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Roma e i misteri del sottosuolo

mappa_metro_roma_linea_a_linea_b_linea_c_2019Ieri un palazzetto in via Marco Aurelio, vicino al Colosseo, è stato sgomberato per accertamenti dopo che si era aperta una voragine sul marciapiede e sul piano stradale  antistante l’edificio, un fatto che in sé non non avrebbe attirato tanta attenzione, specie in una città che dopo aver diffuso nel mondo la civiltà delle strade ha fatto delle buche sull’asfalto un contro monumento imperituro delle amministrazioni dell’ultimo quarantennio. Invece si è subito diffusa una preoccupazione così grande da smuovere persino la sindaca Raggi, prontamente accorsa sul posto. Il fatto è che, come temono gli abitanti del Celio, le infiltrazioni di acqua da tubature corrose e i cedimenti del suolo sono con tutta probabilità  dovuti agli eterni cantieri della metro C in corso da ormai 7 anni in una zona dove sono anche presenti terreni argillosi e sabbiosi dovuti a depositi alluvionali relativamente recenti e dunque particolarmente vulnerabili agli scavi e alle vibrazioni. Ma quello che propongo non è un viaggio nelle catacombe geologiche w amministrative di Roma, ma ancora una volta un viaggio allucinante nelle “grandi opere”.

La metro C nasce infatti con un progetto inserito nel 2001 nel Programma strategico delle “Grandi Opere”, allorché il governo Berlusconi si inventò la Legge Obiettivo come corsia preferenziale per tutte quelle infrastrutture considerate prioritarie non si sa bene se per il Paese o per i comitati d’affari chiamati a realizzarli con opportune deregolamentazioni. Originariamente doveva andare da Pantano a sud est della città fino a Tor di Quinto al nord est su un percorso di 42 chilometri di cui almeno cinque sotto il centro storico della città con la maggiore densità in assoluto al mondo di reperti archeologici, nonché terreni molto difficili il che vuol dire costi altissimi e distruzione di patrimonio. Poi si è pensato di arrivare solo fino a Piazzale Clodio, conservando tutto il tratto sotto il cuore cittadino. passando per il Colosseo, Piazza Venezia, dintorni di San Pietro  ed eliminando la parte periferica verso nord. Il problema è che tutto questo tratto è abbastanza pleonastico perché  la zona Clodio è già servita dalla metro A mentre il Colosseo è già servito dalla B, per cui la nuova linea poteva tranquillamente fermarsi a San Giovanni senza dover bruciare milioni e miliardi per un doppione così difficoltoso  che si sono dovute persino seppellire le macchine scavatrici all’Anfiteatro Flavio per l’impossibilità di recuperarle.  Insomma costi talmente altri che si + stati costretti ad abbandonare i progetti di valorizzazione museale dei reperti trovati in abbondanza durante gli scavi e perfino cancellare 36 linee di collegamento di superficie con la periferia, come fece il sindaco Marino.  Basta dare uno sguardo alla cartina all’inizio del post (per ingrandirla basta cliccarci sopra) per rendersi conto che la linea verde tratteggiata, cioè la parte della metro C ancora da costruire, non vale la candela del miliardo che alla fine dovrebbe costare.

E’ vero, non si può vivere di passato e bisogna pur pensare al presente, ma il fatto è che nella città eterna non si può pensare di operare come a Londra, New York, Parigi, la cui crescita è avuta negli ultimi due secoli, dove il sottosuolo manca a volte completamente di valore culturale e dove non esisto il pericolo di indebolire i monumenti soprastanti: dunque il metrò dovrebbe principalmente servire per avvicinare alla zona centrale di Roma le periferie sparse, talvolta lontanissime e isolate in senso spaziale e sociale, piuttosto che costituire un mezzo per spostarsi nel centro, ma è evidente che ai comitati d’affari conviene operare dove tutto costa molto, può essere soggetto a mille occasioni di revisioni prezzo e di varianti (infatti ce ne sono state ben 45 in pochi anni mai passati attraverso il Consiglio comunale. per importi di spesa aggiuntivi di 316 milioni ) e dove è un gioco da ragazzi riversare sul committente pubblico buona parte dell’alea che invece competerebbe all’appaltatore o al consorzio di appaltatori, come infatti  è puntualmente avvenuto  con una lunghissima serie di misteri e di relative indagini della magistratura. Nel complesso tutto questo non fa che ribadire il teorema fondamentale delle grandi opere che Berlusconi intuì benissimo: più sono inutili, sbagliate o ridondanti più ci si può speculare proprio perché la scarsa validità permette tempi biblici di realizzazione perfettamente monetizzabili a danno del pubblico e in favore dei privati. E i cocci sono sempre a carico dei soldi di tutti.


