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Una lenta catastrofe

imagesTruppe russe si vanno frapponendo nella Siria del nord tra i reparti turchi (ovvero di un Paese Nato) e le formazioni curde per evitare un massacro mentre la Cina ha varato un grande piano di aiuti finanziari all’Ucraina che, al contrario di quelli dell’Fmi non prevede, come corrispettivo, macellerie sociali: si tratta di due vittime sacrificali dell’occidente, usate e poi tradite o spolpate che adesso trovano in Mosca e Pechino interlocutori e  mediatori più affidabili di Washington e dei suoi ascari europei, così come accade in altre parti del mondo. E’ evidente che il paradigma unipolare sorto dopo la caduta del muro di Berlino, la famosa fine della storia nel letto di Procuste del neoliberismo , è ormai in grave crisi, aggredito dalle proprie stesse contraddizioni. Ciò sta provocando un vuoto di capacità e dunque di potere che viene via via colmato da altri e che non deriva dai tentativi di disingaggio di Trump il quale non fa altro che prendere atto della realtà delle cose invece di accanirsi in avventure dall’esito incerto e quasi sempre disastrose.  Migliaia di aziende occidentali ormai non fanno che rimarchiare prodotti cinesi (anzi nemmeno quello perché i marchi vengono apposti all’origine) e grazie al lavoro ancora a bassissimo costo nel sud est asiatico mediato dall’enorme complesso industriale cinese e dalla sua organizzazione , fanno utili notevolissimi che consentono loro di comprare le proprie azioni e creare bolle borsistiche che devono essere sostenute con il folle stampaggio di denaro a costo zero, mai così di carta come oggi. I sistemi privatistici si rivelano sempre più inefficienti, corrotti e fonte di disuguaglianze, dalla scuola alla sanità e trascinano nel declino persino i settori vitali per l’egemonia, ossia quelli delle armi come dimostra la figuraccia in Arabia Saudita e con le petroliere iraniane.  Il sistema nel suo complesso ha preso di mira anche la democrazia, i diritti del lavoro e le libertà non puramente individuali come fonte di ostacolo al profitto infinito e dunque sta perdendo il consenso interno che aveva acquisito: insomma le mura si incrinano tenute in piedi dall’ intelaiatura narrativa dei media che in definitiva sono la vera conquista del mondo post caduta del muro.

Questo non può essere semplicemente rubricato, come pure è stato fatto in questi giorni, come declino della Nato e rivelazione della sua inutilità, semplicemente perché è solo uno dei problemi collegati così come appare francamente ridicolo attribuire ogni responsabilità a Trump  come si  diverte a fare certa pseudo sinistra di potere in Italia: la crisi è di sistema e semmai l’ inquilino della Casa Bianca esprime grossolanamente tutta l’incoerenza fra l’ ideologia liberista e le sue conseguenze ovvero il globalismo unipolare. In aggiunta a questo ogni avventura finita male, ogni giravolta fra amici e nemici, ogni limite intrinseco di volta in volta dimostrato nei più vari campi stanno facendo perdere soggezione  nei confronti della macchina occidentale che si imbarbarisce sempre di più. Non possiamo sapere quali saranno le conseguenze di questa mutazione che di certo non si limita a mettere in crisi gli assetti del dopo muro o quelli instauratisi dopo la seconda guerra mondiale, ma quelli di 4 secoli di incontrastato dominio occidentale, ma tuttavia è evidente che questo ha effetti diretti sull’Europa e sugli assetti che essa si è data, prima funzionali alla guerra fredda e successivamente all’imposizione politica del paradigma neoliberista. Innanzitutto la Germania è chiaramente indirizzata ad aperture vesto Est, ormai vitali per la sua economia: la sua egemonia continentale così stupidamente sprecata in imposizione di austerità ha ridotto fatalmente il suo mercato continentale mentre le politiche trumpiane, e ancor prima la guerra delle multinazionali Usa, rischiano seriamente di ridurre i suoi sbocchi commerciali in Nord America: senza un’apertura a Est il declino sarà fatale e anche rapido: niente di strano dunque se tra i suoi piani ci sia anche l’eventualità di sfilarsi dall’euro. La stessa Francia scalpita rendendosi conto di essere in un cul de sac perché il tentativo macroniano di associarsi alla Germania nella guida continentale anche in vista della Brexit si è arenato sulle proteste della popolazione e dentro un non senso globale.

