che producono più reddito e pagano più tasse dovrebbero ricevere a copertura di identici servizi maggiori risorse delle regioni più povere, e che, quindi,  i diritti di cittadinanza debbano essere finanziati con risorse più abbondanti laddove la capacità fiscale è maggiore, contro il principio costituzionale  che  stabilisce che ogni italiano debba pagare le tasse in base al reddito e ricevere i servizi indipendentemente da dove risiede.

Siamo di fronte alla ripetizione del modello coloniale arcaico: su, un mondo industrializzato, ben nutrito e dinamico, giù periferia sottosviluppata condannata a rendere disponibili materie prime e riserve inesauribili di forza lavoro a basso costo.

Peccato deluderli, peccato che non sia più così, che un “su” più arrogante e assertivo stia brigando per spingerci verso un giù occupato e espropriato, dove l’unica forma di sopravvivenza dovrebbe essere l’unità nella resistenza per il riscatto.

 


La retorica dell’emergenza

monacaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Così inaspettatamente siamo ridiventati una nazione di navigatori, salvo Schettino, e di poeti, salvo quel molesto disfattista di Dante: serva Italia di dolore ostello, o quel frustrato nichilista di Leopardi:  vedo le mura e gli archi. E le colonne e i simulacri e l’erme. Torri degli avi nostri, ma la gloria non vedo, accordando invece una netta preferenza ai cantautori da Cotugno con l’italiano vero a De Gregori, viva l’Italia che lavora.

Il Corriere della Sera ha fatto il botto grazie all’edificante riabilitazione retorica dei connazionali a firma di degli esperti in caste e brocchi, dedicata a illustrare le virtù italiche suscitate dall’epidemia: Eppure, come nei momenti decisivi della storia, anche stavolta vengono fuori gli italiani solidali, lavoratori, coraggiosi. L’abnegazione di medici e infermieri è straordinaria. Le forze dell’ordine fanno la loro parte, mai difficile quanto ora. Categorie non amate come i politici e i giornalisti, che a dispetto dei luoghi comuni vivono una vita di relazione in mezzo alla gente, si scoprono particolarmente esposti. Le donazioni private crescono. Il patriottismo da balcone può non piacere; ma è anche questo il segno di un Paese che resiste. O intenta a auspicare il ritorno delle parole vere, che tornino a avere un peso, augurio quanto meno spericolato  a guardare la tribuna dalla quale viene somministrata la confortante pedagogia dell’emergenza. O emozionata nel  renderci teneramente  partecipi della epifania di chi ha la sorprendente rivelazione “delle strane suggestioni della solitudine in questi giorni di segregazione forzata…. Ero abituata ad andare a teatro o al cinema o a cena con gli amici. Improvvisamente mi rendo conto che quelli che io consideravo momenti poco importanti della mia vita, invece erano importantissimi”.

È tutto uno sventolare di tricolori sulle trincee dei supermercati, dei tinelli, delle terrazze, delle altane, comprese quelle di istituti religiosi senza Bertone, grazie a festose monache che improvvisano incoraggianti balletti “tanto pe’ cantà”.

E’ tutto un tributo al coraggio familiare, all’eroismo domestico di chi “sta a casa!”, al fegato di chi riordina la dispensa, all’ardimento di chi apre un libro di Vespa ricevuto a Natale scorso, all’intraprendenza di chi sbatte i tappeti in avvicendamento con i concerti di coperchi e i cori velleitari di Volare.

E  e dire che a migliaia facevano la fila per essere selezionati in qualità di stanziali coatti del Grande Fratello.

Chi si ricorda più la malasanità di ieri di fronte all’eroismo di oggi, chi si ricorda più gli anziani in corsia lasciati con lo stesso pannolone per una giornata, il morto nel letto vicino per tutto il weekend rievocativo di una esilarante pellicola americana, chi si ricorda più le liste d’attesa arbitrarie e discrezionali per una Tac o una risonanza, i pellegrinaggi da Sud a Nord alla ricerca del parere del clinico di fama. Chi si ricorda più i sorci che impazzavano sfrontati nel corridoio dove sostavano postulanti in attesa  di essere ammessi al pronto soccorso.

E chi si ricorda più il concorso di fattori che spingeva quotidianamente i cittadini a disertare l’assistenza pubblica, rivolgendosi a strutture e specialisti privati, pagando profumatamente esosi consulti e assicurazioni che dovevano restituire in cambio di altre cravatte, rate, privazioni, la restituzione se non della salute, almeno del rispetto dovuto a chi spende. Come se tutti quelli che hanno pagato le tasse, compresa quella sulla salute aggiuntiva delle normali trattenute, non avesse il diritto a assistenza e dignità negate perfino in punto di morte.

Perché poi è questo uno degli aspetti immorali degli stati di eccezione, far cadere l’oblio sul passato, sulle responsabilità e sulle colpe comprese quelle di chi ha subito e si è condannato al ruolo di vittima.

Così grazie al virus e a quelli che stanno compiendo il loro lavoro e il loro dovere, non siamo più autorizzati a guardarci indietro, a denunciare chi si è approfittato di noi e die nostri beni, speculando sulla debolezza della necessità o della malattia, a chi ha umiliato quelli che oggi celebra come martiri. Se c’è qualcosa che dovremmo contrastare quando si vive una condizione eccezionale è quel miserabile richiamo alla pacificazione, la stessa che equipara i ragazzi di Salò e i fratelli Cervi, in modo che carnefici e perseguitati meritino la stessa umana comprensione, o quell’invito a una unità che abbia il merito stendere una coltre di silenzio sull’urlo di dolore della gente e sulle risate degli imprenditori dell’Aquila.

