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Ostie sconsacrate

ostiaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ci voleva un naso rotto “inviato speciale”   per rivelarci che esiste  un territorio a ridosso della capitale dove comandano sgherri che combinano appartenenza a organizzazioni criminali e dichiarate simpatie per il fascismo, miscela non certo nuova stando a quanto ci ha narrato la storia  a proposito di alleanze e patti scellerati del passato.

E subito nasi ancora più speciali, che di solito si tengono fuori, preferendo quella loro protuberanza non metterla in certe faccende, si impadroniscono del succulento canovaccio sperando di ricavarci una loro Gomorra, una loro Banda della Magliana, una loro Suburra. Ma non sono mica i soli: reagiscono immediatamente all’inatteso disvelamento anche gli instancabili produttori di vibranti allarmi, compresi quelli ignari fino al pestaggio, cui dedicano compunta attenzione in difesa dell’informazione irrinunciabile presidio di democrazia, oltraggiato da una plebaglia miserabile e infame della quale non avevano finora avuto notizia.

Con ricostruzioni e indagini nel più dinamico stile investigativo, negletto fino al caso naso, scopriamo che, a seconda delle testate,  il litorale, ma tutte le propaggini di Roma sarebbero infiltrate – o forse occupate militarmente – da un numero di clan che va da 75 a 80, e più. Che si tratta di estensioni di camorra con un pedigree di tutto rispetto: Femia, Moccia, Mallardo,  Iovine, Alfieri, o di mafia,  come i Triasso, sulle quali indagò Calipari. E chi è penetrato grazie alle caciotte e alle mozzarelle imposte in esclusiva ai ristoranti, chi con la droga, chi con bar e ritrovi, chi con la monnezza, chi con l’abusivismo delle casette tirate su spiagge in concessione che gestiscono in regime di esclusiva passata per via dinastica.

C’è da essere meravigliati per  la stupefazione  dei soliti sbalorditi, quelli che erano insorti per l’accusa mossa a Roma di essere una capitale mafiosa: politici, amministratori e giornalisti, gli stessi che quando si scoperchiò l’immondo vaso raccontarono con spudorato disincanto che “tutti sapevano” . tranne loro? – che gli attori protagonisti e le comparse trattavano i loschi affari al bar, che si telefonavano in una sconcertante pretesa di impunità, che erano a conoscenza delle strane amicizie avventori dei caffè dove si passavano buste sospette, vicini, gente che lavorava nelle cooperative coinvolte, passanti “testimoni per caso”. Eppure anche allora ci fu un generale sbigottimento. E anche allora, come oggi, la colpa venne imputata infine e con sollievo al popolino correo e omertoso, a Roma come a Ostia, come in Sicilia, come a Afragola, come nei paesi dove la folla si apre, piamente vicina e solidale, al passaggio dei funerali dei boss, per paura o per miserabile interesse.

Allo stesso modo si sono accorti che ci sarebbe un pericolo di “rigurgito” neofascista, in puro stile europeo si direbbe, che ha colpito come una sgradita mazzata tutti, ma soprattutto il partito della pacificazione a cominciare da Violante coi cari ragazzi di Salò,  lo stesso che  alle sue feste dell’Unità promuoveva pensosi confronti con la destra, quella “colta” e “solidale”, lo stesso che tratta come ragazzate di tifosi entusiasti o di giovanotti focosi certe intemperanze nere, lo stesso i cui amministratori finanziano sacrari e musei che dovrebbero essere fuori legge, lo stesso che ha autorizzato e infine legittimato l’occupazione fisica e morale di luoghi e territori, concessi benevolmente a Casa Pound, riconoscendo all’occupazione Via Napoleone III lo status di “occupazione  a scopo abitativo che rientra tra le occupazioni storiche di Roma riconosciute dal Comune e dall’allora sindaco Walter Veltroni con la delibera 206/2007”, lo stesso che rincorre i Salvini e presto forse i Fiore preferendo aiutare i profughi a casa loro in comodi lager libici, i cui amministratori pensano di tassare chi accoglie, avendo ormai introiettato la eterna triade della destra: autoritarismo, demolizione di democrazia e rappresentanza, xenofobia e razzismo, cui mette qualche pezza a colori proponendo misure più severe contro l’apologia, quando non ha mai preteso l’applicazione di leggi vigenti, o con la pretesa paternità su una imitazione grottesca dello ius soli.

