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Gli ultrà del cemento

stadio3Anna Lombroso per il Simplicissimus

“e famolo sto stadio!”. Si racconta che sia stato questo richiamo al riscatto di ultras e curve lanciato da Spalletti in una popolare trasmissione sportiva nel febbraio 2017 e ripreso su Twitter dall’ottavo indiscusso re di Roma, Totti, con la storcia frase  “vogliamo il nostro Colosseo moderno!”, a far cadere tutte le riserve della nuova amministrazione che aveva ricevuto inattesi consensi elettorali proprio per quel no a grandi opere speculative, simboleggiato dal ritiro della candidatura alle Olimpiadi e dai ragionevoli dubbi sollevati   sulla realizzazione dello stadio a Tor di Valle.

Si racconta che sotto il peso di quella pressione popolare, l’amministrazione 5Stelle non abbia retto “il colpo di quelle dichiarazioni”: così il progetto prima osteggiato – per via della malaccorta localizzazione (un’enclave priva di requisiti urbanistici e di collegamenti, che avrebbe richiesto oneri e stanziamenti  per collegare il sito prescelto a carico della collettività ), dell’imponente impatto ambientale ( quella è un’area golenale quanto mai vulnerabile, tanto che i pareri espressi dalle autorità addette alla valutazione del rischio idrogeologico hanno consigliato estrema cautela), delle volumetrie insensate pretese dai promotori per corredare l’arena di una corona di non meglio identificati servizi (ai centomila metri quadri di edifici per attività sportive previsti dal piano urbanistico vigente, l’amministrazione guidata dall’onesto Marino aveva approvato una corposa aggiunta di altri 200 mila metri quadrati per uffici e  terziario) –  diventa d’improvviso nelle parole della sindaca Raggi  un  intervento “unico, innovativo, moderno e rispettoso dell’ambiente perché ecosostenibile ma al tempo stesso tecnologicamente all’avanguardia”, elargito alla plebe    generosamente, ma soprattutto, e doverosamente, a costruttori e immobiliaristi,  quale tardivo ma entusiastico riconoscimento del loro   status di padroni della città, e a società finanziarie e istituzioni bancarie spregiudicate fino al crimine, in qualità di padroni del mondo.

Abbiamo appreso poi che quel Parnasi, scaciato debitore delle banche, Unicredit in testa, esposto per centinaia di milioni fu lieto di incrementare il suo abisso debitorio per fare un po’ di doverosa manutenzione della democrazia parlamentare erogando in forma bipartisan e egualitaria un canone fisso a esponenti di tutti i partiti dimostrando un lodevole disinteresse per la loro militanza calcistica oltre che per la loro professione di fede politica. E non stupisce ( da cosa nasce cosa) che da là prendano il via le giuste rivendicazione della Lazio intenzionata ad ottenere il suo stadio e di altre  cordate di costruttori impegnati a “valorizzare” zone trascurate della città, dare occupazione di quella precaria con il marchio della contemporaneità e  passare alla storia con l’impronta della loro piramide.

«Spenderò qualche soldo sulle elezioni – pare abbia detto a un collaboratore l’intercettato Parnasi, quando iniziò il suo corteggiamento, come lo ha definito la stampa, dei 5stelle – è un investimento che devo fare, molto moderato rispetto a quanto facevo in passato, quando ho speso cifre che manco te le racconto». E proprio la ricerca  di quelle «cifre spese in passato», ha persuaso la pm a procedere con il rito ordinario allargando l’inchiesta e esplorando nuovi e più estesi confini del sequel di Mafia Capitale, fino all’altra capitale, quella morale, sfiorata dalle prebende del “palazzinaro trasversale”.