L’Italia poi è nella totale confusione: essendo rimasto un Paese sotto occupazione militare dalla fine del conflitto, il partito amerikano vi è particolarmente forte, sia nella sua espressione diciamo così clintoniana nelle aree di centro sinistra (ammesso che questa  espressione abbia un senso e non sia solo un riferimento nominalistico), sia nella versione trumpiana espressa da Salvini: si trova quindi nella situazione di non poter sfruttare la sua posizione geograficamente privilegiata per i traffici dall’Asia, di fatto vietata da Washington e malvista dall’Europa del Nord per questioni concorrenziali:  l’Asia e i contatti diretti con essa le sono preclusi e quando qualcuno si è premesso un’apertura c’è stata subito una crisi di governo. Si dovrebbe sperare in una politica così raffinata da sfruttare la situazione per sfilarsi dalle molteplici obbligazioni che si sono create e che non si compensano l’una con l’altra, ma si assommano. E tuttavia la mediocrità assoluta di un ceto politico che è l’effetto della selezione neoliberista nelle sue diverse formulazioni, rende praticamente impossibile sortire fuori da questa tettonica a zolle geopolitica senza essere schiacciati. No ho una ricetta in mano, ma solo la sensazione di una lenta catastrofe mentre tutto cambia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Sciarada Curda

image_20180728phf9101Qualcuno si è stupito e indignato del fatto che gli Usa abbiano abbandonato i curdi che vivono nella parte nord della Siria e li abbiano esposti ai nuovi attacchi di Erdogan -voglioso di impadronirsi di una fetta di territorio siriano – dopo averli abbondantemente sfruttati in funzione della loro strategia medio orientale. Ma questo non deve certo stupire visto che Washington ha sempre abbandonato gli amici che si sono fidati e non hanno mai dimostrato di avere la benché minima propensione al rispetto del diritto internazionale se non nella misura in cui esso coincida con i propri interessi. Ma che gli americani con inglesi al guinzaglio non siano mai stati amici dei Curdi è una storia vecchia che si può far risalire a  un secolo fa, a dopo la prima guerra mondiale nella quale la Turchia, si trovò coinvolta nella sconfitta degli imperi centrali nonostante un’accanita resistenza e storiche vittorie contro le truppe britanniche.

Con il trattato di Sevres del 1920 , che ribadiva l’accordo di massima tra le le potenze dell’Intesa, sottoscritto a Sanremo nell’aprile del 1920, la Turchia veniva privata non solo dei territori arabi, ma anche di alcune porzioni di Egeo in favore della Grecia e della sovranità sui Dardanelli, mentre si prometteva, sia pure in termini vaghi la possibilità per i Curdi di creare un loro stato. Tuttavia questa prospettiva non entusiasmava affatto il presidente americano Wilson, molto più determinato ad essere il padre tutelare di uno stato armeno a cavallo di Anatolia e Caucaso di cui fece anche disegnare i confini dalla Commissione King-Crane: tale stato avrebbe infatti assunto la funzione di cuscinetto fra la Russia e il medio oriente, mentre uno stato curdo avrebbe solo destabilizzato l’area. In realtà sebbene il trattato fosse stato firmato da quattro plenipotenziari turchi, non ebbe alcun seguito visto che il parlamento ottomano era stato sciolto mesi prima e il sultano Mehmet VI non aveva più alcun potere reale, essendo stato deposto da Ataturk. il quale  aveva intrapreso una nuova guerra per riappropriarsi dei territori ceduti alla Grecia oltre che del Bosforo e dei Dardanelli. Questa guerra di riconquista non fu per nulla  contrastata dai membri dell’Intesa per vari motivi, a cominciare dalla stanchezza dopo il grande massacro della grande guerra, dal fatto che Francia, Gran Bretagna e Italia avevano già ottenuto soddisfazione delle richieste, ma soprattutto per il fatto che le risorse disponibili erano state incanalate contro un nuovo grande nemico: l’Unione sovietica. In questo quadro non era più opportuno avere una Turchia debole e si lasciò Ataturk completamente libero di di riprendersi parte dei territori persi e infierire sulle popolazioni che avevano avuto promesse di autodeterminazione.