C’è chi pensa che è meglio così, c’è chi spera in una tardiva resipiscenza. Io no, perché Ostia, passata la tornata elettorale tornerà nell’ombra nera che si addice ai polizieschi e alle fiction. Perché anche i questo caso si è resa palese la distanza tra politica della vita, la nostra, e politica del potere, la loro,  impegnata a prendere le distanze da cortei e manifestazioni, in un palleggio di responsabilità e di propaganda, intesa soprattutto a rivendicare pretese di innocenza. Quando nessuno di loro è innocente. innocente.

Perché sono quelli che scoprono il dramma dei senzatetto quando creano disordini che nuocciono al decoro dell’urbe, come Marino e provvedono istituendo commissioni d i studio e tagliando acqua e luce, come la Raggi che chiama gli agenti a sgomberare con la forza stabili occupati da anni da richiedenti asilo e rifugiati, che affrontano l’emergenza rom come la chiamano loro, inclusi i rifugiati della Bosnia, immotivatamente assimilati a nascondere pecche belliche, con qualche discreto pogrom, come Veltroni, che lamentano la presenza malavitosa delle cosche sul litorale, quando per legge governativa grazie a un provvidenziale emendamento targato Pd si sono prorogate concessioni anche le più opache, che sono le più, con un automatismo malandrino in barba alle direttive comunitarie, che si vede che stavolta l’Europa non ce lo chiede.

Perché sono quelli che il degrado delle periferie l’hanno creato, relegandovi esclusi, marginali, nuovi e antichi poveri, immigrati, condannati a trovare risposte e protezione in una molteplicità di organizzazioni criminali; usurai delle cosche e bancari, lavoro come manovalanza dei boss o delle coop che speculano sugli stranieri più redditizi della droga, passatempi con le macchinette mangiasoldi gestite in mezzadria da stato e clan, casa occupando alloggi – quando sono migliaia quelli sfitti o mai finiti e abbandonati, frutto di alleanze  oscene tra amministrazioni e costruttori, se Roma  è stata la città con la maggior quantità di edilizia economica e popolare realizzata in Italia, che però si trova in una condizione di degrado e abbandono – o ripopolando le baracche che qualche sindaco ormai in odore di santità aveva smantellato, terreno di tragici scontri tra disperati nostrani o esteri, visto che ormai l’urbanistica e il governo del territorio sono stati retrocessi a attività negoziale intesa a garantire e moltiplicare profitti privati e speculazione tramite grandi opere, stadi, centri commerciali (senza più soldi possiamo però comprare in almeno 40), grattacieli per uffici laddove non c’è più lavoro e grazie al Jobs Act la carriere più promettenti sono quelle di consulenti per la contrattistica precaria, di licenziatori e delocalizzatori, in studi  legali al servizio di multinazionali del casinò finanziario e di cravattari eccellenti.

Una volta si lamentava il passaggio delle città da metropoli a megalopoli. Adesso spetta ai cittadini non subire quello dalle megalopoli alle necropoli.

 

 

 

 

 

 

 

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Non guardate queste immagini

Ieri a Roma una manifestazione dei sindacati di base insiema a No Euro e No Europa inaspettatamente affollata, sintomo di una nuova consapevolezza che si va facendo strada e un’altra davvero gigantesca a Barcellona con almeno un milione di persone (vere) per chiedere la liberazione dei prigionieri politici catalani mesi in galera da Madrid. Secondo alcuni raffinari esprit de geometrie ovvero geomentri prestati alla storia con l’arresto dei leader indipendentisti la faccenda si sarebbe chiusa, mentre era proprio in quel momento che cominciava davvero.

Però tutto questo non esiste per il mainstream dei grandi fratelli che hanno fatto di tutto per nascondere la notizia e per cancellare per quanto possibile le immagini per non far cicolare foto e video. Per questo vi consiglio di non guardare queste immagini scandalose per il potere.