C’è un risvolto nella vicenda infinita dello Stadio romano che va oltre il ritratto delle opache intese tra schieramenti e interessi solo apparentemente opposti o divergenti. Ed è quello che riguarda le nuove frontiere dell’urbanistica, diventata l’arte della negoziazione del settore privato con quello pubblico, sempre ginocchioni e assoggettato ai comandi del padronato proprietario, convertita in  scienza della concertazione sicché viene concessa insieme al neo-colosseo la realizzazione di 950 mila metri cubi di edifici per uffici e commercio, configurando la più grande variante urbanistica degli ultimi decenni della capitale. Se ne fa promotrice la giunta di Marino a ridosso della squallida conclusione davanti al notaio, in mezzo alla fanfara della sconfitta del marziano suonata alla grancassa dagli imprenditori esclusi e amplificata dalla libera stampa ostile, Messaggero di Caltagirone in testa.

D’altra parte è dalla fine degli anni Novanta e poi con l’empia accettazione dei capestri europei che  i trasferimenti di risorse alle autonomie locali vengono decimate dai tagli alla spesa pubblica, riducendo le amministrazioni ostaggio delle trasformazioni pretese dai privati, con tanto di moltiplicazione di deroghe, di variazioni delle destinazioni d’uso a seconda delle convenienze di mercato, dalle quali si possono ricavare finanziamenti, nel migliore dei casi, finalizzati a realizzare servizi e interventi, nel peggiore, a monumenti del superfluo a futura memoria, talvolta nati già con il destino di archeologia industriale,  dai quali ritagliare qualche scampolo da reindirizzare nelle greppie elettorali.

La verità è che la megalomania agonistica del marziano, in favore di calcio e Olimpiadi,  le sue cortesie elargite a Parnasi (il sindaco nel 2014 vola in gran fretta a New York per accattivarsi le sue simpatie e esternargli la sua favorevole disposizione d’animo) e oggi il “ravvedimento operoso” dell’amministrazione Raggi  sono inopportune: dopo le esperienze del passato è evidente a chiunque che Roma non aveva bisogno di una grande opera, come non aveva bisogno delle Olimpiadi, di formidabili motori, cioè, di malaffare, corruzione oltre che di tremende pressioni sull’ambiente. Sono fuorvianti: ancora una volta si fa finta di credere che un Grande Evento o un intervento muscolare sia la scorciatoia per risolvere problemi di mobilità, occupazione, anche grazie al paradossale contributo della tecnica dell’emergenza che permette l’aggiramento di regole e l’attribuzione di poteri straordinari. Sono inique: antepongono l’interesse di pochi che già detengono posizioni di privilegio largamente immeritate, a quello dei cittadini, appagano l’avidità di un ceto che già  ampiamente trae profitto dallo sfruttamento dei beni comuni.

Ma esprimono un paradosso che ha caratterizzato le politiche locali e non solo di questi anni. Si tratta di scelte legali: c’è una legge dello Stato che consente alle società professioniste di costruire impianti privati. E c’è una legge dello Stato, anzi più di una, che permette ai privati la concessione a edificare su terreni pubblici offerti a poco prezzo, in cambio di compensazioni e promesse. E c’è una legge dello Stato che fa sì che le amministrazioni siano obbligate a favorire le speculazioni e la renduta fondiaria  a sostenerle, erogando servizi e infrastrutture. Si, si tratta di scelte legali, certo, ma illegittime, perché trasformano i beni comuni in merce di scambio e mercatizzano risorse e territorio. In sostanza privatizzano le città e il paese come è avvenuto a Milano con l’Expo e con le sempre rinnovate smanie costruttiviste, come avviene a Venezia, dove è stato perfezionato un sistema grazie al quale riunendo in un’unica mano controllore e controllato, si è pervenuti alla corruzione per legge e alla corruzione delle leggi, come avviene con l’alta velocità, come avviene con le autostrade, con le trivelle.

