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Belle Arti, state serene

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma no, non è mica vero che abbiano gettato una colata di asfalto sulla Via dei Fori Imperiali pedonalizzata per rendere meno impervia la marcia trionfale di carri armati, cannoni, tank, panzer, droni su agevoli carrelli, come si addice a tempi di belligeranza moderna, dinamica, globale, ma al tempo stesso nostalgica, o invidiosa, di altre parate, di altri condottieri, da Carlo V a Hitler.

No, si tratta di altro conflitto, quello dove vincono sempre il profitto,  la speculazione, lo sfruttamento di uomini trattati come merci, di ambiente trattato come prodotto che è possibile deteriorare, di risorse trattate come plastica, quella che non muore mai, che si può sprecare e dissipare. E quell’asfalto serve per far passare e sostare altre macchine micidiali, impastatrici, perforatrici, che servono a una di quelle megalomanie perlopiù inutili, sempre dannose per pressione, costi, potere di catalizzare malaffare, corruzione, stravolgimento di regole e governo del territorio.

Della Metro C ho già parlato qui https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2015/12/04/se-proprio-vuoi-spari-va-in-metro-c/, citandola come sperimentazione esemplare della Legge Obiettivo, pensata e adottata appunto per rendere “legali” sprechi e corruzione, per tacitare le istanze sociali grazie all’ineluttabile regime delle emergenze, consolidando l’egemonia dei soggetti privati rappresentati dal contraente generale. Ma sono costretta ad aggiornare le mie lagnanze: chiotti chiotti, svelti svelti  i patron dell’interminabile Matro C hanno steso un bel manto di asfalto sulla Via dell’Impero e malgrado le interrogazioni rivolte al ministro Franceschini, tuttora non si sa se i “serci”, gli storici e tradizionali sampietrini, siano stati ricoperti come il Mottarello o divelti. Si sa solo per sentito dire che, nel segno della continuità con l’istinto educativo e pedagogico del regime,  l’intervento è stato fatto per il “loro” bene, per proteggerli o conservarli mentre alacremente prosegue la realizzazione  della tratta di metropolitana, della quale, come è stato annunciato nei giorni scorsi, sono stati interrotti i lavori, tanto per aggiungere una nota di umorismo demenziale a una faccenda che registra elevati livelli di follia devastatrice.

Subito tutti a dire che è colpa di Tronca, della smania di trasferire a Roma i metodi disinvolti e sbrigativi dell’Expo, di una sensibilità per il patrimonio artistico resa flebile dal pragmatismo di rito ambrosiano. Magari fosse così, sarebbe una rivincita sia pure irrisoria, sulla capitale morale. Invece proprio il Campidoglio fa sapere che si tratta di una scelta meditata, che risale al  2013, quando venne approvato il progetto, che, vale la pena di ricordarlo, prevede “l’ampliamento delle aree di cantiere, con conseguenti spostamenti dei marciapiedi al fine di mantenere la larghezza della carreggiata, utile al transito dei mezzi nell’area”. Insomma sarebbero “le puntuali prescrizioni progettuali” a disporre   che l’asfalto venga steso provvisoriamente “al fine di proteggere i sampietrini e poi immediatamente rimosso alla fine dei lavori”, immediatamente, anche questo termine rientra nel repertorio cabarettistico dei promotori delle grandi opere incompiute, e chi ci dice che sia una disgrazia.

Certo è che tutto questo ci riporta alla fretta – che nei lavori della Metro C rivendicati come un successo personale, trova una spiegazione – alla faciloneria, all’improvvisazione propagandistica che ha connotato l’operazione di pedonalizzazione dei Fori, scattata repentinamente senza che, come ammise l’assessore di allora, fossero stati compiuti studi, simulazioni, analisi dei flussi di traffico. Qualcuno ricordò allora   Einaudi che  sosteneva “conoscere per decidere”, Marino dixit “decidere per conoscere”: e infatti l’operazione venne presentata come una sperimentazione, da sottoporre a pratica empirica, con vincoli da estendere via via per limitare il passaggio di mezzi privati e poi dei taxi, lasciando però licenza di inquinare e pesare a bus e macchinari edilizi. E soprattutto rinviando le decisioni davvero qualificanti, quelle necessarie a fare della zona la più grande area archeologica del mondo, inserita in un contesto metropolitano, comprendendo il Palatino, il Circo Massimo, ora retrocessi al lato B dei dischi di vinile, come mi è capitato di scrivere qui  https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2013/08/08/strafori-imperiali/ assediati dalle auto dirottate incoscientemente là, dove sono bene accetti gruppi musicali, feste della Magica, fiere di strapaese. E dove, è notizia di questa estate, purtroppo ricicciata, come si dice qui,  in occasione del velocissimo stanziamento di fondi ad hoc, ci si appresta a realizzare la più prestigiosa area di ristoro del mondo. Eh si, perché con una audacia spericolata il Soprintendente speciale per il Museo di Roma, il Colosseo e l’Area archeologica di Roma Francesco Prosperetti, non sogna altro che di spostare   la biblioteca a Palazzo Altemps per “utilizzare quel piano con una bellissima terrazza per offrire servizi ai visitatori del Palatino, che è un luogo bellissimo ma non offre nessun confort a chi lo visita».

Il Prosperetti insomma vuole sostituire i camion bar, nefandi si, ma almeno mobili, con una bella struttura fissa, perché trova  incredibile, sono le sue parole,  “che si possa pensare di far camminare per ore il turista sotto il sole tra Palatino e Fori senza dargli la possibilità di un punto dove ristorarsi, riposarsi ed avere informazioni, bisogna pensarci e fare qualcosa di concreto al più presto», utilizzando il secondo piano e la terrazza dell’Antiquarium   nel luogo più panoramico della città e nel luogo più bello del mondo, per farne “ il ristorante più indimenticabile e suggestivo del pianeta”.

Questa si che è organizzazione strategica, viene da dire. Basta con quelle iniziative occasionali: dare in prestito Ponte Vecchio, Santa Maria dei Miracoli per cene e convention, Castel Sant’Angelo per la Mille Miglia, il Museo di Orsanmichele, quello che costa meno, per presentare un prodotto editoriale, la Galleria Palatina per un convegno, la Gipsoteca per far sfilare push up. E basta anche con  le Hosterie, er buiaccaro, i luoghi topici della carbonata, della coda, alla vaccinara, dalla pajata, siamo o non siamo nel suk globale? Al ministro, a Prosperetti, ai loro “mecenati” di riferimento si addice ben altro, qualcosa come “Ancient Aperitif in Rome”, sic, per “viaggiare  nel tempo con l’unico aperitivo antico in un sito archeologico originale”, che nella fattispecie è Piazza Navona, con la vicina  chiesetta di Santi Apostoli, dove vengono allestiti simpatici stuzzichini, e con i dintorni  per happy hour archeologici, rinascimentali, barocchi. Qualcosa che impari la lezione dell’Expo, da affidare a Farinetti e ai masterchef  di governo.

Tremo pensando all’allestimento del roof garden sul Palatino, al suo nome, che sarà sicuramente Very bello, all’idea che si è fatta del nostro Bel Paese il nostro ceto dirigente, che lo scambia per l’omonimo formaggio su cui avventarsi come topi famelici.

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La bela Madunina ride: falso miracolo a Milano

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non vale nemmeno la pena di commentare ulteriormente la infelice contrapposizione tra capitale infetta e capitale im-morale: basterebbe ricordare se ce ne fosse bisogno la storia negli ultimi 50 di un città che ha nutrito bombaroli neri, dato guazza a una maggioranza silenziosa ben pasciuta e reazionaria che ieri emarginava   meridionali e oggi respinge i profughi, la stessa che ha contribuito all’attuale rovinoso imperialismo finanziario grazie a una casta bancaria e affaristica che aveva tra i suoi sacerdoti  Sindona e Calvi.

Che ha prodotto le fortune di Craxi,  di Bossi e di Berlusconi, oltre a quelle di Turatello,  e delle loro dinastie, quella dei Penati senza Lari, ma comunque protettori di famiglie e cosche di corruttori,  quella che non ha opposto resistenza a ndrangheta camorra, mafia infiltrata comodamente in appalti, servizi, mediazioni immobiliari, night, gioco, lavanderie, agenzie di buttafuori, tanto che come risulta dagli atti dell’inchiesta che portò alla più grande operazione condotta contro la ‘ndrangheta a Milano e dall’allora procuratore di Reggio Calabria Pignatone, si quello di Mafia Capitale, tra le decine di imprenditori, dipendenti della P.A., professionisti, operatori finanziari, bancari, ricattati e tartassati e picchiati, cui hanno magari violentata la moglie, minacciati i figli, bruciata l’auto, appiccato il fuoco all’azienda, nessuno ha denunciato.

E nemmeno perdo tempo a commentare il nuovo terreno del brand dell’inimicizia, (ne ho parlato qui: https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2015/10/28/milano-cantonate-in-liberta/), così come lo vuole l’Ue che promuove i derby Italia contro Grecia, Portogallo contro Spagna e tutti controi profughi e come questo conflitto ad arte si declini  localmente in un derby tra due città, che piace soprattutto ai bauscia intervistati dai cronisti e ripreso dai coristi dei talkshow, pronti a giurare che si sapeva come  i romani siano corrotti, indolenti,  mangiapaneaufo a spese dei laboriosi e probi milanesi,che invece pensano solo a lavura’,  proprio come se la  macchina del tempo ci avesse scaraventato indietro, prima di Tangentopoli,  negli anni dorati della Milano da bere che ora può riprendere a brindare nel suo eterno happy hour.

Invece c’è da riflettere sul nuovo miracolo a Milano, quello in virtù del quale un evento pensato e promosso dalla cricca di Formigoni e dagli uomini di Comunione e Liberazione per rilanciare l’esangue Ente Fiera di Milano e “valorizzare” i suoi terreni, un’area agricola inutilizzabile, che prima non valeva niente e che con l’Expo vale più di 300 milioni,  sostenuto dalla Moratti cui si deve l’improvvida candidatura, molto caldeggiata dall’allora presidente del Consiglio Prodi e dalla Bonino, ministra del Commercio con l’estero, visto con entusiasmo dalla comunità degli affari, imprenditori, costruttori, immobiliaristi, qualcuno dei quali in buoni rapporti con le cosche mafiose, diventa l’atto  demiurgico e redentivo  capace di dare a Milano la patente di capitale morale, intendendo così il luogo del riscatto della legalità, del lavoro e del meritato guadagno. E quindi anche il simbolo, anzi la parabola del  Trickle-down, quella teoria che da Adam Smith in giù, vorrebbe persuaderci che se i ricchi ci sfruttano, accumulano e diventano sempre più ricchi, qualche goccia di quell’opulenza arriverà anche a noi: sicché è giusto tassarci per il suo successo, veder dirottate sull’infelice impresa fondi che molto più opportunamente avrebbero dovuto essere indirizzati alla tutela   del territorio a cominciare da quello manomesso dalla sciagurata opera, che avrebbe dovuto celebrare la sostenibilità tramite l’apoteosi del saccheggio di suolo, bene comune e risorse: speculazione, impatto, materiali inquinanti, strutture, effimere quando va bene, cattedrali spettrali che vedremo negli anni disgregarsi a futura memoria di una dissipata megalomania  che  peserà sui contribuenti per più di un miliardo di euro. Expo è costata, finora, 2,4 miliardi di euro: 1,3 miliardi per la costruzione del sito; 960 milioni per la gestione dell’evento (840 milioni secondo Expo, ma è un conteggio basato su  acrobazie contabili già censurate dalla Corte dei conti) e 160 per l’acquisto dei terreni, pagati  più dieci volte il prezzo di mercato. Senza contare la bonifica   dell’area, rivelatasi gravemente inquinata ma dopo che era stata comprata a peso d’oro, che ha già presentato un conto da 72 milioni.

 

Si sa che, con buona pace di Netanyahu, succede che a volte i tedeschi facciano autocritica. E’ successo anche con la disgraziata Expo’ di Hannover, considerata un fallimento vergognoso malgrado i visitatori siano stati più o meno quelli dichiarati con gran pompa e come un successo formidabile dell’esposizione milanese. Quello che è stato definito il flop del Millennio, continua a essere una ferita aperta nella narrazione di buon governo tedesca simboleggiata dalla sua tetra icona, una specie di  astronave arrugginita, alta 47 metri,  lo scheletro del padiglione olandese esibito all’epoca come una costruzione avveniristica, ridotto a pericolante rifugio di tossici e senzacasa, periodicamente investito da incendi e crolli, e che fa dire a tutti quelli che si accingono a costruire o realizzare qualcosa “purché  non sia un’altra Hannover”

Non devono averlo detto a Milano. E infatti ancora oggi a Expo chiusa, dopo che le aste per vendere i terreni sono andate deserte, tanto che, indovinate un po’, si parla di un commissario per la destinazione d’uso, non si sa nulla di quel che diventerà il “salone” dove si è svolto il Gran Ballo Excelsior, quando gli espositori stranieri si porteranno via le loro carabattole, quando sarà in corso la diatriba non certo sorprendente tra gli “espropriati”, quelli che hanno dato i terreni in comodato d’uso, quelli che sono stati invogliati a gestire parcheggi deserti, e il Comune e le banche, esposte con 200 milioni, quando si dovranno fare i “conti della spesa” e le radiose visioni del futuro si riveleranno patacche di princisbecco proprio come il Grande Evento. Si parla della realizzazione del nuovo polo delle facoltà scientifiche dell’’Università Statale di Milano,  un proposito da 540 milioni o di creare un polo della tecnologia e dell’innovazione al servizio delle aziende dell’hi-tech, insomma di farne, nel gergo caro all’anglicista di Rignano, un Hub tecnologico, uno start-up incubator, o una  cittadella dell’amministrazione pubblica. Quest’ultima ipotesi potrebbe avere uno scopo pedagogico, in considerazione dei molti funzionari, rappresentanti eletti al servizio dell’interesse collettivo che sono stati a vario titolo coinvolti nella realizzazione dell’Expo e che hanno lavorato e prestano la loro opera in Regione, in strutture ospedaliere rinomate, in  aziende pubbliche. Ma è sempre preferibile all’altra possibilità molto accreditata in questi giorni:   quella di rendere tutta l’area destinata all’esposizione una “zona economica speciale”(Zes) sul modello cinese, un  territorio sottratto alle leggi dello Stato e concesso all’autoregolazione degli investitori economici.

Sono questi i buoni propositi di una città che grazie all’evento è diventata un laboratorio di immoralità, non solo per la presenza criminale della speculazione e della corruzione. All’Expo si è compiuto anche un test della precarietà secondo gli intenti del Jobs Act, grazie all’arruolamento di giovani “diversamente volontari” attirati dal sottinteso richiamo di un impegno  “umanitario”, grazie alla derubricazione della contrattazione nazionale in favore di apposite negoziazioni speciali, istituendo la prestazione gratuita e  sancendo il licenziamento economico.

Si l’Expo è il Miracolo a Milano e a questo proposito viene spontaneo suggerire a Tronca e al governo che, commissariando le politiche locali, persevera nello svuotare di significato e nell’ esautorare le istituzioni democratiche, il trasferimento del Giubileo all’ombra della Madonnina.

 

 

 


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