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Aria di mummia

MuAnna Lombroso per il Simplicissimus

Macché Va pensiero! e nemmeno Azzurro, il vero inno nazionale dovrebbe essere “ Chi ha avutoha avutoha avuto, chi ha datoha datoha dato, scurdámmoce ‘o ppassato” che va bene a Napoli, ma pure a Roma, Trento e Arcore. Tanto si è detto dell’Italia come nazione mite, forse per non ammettere che salvo qualche impeto sorprendente di riscatto, pare essere una nazione nella quale si pratica un oblio che favorisce la dismissione di responsabilità, autodeterminazione, accidia.

E se avevate pensato che fosse occasionale e immotivato il recupero da parte di opinionisti, pensatori, si fa per dire, commentatori della figura di statista di Berlusconi, estratta dalla naftalina probabilmente volontaria in meditata contrapposizione con il ceto politico governativo, che non ha il suo curriculum di dinamico peracottaro, di aspirante golpista sudamericano; di pervicace sfruttatore a ampio spettro e h24: aiuti di stato, creativi, ragazzotte ambiziose,  “intellettuali” in cerca di protezione, attori in cerca di scritture, fascisti in cerca di un doppiopetto emancipatore e molto altro; di festoso barzellettiere e animatore anche in forza a ospizi edificanti; di audace manipolatore di leggi piegate al suo servizio; ecco se avevate pensato che fosse fortuito, vi sbagliavate.

Ci speravano, lo sentivano e infatti è tornato, o meglio non è mai andato via, semmai come si addice a certe sue inclinazioni è stato in “sonno” e nell’inizio sonnolento di agosto ha rivelato il suo progetto politico: la sua  “altra Italia”, cioè, una federazione di centro di cui il partito azzurro «è parte costituente essenziale» ma senza «alcun ruolo egemonico».   «Non si tratta di fondare un nuovo partito – ci ha tranquillizzati – ma di creare una federazione fra i soggetti che pensano a un nuovo centro moderato ma innovativo, alternativo alla sinistra, in prospettiva alleato ma non subordinato alle altre forze del centro-destra»

Una organizzazione ideale che dimostrerà la sua indipendenza dalle tre anime oggi al governo, «quella di destra della Lega, quella della sinistra pauperista e giustizialista dei Cinque Stelle e quella tecnocratica del premier Conte». Non inaspettatamente il suo giudizio è meno tranchant riferendosi al Pd, cui ha abbonato perfino la nomea di forza di sinistra attribuita ai 5Stelle, dimostrando di considerarlo un soggetto trascurabile e indegno di interesse.

I pochi osservatori che ci hanno informati del suo proposito calcolano che  l’obiettivo, confortato dai sondaggi, sarebbe quello di creare una forza che potrebbe valere tra il 3 e il 7%, alla «sinistra» della Lega, ” con la quale” dicono, ” Matteo Salvini non potrebbe mai allearsi”.  Ma come? che differenza vedono in questa aggregazione con la coalizione che per 20 anni ha occupato istituzioni, parlamento, informazione, stato sociale diventato societario, mondo di impresa, intrattenimento? Forse il feroce Salvini pensa di essere incompatibile con il paterno nonno degli italiani o forse il pacioso cavaliere non ci sta a dimostrare empatia e affinità di pensiero con quell’assatanato di spietatezza con il quale ha diviso un’ideologia e una pratica intesa al rifiuto, all’emarginazione e alla condanna di chi non ha, colpevole di non nutrire ambizioni ribalde, avidità insaziabili, festoso istinto alla trasgressione pubblica e privata?