La Roma dei senzatetto sgomberati con la forza (ieri 40 a Via Raffaele Costa) non ha bisogno di piramidi, mausolei, circhi, obelischi, Vele, Nuvole, non ha bisogno di altre colate che soffocano la città e i diritti di cittadinanza: sono più di centomila gli alloggi e  migliaia gli uffici vuoti. Sulla Cristoforo Colombo che doveva essere l’arteria-vetrina dei grandi gruppi, sono almeno 5 i palazzoni nuovi già abbandonati, precursori del destino che aspetterebbe il polo del terziario che dovrebbe corredare lo stadio. A Roma le macerie ci sono già e da tanto, sono quelle della polis, dei diritti, della giustizia.

 

 

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Il povero è negro, una lezione americana – prima parte

NottGliddon1Tutto cambia sempre più vorticosamente, ma tutto rimane anche immobile proprio come le onde marine che non spostano l’acqua orizzontalmente, ma solo in verticale o al massimo lungo un’orbita circolare: i frangenti spazzano i moli, si avventano sui fari, aggrediscono il litorale, frantumano falesie ma l’acqua che li forma rimane più o meno dov’era prima o vi torna dopo una breve e schiumosa ellisse. Così cambiano gli approcci magari gli oggetti di riferimento, ma non  le intenzionalità e il modo di guardare, per cui non ci possiamo stupire di certi eterni ritorni che nel caso di cui voglio parlare ci riportano indietro di circa 2400 anni. Proprio allora verso il 380 avanti Cristo Platone scriveva il celebre dialogo La Repubblica nella quale esprimere a Socrate una delle verità fondamentali della civiltà agricola mercantile, fondata sulla proprietà, nella quale tuttora viviamo nonostante i cambiamenti epocali degli ultimi tre secoli.

Il filosofo di strada  riassume in poche parole l’essenza di una civiltà che conosciamo fin troppo bene: “Voi cittadini dello Stato siete tutti fratelli, ma la divinità, mentre vi plasmava, nel generare quelli tra voi che hanno attitudine al governo mescolò dell’oro e dunque  il loro valore è altissimo; per gli ausiliari (potremmo chiamarlo ceto medio con terminologia moderna) usò argento, mentre ferro e bronzo per gli agricoltori e gli artigiani. a causa di questa generale comunanza di origine dovreste generare figli per lo più simili. Esiste un oracolo per cui lo Stato è destinato a perire quando la sua custodia sia affidata al guardiano di ferro o a quello di bronzo.” Poi Socrate si rivolge a Glaucone con cui sta dialogando chiedendogli: “conosci qualche espediente per indurli a credere a questo mito ?” E l’allievo risponde: “no, non ne conosco, ma ne conosco però  per indurre a ciò i loro figli, i posteri e il resto della futura umanità”. Questo per quanto riguarda gli uomini liberi, senza nemmeno prendere in considerazione gli schiavi.

Come si vede Platone in veste di Socrate enuncia per primo e nella maniera più chiara la teoria delle elites e della società divisa in classi ontologicamente distinte all’origine, ma avendo pienamente coscienza che si tratta di un mito, di una menzogna funzionale al buon governo. Questa concezione fu in gran parte offuscata, quanto meno in termini teorici, dalla contemporanea diffusione della più grande invenzione istituzionale di tutti i tempi: lo stato repubblicano romano che estendeva a tutto il territorio le caratteristiche della città stato e per le necessità connesse a questo allargamento non poteva concepire una distinzione aprioristica degli uomini su base etnica ancorché in stato di schiavitù. A me vengono i brividi quando mi capita di incocciare nelle tristi e ottuse vulgate anglosassoni che non sanno vedere altro che legioni e potenza militare oppure gladiatori nei circhi, ma sono completamente ciechi di fronte a tutto ciò che semmai ne era alla base. Dal 200 avanti Cristo epoca della definitiva affermazione di Roma come potenza egemone nel mediterraneo fino al 300 dopo Cristo, ossia durante la durata effettiva del potere romano, ci fu in effetti una sorta di età dell’oro in cui il servaggio era un fatto sociale e funzionale, ma non rispondente a una diversa essenza degli uomini tanto da dare origine al concetto di Humanitas. Ovviamente si trattava di una società elitaria, ma i passaggi di condizione sociale, per quanto ardui ardui e rari, soprattutto negli ultimi secoli, non erano impossibili.  Poi col cristianesimo, con la fragilità dell’occidente che trasformò ben presto i pastori di anime in gestori del potere civile, ossia grazie al peccato originale della chiesa cattolica, le vecchie concezioni,  mai del tutto sopite rispuntarono: il monoteismo imponeva che dio stesso venisse coinvolto nella storia e perciò man mano ritornò in auge il concetto del potere come diritto divino: l’ingiustizia e la sopraffazione erano questioni da dirimere nell’altro mondo, ma il comando e il servaggio non erano arbitrio, derivavano invece dalla volontà del signore celeste che garantiva il potere e lo arricchiva persino di un contenuto magico o sacrale derivato dal paganesimo arcaico con la possibilità per esempio dei re di guarire i malati (vedi nota).

