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Roma postatomica

pian

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sapete qual è l’illustrazione perfetta per la Roma di oggi? Ma è ovvio, è una delle “Antichità Romane” di Piranesi!   delle quali parla lui stesso così: “vedendo che i resti degli antichi edifici di Roma, sparsi in gran parte negli orti e in altri luoghi coltivati, diminuiscono giorno per giorno o per l’ingiuria del tempo o per l’avarizia dei proprietari che con barbara licenza li distruggono clandestinamente e ne vendono i pezzi per costruire edifici moderni, ho deciso di fissarli nelle mie stampe”.

Come allora la capitale di un impero, un tempo  sontuosa e altera, maestosa ed  possente, luogo di riflessione sulla storia, privilegiato crocevia di stili, luogo d’incontro di intellettuali ed artisti,  mostra oggi al viaggiatore “interno”, al cittadino che nel lungo ponte di giugno non si fosse recato in amene seconde case del Circeo o dell’Argentario, o al ridente paesello dei nonni, strade deserte, serrande tirate giù malinconicamente su negozi vuoti e polverosi, hotel sbarrati, pure quelli di proprietà ecclesiastica orbati di pellegrini, pure l’Hassler disertato dai petrolieri texani e russi, e poi  bar e ristoranti sulle cui porta campeggia la notifica di fallimento del tribunale, come quello dello Zodiaco che affaccia sconsolato  sulla metropoli silenziosa.

Solo la sera carovane di macchine circolano nelle vie della grande greppia fusion, popolando localini abilitati a riservarsi spazi gratuiti su viuzze anguste, dove su tavolini appiccicati in barba al distanziamento si può gustare qualche vivanda cosmopolita, tra kebab e matriciane, pollo coi peperoni e sushi.

Non si può non sospettare che il prolungamento dell’allarme, la denuncia di nuovi focolai che divampano a carico di irresponsabili  dediti a crapule, grigliate e rave, o che il teatrino kabuki sul palcoscenico europeo: Mes offerto benignamente  dai carnefici come l’ultimo pasto del condannato che deve pagare il conto, la pausa di riflessione di Conte come le finte nei tornei dei dilettanti e i moti nello scopone,  nascondano da una parte l’incapacità e l’impotenza a gestire il “dopo” Covid, l’inadeguatezza a governare  il “durante” e invece la sapienza nel rimuovere il “prima”, cui fa da controcanto la sensazione che chi pensa di essere esente dagli effetti secondari (che come sempre si abbattono sui civili più esposti) voglia proseguire in questo strano anno sabbatico, che si adatti alla pandeconomia e ai suoi riti domestici di lavoro e sfruttamento compresi,   con la volontà non del tutto consapevole di ripristinare quella normalità che pure si è capito essere all’origine di morte e distruzione.

Anzi , qualcuno è talmente posseduto dalla nuova ideologia  igienico- sanitaria della sopravvivenza al posto  della vita, da attendere  il ripresentarsi dell’epidemia che avrebbe l’effetto di giustificare la delega, di legittimare lo stato di emergenza e la conseguente eccezionalità, per autorizzare l’affidamento a autorità “superiori”, tecniche e manageriali al posto delle istituzione democratiche fallite o aggirate.

Basta pensare al rinnovarsi degli appelli all’unità e alla coesione, formula aggiornata e altrettanto velenosa e falsa della stantia “siamo sulla stessa barca” convertita nel “rischiamo la stessa terapia intensiva”, che ha permesso che in questi mesi Confindustria indicasse il da farsi e Governo e Regioni scrivessero sotto dettatura, con il valore aggiunto ideale di task force in forza appunto alle ragioni dello sviluppo da rilanciare nei soliti modi, cantieri, appalti opachi ad personam o comparto, mascherine comprese, e grazie al contributo di manager e bancari di fiducia, immobiliaristi accreditatisi con il marchio doc della Cassa depositi e prestiti, innovatori che hanno partecipato al disegnare il volto della nuova Milano all’ombra di emiri, cementieri, speculatori.

