Archivi tag: Tangentopoli

Malaffare a norma di legge

mpAnna Lombroso per il Simplicissimus

Pare proprio che in mancanza di speranze, siamo condannati a vivere di rimpianti: si guarda alla  Prima Repubblica come all’età di Pericle, popolata di figure di statisti che si paragonano all’attuale mediocrità e sciatteria. E allo stesso tempo si recrimina sul nuovo lassismo che è seguito a Mani Pulite, rammaricandosi per la fine di quell’epoca di severità, di potenti requisitorie e anatemi contro un ceto insolente e sfrontato, di indagati autorevoli lasciati in gattabuia, in attesa della dimostrazione di qualche teorema, che non sempre veniva documentato e accertato per via di una correità diffusa come un veleno in tutti i ceti.

E d’altra parte insigni opinionisti ci mettono a parte della loro personale nostalgia per i tempi del Cavaliere che almeno aveva, a loro dire, la virtù di regalarci qualche sogno di benessere. Agli svariati “quando c’era lui caro lei” coi treni in orario dell’uno, la dignità nazionale difesa a Sigonella dell’altro,  coi lati B del terzo in ordine di tempo, autorizzati in Tv, con la narrazione di performance erotiche indomabili e della munifica generosità con la quale contribuiva a fare grande in Paese offrendo di tasca sua  i rinfreschi ai G8, peraltro infelicitati dalla consegna di avvisi di garanzia intempestivi, succederà, è questione di ore, il recupero del loro immeritevole erede, cui si sta già permettendo di riaffacciarsi forse per la qualità riconosciuta di aver voluto  rappresentare che il riformismo italiano ( e non) non ha nulla a che fare con quella piccola utopia chiamata sinistra, avendo entusiasticamente aderito al liberismo.

In questo susseguirsi di duci e ducetti, bonaparte e napoleoncini, c’è un tratto comune. E consiste nell’avvilimento e umiliazione della rappresentanza,   l’aspirazione a convertire le istituzioni e i corpi dello stato in organismi assoggettati e controllati al loro servizio, la manomissione di carte costituzionali per piegarle all’esaltazione degli esecutivi, la critica a quelle che vengono intese come ingerenze e tentativi di intimidazione e condizionamenti da parte della magistratura. Ma soprattutto e in forma sempre più muscolare, la determinazione, in luogo della trasgressione delle leggi, a fletterle  a interessi di parte, a produrle e confezionarle in nome di utili personali,  di lobby e potentati.

Molti di quelli che ieri piangevano la scomparsa di Borrelli,  hanno rimosso che un certo tipo di garantismo, il richiamo a un rispetto della legalità che vorrebbero intransigenza nell’applicare le norme e le regole come fossero algoritmi,  salvo esigerne la trasgressione in caso di norme ingiuste che sono state largamente accettate non prevedendo il ricorso a forme di rigetto e impugnazioni democratiche, hanno steso l’illusorio velo di Maya sulla pratica ormai invalsa di realizzare una forma più sofisticata di corruzione. Quella  che non consiste più – o non solo – nella circolazione di quattrini, appoggi, voti, consenso, rolex e vacanze in barca, ma nella possibilità di farsi le proprie leggi su misura, ad personam, a azienda, a cordata, a gruppi di pressione e influenza.

Certo le mazzette hanno continuato a circolare, ma il vero brand consisteva e consiste nella legalizzazione e legittimazione di interessi – criminali nel senso preciso di reati contro l’interesse generale – attuate grazie a disposizioni confezionate nei grandi studi al servizio di multinazionali, imprese, vertici aziendali.  Ma soprattutto in virtù di “riforme” intese a soddisfare appetiti di signori del cemento, di corsari di grandi navi, di immobiliaristi,  imballate e intoccabili per esonerare dalle responsabilità  produttori di metalli e cancro, per favorire la libera circolazione di eserciti di forza lavoro a prezzi stracciati, per abbattere l’edificio di garanzie e conquiste del lavoro,  imponendo la rinuncia a diritti   in nome della necessità, per costringerci a subire opere inutili e dannose mentre la cura e la tutela del territorio sono retrocesse a optional da realizzare solo in caso di provvidenziali emergenze che consentono di ricorrere a mezzi e poteri straordinari.