Senza né coda né Capodanno

capodanno-da-soloSarebbe davvero davvero troppo triste seguire le cronache del capodanno, i discorsini dei burattini, il cozzare delle teste di legno sui tamburi mediatici, insieme ai fuochi, alle bombe, agli spari, alle lanterne cinesi, insomma a tutto il consueto apparato di festa, buoni propositi e di riti apotropaici che si innerva in questi giorni. Perciò in mancanza di notizie vere mi dedicherò a spiegare come mai il capodanno occidentale cada in una data così assurda come il primo gennaio. Assurda rispetto a tutta la tradizione umana nella quale solitamente il passaggio di anno viene situato tra fine inverno e primavera ossia in coincidenza col risveglio della natura, oppure a fine estate o primo autunno in coincidenza del suo riposo, vuoi in giorni fissi, vuoi variabili, ma comunque sempre in questo accordo stagionale.

Anche a Roma il capodanno si festeggiava in primavera e precisamente il 1° marzo, giorno in cui entravano in carica i consoli che però venivano eletti a dicembre, circa tre mesi prima della effettiva gestione del potere, mentre la campagna elettorale si svolgeva nella tarda estate. Nel 153 avanti Cristo si verificò una situazione di emergenza con la rivolta dei Celtiberi in Spagna e delle bande lusitane guidate da Viriato. In quel momento però le legioni veterane erano impegnate nelle guerre macedoniche e quindi c’era l’urgenza di dare subito il potere a uno dei due consoli eletti per mandarlo nella penisola iberica al comando delle truppe di seconda fila stanziate laggiù: si trattava di Quinto Fulvio Nobiliore, appena eletto console figlio di Marco Fulvio che era stato Pretore in Spagna e aveva sconfitto i Celtiberi in numerose battaglie. Il figlio conosceva i luoghi, le genti e il loro modo di combattere e dunque  fu quindi investito del potere tre mesi e mezzo prima del normale, inaugurando così una frattura con la tradizione che poi fu ripresa più volte spingendo Cesare con la sua riforma del Calendario, rimasto celebre con il nome di Calendario giuliano, a stabilire l’inizio dell’anno alle Calende di Januarius.

Qui si potrebbe aprire un capitolo molto interessante perché la riforma di Cesare non fu solo di carattere scientifico e astronomico, ma eminentemente politico: il calendario precedente, risalente a Numa Pompilio era infatti straordinariamente preciso, esattamente come l’attuale, perché l’anno durava mediamente 365, 25 giorni, il problema era però che la compensazione necessaria a non creare col tempo sfasature con l’anno tropico, si presentava complicata e si basava sull’inserimento di un mese intercalare o  macedonio di 22 giorni generalmente ad anni alterni che in un ciclo di 24 anni riportavano a concordanza perfetta stagioni e rivoluzioni terrestri. Questo tenendo presente che l’anno normale romano aveva 355 giorni.  Il problema era che la gestione degli intercalari era demandata ai pontifex cittadini e col passare degli anni questi cominciarono ad arrogarsi il diritto di aggiungere o sopprimere a loro piacimento il mese in più. All’epoca di Cesare quest’uso aveva creato uno sfasamento di 67 giorni e dunque la riforma, affidata all’astronomo alessandrino Sosigene, non voleva solo porre rimedio alla situazione, aggiungendo due interi mesi e qualche giorno all’anno 46 A.C  ma soprattutto togliere  il potere calendariale ai “pontefici” ( Caio Iulio attuò la riforma quando appunto divenne egli stesso pontifex)  per farne uno strumento sottratto a interessi particolari.

Il provvedimento si situa come ultimo atto importante  della Repubblica giunto fino a noi visto che il successivo calendario gregoriano del 1500 non tocca la struttura di base ma apporta solo delle correzioni marginali con la soppressione di tre anni bisestili ogni 400 anni e insieme il primo dell’impero visto che fu Augusto nell’ 8 dopo Cristo a promuovere piccole modifiche ( compresa l’attribuzione a se stesso del mese Sextilis ribattezzato Augustus). Vedete a cosa sono costretto per non parlare del Capodanno, dei buoni propositi falsi come Giuda e della cattiva coscienza che esplode nei mortaretti: tutto per festeggiare 365 giorno di ulteriore discesa verso l’inferno.


La Grande Sconcezza

E__MGZOOMAnna Lombroso per il Simplicissimus

Come per  una rivelazione tremenda e sconcertante i romani – quelli che dal 2007 transitano per l’Esquilino davanti allo stabile concesso da Veltroni a Casa Pound, come gesto di integrazione nel contesto civile  di un movimento i cui dirigenti stanno alla pari in piazza con i sindacalisti della Ps e   nelle sale da convegno  con esponenti dell’arco costituzionale, quelli che da anni hanno appreso a loro spese che il calcio della Magica o della Lazio è infiltrato da ultrà dichiaratamente “neri”, quelli che hanno sempre saputo ma ciononostante si sono sorpresi nell’apprendere che tutti gli affari sporchi della capitale  erano nelle mani di un assassino che combinava la militanza nei Nuclei Armati Rivoluzionari con l’attivismo nella Banda della Magliana, tranquillizzati però da una sentenza che lo risparmia dalla nomea di mafioso, quelli che stando ai Parioli o in Prati sono stati esentati dalla visione degli accadimenti che interessano quelle che vengono bollate come “periferie degradate” e covi di beceri squadristi, protetti da una plebaglia ignorante e malmostosa, dove sono stati confinati indigeni insieme a altri disperati venuti da fuori dunque non legittimati a esprimere malessere, controllate da organizzazioni di estrema destra che collaborano con la malavita –  ecco, i romani, proprio quelli sono stati informati  per via del secondo incendio appiccato a una libreria libera a indipendente dai circuiti monopolistici dei bestseller un tanto al chilo, che a Roma si è materializzata una minaccia fascista finora dormiente, che avrebbe tratto vigore dal consenso generatosi intorno a un leader che incarna l’ideologia della violenza, della sopraffazione, della xenofobia.

Allora hanno proprio visto giusto quelli che hanno preteso l’istituzione di una commissione che prende il nome dalla proponente più autorevole,  scampata alla ferocia nazista ma non a quella dei cretini tanto da essere costretta a dotarsi di una scorta, composta magari di poliziotti che erano alla manifestazione con i neo fascisti.

Eh si, perché cosa c’è di meglio che catalogare l’odio razzista secondo tipologie e gerarchie facilmente identificabili, grazie a antichi marchi sempre attuali, a slogan sempre riecheggiati, per lasciare in ombra altri meno emblematici e appariscenti, autorizzati e promossi dalle stesse autorità e dagli stessi poteri che proprio a Roma cedono alle pressioni di società sportive e immobiliari dedite a affari opachi e a loro volta soggette alle sollecitazioni esercitate da skinhead che pretendono uno o più Colossei, da quelli che grazie a una pianificazione  della città nella quale si negozia il diritto all’abitare concedendo un trattamento di favore agli appetiti dei costruttori, creando mostruose aggregazioni prive di servizi, marginali e emarginate,  concedendo volumetrie spropositate  per edificare costruzioni che non vengono popolate e si ergono come monumenti celebrativi della speculazione, quelli che esigono nuovi investimento per costruire mentre il patrimonio immobiliare pubblico e provato viene consegnato nelle mani di ceti privilegiati e faccendieri grazie all’esodo forzato grazie dei residenti, così ai colossi vuoti della Cristoforo Colombo o alle ristrutturazioni dentro la cinta del centro storico che stravolgono l’identità storica e urbanistica, fanno da contrappeso le nuove bidonville dei senzatetto, le occupazioni di falansteri mai finiti, la baracche ripopolate.

È che ormai abbondano le imitazioni farlocche delle ideologie e dei movimenti, un’ecologia dei giardinieri senza lotta a un modello di sviluppo imperniato sulla dissipazione e lo sfruttamento, un femminismo delle “arrivate” o arriviste solo in chiave antipatriarcale che non contempla la denuncia della sopraffazione capitalistica, e si augura la mera sostituzione aritmetica di donne al posto dei maschi nei ruoli chiave, di un antifascismo “liberale” che si compiace che una corporation privata chiuda le pagine di un’organizzazione o che venga istituita una commissione parlamentare, quando ha tollerato che per quasi settant’anni semplicemente non venissero applicate le leggi (Scelba o Mannino) preferendo l’applicazione di una censura discrezionale, intermittente e dunque arbitraria, ostentando una offensiva ignoranza del rapporto tra  diritti e diritto.

È l’antifascismo di occasione che ha ripreso fiato grazie a Salvini e lo ha soffiato nei polmoni di un partito morente per rinvigorirlo e permettergli la duplice funzione di ago della bilancia e di salvatore della patria e regalandogli un ruolo egemone usurpato grazie alla acquiescenza degli ex alleati del feroce all’Interno che aveva avocato a sé pieni poteri insieme a moijto, felpa, infradito, concessi e riconfermati anche via cavo Tv dal voto in Umbria. Quello che ci ha abituati al ragionevole compromesso tra onnipotenza virtuale con le armi dei like o dell’invettiva e l’impotenza concreta nei confronti delle armi imperiali, ricatti, intimidazioni, coercizioni che continuano ad essere quelle del totalitarismo che l’Ue non condanna perché ne fa parte in forma di volonterosa colonia, in modo che il poco fascismo visibile mascheri il molto fascismo invisibile.

Ormai si replica perché il fascismo a Roma come in tutta Italia  c’era, c’è stato e c’è, fatto di corruzione, di parassitismo, della speculazione di predoni, costruttori e immobiliaristi, di burocrazie che restano anche quando i ministri se ne vanno perpetuando la loro gestione opaca che ostacola partecipazione, conoscenza e trasferimento delle informazioni sui processi decisionali, di istituzioni finanziarie marce come ai tempi dello scandalo della Banca Romana, di amministratori pronti a consegnarsi ai soliti poteri forti di qua e di là del Tevere, a cancellare rioni per far passare qualche tiranno, a fare dei servizi alla città le greppie per clientele sempre più voraci e prepotenti,  di scandali e delitti soffocati grazie alle porte girevoli di tribunali e alte corti.

A manifestare contro l’incendio appiccato dal racket fascista non a caso appiccato con le stesse micce di quello delle estorsioni, è sceso in piazza il popolo di Centocelle a dimostrazione che le geografie della consapevolezza, della critica, dell’opposizione e dell’antifascismo ci sono anche se non hanno i riflettori e le telecamere puntate e non perché non fanno audience, ma perché il fascismo contro il quale lottano è quello comandato in alto e che si realizza a Chiatamone, a Taranto, con Tav e Tap, nell’hinterland di città dove non arrivano bus e tram gestiti da carrozzoni clientelari, dove vengono conferiti rifiuti, quelli che sfuggono l’import-export delle imprese dei triangoli industriali criminali e quelli considerati tali perché hanno la sventura di essere poveri, malati, vecchi, stranieri, nelle favelas che spaventano i ghetti di lusso con il respiro avvelenato della collera.

 

 

 

 


I violenti del “mondo di sopra”

Batman-Arkham-Knight-1Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma adesso non eravamo tutti rassicurati dalla sentenza della Cassazione? Non vi sentivate più sereni nelle vostre comode e  case ora che ci hanno reso noto che a Roma non c’è la mafia? Invece ecco che arrivano Calenda e Salvini, Mentana, Feltri e perfino la Perina promossa a libera pensatrice in quota rosa, a  comunicarci che è infetta, preda della criminalità, terreno di scorrerie di bande organizzate, che perciò costituisce una minaccia di tremendo contagio  per il paese, Capitale morale compresa, che peraltro vanta il non invidiabile primato di prima in classifica per numero di reati denunciati e per l’aumento di oltre il 10% rispetto al passato per quelli di produzione, traffico e spaccio di droga.

E che, dunque, dopo l’ultimo tragico evento: l’assassinio di un giovane – ahi, ahi sospetto però di sovranismo –  accorso a difendere la ragazza, deve essere affidata ad alte autorità, a poteri commissariali eccezionali per ripristinare condizioni di legalità e decoro, contrastare il rischio di pestilenze  e  guerre del pane  – è il piccolo Enrico del Cuore a dirlo, proponendosi trasversalmente come candidato alla poltrona in Campidoglio, oltre che per ridurre lo strapotere dei sindacati come ha mostrato di saper fare lui a Taranto e in altri 161  tavoli di crisi aziendali.

Si dimostra così che, sia pure detronizzato, il grande impresario del music-hall della paura vive e si è impossessato senza fatica di altri corpi, non di cervelli sempre scarsi,  che va in scena non solo al Papetee o su Twitter,  ma si produce in giornali, nei talkshow, nella rete dove si nutre la percezione del terrore un tanto al metro, si alimenta l’ideologia dell’emergenza post-immigratoria per far vedere che il vero pericolo è l’invasione interna e l’occupazione militare di periferie, dove nessuno dei commentatori ha la ventura di andare, da parte dei poveracci spinti sempre più giù, dei violenti ai quali sono state fornite armi virtuali e concrete e proposti nemici più deboli sui quali si può infierire, tutti fenomeni da controllare con pugno di ferro, poteri straordinari, potestà speciali e carismatiche.

In barba alle statistiche e alle rilevazioni di dati reali, l’intento è quello di persuaderci che siamo vittime innocenti di esodi di malviventi e terroristi e esposti alla loro indole trasgressiva e alla loro ferocia, combinata con  quella di qualche indigeno, con tutta probabilità esasperato dalla loro presenza o impreparato a vincere le sfide dalla modernità con dinamismo imprenditoriale, ambizione e tenacia, insomma,  matto o sfigato.

Non conta che  i reati continuino ad essere  in calo con una flessione che prosegue dal 2013  (sarebbero in aumento solo quelli informatici benchè non vengano annoverate le balle  ufficiali e non, raccontate in rete), che la leadership del crimine sia detenuta  non dalla Capitale ufficiale, ma da quella morale, seguita da Rimini e Firenze mentre l’ultima in graduatoria secondo le rilevazioni del Sole 24 Ore sarebbe Oristano, a smentire stereotipi e luoghi comuni sull’efferato banditismo. Non conta che le statistiche confermino che rispetto a Parigi o New York Roma sia un’oasi della pacifica e armoniosa convivenza e che non possa essere assimilata a altre megalopoli fantascientifiche, come ha ricordato perfino il capo della Polizia Poco contano i rinfacci sulle risorse destinate a incrementare il numero delle forze dell’ordine, incaricate da anni della repressione dei molesti, degli sgraditi alla vista e alla reputazione, dei dissidenti, più che al controllo del territorio, che tanto  la parola d’ordine è favorire un rafforzamento autoritario delle figure e delle competenze di sindaci in modo da farli assomigliare sempre di più a sceriffi e potestà, anche grazie a leggi elettorali che hanno ridotto l’ingombro della partecipazione democratica.

Conta invece che da anni istituti di studi ben collocati nelle “scienze sociologiche e strategiche” mainstream, organizzazioni che analizzano i conflitti – le più esperte visto che di solito sono al servizio di quelli che li generano –  insieme a Banca Mondiale, Fmi, Onu, parlano di guerre prossime o meglio già cominciate, a “bassa intensità” le definiscono, che hanno e avranno come teatri le città, dove si consumano le più tremende disuguaglianze, dove  bidonville e favelas (che qualcuno ha chiamato le discariche dell’eccedenza) minacciano  come orde barbariche e animali feroci le eleganti dimore arroccate sulle alture, le prestigiose sedi di industrie e istituzioni, le torri di cristallo che svettano verso il cielo specchiano una modernità dove il lusso più futile e dissipato è contornato  da squallore,   inquinamento, escrementi e sfacelo. E dove le  “case” abitate dagli strati più poveri del proletariato urbano crescono come funghi velenosi su suoli d’infimo valore e  marginali, zone golenali, acquitrinose o contaminate da scarichi industriali: siano le favelas di São Paulo   e di Rio de Janeiro  col rischio di frane e smottamenti, siano le callejones di Lima costruite in buona parte dalla Chiesa cattolica, colosso immobiliare,  che sprofondano  al primo temporale, siano le bidonville di Nuova Delhi, che ospitano un milione di straccioni, mentre a Bombay un milione e mezzo di persone, pur avendo un lavoro, dorme  sui marciapiedi, che si tratti  della capitale della  Mongolia, assediata da un villaggio di tende, o di coperte stese a coprire povere cose, in cui vive mezzo milione di ex allevatori scampati a espropri e fame; o del Cairo, dove le tombe dei Mamelucchi sono abitate da un milione di persone, mentre un altro milione di cairoti dorme sui tetti.

E siccome rifiuti urbani attraggono quelli che vengono considerati rifiuti umani, altrettanto indesiderabili e che è necessario sottrarre alla vista della gente perbene, Quarantena a Beirut, Hillat Kusha a Khartoum, Santa Cruz Mehehualco a Città del Messico e la “Montagna fumante” a Manila  sono le sterminate discariche dove trovano riparo i più disperati  indigenti che trovano sostentamento nell’immondizia.

In quello che eravamo abituati con sufficienza a chiamare Terzo Mondo e così e sarà così in maniera sempre più epidemica e diffusa ovunque, se in tutte le città, grandi e piccole, nelle megalopoli già predisposte per diventare necropoli, abitate da occasionali  ospiti dei grandi cimiteri della giustizia e della civiltà: banche, uffici di multinazionali, centri commerciali, ma anche nelle capitali dell’arte e della cultura, la politica dell’abitare è ridotta a negoziato impari di governi e amministrazioni che contrattano consenso, voti, prebende, “compensazioni” miserabili con costruttori e immobiliaristi, coi promoter  delle più nefaste bolle finanziarie, per  espellere i cittadini dal luogo sono nati e vissuti, costringendoli a lasciare le case “dentro le mura- perlopiù simboliche” e spostarsi “fuori”, in spazi residuali, in non-luoghi, in “zone grigie”, in junk space,  in appositi dormitori, mal collegati da reti di trasporti  vetuste, sprovvisti di servizi, brutti in posti brutti, che quindi si meritano oltraggi aggiuntivi alla cancellazione della memoria e dell’appartenenza anche imponendo “altri”  ancora più indigenti, ancora più molesti, ancora più feriti, dai quali è doveroso risparmiare le geografie dello sfarzo e del privilegio.

E cosa volete aspettarvi dai servitori in livrea dello stesso sistema che provoca i danni, li “denuncia” per incolparci e sa agire solo con la forza e la repressione, se non pretese di innocenza e invocazioni di forza, autorità e costrizione? Strumenti che paradossalmente penalizzano le due città che coesistono in uno stesso luogo, quella dei ricchi e quella dei miserabili, Parioli e Bastogi, Vomero e Forcella, San Babila e Giambellino, i ghetti del lusso, controllati e difesi da vigilanti e sistemi di sicurezza che trasformano i fortunati in reclusi spaventati e rabbiosi e i recinti della miseria  coi loro reticolati veri o virtuali e i loro prigionieri intimoriti e incolleriti. Chi ha seminato violenza oggi teme la violenza che ha generato e che li minaccia, quella dei  “gatti in tangenziale”, di chi da sempre è confinato nelle geografie  del malessere dove l’unica voce che arriva dai palazzi è quella del più trucido, dove i condannati alla marginalità si sentono traditi tanto da consegnarsi a Forza Nuova che rivendica di avere in pugno cinque o sei quartieri, tanto da volersi rivalere  su quelli che vengono conferiti nelle discariche umane del benessere, vite nude senza documenti e fissa dimora, scarti mandati dove ci sono già altri scarti.

Il trailer dell’horror che si sta girando in Cile ci insegna che bisogna aver paura della paura dei potenti e combatterli prima che abbiano la meglio su di noi.


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