Nella Capitale deserta come in un’arcadia post- atomica, come nel resto d’Italia. ci sarà che pensa di essere al sicuro, chi pensa alle ferie come anelito di libertà dopo la reclusione, perché la lenta ripresa, i dubbi, le statistiche farlocche, le minacce e gli avvertimenti di santoni non disinteressati, i sussulti dello Stato risuscitato e i revanchismi della regioni avide di maggiori competenze proseguono nella loro opera di vaccinazione contro consapevolezza e partecipazione democratica, con l’aiuto di una informazione che tace le previsioni  del WTO che avevano già indicato in tempo non sospetto come nel 2020 il commercio mondiale potrebbe diminuire tra il 13% e il 32% (WTO 2020), o la penalizzazione  dei  flussi  turistici per via delle nuove normative sul distanziamento, tanto che anche i ricchi a volte piangono, se il magnante americano Buffett  ha preferito vendere  le sue partecipazioni nelle quattro principali compagnie aeree americane, o le   valutazioni dell’Istituto Nazionale di Statistica che annunciano per l’anno in corso, il 2020, un crollo del Pil dell’8,3% su base annua, causato soprattutto dalla forte contrazione della domanda interna (-7,2 %).

E mentre i cerotti governativi, dal FIS (Fondo per l’Integrazione Salariale) al blocco temporaneo dei licenziamenti (fino al 17 agosto),nascondono le piaghe dolorose, mentre la cassa di “tutti” offre prestiti garantiti dallo Stato alla FCA con sede fiscale  all’estero e nessuno ha pensato di sospendere la misura che   raddoppia i finanziamenti alle scuole private (da 80 a 150 milioni nel 2020), si tace sul fatto che molte aziende impiegano  lo strumento della Cig, approfittando della chiusura forzata per mettere a riposo  parte dei dipendenti e ridurre i costi a scapito dei lavoratori.

E le sirene del padronato invitate agli Stati Generali, Boeri, Gualtieri, Ichino,  son tornate a  cantare la solita nenia, che per smuovere l’economia bloccata dalla crisi e frenare la disoccupazione non c’è che il ricorso a contratti a tempo determinato, a “patti” anomali, a precarietà e mobilità, quando la verità è che le imprese assumono solo se c’è domanda sufficiente per i loro prodotti,  se il mercato gira e c’è un rilancio dei consumi.

La Grande Illusione nutrita dalla narrazione “progressista” di quello che poteva essere il “dopoguerra”  raccontava di una utopia a forza di  recupero dell’economia di prossimità, dei preliminari per una automazione che doveva cancellare la fatica, grazie allo smartworking, a una riscoperta della solidarietà e di una più equa cooperazione e collaborazione  internazionale, a una ristrutturazione dell’economia in funzione di quei beni essenziali per l’esistenza e la pacificazione con l’ambiente.

Ma si sa che lo sviluppo come lo vuole chi è in alto e al sicuro è come Giano bi-fonte, ha dimostrato che i vantaggi del progresso scientifico e tecnologico crollano sotto i colpi di ariete di un virus, e rivela che la maggiore produttività dello smartworking è frutto della superiore  flessibilità dell’orario di lavoro, facendo prevedere un domani segnato  dall’esasperazione dello sfruttamento, che il processo di concentrazione e centralizzazione del capitale porterà vantaggi alla grande distribuzione, massacrando i dettaglianti, le botteghe sotto casa, le produzioni artigianali di tutti i paesi.

È che il tragitto da Villa Pamphili ai Palazzi o all’aeroporto da dove decollavano gli aerei imperiali, è stato compiuto in limousine dai vetri oscurati e è stata nascosta agli augusti viaggiatori del Gran Tour della ricostruzione la vista delle rovine.

 


Sfruttatori, Sfruttati & Sfrattati

venAnna Lombroso per il Simplicissimus

La dura realtà della stentata “ripresa” ha fatto irruzione nell’immaginario di chi si era illuso che l’incidente straordinario rappresentato dall’epidemia offrisse una scelta tra tornare alla “normalità” preesistente o cambiare modello di sviluppo e stile di vita alternativi a quelli che hanno determinato il “contagio” globale.

E come al solito ci viene proposto di affidare la riparazione dei  danni del sistema finanziario e  di mercato al sistema finanziario e di mercato,  con l’ostensione perfino dei simulacri che proprio il Covid19 aveva  scaraventato giù dai piedistalli.

Infatti, come certe statue di influenti volute e tollerate, tardivamente contestate e che continuano a testimoniare di errori, colpe, delitti, certi miti resistono malgrado abbiano mostrato la loro natura ingannevole: si professa l’atto di fede e il credo nell’Europa generosa e solidale, si affida il governo dell’economia alle banche canaglie per la cui salvezza sono state consumate dissipatamente le risorse tolte alla sanità e all’istruzione, si confida nelle sorti progressive della digitalizzazione, fino a convincerci che possa rappresentare il motore della ripresa, della ricostruzione, dell’occupazione a dispetto del prevedibile fallimento di quello che si chiama il capitalismo delle piattaforme.