Grazie al virus siamo tutti promossi, i ministri a statisti, i clinici in Tv piuttosto che in laboratorio, a Dottor Schweitzer;  il medico di base che effettuava le diagnosi per telefono: dica 33 al cellulare e faccia il selfie delle tonsille,   facendo passare avanti l’informatore medico con la strenna e i campioncini, a missionario;  la professoressa che volevate deferire al dirigente scolastico perché aveva tolto l’ iPhone al pargolo, o perché soffre di reiterate patologie che l’allontanano dalla cattedra, convertita in solerte educatrice a distanza. Senza dimenticare gli intrepidi bancari allo sportello tre mattine alla settimana, per farci pagare le cambiali.

Grazie al virus certo, ma soprattutto alla non disinteressata mescolanza di buoni e cattivi, onesti e sleali, che pare costituisca un fisiologico effetto collaterale degli stati di eccezione,  diventa un imperativo etico farci essere tutti uguali temporaneamente  e contemporaneamente, non davanti ai diritti, che restano sempre impari, nemmeno ai doveri, pure quelli difformi e discrezionali, ma davanti agli obblighi imposti dalla contingenza e dalla necessità.

Si tratta di obblighi imposti a tutti, con accolti con delle eccezioni, se guardiamo alla spesa dell’ex ministro esentato dai controlli ancorché senza nemmeno uno shopper dell’Esselunga. E con una preferenza per quelli che godono dell’onore delle cronache a fini dimostrativi e didattici: il delicato bozzetto delle giornate del primo cittadino di Firenze in isolamento per aver scelto il Pd invece di Italia Viva e così contagiato dal segretario, che si adopera a amministrare la città del giglio dalla stanza del figlio in qualità di smart-sindaco tra il pc e la play station del delfino, o i tweet della viceministra che aggiornano sui colpi di tosse e sul reponso del termometro. Perché nel caso non l’aveste capito, anche il coronavirus non riserva pari trattamento ai colpiti, quelli illustri lo contraggono in forma leggera, leggerissima, qualcuno addirittura si è messo in volontario autoisolamento, per non far correre pericoli agli altri, dice, facendo sospettare che si tratti di qualcosa che ricorda la sega a scuola, la “manca” il giorno del compito di matematica.

È finalmente ridiventato un obbligo anche quello di informare, talmente preso sul serio che siamo assediati da comunicazioni dissociate e schizofreniche, comandi contraddittori, soliloqui di inviati davanti alle porte serrate dei pronto soccorso, denunce e invettive con tanto di corredo iconografico di medici che farebbero meglio a stare in ambulatorio, profezie rovinologiche di accademici e predizioni di sventura di sociologi che Malachia je spiccia casa, sperimentazioni di festoso bricolage di giornalisti prestati a art attack, performance di statistici e analisti che fanno rimpiangere il pollo di Trilussa.

Così il vaccino consigliabile nell’immediato sarebbe spegnere la Tv, il pc, adibire i giornali la cui vendita è concessa per la loro qualità di servizio essenziale, all’antica funzione di incartare le scarpe da dare a risuolare. Che tanto la loro lezione è la stessa, trasmetterci il comando all’ubbidienza come fossimo i cagnolini da ammaestrare, non tanto per l’oggi, non tanto per farci stare a casa, ma per preparare un domani dimentico dei peccati originali, devastazione dello stato sociale, impoverimento di beni e valori morali, distruzione delle scuola, dell’università, della ricerca, quindi pronto a ripeterli, peggiorandoli grazie ai costi di questa emergenza, che ricadono sulla collettività.

E la collettività è chiamata da tutti a essere fiera, orgogliosa e contenta di essere cornuta, mazziata, ma applaudita dalle finestre dei palazzi abitati da chi oggi riabilita lo sciovinismo, il patriottismo del 2 giugno con la parata delle armi che compriamo invece dei indirizzare le risorse per ospedali, tetti e case, tutela del territorio, con i soldati che mandiamo non da riservisti e trionfalmente in campagne coloniali, in barba alla narrazione della nazione mite. Adesso la marmaglia peccatrice di populismo quando si incazza, ridiventa magicamente popolo, con una sua identità dimenticata, ora redenta e reintegrata con i toni epici delle eroiche penne habitué degli editoriali, perché   “quando arrivano i tempi in cui è questione di vita o di morte (mai espressione fu più appropriata) allora conta davvero chi parla la tua stessa lingua e condivide il tuo passato, chi ha familiarità con i tuoi luoghi e ne conosce il sapore e il senso, chi canta le tue stesse canzoni e usa le tue medesime imprecazioni” (Galli della Loggia, sempre sul Corriere).

Ci mancano solo la bevuta simbolica dell’acqua del sacro fiume in una grolla, il riscatto di Miglio, l’obbligatorietà della cassoeula a Masterchef, le mascherine autarchiche, e il recupero della baldanza e dell’orgoglio nazionale è fatto. Magari però sarebbe davvero ora di fare gli italiani.

 

 


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