Eh si sono stati cauti gli opinionisti, che non si pensi che sono già abbacinati dalla luce che emana la radiosa visione della tanto attesa nuova Dc, che ai lettori non passi per la testa di ricordare il passato, che gli italiani non si sveglino dal letargo alimentato dalla ninnananna umanitaria che li fa sentire a posto con la coscienza che non rammenta la Bossi Fini e la proterva lotta condotta contro il terzo mondo esterno e interno durante il secondo ventennio. che a qualche enigmista dello spread non venga l’uzzolo di fare due conti per farci sapere che se l’Europa e i suoi padroni hanno fatto sì che i governi nazionali da trent’anni siano stati costretti a cedere la  “sovranità di politica economica” rendendoli impotenti a gestire risorse e entrate fiscali,  l’audace tycoon perseguiva e è improbabile che vi abbia rinunciato, il disegno analogo di fare sua la roba  di tutti per amministrarla come le sue aziende in forma di padrone assoluto.

Gran parte del lavoro preparatorio di questa grossa colazione, che si accredita con dolce violenza, dando a intendere che rappresenti l’unica alternativa percorribile, è stato fatto: l’evaporazione dei 5Stelle, voluta da tutti gli attori in campo e favorita dalle stesse vittime in un dissipato cupio dissolvi, la remissione di ogni tentativo di contrastare la strapotenza padronale, incarnata da alcuni simboli irrinunciabile, Tav, Ilva, Alitalia, Autostrade, grandi opere e grandi eventi, la cancellazione di qualsiasi forma di critica e opposizione, ridotte a sberleffi tra consorterie affini, l’affermazione di un rapporto con l’Ue che combina il mostrare i denti mentre si china la testa, l’annessione dei sindacato alle politiche di cancellazione dei diritti e delle conquiste del lavoro, l’ostentata volontà di convertire beni comuni, territorio, paesaggio e patrimonio culturale in merce da sfruttare scambiare, cedere a basso prezzo.

In pochi mesi due partiti sono stati “resettati” il Pd e i 5Stelle, figure di spicco sono state consumate, il loro consenso è stato divorato dalla loro incapacità ma, nel secondo caso, più che altro dall’impotenza a governare senza fondi, dovendo fare il gioco delle tre carte per finanziare al minimo le scommesse elettorali, costretti a una trattativa perdente con la fortezza europea e con i feudatari e i vassalli nazionali. Invece come una maledetta araba fenice, sospetta di essere immortale, torna la Dc, più rozza, più spericolata, più grossolana per via dei suoi interpreti. E gli italiani stanno a guardarla come si guardano le repliche estive delle soap di Mediaset.

 

 

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Evasione & Secessione

italia-secessione  Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sono passati 22 anni da quando una piccola e risoluta task force di cretini – 8 “venetisti”, vennero definiti – sequestrarono un ferry boat per trasferire a San Marco un tank, un camper fornito di alcun fiaschi di vino, pane e salame, l’equipaggiamento necessario  insomma per la presa del simbolo della Serenissima e dell’istanza di indipendenza da Roma ladrona.

Si sa che il sindaco Cacciari, uno di quelli che invidiava esplicitamente il radicamento territoriale della Lega, costola della sinistra, perse una intera notte di lettura di brani scelti di Hofmannsthal e di inediti di Nietzsche, impegnato in una trattativa con gli insorti asserragliati nel campanile, che si arresero, si mormorò,  una volta finite le vettovaglie e le bevande.

L’accaduto, oggi dimenticato, suscitò allora grande scalpore in qualità si segnale d’allarme del diffondersi di pressioni secessioniste e eversive, poi via via retrocesse a inoffensivo folclore, come l’elmo con le corna dei fan di Borghezio e la somministrazione rituale ai fedeli di acqua del sacro fiume fetida e velenosa per via dei reflui industriali e agricoli della brava gente della Padania.

Siccome tutto è relativo l’impresa degli 8  preoccupò l’arco costituzionale ancora intriso di valori unitari e sovranisti mentre la vera secessione, quella richiesta di autonomia delle regioni ricche, viene intesa oggi come legittima rivendicazione di chi produce, lavora, spende e pretende, autorizzato quindi a gestirsi il portafoglio, padrone in casa sua, oggetto verosimile di una contesa all’interno del governo che l’azzeccagarbugli degli italiani cerca di sanare con doverose concessioni su sanità e ambiente, di un negoziato con l’opposizione, le cui “ragioni” sono ben rappresentata dal  presidente dell’Emilia targato Pd, e  di un pronunciamento del Parlamento come d’abitudine chiamato a mettere un timbro notarile sul già stabilito.