Eppure abbiamo visto siti che hanno rivelato la loro inadeguatezza strutturale non sopportando il numero degli accessi, o le grandi catene dello shopping online impotenti a soddisfare il surplus di ordinazioni.  Eppure abbiamo visto il flop dell’utopia tecnocratica in un click svelato dalla inidoneità fisica e culturale dell’apparato “produttivo” e didattico  a convertirsi allo smart working e alla didattica a distanza, confermando la discrasia  tra la potenza virtuale della cyber innovazione  e la sua concreta efficacia.

Che è poi la verifica sempre tardiva che gli strumenti dl progresso sono appunto mezzi, armi,  ed è il loro impego a essere decisivo e suscettibile di produrre cambiamento o effetti collaterali, alleviare la fatica o incrementare la servitù.

In un mio post di due giorni fa (qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/06/16/tutto-il-male-vien-per-nuocere/) ho accennato  a Airbnb è diventata l’incarnazione dell’invito globale rivolto a nuovi straccioni a diventare imprenditori di se stessi grazie alla potenza salvifica delle piattaforme nell’era del capitalismo digitale, la success history della retorica delle start up.

La sua storia e quella dei suoi creatori è diventata leggenda come altre materializzatesi in garage, scantinati da dove si ergono le figurine pionieristiche dell’inventiva autarchica e le icone dell’ottimismo combinato con l’arrivismo, dell’entusiasmo mescolato con la spregiudicatezza.

E costituisce  anche l’adeguamento del sogno americano alle miserie morali delle bolle finanziarie quando le risorse della Silicon Valley individuano i nuovi territori da occupare, grazie all’innovazione tecnologica, in questo caso nelle città,  dove la app dei tre ragazzi di San Francisco, il posto dove gli affitti sono i più alti degli Stati Uniti, contribuisce allo svuotamento dei centri storici, alla loro museificazione, alla sottrazione di alloggi per potenziali residenti stabili e all’aumento dei canoni.

Come al solito al danno si accompagna la beffa: in questo caso rappresentata dalla rivendicazione firmata dai tre inventori  – Chesky, Gebbia e Blecharczyk – di aver creato più che un prodotto un’utopia realizzata all’insegna di quella economia collaborativa che si fonda sulla fiducia reciproca e sulla potenza egualitaria e redistributiva della rete, concretizzando l’ideale che “ogni comunità possa essere un luogo dove sentirsi a casa propria”. Mentre si tratta semplicemente dell’uso speculativo di una idea di condivisione che fa incontrare un profitto facile con la retrocessione del “cosmopolitismo” nuovo caposaldo della globalizzazione,  a consumo delle città, del patrimonio artistico e  paesaggistico, grazie a un turismo invasivo e dissipatore.

Un libriccino che procura un amaro godimento, a firma di Sarah Gainsforth, racconta proprio il miracolo Airbnb, città merce, prendendo a esempio Lisbona, circa 500 mila abitanti, che viene invasa dall’arrivo di 14 milioni di turisti ogni anno, la cui economia locale è stata stravolta dalla bolla dei subprime del 2008 e dove quartieri un tempo popolari come Alfama e Mouraria sono “in vendita”, dove le riqualificazioni (che contemplano il distacco delle azulejos, le preziose mattonelle azzurre destinate alle piscine dei resort della California e degli sceiccati)  consistono nello svuotamento di stabili per convertirli in residenze turistiche e dove i proprietari investono in ristrutturazioni per poi locare con affitti brevi così in pochi mesi nel corso del 2018 ben 22 mila alloggi del centro della città sono finiti sul Airbnb.

E se il successo dell’app era nato per appagare i ragionevoli appetiti di chi sperava di mettere insieme il pranzo con la cena mettendo un materasso in più in casa, affittando la stanza di nonna messa in casa di riposo, aprendo ai viaggiatore la casetta al paesello semiabbandonato, a Roma sono quelli che possiedono più di un alloggio in affitto a costituire il 56 per cento delle  offerte sul sito, a dimostrazione che l’affiliazione al sistema ha perso il carattere di espediente salva-sopravvivenza e è diventato un business profittevole per rendite, possidenti e imprese proprietarie e immobiliari.