C’era poco da sperare in una nuova stagione di indagini e processi se il vero business malavitoso e malaffaristico si fa a norma di legge, come nel caso dell’Expo, quando l’autorità anticorruzione di nuovo conio venne chiamata a sigillare il già compiuto a giochi  completatati e appalti distribuiti, come nel caso del Mose, quando si istituì un mostro giuridico che riassume tutte le competenze, il fare e il disfare, il controllare e l’essere controllato, lo scavare e il riempire, lo sporcare e il pulire in regime di monopolio esclusivo.

C’è poco da sperare quando si  denunciano giustamente leggi ingiuste  che favoriscono la segregazione, il rifiuto, la differenza come una colpa e puniscono chi cerca riparo condannandolo alla condizione di irregolare e clandestino pericoloso, mentre non si considerano inique e ingiuste le misure, a volte adottate scavalcando il parlamento, o ricattandolo a suon di voto di fiducia, e che ci costringono a partecipare a missioni coloniali e belliche, a andare e rubare e depredare, a obbligare all’esilio e alla fuga popoli che hanno la colpa di essere più poveri e vulnerabili del nostro.. di quello di oggi che sul suo destino di domani c’è ancora meno da sperare.

 

 

 

 


Anche l’ingiustizia non è uguale per tutti

Bernini: Allegoria della Giustizia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Bersagliata, assediata dall’offerta telefonica perentoria e implacabile di  convenienti contratti di fornitura di servizi, olii, vini, corsi di lingue straniere e danze caraibiche, vantaggiosi soggiorni in località termali e  valutazioni fruttuose delle mie “proprietà”, sono stata invece risparmiata dalla pressante richiesta di esprimermi su temi universali  per una misurazione statistica del pensiero corrente. Non credo sia un caso, si sa che  il bacino di utenza cui attingono gli istituti che effettuano indagini, rilevazioni e sondaggi è uniforme e riconoscibile, selezionato all’origine in modo da suffragare pregiudizi, confermare preconcetti  e forgiare l’opinione corrente, per dare sostegno “scientifico” all’ideologia e ai valori dei committenti.

Lo conferma l’ultima indagine, spontanea e obiettiva, è ovvio, sulla percezione che hanno gli italiani della giustizia, a cura di Swg e condotta su un campione di 1500 individui con un margine di errore, secondo l’organismo di ricerca,  del +0- 3% offrendo  un dato “incontrovertibile” della sfiducia dei nostri connazionali, delusi a 25 anni da Tangentopoli da una magistratura troppo politicizzata, soprattutto quando una vocazione a disporsi e decidere in forma esplicitamente “partigiana” viene confermata dalal discesa in campo con una candidatura elettorale. Oggi, rende noto Swg, solo il 47% degli italiani si fida della casta giudiziaria, un “crollo” dal 66% del 1994 e del 2011.

Si capisce perché io, per esempio, non vengo interpellata: viene da immaginarseli quei 1500, tuonare da buona maggioranza poco silenziosa contro le toghe rosse, i giudici comunistoidi, i pm che ostacolano libera iniziativa e sviluppo,  cancellieri sleali che sottobanco passano le informazioni all’empio Fatto, gip narcisisti che nutrono fogliacci con stralci mirati di intercettazioni, al fine inequivocabile di destabilizzare e creare disordine, per non dire di magistrati del lavoro che appagano la vocazione all’indolenza degli operai o le pretese di pari opportunità di donne e immigrati. Viene da immaginarseli come li abbiamo visti sui marciapiedi mentre sfilavano studenti, donne, operai disoccupati e precari a sibilare: ande’ a lavura’, barbun! Coerentemente col pensiero bipartisan che ispira l’ideologia del regime unico del partito unico.

Bisognerà spiegare loro e anche all’Sgw che il problema vero è che il grande contagio della Corruzione non ha infettato solo l’imprenditoria, la politica, gli amministratori, le autorità e i soggetti di controllo e vigilanza, perfino i magistrati, ma ha ormai definitivamente attaccato e avvelenato le leggi, adattandole a interessi torbidi, a profitti privati, a appetiti insaziabili di quattrini e potere, intervenendo sul processo legislativo,  maneggiandole e dettandole per accontentare affarismo, personalismo, autoritarismo accentratore, sopraffazione e cancellazione di diritti e garanzie.