I secessionisti decisamente imborghesiti rispetto ai magnifici 8 e destinati perciò ad avere successo di critica e di pubblico dopo quello “istituzionale ( la richiesta di maggiore autonomia   è stata sottoposta a referendum consultivo regionale nell’ottobre 2017 per poi essere ratificata nel febbraio 2018 dal Governo Gentiloni)  stanno dirigendo il loro tank anticostituzionale alla conquista dei fortini oltre che della scuola pubblica e dell’università, dell’assistenza e del governo delle politiche ambientali,  grazie alla “appropriazione” – legittima a loro dire  – del  cosiddetto residuo fiscale, ovvero la differenza fra quanto i cittadini versano allo Stato centrale per il pagamento delle tasse e quanto ricevono come trasferimenti dallo stesso Stato centrale.

Vaglielo a dire a Zaia che  avrebbe molti più proventi per attuare le sue riforme se potesse contare sui contributi sottratti dall’evasione dell’operoso Veneto che vanta un primato con 9 miliardi di tasse evase, una cifra enorme,  che pesa per l’8,5% sulla quota nazionale, in un territorio che produce il 9,3% del Pil italiano. Vaglielo a dire che la proverbiale efficienza proclamata non ha saputo contrastare la consegna della gestione dei rifiuti a consorterie criminali, che puzza di marcio lontano un miglio il welfare che vorrebbe promuovere grazie all’autonomia, perchè cresce sul volontario disfacimento dell’assistenza pubblica (sono stati sollecitati a tornare al lavoro i medici ultrasettantenni, per mancanza di personale) in modo da darla in custodia ai privati, proprio come fossimo nel Lazio o in Campania, come si vuole fare con l’istruzione.

E andate a chiedere a Fontana dove vanno i rifiuti delle industriose aziende lombarde, come mai chiudono i presidi ospedalieri e i dipendenti hanno solo i tetti per dire le loro ragioni, che cosa è cambiato dopo lo scandalo Formigoni, se è vero che Milano continua ad essere senza depuratore – e senza opere di salvaguardia per il Seveso, come una Calabria qualunque-  o cosa sta facendo l’Aler (azienda regionale) commissariata a fronte di migliaia di senza tetto, proprio come fossimo a Roma.

E magari si potrebbe avere da Bonaccini presidente dell’Emilia Romagna qualche notizia che incoraggi da affidargli un budget speciale per aiutare quei terremotati che dal sisma del 2012 devono ancora vedere aiuti e risarcimenti, nemmeno si parlasse di Irpinia, o qualche informazione sui suoi “aiuti” alle famiglie molto apprezzati dalla Lega, o sulle recenti misure per la casa della regione Emilia Romagna, che pare non siano altro che contributi arbitrari per l’affitto, o sulla sua legge urbanistica segnata dal totale assoggettamento alla rendita, ai potentati immobiliari e ai costruttori legittimati dalla natura di “cooperative”.

E sto parlando soltanto delle inadempienze che riguardano le competenze in capo alle regioni dopo lo “scioglimento” delle province, la rivoluzione amministrativa e moralizzatrice di Delrio che ha fatto risparmiare ai cittadini ben 26 centesimi di risparmio, a fronte (la fonte è proprio l’Upi) dei  drammatici tagli a scuole, strade, assistenza, con  il quasi dimezzamento delle spese di manutenzione ordinaria (-43% dal 2013 al 2018) e del quasi azzeramento della capacità di investimento delle province (-71% nello stesso periodo) sugli oltre 130 mila chilometri di strade e sulle quasi 7.000 scuole secondarie superiori, insieme all’ aumento secco di circa 36 milioni dei costi per gli oltre 12.000 dipendenti ex provinciali transitati nelle regioni e nei ministeri (dove gli stipendi sono mediamente più elevati). E per non dire del caos che si è creato, della sovrapposizione di competenze, della miserabile rappresentazione di tornate elettorali per le città metropolitane tenute all’insaputa dei cittadini e dove votano i già eletti in modo da raddoppiare l’incarico.