Nella Capitale  l’intero mercato degli affitti viene stimato da Istat in 210.000 alloggi. Il primo gestore di alloggi è l’Ater Roma, con 48.000 appartamenti, il secondo è il Comune, che detiene 28.000 alloggi pubblici. Ma il terzo  è Airbnb, con quasi 19.000 appartamenti, sottratti al mercato ordinario,  ma contando anche le singole stanze si arriva a 30.000. E  se a  Venezia il 12% delle case nella città storica, è affittato a turisti tutto l’anno, le offerte sulla piattaforma hanno saturato il centro e così il mercato si è spostato su Mestre e Marghera dove il numero degli alloggi “brevi” è decuplicato, è  Firenze invece la città con la più alta concentrazione di stanze e appartamenti privati su Airbnb nel centro storico, il 18%.

Ormai è una banalità dire che l’Italia, che prima del Covid era la quinta destinazione turistica mondiale, con un volume d’affari di circa 172,8 miliardi di euro l’anno, il 10,3 del Pil, è destinata a diventare un grande parco tematico, proprio come immaginava il Terzo Reich che voleva farne il resort dei tedeschi ricchi. Per questo sarebbe opportuno ricordare che si dovrebbero frenale le pulsioni autonomistiche dei sindaci, quelli che brigano per allungare la lista di immobili pubblici messi in vendita per essere trasformati in strutture ricettive: a Venezia isole, palazzi, monumenti storici come il Teatro di Anatomia,  a Firenze dove la Cassa Depositi e Prestiti si impegna in qualità di vero e proprio istituto finanziario a vocazione immobiliare per sottrarre patrimonio pubblico agli abitanti come nel caso della vendita della Villa Medicea di Cafaggiolo.

Deve essere proprio un’ossessione toscana voler persuadere che ogni nefandezza, ogni oltraggio, ogni cedimento a interessi e lobby sia prodromo di un nuovo rinascimento. E infatti tra le molte utopie del ministro Franceschini c’è anche la promozione in grande stile un progetto a forma congiunta sua e di Airbnb: Italian Villages per espandere a rete anche nei piccoli borghi e di valorizzare l’iniziativa The Italian Sabbatical, che propone a quattro persone estratte da una selezione mondiale, di godere di un buen retiro, un soggiorno di tre mesi in provincia di Matera a Grottole, dove, l’hanno denunciato  Sunia e Cgil, non esistono più case in affitto per i residenti

E figuriamoci cosa succederà adesso che bisogna  promuovere l’attrattività turistica italiana dopo la pandemia. Già si può immaginare che i pesci piccoli che erano caduti nella rete, soffocheranno, mentre si salveranno gli squali, quelli più strutturati, comprese le agenzie che ormai usano Airbnb per offrire oltre al loro pacchetto di alloggi, anche iniziative ed eventi speciali come la Notte con Monna Lisa con visita esclusiva al Louvre, le serate con star della canzone,  la promessa die Gladiatori al Colosseo.

A dare una bella mano alla definitiva conversione del turismo in industria pesante alla stregua della metallurgia e parimenti inquinante, non c’è solo il mito secondo il quale ci si può improvvisare imprenditori di se stessi e guadagnare una certa libertà scegliendosi modi e orari della servitù, ma anche il rigetto dell’interpretazione aristocratica del “viaggio” e della scoperta, in regime di monopolio per élite acculturate e privilegiate.

Come se fosse una conquista stare pigiati in alloggi di fortuna, accatastati in stanzette cui mancalo gli elementari requisiti di pulizia e igiene, stiparsi davanti a un quadro, essere trascinati come mandrie instupidite per calli e ramblas. Come se fosse una giusta emancipazione usare le merci città a discapito di chi le abita, condannate a un destino di parchi di divertimento, in cui i cittadini interpetrano se stessi come figuranti che recitano tradizione, usi, servendo a tavola, trasportando valige, facendo i locandieri, che vanno a dormire altrove per tirar su la giornata.

Adesso potrebbe essere il momento buono per resistere a certe lobby, adesso che tre mesi di stanze vuote e prenotazioni cancellate almeno per un anno potrebbe aver mostrato che l’illusione di guadagni facili è fallace.