Difficile tematizzare in poche parole questo lungo passaggio attraverso la lotta delle investiture, la servitù della gleba, lo scontro con le società orientali e infine la grande espansione negli oceani, ma il risultato è stato paradossale alla luce del messaggio evangelico cui il monoteismo cristiano dice di far riferimento: un ritorno della schiavitù, prima concepita solo come condizione per gli infedeli, poi estesa all’essenza umana di questi ultimi e alla inferiorità dei selvaggi incontrati nelle americhe. La schiavitù era ammessa proprio perché si tratta di esseri inferiori, così come la servitù era giusta perché negli imperscrutabili disegni di dio.

Ho titolato questo post una lezione americana perché è alla luce di questi concetti, sia pure imborghesiti dalla riforma protestante che i Quaccheri puritani si imbarcarono sul Mayflower: l’inferiorità degli uomini di altre religioni, di altro colore di pelle, di altre culture  e la ricchezza come segno del favore divino. E è attraverso questo “passaggio a nord ovest” che la questione si prolunga oltre i margini delle rivoluzioni e perciò entra entra nel mondo moderno, mano a mano si riveste di scienza, vi fonda i suoi alibi e si estende alla lotta di classe per arrivare fino a noi. Thomas Jefferson fu forse uno dei primi fautori di una tipica teoria americana nata nella prima metà dell’ottocento, quella della poligenesi  umana che si prefiggeva di ergersi a giustificazione dello schiavismo oltre ché del massacro delle nazioni indiane: le varie razze hanno origini indipendenti e dunque hanno diverse capacità, laddove quella bianca è decisamente superiore: “Avanzo anche solo come sospetto l’ipotesi che i neri fossero originariamente  una razza distinta o resa distinta dal tempo e dalle circostanze, che siano inferiori ai bianchi per caratteristiche sia corporee che mentali”. Un’ idea del resto sorprendentemente coltivata dallo stesso Lincoln che sino alla fine della sua vita si oppose al suffragio della popolazione di colore, dimostrando che le ragioni della guerra di secessione risiedono in altri interessi. Abbiamo da questo punto di vista abbondanza di testimonianze che vengono sia dai dibattiti Douglas che da notazioni personali pubblicate per esteso un secolo dopo da George Sinkler in un libro mai tradotto per la colonia italiana, “The racial attitudes of American Presidents, from Abraham Lincoln to Theodore Roosevelt”. Eccone un piccolo esempio: “Uguaglianza del negro!  Frottole! Per quanto tempo nel governo di un Dio grande abbastanza da creare e reggere l’universo, dei bricconi continueranno a spacciare e gli sciocchi ad arzigogolare un argomento di bassa demagogia come questo.”

