images (1)Immagino che in queste ore ad Ankara ci si affanni a decidere su chi far ricadere la colpa dell’attentato contro curdi e pacifisti, ossia si  stiano mettendo a punto gli ultimi particolari delle strategie di politica estera e interna a cui la strage deve far fronte. Siccome non sono una mosca che vola nel nuovo, costosissimo e peraltro orribile palazzo di Pasha Erdogan, non posso formulare che qualche ipotesi, sulla scia di un protagonista che finora pare essere il grande assente delle analisi che si fanno: ovvero la recessione che da due anni sta tormentando un Paese che sembrava in grande ascesa, con numeri di crescita del Pil a doppia cifra e che adesso stenta a fare anche piccoli passi in avanti. Un empasse che non riguarda solo la caduta della domanda europea che anzi è sostenuta in qualche modo dal crollo progressivo della lira turca, ma soprattutto dalla contrazione del mercato interno dovuto all’enorme taglio di spesa pubblica.

Dunque da una parte Ankara potrebbe addossare tutta la colpa ai curdi per polarizzare il voto all’estremo e superare la crisi di immagine di Erdogan, dovuta in gran parte proprio dalla crisi in cui ha infilato il Paese, riducendo tutta la questione a un fatto interno. Ma potrebbe anche darsi che la soluzione sia un’altra, ossia scoprire che l’attentato viene dall’Isis o da gruppi fiancheggiatori dello stesso. Con questo artificio la Turchia si toglierebbe dall’imbarazzante situazione in cui si trova oggi, ossia quella di membro ufficiale della coalizione anti Daesh, ma allo stesso tempo di fiancheggiatore del Daesh: con l’intervento della Russia nel teatro di guerra le speranze di fondare le aspirazioni neo ottomane su un crollo totale della Siria si sono molto ridimensionate e del resto la forza del Califfato si è rivelata assai inferiore alla propaganda non appena qualcuno ha cominciato a fare sul serio. Meglio rinviare la partita, sfruttare l’emozione comunque suscitata dalla strage, dar modo a Erdogan di proporsi comunque e di nuovo come tutore della stabilità e dell’ordine e non rompere del tutto con i partiti curdi che potrebbero venire buoni nelle cose di governo. Tanto più che una Russia ormai piazzata saldamente a Tartus e probabile tutrice di una Siria del dopo Assad, potrebbe anche essere indotta a dare una mano ai curdi.

Naturalmente questa seconda  ipotesi prevede che anche il “grande fratello” sia d’accordo: se sarà questa la soluzione allora si può essere sicuri che gli Usa si apprestano a uscire dalla scena siriana, dopo aver provocato un’immensa, inutile strage e una ancor più immensa  folla di profughi. Assieme a Washington si defileranno inevitabilmente Arabia Saudita e Qatar, ufficiali pagatori del caos, che hanno già altre gatte da pelare e comunque non hanno certo la forza di fare altro se non mettere a libro paga nuovi sbandati, ammesso che se ne trovino, visto che nell’impresa siriana hanno raschiato il fondo del barile. D’altro canto Riad è impotente contro Mosca: la mossa del petrolio l’ha già fatta  e oggi ne sta pagando le conseguenze. Va già bene se la recessione dopo il crollo petrolifero, non provocherà un sanguinoso cambiamento di regime.

Dunque non resta che attendere il risultato delle indagini (si fa per dire) per vedere quali sono le intenzioni di Erdogan: certo l’ideale sarebbe trovare un ex terrorista ceceno, passato poi dalla parte dei russi che sia allo stessi tempo curdo e affiliato all’Isis. Ma anche Allah ha i suoi limiti,