Basterebbe rimettere sul mercato i vani in più a disposizione dei residenti, basterebbe esigere che venissero adottate facilitazioni per chi contribuisce a tutelare l’identità e la civiltà di una città grazie alla tutela dell’abitare per chi ci è nato o ci vuol vivere per sempre collaborando alla conservazione e manutenzione dei beni comuni. Basterebbe esigere che gli istituti bancari, le casse di risparmio che abbiamo dovuto salvare dopo che hanno generosamente erogato a malfattori affini, concedessero finanziamenti agevolati a chi vuole restare a casa sua, a chi vuole mantenerla in buono stato, a chi vuole un tetto sulla testa dove risiedono i ricordi delle strade, delle voci, della gente, delle storie della sua città.

 

 

 

 


Er Cecato c’ha visto giusto?

carmAnna Lombroso per il Simplicissimus

Guardate che è proprio un miracolo se in questi giorni non dovete stare a discettare sull’opportunità o meno di abbattere un busto marmoreo di Buzzi, in anni non poi troppo lontani oggetto di sperticate lodi e ammirazione condivisa per il suo impegno umanitario con tanto di corsivi celebrativi dei Miriam Mafai, foto ricordo con notabili, donazioni pubbliche, visita pastorale di candidati eccellenti e di Presidenti alle sedi prestigiose di  cooperative vocate al recupero e all’integrazione di ex detenuti.

C’è da sperare che siano ancora attive, magari con altra denominazione, perché da un giorno è tornato in libertà il socio del fondatore, vero patron dell’associazione per delinquere “Mondo di Mezzo”,  che a detta di giuristi acclamati, magistrati occhiuti e sociologi cogitabondi non è lecito definire mafiosa, avendo limitato il suo brand alla semplice corruzione, a un po’ di pressione esercitata da una fitta schiera di camerati prestati al racket e a una rapina alle banche, atto che a sentire Brecht riscuoterebbe un certo plauso.

E infatti l’ex recluso Carminati in attesa di giudizio, l’ex banda della Magliana, l’ex Nar, in carcere da 5 anni e 7 mesi in qualità di imputato nel processo Mafia Capitale, è stato scarcerato per scadenza dei termini di custodia cautelare grazie alla solerzia e alla professionalità del collegio dei suoi legali.

Subito i garantistologi della domenica si sono affrettati a chiarire che non poteva essere altrimenti nel nostro stato di diritto: una volta scaduta la contestazione del 416 bis, era rimasta come accusa maggiore solo quella della corruzione, i cui termini della custodia cautelare erano decaduti già il 30 marzo scorso.

Dobbiamo alla Cassazione (la sentenza della Suprema Corte è dell’ottobre 2019, ma le motivazioni sono state depositate solo venerdì scorso) il sigillo messo a conferma del giudizio espresso puntualmente dagli avvocati di Buzzi, che attende l’evolversi dei fatti agli arresti domiciliari: “L’inchiesta Mafia Capitale si rivela per quella che è stata: una montatura mediatico-giudiziaria”.

E infatti se grazie al giudizio della Corte (era stata la sesta sezione penale a   bocciare  l’accusa di associazione mafiosa per quei due gruppi criminali che a Roma avevano intrecciato una trama di  affari illeciti con politici e colletti bianchi negli appalti dell’emergenza immigrati, del verde pubblico, della raccolta rifiuti)  si trattava solo di «quattro chiacchiere tra amici al bar», parola di Carminati, di qualche attività illecita, di qualche scambio  di favori e voti, come fanno tutti a tutte le latitudini, di qualche elargizione usata per aggirare in forma di semplificazione  i molesti ostacoli frapposti all’esprimersi della libera iniziativa imprenditoriale, allora di galera il Cecato, che attenderà da uomo libero il processo d’Appello bis per la rideterminazione della pena alla luce della declassazione del reato in associazione a delinquere semplice, ne ha fatta addirittura di più e in forma più coattiva di altri illustri colleghi, quelli che entrano e escono dalle porte girevoli dei tribunali, tra manager,  consiglieri di amministrazione, funzionari della Pa e di enti di controllo, amministratori pubblici e parlamentari.