Tuttavia mentre queste parole venivano pronunciare la scienza progrediva, c’erano già le lezioni Cuvier, di Lamarke, di Humbodt e già prima della guerra di secessione era stata pubblicata l’origine delle specie di Darwin, un soffio prima che Wallace giungesse alle stesse conclusioni: la teoria della poligenesi era al tramonto, ma si apriva allo stesso tempo una grande spazio per il razzismo moderno che aveva oltretutto un grande vantaggio rispetto a quello fondato su un qualche dio o investitura metafisica: quello di poter valere indifferentemente sia per le altre etnie, che per tutti i cittadini e le classi inferiori che cominciavamo a diventare perciò stesso i nuovi negri: la potente leva che vediamo all’opera anche oggi, anzi oggi più che mai in tempi di neoliberismo si chiama determinismo biologico.  E’ la “cosa” di cui parleremo nella seconda parte.

Fine prima parte

 

Nota Dalla linguistica sappiamo che il termine Re (rex in latino, rix in celtico e raja nei dialetti indiani) si è conservato agli estremi dell’area indoeuropea e indica originariamente un elemento sacerdotale e sacrale (sanscrito rag àn) che ritroviamo poi nelle corti dei miracoli, mentre lo stesso termine in ambito germanico perde in parte questo elemento e si concentra più sul semplice potere dando origine attraverso reiks a reich che indica sia un impero che la ricchezza, rich in inglese e via dicendo.


Italia Macerata

trainiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Tutti sanno chi è uno come il terrorista nero di Macerata, denominato bonariamente una balordo che ha vestito i  panni del vendicatore,  coi suoi tatuaggi, la testa rasata, mai conosciuto un lavoro se non quello di buttafuori – uno dei preferiti dal picchiatori, “vicino” a Casa Pound e Forza Nuova che si appresta a pagargli le spese legali, candidato della Lega in un borgo dove con tutta probabilità non hanno mai visto un migrante, che arriva solo terzo con il suo raid assassino dopo  Gianluca Casseri, anche quello inquilino di Casa Pound, che il 13 dicembre del 2011, in Piazza Dalmazia a Firenze, ammazzò due giovani senegalesi  con la sua 357 Magnum  e dopo che un altro minus habens di estrema destra massacrò di botte  Emmanuel Chidi Namdi, nigeriano, a Fermo, non molto distante da Macerata. E dopo casi meno plateali di rom dati alle fiamme, neri presi a  calci e pugni. Eppure. Eppure tutti sembrano sorpresi che un patetico folclore nostalgico e inoffensivo se non del buon gusto, si trasformi per “esasperazione” ha detto il giustiziere del sabato mattina, in azioni da commando neo nazista o da incursione ddel Ku Klux Klan.

Tutti sanno chi è Fiore, i suoi trascorsi sono noti anche se poco esplorati dalla stampa e pure i suoi propositi, sanno cosa è Casa Pound invitata come ascoltato interlocutore molto vivo alle feste della defunta Unità. Eppure gli si è data facoltà di candidarsi alle elezioni, vengono accolti con entusiasmo in formazioni che preludono a maggioranze plebiscitarie,   si lascia loro proclamare slogan, propagare negazionismo offensivo della storia e della democrazia e manifestare con i loro osceni simboli senza che magistrati sospetti di opache contiguità applichino le leggi vigenti, in attesa messianica di altre nuove e più severe, togliendo non solo la certezza della pena ma pure quella del diritto

Tutti sanno che gli immigrati non sono alloggiati in alberghi 4 stelle mentre i terremotati sono all’addiaccio, sanno che non è per colpa loro se è stata impoverita l’istruzione, collassano gli ospedali, il territorio è in rovina, che non ci sono alloggi a fronte di palazzoni incompiuti frutto di infami speculazioni. Tutti sanno che poveracci senza niente da perdere nemmeno carta di identità e l’identità stessa,  sono predestinati ai reati a cominciare da quello  di clandestinità, e a trasgredire: spacciano e rubano come i guaglioni delle stese, o la manovalanza bianca e cristiana della periferie milanesi, i ragazzi agli ordini degli Spada. Che si ci sono dei criminali tra loro che stuprano e non rispettano le donne. Eppure ci accontentiamo della leggenda secondo la quale  le  colpe degli ospiti molesti sempre e comunque più gravi  di quelle dei nativi in assenza dello ius soli,   sono originate da tradizioni patriarcali e da una religione incompatibile con la civiltà occidentale,    perché la tentazione ben autorizzata dall’alto è di cercare un capro espiatorio,   che ci esima da responsabilità e colpe,  compresa quella di  un eccesso di servitù volontaria.