Così tre anni più tardi, a Losanna, venne riconosciuta gran parte  delle riconquiste del  sultano laico di Ankara, compresa la cancellazione della parte anatolica dell’Armenia di Wilson mentre la parte restante, da sempre sotto l’impero russo  era diventata una repubblica sovietica. Dei Curdi non si parlò più per esplicita volontà americana che ormai avevano la leadership indiscussa sull’Europa, un po’ per evitare nuovi conflitti con la Turchia che a quel punto diventava un baluardo contro il comunismo, un po’ perché i territori abitati dai Curdi erano ricchi di risorse petrolifere e si preferiva vederle sparse fra vari stati e mandati coloniali senza doversela vedere con unico soggetto nazionale. In questo contesto non può sorprendere il fatto che sia stata proprio l’Unione sovietica a creare il partito democratico curdo dopo la seconda guerra mondiale favorendo con la propria presenza militare anche la creazione di una repubblica popolare curda con capitale Mahabad in un territorio di confine fra Iran, Iraq e Turchia. Fu un esperimento che durò due anni e finì in pratica con il ritiro delle truppe sovietiche a seguito di un accordo con Teheran e la sconfitta di Mustafa Barzani, il condottiero della piccola repubblica che disponeva di appena 1200 uomini. Il comandante riuscì con una lunga marcia a raggiungere il territorio dell’Urss. Ma le fratture politiche e tribali tra i curdi stessi hanno reso arduo ogni successivo progetto.

Dopo di allora è stato tutto un susseguirsi di colpi di mano, vaghe promesse che non avevano alcuna consistenza e inganni che servivano ad ottenere l’appoggio delle formazioni curde nelle varie e intricate guerre mediorientali. Tuttavia il quadro sostanziale e geopolitico della situazione non è molto cambiato rispetto al secolo scorso e non si vede perché gli Usa dovrebbero favorire un processo che essi stessi hanno depennato a suo tempo dall’agenda internazionale. I curdi così come gli arabi furono semplicemente ingannati  e ora una certa ostilità fra queste due popolazioni fa comunque gioco. Una cosa è certa: lo stato curdo non verrà dall’occidente.

 


Buon 26 aprile

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ogni anno arrivo a questo giorno combattuta tra il desiderio invincibile di sottrarmi alla ambigua glorificazione retorica e un altrettanto invincibile spirito di servizio  in difesa di quella verità che oggi più che mai è impalpabile, sfuggente, tanto che è inafferrabile la meta e perfino il cammino per arrivare.

Che il 25 aprile sia ormai una data svuotata, una coperta troppo corta che si tira da tutte le parti per occultare vergogne con un po’ di retorica, un po’ di propaganda, un po’ di manipolazione, è evidente e da anni.  Chi pensava di tutelarne la  memoria è stato battuto dalla fine della storia, concessa a giornalisti e divulgatori a dispense un tanto al metro, quando anche grazie alla irreparabile perdita del passato, alla sua mercificazione e consumazione senza residui e alla sua reinvenzione postuma come fiction,  si è riusciti a proibirci di immaginare il futuro, condannandoci a un  arido presente. Così quello che  rimane  è  tutta la plastica tecnologica e i suoi rottami, la polvere tossica della supremazia immateriale della finanza quella modernità che ha smesso il sogno di progresso, per marchiare una cesura insuperabile col prima a dimostrazione che quello che non esiste più forse non c’è stato, che 20 mila anni di storia sono andati perduti o sono stati inutili e con quelli il coraggio e la ragione, la collera e la dignità, il riscatto e l’utopia.

Così hanno potuto vincere gli altri, quelli così ben rappresentati nelle parole di uno dei consulenti di Bush, incaricati di vendere bene il loro prodotto: noi siamo l’impero e quando  compiamo un atto creiamo la realtà ….siamo noi gli attori della storia e tutti voi nel migliore di casi resterete a studiare quello che noi facciamo.

Così abbiamo permesso e permettiamo che il loro bieco e ferino affaccendarsi occupi e diriga la nostra vita e che la loro cronaca spiccia punteggiata dalle grida delle vittime, dagli spari e dagli scoppi, dai loro inevitabili effetti collaterali diventi la nostra storia e il nostro presente.

Li abbiamo aiutati della loro azione di biasimo e castigo delle ideologie che ha provveduto a farci seppellire idee e ideali in favore del loro totalitarismo, così ci si muove leggeri nel percorso che compiamo in terra senza lasciare impronta di noi, convertiti all’ubbidienza alla necessità.