Mai come in questi anni la giustizia al servizio di soldi e centri di comando si è mostrata tanto disuguale: se un feudatario nella sua configurazione attuale di imprenditore, manager pubblico o privato, amministratore o parlamentare cade nelle sue maglie ci illudiamo. Ma per poco, prescrizioni, prestigiosi collegi di difesa, espedienti interpretativi arditi, coesione di clan inattaccabile si prestano all’applicazione di leggi improntate a scale di valori comunque distorte,  ad uso di chi ha e vuole sempre di più penalizzando chi poco ha avuto e ha sempre meno. Così in breve li vediamo tornare in scena, in Parlamento, in Comune, al governo, in banche e aziende, cordate eccellenti incaricate di erigere  spavaldi monumenti celebrativi di potenza sfruttamento e speculazione.

Mentre le nostre carceri anche grazie a un codice penale emanato nel 1930 non sono popolate di bancarottieri, evasori, amministratori del bene comune infedeli, imprenditori criminali con qualche operaio sulla coscienza, bensì di ladruncoli, piccoli spacciatori, immigrati irregolari quindi colpevoli all’origine, oltre, naturalmente, a qualche omicida, qualche stupratore, qualche mafioso, di quelli tradizionali, che quelli di nuovo conio in colletti bianchi e abito di grisaglia godono del trattamenti di favore dei delinquenti del Mose, della Tav, della Variante di Valico, e così via.

Mi avessero interpellato anche io avrei manifestato la mia sfiducia in una giustizia che esonera dalla pubblica riprovazione e pure dai ferri ai polsi banchieri, industriali, finanzieri, grazie a un prestigio accumulato in concorso con ricchezze illecite che autorizzerebbe il ricorso a mezzi non ortodossi,  alla necessaria violazione delle regole, la cui osservanza sarebbe invece obbligatoria per chi si trova in stato di bisogno. Sicché la tutela dell’ambiente e della salute è meno importante di quella del portafogli, sicché sono meno visibili e perseguibili gli illecito del ceto imprenditoriale e finanziario grazie a un contesto indecifrabile per i non addetti ai lavori, a norme e clausole che è difficile decodificare, a soglie minime di punibilità, mentre saltano a gli occhi e suscitano deplorazione e biasimo i reati di strada e una rapina suscita stigmi più severi di una falsificazione di carte societarie o di una frode fiscale, che invece producono danni estesi a intere collettività.

Il fatto è che l’evoluzione normativa tende sempre di più a fare ingiustizia, intenta a colpire i poveracci quelli che attentano al decoro e al buon nome della società, rubando nei supermercati, allacciandosi abusivamente ai contatori della corrente elettrica se occupano una casa, dormendo sui cartoni, lavando i vetri delle auto. Ma anche assolvendo preliminarmente i giocatori d’azzardo del sistema speculativo, gli strozzini che espropriano chi non paga il mutuo o le rate.   Che per loro non c’è attenuante generica, non c’è sospensione condizionale della pena, non ci sono provvedimenti periodici di clemenza. La  giustizia è fatta così. se sei povero, povero resti e condannato ad esserlo per sempre e sempre di più.

 

 

 

 


Oggi si pranza in Pizzeria

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ve la ricordate “ Trovate le differenze” della Settimana Enigmistica?

Viene buona per trovare in cosa è diverso il malaffare di Tangentopoli dai verminai contemporanei.  Sicuramente sono più infami  poiché si accaniscono sul corpaccione sfinito di un Paese più povero e demoralizzato.  Sicuramente sono più sfrontati.  Sicuramente sono più espliciti, più sfacciati, più protervi perché gli attori diventano più avidi quando sentono mancare la terra sotto i piedi, temono che la pacchia possa finire,  di venir travolti con i loro appetiti inestinguibili dalla frana rovinosa, di dover raggranellare qualcosa in previsione di tempi bui, quando avranno perso potere, rendite di posizione, privilegi e benefits.