Nemmeno ricordo gli scandali che hanno avuto le regioni come ambientazione di ruberie cialtrone dalla mutande alle merendine e altre più sofisticate, rammentando invece che da molto prima della loro istituzione in tanti avevano messo in guardia sulla natura di enti che avrebbero comportato costi difficilmente sostenibili per le finanze pubbliche italiane senza effetti apprezzabili sulla crescita, dotate di potere decisionale e legislativo ridotto e occasionale anche in virtù della riforma del titolo V della Costituzione del 2001, che ha prodotto sperequazioni in utti i settori compreso quello fiscale.

Oggi il secessionismo dei ricchi rivela la sua indole antidemocratica interpretata in forma bipartisan e che dà carattere di ufficialità alle esternazioni dell’ammiratore del Vesuvio: sfiduciare il Sud, consolidando la convinzione che il Mezzogiorno sia insalvabile per la sua natura di peso morto dove le risorse vengono impiegate in modo irrazionale, improduttivo e clientelare, dove hanno origine e prosperano le cosche, dove alberga il familismo amorale. E volendo dimostrare che in assenza di provvidenziali terremoti e eruzioni, è meglio condannarlo a propaggine africana cui è tassativo negare autodeterminazione e pure le risorse che producono. E d’altra parte si tratta della declinazione nazionale della strategia europea, imporre l’austerità più feroce e arbitraria in modo da dirigere distribuzione, alterare gli equilibri e favorire le disuguaglianze.

Non è solo la Lega a  volere la sua interpretazione aberrante del federalismo,  che costringe il governo a distorcere le norme costituzionali sull’autonomia in modo eversivo per l’unità nazionale e l’universalità dei diritti: la lobby della secessione degli estratti dalla lotteria del privilegio immeritato ha molti associati, le rendite, le multinazionali, i costruttori, gli investitori nei settori del Welfare privato, la finanza che inventa sempre nuove bolle per alimentare il suo casinò, i venditori di beni comuni all’incanto che da anni promuovono crisi in modo che diventino proficue emergenze, quelle che costringono a poteri speciali e liquidazioni eccezionali.

Ah ci sono anche i professionisti dell’antisovranismo, anche quello dei ricchi, che non vogliono dividere le loro correità, nell’Ilva,  ad esempio, cercando qualcuno cui appioppare  la mela marcia che ha avvelenato i tarantini,  nelle banche criminali, nei fallimenti ripetuti dell’Alitalia, in modo che sia chiaro per tutti che lo Stato deve fare il becchino, e noi con lui, seppellire le magagne,  pagare per salvare i padroni, diventare invisibile quando ci sono utili.  

 

 

 

 


Impronte e improntitudine

hanAnna Lombroso per il Simplicissimus

Avevamo tanta paura del Grande Fratello e invece dovevamo aver paura del Grande Sbirro. E mica soltanto quello che nelle vesti di guardiano della civiltà occidentale ha imposto, spesso in modo cruento, le sue regole, le sue imposizioni e anche i suoi miti, no, anche di quelli nostrani incarnati oggi da uno che fa mostra del suo immaginario virilista e prepotente indossando tutte le possibili divise e da altri ancora euforici per via della sbornia di “tecnopolitica” che avrebbe dovuto produrre l’inclusione di un numero progressivo di cittadini nel sistema democratico e in quello decisionale, rivelandosi invece una pantomima dai risvolti ridicoli, con plebisciti istantanei à la carte. Si chiama con un bel nome da corrente democristiana il Ddl Concretezza, approvato il 12 giugno dal Senato con testimonial   la ministra della Pubblica Amministrazione Giulia Bongiorno (Lega) che lo rivendica come una «una misura rivoluzionaria» contro i «furbetti del cartellino».

