“Mentiamo, imbrogliamo, rubiamo”. Questo  ha ammesso Mike Pompeo, ex capo della Cia e uomo forte della prima presidenza Trump. Non è certo una novità, ma detta dagli stessi mentitori, imbroglioni e ladri è certamente un bello spiraglio sugli arcana imperii, ma le le cose sono arrivate a un tal punto che a guardare dal buco della serratura sembra di sbirciare su un desolato boudoir. Si è saputo per esempio che Trump per due volte ha tentato di risolvere la situazione in cui si è cacciato  con l’aggressione all’Iran prima cercando di corrompere il comandante delle Guardie Rivoluzionarie Vahidi e poi dal capo dell’esercito pakistano Asim Munir, entrambe le volte senza successo. Non stupisce perché a quanto sembra è questo il metodo che The Donald ha sempre usato nei propri affari, ma che sia arrivato a utilizzare tale modus operando negli affari internazionali è un segno di vera disperazione e ancor più di demenza senile da cui è affetto il sistema America. Secondo quanto ha rivelato Pepe Escobar, forse uno dei più noti analisti mondiali di geopolitica, Washington aveva creato, già nel maggio scorso,  un canale di comunicazione diretto con Vahidi attraverso Nechirvan Barzani, presidente della Regione del Kurdistan iracheno,  senza però utilizzarlo fino a che nelle settimane scorse c’è stato il tentativo di comprare questo personaggio chiave per dividere la leadership iraniana. Ai maggiori gradi delle guardie rivoluzionarie sono stati offerti miliardi di dollari per tradire, ne parlano diffusamente fonti iraniane, ma un po’ il sistema di comando piuttosto frazionato dell’Iran, un po’ l’orgoglio persiano che è inconcepibile per qualsiasi cretino americano, un po’ il fatto che quando ci si dimostra disposti a qualsiasi cosa, significa che si può spremere molto di più dal corruttore, un po’ che a un miliardo americano, la Cina ne può mettere dieci sul piatto della bilancia, hanno fatto saltare questo approccio così trumpiano, così globalista, verrebbe da dire, alla questione. Ciò rende ragione anche del fallimento con i pakistani, di solito assai più corrive alle dorate “propine” mdi Washington.

Semplicemente non si può pensare di affrontare la questione come se si trattasse di prendere un burattino qualsiasi per farne la testa di turco di una rivoluzione colorata in un piccolo Paese, magari sudamericano, dove grandi Paesi non ne esistono ancora, malgrado l’estensione territoriale. Se in Venezuela questa tattica ha pagato  ciò non significa che essa riesca dappertutto e in altri contesti culturali.  E soprattutto – anche ad essere cinici fino in fondo –  non si può pensare di farlo mentre si sta perdendo. E infatti questo assieme anche alla considerazione del punto a cui siamo arrivati in Occidente, dove ormai non si contano i trucchi e le corruzioni anche elettorali – dimostra plasticamente come l’amministrazione americana si senta perdente e tenti tutte le mosse del suo armamentario per uscirne fuori. Se si pensa che anche recentemente Trump ha fatto delle avances verso la Corea del Nord, chiedendo dieci miliardi a quella del Sud per “difenderla”, The Donald appare come un sorta di sgangherato padrino che non ha capito che i i suoi tempi d’oro sono passati da un bel pezzo. Siamo ormai richiesta della tangente come del resto è accaduto con l’Europa con i dazi e con la richiesta di un aumento folle delle spese per la Nato.

Ma questo si capisce benissimo: Scott Bessent, il segretario al Tesoro non trova più compratori esteri per i titoli di Stato americani che fino a qualche anno fa erano la Mecca per gli Usa, ciò che permetteva loro di fare debito senza curarsi dei fondamentali dell’economia e dunque deve aumentare le emissioni, alzare in maniera pericolosa i rendimenti e soprattutto deve basarsi sul mercato interno: un modo per dire che si è ormai alla canna del gas. Ma il piano di impadronirsi di risorse altrui che era sostanzialmente quello messo a punto dall’élite statunitense nei decenni scorsi, sta clamorosamente e inaspettatamente fallendo. E adesso sono sempre più guai.