E li aiutiamo in tanti modi anche in questo 25 aprile, con incuti rigorismo e professione di purezza pelosa: il no alla brigata ebraica che come ha scritto bene Portelli sul Manifesto di qualche giorno fa, non è la stessa cosa della Brigata Garibaldi, ma nel ’44 nel fronte contro i nazisti c’era eccome, combattendo come  corpo militare inquadrato nell’esercito inglese, cui invece viene riconosciuto lo status di nostri liberatori malgrado la loro schizzinosa  indole coloniale fosse palese anche allora, esigendo che i partigiani tornassero a casa, erogando lanci discrezionali con aiuti offerti come elemosina, e poi arrogandosi l’incarico di concedere il brevetto di combattente per la libertà, distinguendo tra buoni e cattivi, proprio come hanno fatto i nuovi balilla del Pd, che preferiscono sempre  i ribelli morti da richiamare a schierarsi per il si referendario e il no alla costituzione nata dalla resistenza, col tavolino a tre gambe.

Se chi oggi vuole marciare sotto la bandiera della Brigata Ebraica viene chiamato a distinguersi da ogni correità con uno stato repressivo e razzista, chi lo chiede – scagliando l’anatema contro una nazione e un popolo che non sa essere “eletto” e dal quale si esige, unico al mondo, di trarre dalla sofferenza del passato la ricetta per non infliggere a altri quello che ha subito e perché il torto non doventi diritto – dovrebbe essere sicuro di essere senza macchia per l’appartenenza a un paese e a una gente parimenti  succube dello stesso impero, dal quale va a negoziare  devotamente il rincaro della quota associativa della Nato, che presta basi e compra aerei e li arma contro popolazioni civili, che critica i muri altrui e ne erige in casa perfino a Rio Bo e in ameno e finora pacifici paeselli, che dimentica di aver mandato e di mandare in giro per il mondo i suoi figli ma respinge quelli degli altri che scappano da guerra e fame. E che consente che si introducano e applichino per legge tremende differenze, tra chi può e ha e chi non ha non può avere, tra noi e noi, tra noi e chi arriva qui che non ha diritto ai diritti, come, andando avanti così, succederà alla gran parte dei cittadini.

È per questo che l’operosa cancellazione del vero spirito della festa passa per la commemorazione del gesto di liberarsi dal nazismo, preferendo l’epica del riscatto dall’invasore all’utopia di sottrarsi alla condanna di sfruttati, oppressi, censurati e repressi da un sistema economico fondato sulla speculazione, la corruzione, m’iniquità esercitata da un padronato autoritario, ladro e criminale quanto il regime che aveva favorito e dal quale si era fatto servire.

Per quello le parate ufficiali non vogliono la presenza delle bandiere di chi resiste, che per carità non diano il buon esempio i curdi o i palestinesi, che per carità non qualcuno non pensi di sventolare  la bandiera rossa,  sempre più lisa e stracciata, sempre più tradita e derisa:  da chi finge che il fascismo sia quello di ieri e che quello di oggi sia folclore inoffensivo e nostalgico, da chi non vuole ammettere che ha perso le sembianze di un totalitarismo che conserva i suoi elementi essenziali, classismo, razzismo, terrore, propaganda della paura e dell’intimidazione, procedure di controllo e lager, perfino il partito unico incaricato di attuare il dominio totale e un esercito professionale, che colpisce anche solo premendo un interruttore per caricare bombe da un drone o per introdurre e diffondere nuove povertà implacabili.

Quando chiedevano a mio padre perché era andato in montagna, rispondeva “che non c’era altro da fare” se si voleva immaginare un giorno dopo meno buio. E allora cominciamo a darci un buon 26 aprile.