Sicuramente sono stati più spericolati grazie alla impunità garantita loro addirittura dalle leggi che ne hanno stabilito una immunità castale, da una stampa moralizzatrice ad intermittenza, da una “società” civile solo fino alla porta di casa, dove clientelismo, familismo, favoritismo privati vengono concepiti come arma di difesa dalla sopraffazione “pubblica”, dove l’indulgenza viene promossa a virtù in considerazione del “così fan tutti”, della liberalizzazione della furbizia e dell’egoismo. Hanno potuto osare di più perché l’etica è stata retrocessa a moralismo, perché il richiamo all’onestà è stato interpretato come ingenuo slogan propagandistico di una opposizione poco esperta delle cose di mondo e della quale si attende voluttuosamente, alla prova dei fatti, la inevitabile mutazione e le fisiologiche patologie “professionali “.

Sono le leggi della realpolitik che “condannerebbe” i suoi addetti al compromesso, alla tolleranza del male e alla derisione del bene. Infatti oggi ancora più della patetica autodifesa dei protagonisti della Pizzalfano connection, con ancora un babbo che approfitta delle fortune di un rampollo per perorare la causa di 80 famigli da assumere, con altri esperti in informatica che usano la strumentazione del governo per una security privata da impiegare per monitorare l’attività di procure invise, con ancora un fratello furbetto che grazia al quartierino dei soci occulti del ministro trova una provvidenziale collocazione come postino eccellente, con altre aspirazioni all’ingresso in pompa magna nel “magnamagna” degli appalti delle grandi e piccole opere, mentre si schiude, con incerta tempestività dopo l’elezione del “presentabile”  commissario fatto sindaco,  il panorama della cornucopia delle grandi occasioni dell’Expo, colpisce l’intemerata solidarietà dei soci di maggioranza al governo.

A fronte di un Renzi più cauto, i suoi scherani sono schierati in talkshow e interviste nella generosa lotta al giustizialismo, folgorati dalla rivelazione del vero garantismo doc. più che ai tempi della rottamazione. Ve li ricordate?  «Il punto centrale è quello di garantire che chi viene condannato per corruzione poi non abbia la possibilità, magari 20 anni dopo, di occuparsi della cosa pubblica. Quindi la mia proposta del Daspo  per politici e imprenditori è il senso dell’operazione», Renzi il 5 giugno 2014. Sempre lui, 5 novembre 2011: «è assurdo che un bidello non può lavorare se non ha la fedina penale pulita mentre un politico con la fedina penale sporca può essere eletto». E poi: «Fossi segretario del Pd avrei chiesto le dimissioni della ministra  Anna Maria Cancellieri». E come dimenticare la “liquidazione” del Cavaliere: «In un qualsiasi Paese civile, un leader che viene condannato in via definitiva va a casa lui, senza aspettare che venga interdetto» (30 agosto 2013). E l’11 settembre dello stesso anno a Porta a Porta: «game over per il condannato».

Invece adesso eccoli tutti a pescare nella cassetta degli attrezzi o nelle Hermes dei frequentatori delle cene eleganti.

Fango a orologeria, riuso mediatico di scarti di vecchie inchieste!  Devono proprio essere in ritardo i loro Rolex regalati da  sceicchi e imprenditori beneficati, perché, se tutto si sapeva già, come mai un ministro già oggetto di indagini e sospetti, dal caso Shalabaieva  alla gestione del Cara, non è stato toccato, non gli si è chiesto conto di amicizie opache, di assunzioni discutibili, di parentele invadenti?

C’è un uso politico delle intercettazioni! E contro chi da ministro ne ha chiesto una regolamentazione! Sarà anche un “uso politico”, ma ci sono, come ci sono personaggi oscuri che vantano corsie preferenziali e confermano di scambi di favori e occhi di riguardo, tanto in confidenza con la dinastia del Viminale da potersi permettere uno sconticino sulle regalie.

I magistrati rossi si sono avvalsi delle affermazioni di affaristi dubbi che ostentano intimità non confermate con un politico e la sua cerchia! Sarà “politico” dunque anche l’arresto dell’uomo di fiducia, o quello del Pizza, meglio del gangster di Balle Spaziali, ritenuto il coordinatore di una vera e propria associazione a delinquere che pilotava appalti e nomine? Saranno “politiche” anche le rivelazioni sulle aspirazioni degli esperti informatici della cricca alla mozzarella che puntava al software delle procure per monitorare indagini e inchieste?