E dire che la Treccani  aveva allargato la definizione generica di mafia con cui si designava  “il complesso di piccole associazioni criminose (dette cosche), segrete, a carattere iniziatico, rette dalla legge dell’omertà e regolate da complessi riti che richiamano quelli delle compagnie d’arme dei signori feudali, delle ronde delle corporazioni artigiane, ecc., sviluppatesi in Sicilia (spec. occidentale) nel sec. 19°, soprattutto dopo la caduta del regno borbonico”,    per adeguarla ai tempi nostri precisando come il fenomeno si sia sviluppato in questo secolo “nelle realtà urbane come potere ampiamente indipendente che trova… nuovo alimento soprattutto nel clientelismo politico, fino a costituire una vera e propria industria del crimine che, con violenza crescente e mostrando notevole adattabilità e stendendo la propria influenza all’intera realtà sociale ed economica, in particolare concentrandosi sul controllo dei mercati, delle aree edificabili, degli appalti delle opere pubbliche e, più recentemente, del traffico di droga…”,  e ricordando anche come il termine sia inoltre “usato internazionalmente con riferimento a organizzazioni che, pur non avendo alcun legame di filiazione con la mafia siciliana, presentano tuttavia strutture e finalità consimili”.

Bastava quindi consultare l’autorevole pubblicazione per osservare certe affinità e somiglianze tra le cupole e cosche e il sistema di appalti e gare pilotate, ricatti e corruzione, intimidazioni e usura, percosse e minacce messi in atto da  er Cecato, er Nero, o Pazzo, lo  Scassaporte, Gino il mitra, o Puparuolo, uniti e coesi anche grazie alla celebrazione di rituali di affiliazione e all’appartenenza mai rinnegata a comuni fedi politiche con la loro cassetta degli attrezzi di armi proprie e improprie insieme a grimaldelli e piedi di porco utili per dedicarsi a una componente particolare del loro business, come a  rafforzare l’adesione di adepti e proseliti, assimilati così  a semplice cerchia di malviventi comuni grazie all’attenuante geografica di esercitare le loro attività a Roma e non a Corleone.

E mica vorrete chiamare mafiosa quella cerchia di  terroristi, assassini e lestofanti  miracolosamente tornati in seno al consorzio civile dopo condanne troppo brevi e discutibili proscioglimenti, favoriti da ex commilitoni neri per niente pentiti e assurti a ruoli prestigiosi  che ben presto  hanno finito per dover chiedere protezione da ricatti e intimidazioni esercitati dagli stessi malfattori recidivi. Mica vorrete definire metodi da racket l’impiego della minaccia e del taglieggiamento applicati dal signor  Spezzapollici o ‘ndrangheta  come a Cosenza e Milano l’infiltrazione e l’occupazione dei gangli vitali della città interessando tutto il tessuto economico anche quello apparentemente legale e sano e perfino quello a forte contenuto sociale, grazie alla benevola erogazione di concessioni e benefici speciali elargiti alle cooperative di Buzzi, a cominciare da uno stabile in via Pomona, elargito a 1200 euro al mese dall’onesto Marino appena qualcosa di più della concessione a titolo gratuito del camerata predecessore.

Mica vorrete definire associazione criminale di stampo mafioso  il gruppo di lavoro costituito da  pezzi grossi dell’amministrazione comunale impegnati nella “gestione” dell’emergenza umanitaria (Odevaine dopo essere stato vice capo di gabinetto di Veltroni e capo della polizia provinciale con Zingaretti, era in libro paga  con 5000 euro al mese) a conferma della lungimiranza dei gangster nostrani  nell’intuire le fortune di un brand più profittevole di quelli usuali, droga in testa.

C’è una amarezza aggiuntiva in questa vicenda, di fronte all’opportunità di distinguere tra crimini commessi nella legalità a a norma di legge e mafie fedeli alla letteratura di genere. E’ la certezza che la giustizia si roba da ricchi e da ammanigliati coi poteri, che le carceri traboccano di ladruncoli, piccoli spacciatori, immigrati irregolari, oltre che, è vero, di qualche omicida, qualche stupratore e femminicida, a termine perché l’ha fatto per amore, qualche mafioso con marchio doc e dop, mentre bancarottieri, evasori, corrotti e corruttori con il gabbio hanno poco a che fare.

La colpa è di qualche magistrato certo, ma è soprattutto delle leggi che applicano perlopiù come algoritmi, che sono ispirate e criteri distorti e perversi che conducono a infierire sui più esposti, più deboli, più vulnerabili, di un codice penale, certo sottoposto a aggiornamenti ma il cui impianto è lo stesso dell’anno di promulgazione, il1930, di regole e norme che negli anni invece di riequilibrare, hanno acuito le differenze di trattamento riservato alle classi sociali, anche grazie a una “estetica” di regime che penalizza l’offerta alla vista di quello che offende il comune senso del pudore e del decoro, cioè la  miseria.

Tanto che nel codice penale di poveri si parla solo per indicare la necessità di reprimere il reato di accattonaggio, proprio come via via hanno continuato a fare le misure volte alla tutela della sicurezza, fino a quei recenti decreti molto deplorati e altrettanto mantenuti in vita: qualcosa insomma che serve a criminalizzare gli ultimi per rafforzare i primi e rassicurare i penultimi.

 


Colao di cemento

plis Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si sono incontrati per caso in un localino dove si favoleggia che Allen vada a suonare il clarinetto, hanno bighellonato un po’, ma piove a dirotto così si sono baciati sotto il tendone dell’Hotel Algonquin davanti al portiere gallonato e hanno capito che non possono lasciarsi più. È quello il momento in cui lui pronuncia la fatidica frase di ogni copione d’amore: da te o da me?

E a questo punto del film ve li immaginate mentre corrono per mano diretti nell’attico di Manhattan degli avvocati di Suits, oppure in uno quei loft dei creativi di Bushwick, o nel duplex di qualche emula delle eroine di Sex and the city, pieno di libri, souvenir etnici e scarpe di Manolo Blahink in mostra come quelle di Tristan Tzara.

Macchè. La crisi abitativa nella Grande Mela dominata dalla finanza che ha assunto le proporzioni di una emergenza umanitaria per milioni di sfrattati convertiti in senzatetto (a due anni dalla crisi del 2008 erano oltre 9 milioni), ma ha colpito anche il ceto medio, i professionisti, i Gekko’s boys.

Chiamano studio le stanze diventate case in palazzoni frazionati e fatiscenti, con i magazzini convertiti in dimore grazie allo stile gritty, si lavano i panni in lavanderie e gettone non per fare incontri, ma perché non c’è lo spazio per gli elettrodomestici, e tutti sono costretti a una vita di relazioni coatta dentro casa e all’esterno, dividendo l’appartamento con altri, frequentando bar, locali, spazi pubblici fuori dalle abitazioni anguste e consegnandosi allo sfruttamento delle piattaforma, quello di Airbnb con il suo turismo di transito che ha contribuito largamente alla trasformazione della città in merce.

L’animale metropolitano che aveva scelto di andare  nei quartieri residenziali immersi nel verde dei suburbs, sono tornati per il costo della benzina, gli orari di lavoro schiavistici per raccogliere al sfida della competitività, l’impossibilità di far fronte ai mutui delle villette acquistate durante le bolle immobiliari. E la speculazione sceglie il modello caduto in disuso nel Terzo Mondo esterno, proponendo grattacieli – proprio come a Milano:  nel solo 2019 sei mega-torri si sono aggiunte alle quattro che avevano cambiato lo skyline della città. E si deve al premio Nobel per la pace l’uso del piccone demolitore che ha abbattuto enormi edifici popolari degradati sostituiti da costruzioni nuove nelle quali ha trovato alloggio meno del 10% dei precedenti inquilini.

Il sogno americano si è infranto nelle città, e dire che la proprietà della casa era uno dei pilastri della “cittadinanza”  e lo sapeva bene Roosevelt che quattro anni dopo quella che continuiamo a chiamare ostinatamente la Grande crisi, anche quella cominciata con l’esplosione della bolla immobiliare, ebbe la determinazione di avviare  un programma  grazie a tre leggi,   per lo stanziamento di fondi per l’edilizia e aiuti per l’acquisto della casa pari a quasi 1000 miliardi di oggi, più meno quello che nell’altra Grande Crisi del 2008  è servito per il salvataggio della maggiori banche.

Il fatto è che come ha detto qualcuno lo stile di vita americano è una peste che contagia e colonizza anche l’immaginario, che le  sue bolle immobiliari sono arrivate prima del virus, che il sogno ha rivelato il carattere di un incubo: negli Usa sono oltre 40 milioni gli indigenti, con il tasso di povertà più alto tra i Paesi Ocse, adesso staremo a vedere come il modello di “sviluppo” del nostro irrinunciabile alleato in ogni guerra, combinato con il Covid 19 inciderà su quel diritto inalienabile che è il “tetto”, l’abitare in sicurezza e con dignità.

Intanto sappiamo già che l’atteso Piano Colao, una sorta di cronoprogramma da qui al 2022 che lo stesso Colao ha avuto modo di costruire lavorando alacremente anche con i tecnici del Mef, di palazzo Chigi e dello Sviluppo Economico, così recitano i quotidiani, ha l’ambizione  di “trasformare i costi della crisi in opportunità e quindi in investimenti per modernizzare il Paese e renderlo più efficiente”.

Sarà per quello che lo sforzo creativo ha da subito eliminato le voci scuola, fisco, sanità, servizi dalla mission della task force,  concentrandosi sugli investimenti in infrastrutture materiali e digitali, ovvero banda larga, con un occhio di riguardo per le donne “penalizzate  dal lockdown” che potranno beneficiare di un prolungamento vantaggioso del precariato da casa, ma anche ponte sullo Stretto, riforma della Pa per renderla più agile, digitalizzazione diffusa che potrà contribuire al consolidamento dello stormworking, motore di licenziamenti, contratti anomali, part time, isolamento e di conseguenza cancellazione preventiva di ogni forma di resistenza collettiva allo sfruttamento.

Se qualcuno ha avuto paura che Pappalardo e Salvini e la Meloni minacciassero la democrazia, vuol proprio dire che sta sottovalutando la potenza golpista di Confindustria, dell’Ance, dell’impotenza e incapacità dei comuni che da anni usano gli oneri di urbanizzazione per coprire i deficit di bilancio invece di dare un tetto, del “costruttivismo” governativo che affida al Piano Choc la rinascita tramite cemento e grandi opere, se qualcuno si è illuso che dopo la catastrofe sociale cominciata prima e poi rivelata dal Virus, si cambiasse il format per la spesa pubblica, adesso dovrà svegliarsi con le trombe dell’apocalisse dei salvati.

Quelli che non hanno lavorato in qualità di eroi al servizio dei resistenti sul sofà, molti di quelli che hanno sopportato il domicilio coatto stipati in case piccole, senza internet e dunque rei di togliere ai figli il diritto all’istruzione, quelli che ancora in attesa della cassa integrazione e che tra poco dovranno far fronte ai fitti rinviati, ai mutui generosamente sospesi, alle bollette di Acea che presto si faranno  minacciose, non avranno il loro new deal.

Ci hanno già fatto capire che se ricostruzione deve essere ricostruzione sarà, in modo da investire in nuove edificazioni, invece di utilizzare i milioni di vani disabitati e fatiscenti prima di essere completati, quelli che ci sono, inutili, dietro le tetre teatrali sulla Cristoforo Colombo, al Giambellino, a Porta Nuova, in modo da appagare la bulimia di mattoni di un mondo di impresa che  sa fare affari solo con l’aiuto dello stato, a spese e contro gli interessi dei suoi cittadini, tirando su palazzoni, ponti, barriere mobili, corsie e viadotti dove nessuno andrà o passera chiuso nella sua personale galera di debiti, umiliazioni, ricatti.

I nuovi apostoli della decrescita dopo il Covid19, in preda a un lirismo arcadico posseduti dal quale ci narrano della bellezza dei piccoli borghi, del ritorno alle radici contadine raccomandiamo un gira di “istruzione” nel cratere del sisma, a chi vuole dimostrarci che è il sistema finanziario e bancario il soggetto ideale per la gestione della spesa pubblica, compresa quella “sociale” ricordiamo che già oggi i comuni sono governati della banche, che esigono, come nella Capitale, di rientrare della loro incauta esposizione: Unicredit deve rifarsi del finanziamento verso il gruppo proponente dello Stadio della Roma (180 milioni) e dell’ex Fiera di Roma (altri 180 milioni), a Milano bisogna rimettere in moto le trasformazioni e le “valorizzazione” a beneficio dei fondi degli emirati.

E finisce che è così che si decidono le priorità da imporre ai cittadini e le politiche urbanistiche “liberalizzate” per appagare gli appetiti viraci della finanzia immobiliare, dei players del commercio e del turismo diventato la principale industria pesante delle città d’arte.

Pare che non riusciremo nemmeno a realizzare la distopia del Terzo Reich che nel processo di germanizzazione del mondo assegnava all’Italia la funzione di relais diffuso, di parco per i divertimenti culturali dei tedeschi ricchi, tale è la rovina dei luogi e quella morale nella quale ci hanno confinati.

 

 


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