Il provvedimento introduce i cosiddetti controlli biometrici: le impronte digitali sostituiranno il badge,  prevedendo nientepopodimeno che le “verifiche dell’iride” di prossima emanazione; verranno installati poderosi sistemi di videosorveglianza negli uffici e pure nelle scuole per tenere d’occhio comportamento e dedizione del personale, dirigenti scolastici compresi, ma escludendo (non a caso) alcune categorie: forze dell’ordine, magistratura, prefetti, insegnanti, per non dire, è ovvio, i parlamentari e i ministri tra i quali abbondano più i furbetti che i Travet. Non è previsto invece il riconoscimento facciale perchè non interessa quelli che la faccia non ce la mettono mai, a conferma che quando l’auspicio di trasparenza sconfina nel controllo sociale sono i poteri già forti a irrobustirsi, ad avvalersene o esserne esenti.

Chissà se Rodotà avrebbe potuto esercitare una influenza benefica sul movimento che lo voleva presidente della Repubblica, limitando i condizionamenti politici ideologici e culturali dei sacerdoti della Piattaforma Rousseau, lui che aveva stilato la lista dei 7 peccati della supremazia digitale: disuguaglianza per via della fisiologica apartheid indotta che avrebbe emarginato fino all’esclusione poveri e anziani; sfruttamento commerciale; rischi per la privacy;  disintegrazione delle comunità che oggi si rivela ancora più drammatica perché investe quelle di lavoratori precari che nemmeno sanno di appartenervi e non possono difendersi in forma collettiva; dominio di chi controlla gli accessi; perdita del valore del servizio pubblico sostituito dai detentori della “rete”; dissoluzione del sistema democratico anche in virtù della regressione dei diritti/doveri in liturgie virtuali.

È improbabile, perché qualsiasi progresso se è posseduto e guidato dal mercato non può che replicarne le abitudini e gli abusi: in questo caso le formidabili potenzialità della “rivoluzione digitale” si stanno riducendo  via via fino a essere cancellate, non soltanto attraverso varie e fantasiose forme di censura, di limitazione dell’accesso subordinato a finalità commerciali, ma anche attraverso una uso aberrante delle opportunità di “individual empowerement” quel rafforzamento del potere dei singoli che appaga aspettative individuali mentre diminuisce responsabilità e poteri di intervento collettivi, che quando si organizzano – è il caso dei Gilet Gialli – impiegando anche gli strumenti e agendo nelle geografie della rete, vengono perseguiti, criminalizzati e repressi proprio utilizzando le stesse modalità, intervenendo grazie all’applicazione delle tecniche investigative informatiche, che enti governativi e forze dell’ordine possono governare illimitatamente in spregio a prerogative e garanzie.

A volte – è questo il caso in oggetto, l’intento è più simbolico che funzionale, dimostrativo di una volontà autoritaria di sopraffazione. Una indagine parlamentare ha accertato che nel 2017 i profittatori, gli assenteisti conclamati sarebbero stati 89 casi su una platea di oltre tre milioni di lavoratori: è evidente che “Concretezza” ambisce a avvalorare i pregiudizi di una casta di pochi, la cui attività non è monitorata e sottoposta a controllo né dal basso né dall’alto,  nei confronti di quella di molti, ma stracciona, largamente indifesa grazie all’erosione di privilegi e prerogative, che gode di una pessima reputazione non solo letteraria o cinematografica.

Purtroppo ancora una volta siamo di fronte all’uso aberrante del populismo messo nelle mani improvvide e incompetenti di ministri che vanno ovunque fuorché nella sede del loro dicastero, di parlamentari che disertano con spregio le camere, cosa non nuova se pensiamo che il Jobs Act che aveva introdotto tra l’altro criteri feroci di controllo dei lavoratori, era stato pensato e adottato da gente che non aveva mai conosciuto il lavoro, se non presso papà e mamma in funzione di secondino, o sotto l’ala benefica di sindacati assoggettati e correi o di cooperative diventate l’avanguardia dello sfruttamento e della speculazione umanitaria.