 


Siria, piccole batoste e grandi fermenti

hasakah-702x336Mentre guardiamo golosamente la paccottiglia americana in Tv senza che nessun si preoccupi di avvisare che nuoce gravemente all’intelligenza e al buon gusto, ogni giorno si creano condizioni che possono portare alla guerra globale. In questi giorni poi si è raggiunto il punto di massima tensione con l’abbattimento da parte della contraerea siriana di una caccia di Tel Aviv (distruzione prima negata poi ammessa, assieme alla messa fuori combattimento di un altro velivolo) che stava prendendo parte a un raid contro le forze filo Assad a Palmira e successivamente di un drone israeliano, vicenda che ha spinto il Dipartimento di stato di follia di Washington a dichiarare di stare “riflettendo su attacchi contro l’esercito siriano”. Questo non tendendo in nessun conto la posizione sintetica e chiarissima da parte del ministero della difesa russo il quale ha annunciato già da tempo che verrà abbattuto ogni oggetto volante non identificato in Siria e che i missili S300 e S400 in dotazione alle forze russe non sono in grado di riconoscere la nazionalità degli aerei o dei missili. Come dire in sostanza che se gli Usa vogliono attaccare dovranno farlo a viso aperto non cercando di nascondere la mano, dovranno insomma uscire dall’ambiguità. Infatti il ministero mettendo in cauda venenum, ha aggiunto  “chi pretende che esistano aerei invisibili si espone a grandi sorprese”.

Insomma il livello di tensione è al massimo e l’elastico rischia di spezzarsi. Ma da Mosca viene soprattutto un monito: non pensiate di godere di superiorità così netta da garantirvi l’impunità. Un dato di fatto che i militari conoscono benissimo, anche se la canea della cosiddetta informazione occidentale cerca di nasconderlo a tutti i costi, magari costruendo episodi di fantasia come il fantomatico missile siriano abbattuto dal sistema Arrow in dotazione a Israele, uno spot commerciale che Repubblica ha prontamente pubblicato per controbilanciare gli abbattimenti documentati del caccia e del drone israeliano. Tanto più che nell’estate scorsa un drone russo è riuscito a sfuggire a 2 Patriot di Israele e all’attacco di un suo F 16 gettando gli strateghi Nato nel più grande sconforto.  In queste vicende il silenzio o l’invenzione sono doppiamente giustificati, sia perché non si vuole che le opinioni pubbliche si scuotano dal beato senso di superiorità che le attanaglia, sia perché si tratta di affari: se costosissimi sistema d’arma come quello dei Patriot apparissero urbi et orbi poco efficaci, addio contratti. E vero che nell’ambito degli specialisti queste cose sono ben conosciute, ma è altrettanto vero che è difficile far comprare ai governi armi la cui mediocrità è risultata palese. Questo ci riguarda anche da vicino visto che spenderemo venti miliardi di euro per dotarci di ciofeche come l’F35 le cui carenze in termini di velocità, autonomia, affidabilità, carico bellico e persino ricadute tecnologiche  rispetto ai concorrenti derivano in gran parte  dall’idea di renderlo parzialmente invisibile come da acclusa ossessione Usa.  Adesso sappiano ufficialmente che saranno visti come fossero sotto i riflettori e avremo un caccia praticamente con prestazioni hardware non molto superiori al vecchio e casalingo Amx che peraltro in Afganistan si è rivelato uno dei velivoli più efficaci. Però diciamo che forse lo si sapeva già prima, che non è poi una grande sorpresa e che il mega acquisto oltre ad essere una bella fortuna per qualcuno che ne canta le lodi, è un segno di sottomissione fortemente suggerita. Se poi per far fronte alla inconsulta spesa si deve vendere la Cassa depositi e prestiti, ultimo bastione di autonomia rispetto alla finanza internazionale, che importa.

Ma a parte questo triste capitolo domestico di noncuranza, sudditanza e magna magna è fin troppo chiaro che la frizione è giunta alle stelle e continuerà a crescere visto che i russi stanno prendendo posizione nel cantone di Afrin con l’intenzione strategica di addestrare truppe curde contro il terrorismo ma soprattutto di porsi come protettori del Kurdistan occidentale siriano in alternativa agli Usa, convinti di detenerne il monopolio: un fatto che scompagina completamente i piani americani in Medio Oriente, ma che è allo stesso tempo  il sintomo di una rapida mutazione degli assetti nella regione. Tutti i soggetti in gioco, amici e nemici, stanno comprendendo il vantaggio negoziale che comporta avere a che fare con un competitore degli Usa visto che dopotutto la regione è stata massacrata e violentata proprio a partire dall’avvento del monopolarismo americano e nessuno più si fida del cinismo di Washington. Così l’influenza russa cresce anche al di là delle previsioni e intenzioni iniziali di Mosca rendendo palese il tramonto di un ciclo.

 

 

 


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