Manca solo che dicano che la macchina del fango oltre che su utili idioti, voglia schizzare sul “rinnovamento” di Poste italiane, ree dell’assunzione dello junior. State tranquilli, questo brutto film, meno esilarante della parodia noir di Mel Brooks e più realistico di uno di Rosi sulle mani sporche della Balena Bianca, ci sta per regalare anche questa perla. Altrimenti che complotto sarebbe?


La bela Madunina ride: falso miracolo a Milano

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non vale nemmeno la pena di commentare ulteriormente la infelice contrapposizione tra capitale infetta e capitale im-morale: basterebbe ricordare se ce ne fosse bisogno la storia negli ultimi 50 di un città che ha nutrito bombaroli neri, dato guazza a una maggioranza silenziosa ben pasciuta e reazionaria che ieri emarginava   meridionali e oggi respinge i profughi, la stessa che ha contribuito all’attuale rovinoso imperialismo finanziario grazie a una casta bancaria e affaristica che aveva tra i suoi sacerdoti  Sindona e Calvi.

Che ha prodotto le fortune di Craxi,  di Bossi e di Berlusconi, oltre a quelle di Turatello,  e delle loro dinastie, quella dei Penati senza Lari, ma comunque protettori di famiglie e cosche di corruttori,  quella che non ha opposto resistenza a ndrangheta camorra, mafia infiltrata comodamente in appalti, servizi, mediazioni immobiliari, night, gioco, lavanderie, agenzie di buttafuori, tanto che come risulta dagli atti dell’inchiesta che portò alla più grande operazione condotta contro la ‘ndrangheta a Milano e dall’allora procuratore di Reggio Calabria Pignatone, si quello di Mafia Capitale, tra le decine di imprenditori, dipendenti della P.A., professionisti, operatori finanziari, bancari, ricattati e tartassati e picchiati, cui hanno magari violentata la moglie, minacciati i figli, bruciata l’auto, appiccato il fuoco all’azienda, nessuno ha denunciato.

E nemmeno perdo tempo a commentare il nuovo terreno del brand dell’inimicizia, (ne ho parlato qui: https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2015/10/28/milano-cantonate-in-liberta/), così come lo vuole l’Ue che promuove i derby Italia contro Grecia, Portogallo contro Spagna e tutti controi profughi e come questo conflitto ad arte si declini  localmente in un derby tra due città, che piace soprattutto ai bauscia intervistati dai cronisti e ripreso dai coristi dei talkshow, pronti a giurare che si sapeva come  i romani siano corrotti, indolenti,  mangiapaneaufo a spese dei laboriosi e probi milanesi,che invece pensano solo a lavura’,  proprio come se la  macchina del tempo ci avesse scaraventato indietro, prima di Tangentopoli,  negli anni dorati della Milano da bere che ora può riprendere a brindare nel suo eterno happy hour.

Invece c’è da riflettere sul nuovo miracolo a Milano, quello in virtù del quale un evento pensato e promosso dalla cricca di Formigoni e dagli uomini di Comunione e Liberazione per rilanciare l’esangue Ente Fiera di Milano e “valorizzare” i suoi terreni, un’area agricola inutilizzabile, che prima non valeva niente e che con l’Expo vale più di 300 milioni,  sostenuto dalla Moratti cui si deve l’improvvida candidatura, molto caldeggiata dall’allora presidente del Consiglio Prodi e dalla Bonino, ministra del Commercio con l’estero, visto con entusiasmo dalla comunità degli affari, imprenditori, costruttori, immobiliaristi, qualcuno dei quali in buoni rapporti con le cosche mafiose, diventa l’atto  demiurgico e redentivo  capace di dare a Milano la patente di capitale morale, intendendo così il luogo del riscatto della legalità, del lavoro e del meritato guadagno. E quindi anche il simbolo, anzi la parabola del  Trickle-down, quella teoria che da Adam Smith in giù, vorrebbe persuaderci che se i ricchi ci sfruttano, accumulano e diventano sempre più ricchi, qualche goccia di quell’opulenza arriverà anche a noi: sicché è giusto tassarci per il suo successo, veder dirottate sull’infelice impresa fondi che molto più opportunamente avrebbero dovuto essere indirizzati alla tutela   del territorio a cominciare da quello manomesso dalla sciagurata opera, che avrebbe dovuto celebrare la sostenibilità tramite l’apoteosi del saccheggio di suolo, bene comune e risorse: speculazione, impatto, materiali inquinanti, strutture, effimere quando va bene, cattedrali spettrali che vedremo negli anni disgregarsi a futura memoria di una dissipata megalomania  che  peserà sui contribuenti per più di un miliardo di euro. Expo è costata, finora, 2,4 miliardi di euro: 1,3 miliardi per la costruzione del sito; 960 milioni per la gestione dell’evento (840 milioni secondo Expo, ma è un conteggio basato su  acrobazie contabili già censurate dalla Corte dei conti) e 160 per l’acquisto dei terreni, pagati  più dieci volte il prezzo di mercato. Senza contare la bonifica   dell’area, rivelatasi gravemente inquinata ma dopo che era stata comprata a peso d’oro, che ha già presentato un conto da 72 milioni.