Strage di pioggia

alluvione-livorno-6-459x420Lo so bene che è banale e persino noioso, ma mentre si ciancia di terrorismo e sicurezza per accreditare una repressione che ha tutt’altri scopi, ci sono otto morti per una pioggia intensa, ma non eccezionale e comunque non è più eccezionale visti gli andamenti climatici che estremizzano gli eventi meteorologici, come si sa da parecchi anni ormai. Come si è sperimentato sulla pelle di tanti. Ma non è solo questo, nell’epicentro di Livorno: la rete ferroviaria ligure è rimasta praticamente bloccata per un’intera giornata, mentre a Roma dove sono caduti appena 68 millimetri di pioggia in 8 ore (non potendomi più fidare dei dati ufficiali, riferiti spesso sull’onda dell’immediata convenienza del potere e dei poteri, mi sono dotato di pluviometro) molte stazioni della metro si sono allagate, segno che sono state progettate e costruite con superficialità e con la mente ad altro rispetto all’efficienza. Insomma il Paese è diventato di straordinaria fragilità dopo decenni di incuria, di cure sbagliate, di interventi pensati più per la convenienza degli aggregati di potere che per l’efficacia, di abusivismo legalizzato e palazzinaro che costruisce dove non è prudente e persino dove non si potrebbe, di inefficienza e di carenza di mezzi come risultato delle stravaganti e a volte paradossali razionalizzazioni, dei licenziamenti di massa, degli sprechi folli per grandi opere inutili, di sperperi in ogni settore compreso l’acquisto di armi altrettanto superflue. Tutte cose che si toccano con mano, ma sulle quali i tenutari di bordelli istituzionali hanno ancora la faccia di asserire buona fede e nascondersi dietro giustificazioni.

E’ inutile cercare responsabilità che comunque hanno radici profonde e lontane nel tempo: la responsabilità di una situazione che coinvolge l’intero sistema Paese come direbbero i manager d’accatto di cui siamo rigoglioso territorio di coltivazione e produzione, anzi coinvolge un’intera mentalità nata dal connubio tra antichi vizi e vacua modernità neo liberista, la stessa  che ha presieduto alle grottesche cronache di un’intera giornata tutte giocate sull’enfasi della cronaca spiccia affrontata da gente che non ha la più lontana idea di ciò che riferisce in italiano stentato, sulla tentazione subliminare di attribuire tutto  a una situazione eccezionale e irripetibile, sui penosi giri di avvoltoio della politica più deteriore, scialba per non dire ridicola che si rimpalla responsabilità, ma appassiona ancora un popolo che sa solo essere tifoso e soprattutto sulla desolazione di un fatalismo ormai inevitabile, privo di reale senso del bene comune, teso in realtà a convincere le persone che non ci si può fare nulla perché il Parlamento, l’Europa, i mercati non consentono, anzi nemmeno concepiscono di trovare le risorse necessarie a sistemare i territori. Semplicemente perché non sono ancora del tutto monetizzabili.

Alla fine è solo piovuto, forte, ma non più di questo, al punto che non si è potuto ricorrere nemmeno a quell’ancora di salvezza, a quella panacea di tutti i mali che va sotto il nome di bomba d’acqua e di fronte alla quale la responsabilità di qualsiasi incuria va a farsi benedire. Cinquant’anni fa, invece della devastazione a 360 gradi che vediamo e alla piccola strage da nubifragio, sarebbe soltanto piovuto perché almeno le cose essenziali ancora si facevano e non c’erano case nello sprofondo. Ma cinquant’anni fa di fronte a un terremoto che spazza via interi paesi nessuno avrebbe avuto la faccia di tenere intatte le macerie per più di un anno, di intervenire con colpevole ritardo, di non ricostruire proprio nulla  e addirittura di beffare la gente facendo carte false e totalmente opache per erigere un supermercato di una nota multinazionale, in una delle zone disastrate, spacciandolo come intervento risolutivo a favore della popolazione: chi lo avesse proposto sarebbe stato appeso per i pollici. Ora invece ci si gira i pollici sperando semplicemente, ma inutilmente che non accada nulla e soprattutto che non accada a noi.


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