È così che una cultura e una pedagogia di servizio pubblico è retrocessa alle antiche consuetudini di un potere che ha paura e con forme di controllo occasionale e diffuso spera di contenere il dissenso antisistemico grazie a capireparto carogne, portieri di condominio spioni, bidelli occhiuti. E magari anche per la delizia  della brava gente che si bea di qualche gogna tirata su nella piazza virtuale, che tanto così non sarà mai Place de la Concorde e le testoline che cadranno non saranno mai quelle dei sovrani.


Via col vento

timthumbAnna Lombroso per il Simplicissimus

“Sono il socio di Vito…”, si presentava così Paolo Arata, ex docente universitario, ex deputato di Forza Italia ed identificato come l’autorevole estensore del programma della Lega sull’Energia,  arrestato insieme al figlio Francesco per corruzione, autoriciclaggio e intestazione fittizia dei beni  dell’“imprenditore dell’eolico” , quel “Vito” Nicastri, trapanese, su cui pende una richiesta di condanna a 12 anni in qualità di  finanziatore della latitanza di Matteo Messina Denaro.

Il dinamico e poliedrico consulente del Carroccio era indagato per un giro di mazzette alla Regione siciliana  ma anche  per una presunta tangente di 30 mila euro offerta all’ex sottosegretario leghista Armando Siri, in cambio di un emendamento che avrebbe dovuto  rimuovere gli ostacoli  all’accesso delle  sue società agli incentivi pubblici sulle energie rinnovabili.

Mentre il Presidente della Commissione Antimafia aspetta che Salvini tra un selfie, un tweet e una gustosa magnata risponda alla sua convocazione, è corretto dire che il business “ambientale” e energetico nelle sue forme più disinvoltamente e dinamicamente creative ha interessato in forma trasversale tutto l’arco costituzionale e coinvolto attori appartenenti – o collegati in forma bipartisan – all’imprenditoria legale come  al sistema dichiaratamente criminale.

Infatti, se l’ultimo Rapporto Ecomafia di Legambiente indica che il fatturato dell’ecomafia è salito a 14,1 miliardi, una crescita dovuta soprattutto  alla lievitazione nel ciclo dei rifiuti che è sempre di più il  brand strategico eco criminale, se c’è una regione che si è rivelata come un terreno ideale della infiltrazione e occupazione mafiosa del comparto, il Veneto,  dal sequestro di due cave a Noale e di quelle di Paese dove amianto e metalli pesanti si combinavano in un mix  con altri rifiuti, meno inquinati, aggiungendo calce e cemento per produrre un amalgama da usare nell’edilizia o nelle grandi opere stradali per lavori come il Passante di Mestre, il casello autostradale di Noventa di Piave, l’aeroporto Marco Polo di Venezia e il parco San Giuliano di Mestre alla scoperta  nel Basso Vicentino di un sito di proprietà di una banca di livello nazionale dove erano stipati illecitamente quasi 1000 tonnellate di rifiuti non riciclabili derivanti da processi di lavorazione industriale, a dimostrazione che dove non c’è Terra dei Fuochi, Terra dei Fuochi ci sarà, è evidente che le commistioni opache tra imprese e amministrazioni, aziende e politica, industrie e istituzioni rivelate al tempo di Tangentopoli sono sopravvissute ai partiti tradizionali, alla crisi che ha investito l’economia produttiva, all’automazione e alla eventualità che le tecnologie potessero incrementare i controlli e la sorveglianza.

Il fatto che ogni tanto affiora in superficie una trama di illeciti, di reati, di crimini previsti e perseguibili da qualche anno dal codice penale fa intravvedere che  il vero business che si compie ai danni dell’aria, dell’acqua, del territorio e del suolo, della salute è legittimato da provvedimenti e sanatorie, autorizzato da una ideologia e una prassi che riconoscono un indiscusso primato al profitto, all’interesse privato, che non va ostacolato persuadendoci che tutti sia pure in misura ridotta ne possiamo godere.

La povera ragazzina cui i genitori fanno interrompere la scuola perché continui nella sua missione è vittima e incarnazione di un ambientalismo “neoprogressista” per non dire neoliberista che non vuole disturbare il manovratore (si chiami Eni, Ilva, industria carbonifera o del Fracking, Sette sorelle, Waste Management o Halliburton) riponendo fiducia in accordi commerciali e di mercato a carattere volontario, richiamando alle responsabilità individuali e collettive i cittadini, mettendosi al servizio di imprese,  governi ed enti che praticano un allegro negazionismo della catastrofe iniziata e nutrendo dei miti, come quello del cosmopolitismo che dovrebbe farci guardare come a un conquista la mobilità, necessaria invece a far circolare eserciti di forza lavoro a poco prezzo e a sradicare popoli dalle loro patrie, in modo che possano diventare solo terre di conquista e preda.

Così diventa legge grazie al Decreto Emergenza  l’applicazione in Puglia come misura di contrasto alla Xylella una strategia che combina con i massicci abbattimenti il finanziamenti per i reimpianti o gli innesti delle piante identificate come quelle resistenti  che – casualmente? – si prestano a coltivazioni intensive o superintensive e necessitano di trattamenti fitosanitari e abbondanti risorse idriche, insostenibili ambientalmente e economicamente per i piccoli olivicoltori, obbligati   a reimpiantare solo quei cultivar raccomandati oppure a lasciare libero il terreno, suscettibile di essere utilizzato per altri fini.

Così è stato encomiato il sindaco che ha chiuso la discarica gestita in regime di monopolio da un boss autorizzato, dando spazio al traffico illecito di rifiuti o alla consegna ai signori altrettanto autorizzati dell’export, pratica onerosa per i cittadini e lo Stato che paga operatori esteri in grado di trarne energia guadagnandoci due volte.

Così l‘adozione e l’applicazione delle fonti di energia alternativa (soprattutto in regioni scelte per una certa assuefazione alla sopportazione, Calabria, Basilicata,Sicilia, Sardegna) sono diventate un business aggiuntivo dei signori di quelle fossili e tradizionali, trattate come supplemento piuttosto che come sostituto  all’interno dell’industria energetica come è attualmente configurata e anche quelle oggetto di quei benevoli e cauti gentlemen agreement esibiti come manifestazione di buona volontà e cattiva coscienza di aziende e governi che ci hanno condotti qui e oggi  ai  4°C che nella previsione di molti scienziati, avrebbero contrassegnato la fine della civiltà  nella valutazione di molti scienziati. Ancora in Puglia dove l’ex presidente Vendola aveva avviato una valutazione per la realizzazione di due rigassificatori, vantando la possibilità di fare della sua regione l’hub energetico nazionale, il paesaggio è una foresta di pale eoliche troppe delle quali sono mestamente ferme per il cattivo funzionamento, promosse a simbolo di una volontà ecologica smentita a Taranto. E sempre per restare in quei luoghi, vogliamo ricordare che la difesa del paesaggio con i suoi luoghi, la tradizione agricola , la pesca e la cucina esaltati in tutti i pregevoli documenti nazionali e locali che auspicano turismo purché sostenibile e attività purché ambientalmente compatibili, rimuovono castamente il si a trivelle e passaggi criminali.

La “trattativa Stato-mafia” è diventata una figura retorica  che il ceto politico in forma bipartisan ha collocato nel passato per cancellare il presente fatto di corruzione a norma di legge, grandi eventi controllati da controllori che prendono atto di alleanze e complicità con imprese criminali,  grandi opere che nascono criminali a prescindere dagli attori coinvolte per i costi economici e ambientali e per le loro inutilità, dissipazione dei beni comuni, intimidazione dei cittadini grazie all’alimentazione di minacce e paure, l’esercizio di ricatti nei confronti dei lavoratori in virtù della sospensione di conquiste e garanzie.

 

 

 


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