 

Si sa che, con buona pace di Netanyahu, succede che a volte i tedeschi facciano autocritica. E’ successo anche con la disgraziata Expo’ di Hannover, considerata un fallimento vergognoso malgrado i visitatori siano stati più o meno quelli dichiarati con gran pompa e come un successo formidabile dell’esposizione milanese. Quello che è stato definito il flop del Millennio, continua a essere una ferita aperta nella narrazione di buon governo tedesca simboleggiata dalla sua tetra icona, una specie di  astronave arrugginita, alta 47 metri,  lo scheletro del padiglione olandese esibito all’epoca come una costruzione avveniristica, ridotto a pericolante rifugio di tossici e senzacasa, periodicamente investito da incendi e crolli, e che fa dire a tutti quelli che si accingono a costruire o realizzare qualcosa “purché  non sia un’altra Hannover”

Non devono averlo detto a Milano. E infatti ancora oggi a Expo chiusa, dopo che le aste per vendere i terreni sono andate deserte, tanto che, indovinate un po’, si parla di un commissario per la destinazione d’uso, non si sa nulla di quel che diventerà il “salone” dove si è svolto il Gran Ballo Excelsior, quando gli espositori stranieri si porteranno via le loro carabattole, quando sarà in corso la diatriba non certo sorprendente tra gli “espropriati”, quelli che hanno dato i terreni in comodato d’uso, quelli che sono stati invogliati a gestire parcheggi deserti, e il Comune e le banche, esposte con 200 milioni, quando si dovranno fare i “conti della spesa” e le radiose visioni del futuro si riveleranno patacche di princisbecco proprio come il Grande Evento. Si parla della realizzazione del nuovo polo delle facoltà scientifiche dell’’Università Statale di Milano,  un proposito da 540 milioni o di creare un polo della tecnologia e dell’innovazione al servizio delle aziende dell’hi-tech, insomma di farne, nel gergo caro all’anglicista di Rignano, un Hub tecnologico, uno start-up incubator, o una  cittadella dell’amministrazione pubblica. Quest’ultima ipotesi potrebbe avere uno scopo pedagogico, in considerazione dei molti funzionari, rappresentanti eletti al servizio dell’interesse collettivo che sono stati a vario titolo coinvolti nella realizzazione dell’Expo e che hanno lavorato e prestano la loro opera in Regione, in strutture ospedaliere rinomate, in  aziende pubbliche. Ma è sempre preferibile all’altra possibilità molto accreditata in questi giorni:   quella di rendere tutta l’area destinata all’esposizione una “zona economica speciale”(Zes) sul modello cinese, un  territorio sottratto alle leggi dello Stato e concesso all’autoregolazione degli investitori economici.

Sono questi i buoni propositi di una città che grazie all’evento è diventata un laboratorio di immoralità, non solo per la presenza criminale della speculazione e della corruzione. All’Expo si è compiuto anche un test della precarietà secondo gli intenti del Jobs Act, grazie all’arruolamento di giovani “diversamente volontari” attirati dal sottinteso richiamo di un impegno  “umanitario”, grazie alla derubricazione della contrattazione nazionale in favore di apposite negoziazioni speciali, istituendo la prestazione gratuita e  sancendo il licenziamento economico.

Si l’Expo è il Miracolo a Milano e a questo proposito viene spontaneo suggerire a Tronca e al governo che, commissariando le politiche locali, persevera nello svuotare di significato e nell’ esautorare le istituzioni democratiche, il trasferimento del Giubileo all’ombra della Madonnina.

 

 

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: