Sì, la vittoria è immancabile. Lo è specialmente quando la sconfitta è inevitabile: lo era quando i russi erano alle porte di Berlino o quando gli alleati  avanzavano in Africa settentrionale. finché si ha una buona possibilità di vincere non si parla mai di vittoria immancabile, lo diventa quando le cose vanno male. E in Ucraina vanno malissimo: così giornaloni, televisioni, siti porno geopolitici, esperti della minchia e troll a pagamento si danno da fare a presentare questa tesi sorprendente, come se i droni che i droni inviati sul territorio russo fossero una vittoria strategica. Non importa se le truppe ucraine sono al lumicino, se cominciano anche a mancare i mercenari, se i porti sono distrutti, se ogni giorno viene demolita qualche fabbrica e qualche comando, se le operazioni a tenaglia dei russi si vanno allargando, se ormai i carri armati di Mosca riescono a sopravvivere anche a 36 droni ( un T 90 è arrivato persino a neutralizzarne 47) cominciando a mettere le premesse per uno sfondamento generale. No cari signori l’Ucraina sta vincendo, non si duiscute. E la riprova viene da fantomatiche conquiste di villaggi che nemmeno si sa dove siano, asserite dal regime di Kiev: a Zelensky non importa se deve sacrificare 50 o 100 uomini per mettere una bandierina su qualche rovina, fare le fotografie e scapparsene via: la cosa importante è dare un qualche tozzo di pane mediatico al branco dei bugiardi di professione e a quello dei creduloni a titolo gratuito.

La medesima cosa accade sul fronte iraniano dove l’amministrazione americana non sa che pesci prendere e assistiamo alla patetica  sceneggiate del segretario del Tesoro,  Scott Bessent il quale promette ” misure mai viste nella storia dell’isolamento economico di un Paese ” se lo stretto non verrà riaperto subito. Qualsiasi imbecille si può rendere conto che questo non ha senso: stando alle parole di Trump l’Iran è già stato catastroficamente sconfitto e che gli Stati Uniti controllano al cento per cento lo Stretto. Allora non si vede per quale motivo dovrebbero esserci sanzioni senza precedenti. Tutto questo abbaiare deve solo nascondere una sconfitta di fatto, è come l’antico uso arabo di fare i propri bisogni battendo delle pietre per non far sentire eventuali e sgradevoli rumori. Ma non è tanto la retorica priva di senso ciò che è importante in questa pantomima: lo è invece l’evidente mancanza di senso della realtà: l’Iran è infatti ormai completamente fuori dal sistema ricattatorio del dollaro: il petrolio e molte altre merci lo vende in yuan cinesi, tramite il sistema Cips  tanto più che dall’ 80 al 90 per cento del proprio oro nero lo vende a Pechino. Certo di potrebbe agire con le sanzioni contro il Pakistan, dove transita via terra buona parte del commercio iraniano, ma questo Paese ha un governo antipopolare sostenuto dagli Stati Uniti, un’azione di forza in questo senso no farebbe che regalare Islamabad a Pechino.  Così come eventuali sanzioni contro le banche cinesi provocherebbero un vero terremoto finanziario.

Insomma l’Iran è difficilmente isolabile in un’area che non è più controllata dal dollaro. Questa è la realtà che a Washington non si vuole nemmeno prendere in considerazione. Ieri il debito americano è arrivato ai fatidici 40 trilioni di dollari e la spesa per il debito ha superato persino quelle gigantesche per l’apparato militare. In più, molti dei titoli in scadenza da onorare sono stati emessi al tempo del Covid con interessi minimi, ora dovranno essere sostituiti con un numero maggiore di titoli, ma a interessi di molto superiori. Insomma anche in questo caso l’immancabile vittoria appare piuttosto come un’illusione, anzi come un’inganno perché ogni nuovo tentativo di pressione da parte dell’amministrazione  è l’ammissione che l’ultima rivendicazione di vittoria non era reale.