Tutti sanno che non siamo italiani brava gente, che generazioni passate hanno accettato di buon grado le leggi razziali, qualcuno approfittando di insperati benefici per l’esclusione di “concorrenti sleali”,  e che la nostre ha accettato il bis sotto forma di Bossi. Fini. Eppure la frase ricorrente è, io non sono razzista ma i rom rubacchiano, gli ebrei sono i burattinai delle sopraffazioni bancarie, Etruria compresa, i nigeriani stuprano, le loro donne fanno le mignotte, i cinesi ci rubano i brevetti e danno da mangiare i gatti nelle loro trattorie dentro agli involtini primavera.

Tutti sanno che la paura che ci istillano ogni giorno del terrorismo venuto da fuori magari a bordo dei   barconi e quella ancora più autorizzata dei barbari che ci espropriano di beni e identità è la fake più popolare, originata dalla necessità per l’impero di limitare diritti, garanzie, conquiste, libertà e la molesta democrazia. Eppure diamo retta a chi propaganda lo stato di necessità che deve costringerci volontariamente alla rinuncia e all’abdicazione di sovranità e dignità di popolo e di cittadini.

Tutti sanno che il buonismo altro non è che un modo pe essere diversamente cattivi, sfruttatori, trafficanti e speculatori sulla disperazione e il bisogno, perché è preferibile la carità alla solidarietà e la compassione all’uguaglianza. Eppure si dà  retta ai dati farlocchi sull’invasione e sulle conseguenti penalizzazioni per gli italiani, soprattutto quelli che gli immigrati li sfiorano scansandosi quando chiedono l’elemosina, che non regolarizzano le badanti, che si lamentano del prezzo delle arance e dei pomodori, che tanto Rosarno è lontana. Quelli che per aiutarli a casa loro guardano di buon occhio le fattivemissioni umanitarie neo coloniali, la fertile cooperazione allo sfruttamento in soccorso di despoti locali, irridono come ridicole utopie i corridoi umanitari e dicono sissignore all’Ue, sia mai che a qualcuno venga in mente di esigere  la sospensione di capestri immondi in cambio di dignitosa e civile accoglienza.

Si, tutti sanno tutto, come sapevano  i nostri connazionali degli scandali a copertura dei quali era stato ammazzato Matteotti, di cosa facevano i nostri eroici combattenti ai danni delle faccette nere,  delle delazioni del vicino di casa,   come sapevano i tedeschi che quelli non erano campi di lavoro ma le sedi deputate, se lo sapevano i deportati israeliti, rom, politici, matti o gay, gli altri dagli ariani insomma che come tutti conoscevano il loro tragico destino e come lo sapevano quelli che vedevano passare i treni o  le nazioni sottomesse  teatro di rastrellamenti, esecuzioni e razzie.

Tutti sapevano e tutti sappiamo. Eppure ci nascondiamo che il silenzio, l’omissione della verità, la sorpresa quando il bubbone esplode e schizza il marcio sono al servizio di un  regime sovranazionale che vuole la nostra resa e la nostra complicità, come succede quando una famiglia mafiosa chiede un atto di fedeltà ai nuovi arrivati, un ammazzamento sanguinoso magari di un innocente per ottenere la sottoscrizione del patto di morte,  la conferma della cieca ubbidienza.

Eppure abbiamo un destino analogo, noi e i rom, gli ebrei, di allora e i neri di oggi, se l’intento è quello – e lo sappiamo in tanti –  di creare una popolazione di schiavi ubbidienti nei quali   tutti siano tutti ugualmente vittime ma resti a noi il dono tossico di sentirci  razza bianca,  civiltà superiore autorizzata di tanto in tanto al compito id carnefice.

 

 

 


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