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Per un pugno di dollari

81-ImfdCBOL._SY445_Difficile comprendere il magma che attraversa il mondo: difficile capire perché un occidente ormai del tutto impazzito metta in piedi la vicenda Skrypal, palesemente inventata e talmente bugiarda che ora i protagonisti si rifiutano di portarne prove, per rinfocolare la guerra semifredda alla Russia o quale senso abbiano i dazi imposti da Trump alla Cina e a tutti quanti per quanto riguarda acciaio e alluminio, oppure la ripresa delle ostilità contro l’Iran, ben sapendo che dopo gli accordi sul nucleare Germania e Francia hanno siglato patti commerciali per miliardi euro con Teheran. Certo una spiegazione razionale o plausibile può essere trovata per ognuna di queste vicende, ma si fa fatica a vederne il senso di insieme, la strategia che ci sta sotto: diciamo che gruppi di potere diversi, ma sempre concentrati sull’ex Washington consensus seguono ormai proprie vie di azione e magari una certa parte dell’elite cerca di creare tensioni tali da sabotare quelle dell’altra. Sembrerebbe abbastanza  chiaro che il cosiddetto populismo di Trump vada contro gli interessi dei centri dell’economia finanziaria la quale risponde creando tensioni destinate nei suoi deliri a rallentare il protezionismo presidenziale anche a costo di un conflitto.

Si tratta ovviamente solo di ipotesi, del tentativo di capirci qualcosa, ma quando parliamo di America First dobbiamo per prima cosa capire il punto fondamentale su cui si regge la nuova parola d’ordine imperiale, visto che ogni mossa può avere vantaggi e svantaggi non prevedibili nel medio e lungo periodo e comunque non decisivi riguardo alla conservazione del primato. Ma basta dare un’occhiata ai tempi per mettere in ordine le cose e renderle più chiare: le campagne anti russe, sia per quanto riguarda il Goutha che l’attentato casalingo della signora May si sono intensificate, ma mano che appariva sempre più chiaro il rafforzamento di Putin all’interno della Russia, mentre i dazi sono comparsi dopo nemmeno un mese dal rimpasto di Xi Jinping e l’ascesa alla testa della banca centrale cinese di Yi Gang, uno dei maggiori strateghi della crescita del mercato interno e dell’internazionalizzazione dello yuan. Infatti quasi in contemporanea con la sua ascesa è diventata operativa la Borsa merci del petrolio di Shanghai, in cui si scambia greggio russo in yuan garantiti in oro e in cui cominciano a comparire partite di idrocarburi iraniani.  Qui si concentra tutto: quello che vengono considerati i maggiori nemici e competitori degli Usa non solo si stanno aggregando, ma lanciano una chiarissima sfida al dollaro come moneta fondamentale di scambio planetario. Per contrappasso è stato proprio l’oro nero a rendere il dollaro la divisa centrale delle risorse energetiche, una posizione de facto divenuta poi ufficiale e obbligatoria dopo la guerra, difesa a spada tratta dalle armi e dal potere. Gli Usa con un dollaro nazionale e non più globale diventerebbero immediatamente un Paese normale perdendo l’eccezionalità presuntuosa e tracotante: salterebbero così le rendite di posizione e con esse i rapporti e i bilanciamenti di un potere elitario creatosi nel corso di un secolo e mezzo, ma giunto in un certo senso al capolinea nel momento in cui la ricchezza così accumulata finisce nelle mani di pochissimi, non garantendo più come una volta quel surplus in grado di garantire la pace sociale e un possibile accesso al sogno americano.

Dunque il dollaro è la questione vitale e probabilmente le difficoltà daziarie poste alla Cina più che una prima applicazione delle promesse di Trump sono una sorta di avviso e di vendetta per aver osato bestemmiare il dollaro. Una situazione ancor più pericolosa dal momento che le sconsiderate mosse americane degli ultimi dieci anni hanno portato a un riavvicinamento della Cina alla Russia, ovvero al Paese con le maggiori riserve planetarie di petrolio e gas. Di qui una continua e  ossessiva escalation della russobobia, alimentata in mancanza di meglio con mosse così grottesche da finire in ridicolo: si spera forse con le minacce e le pressioni di separare un blocco che si è creato grazie alle indebite pressioni e alle minacce. La mancanza di lucidità in questo disegno rappresenta al meglio il declino delle elites occidentali. la loro scarsissima capacità strategica e l’aggio di fiducia che fanno sull’informazione per tenersi strette le loro opinioni pubbliche e sulla forza militare per impaurire: il peggio arriva è quando la cosa non funziona o funziona male lasciando allo scoperto violenza e la rabbia.

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Attentati all’intelligenza

Foglio_IslamSapete perché l’occidente è in declino? Perché i suoi difensori sono molto peggio dei suoi nemici che si limitano a buttare bombe, mentre loro oltre a riempirci di balle e di vieta retorica riducono l’occidente stesso alla nullità della cultura, del gusto, dell’intelligenza. A leggere i giornali e a entrare nella loro penosa magniloquenza necrofora, sembrerebbe quasi che la bomba messa al concerto di questa Ariana Grande (un nome che si presta egregiamente alla guerra di civiltà) sia particolarmente grave perché colpisce al cuore la nostra cultura prima ancora che i corpi: come scrive Giuliano Ferrara che conserva un’ acuta intelligenza nel cercare nei recessi della sua mente l’idiozia più cristallina scrive “quella della musica è un’altra guerra di religione che perderemo, senza esportare la democrazia”

Insomma questi che mettono le bombe senza avere l’eleganza di sganciarle dagli aerei, non solo rimangono alieni al prodotto superiore della democrazia a causa della loro fede nell’Islam e forse anche a un’inferiorità razziale, ma addirittura la musica di Ariana Grande, diventa una sorta di caposaldo della nostra civiltà. Purtroppo il guaio è proprio quello: una società spinta al consuno narcotico di prodotti di marketing, assolutamente banali, ripetitivi, privi di senso e di cose da dire, personaggi senza talento che invertono Pinocchio passano da esseri umani a burattini saltabbeccanti al ritmo di nenie e marcette, musicaccia scritta al computer senza nè cuore, nè invenzione. E’ con queste armi attraverso le quali il neoliberismo rampante cerca di azzerare il pensiero, che conquisteremo l’Islam o il resto del mondo? O non è che invece proprio tutto ciò ci mostra modesti e squallidi proprio agli occhi di chi ha vissuto in questo trash senza fine e lo ha rifiutato? Davvero pensiamo che Ariana Grande e gli altri innumerevoli prodotti di taletuosità in serie siano un faro di civiltà e che dunque un attacco a loro sia un attacco al futuro?

Pazienza che nel copione giornalistico si confonda il salafitismo dell’Isis con l’Iran che sono come il diavolo e l’acquasanta, pazienza che si maledica l’Isis dopo aver rinnovato l’alleanza con il suo maggiore ispiratore e finanziatore in funzione anti Teheran: ormai siamo abituati a versioni di comodo che portano la realtà nel paradosso. Pazienza per tutto, ma mi chiedo con quale faccia si possa arrivare a piangere i morti adolescenti di Manchester esaltando nel contempo proprio i fiancheggiatori degli assassini materiali. Certo il potere oligarchico crea le condizioni per quella pauta che poi permette la militarizzazione della società tenendo al guinzaglio il voto, tanto che l’alleanza con gli ispiratori delle bombe per combattere un nemico che non c’entra nulla con esse, ne fa oggettivamente un mandante anche ammesso che non c’entri proprio nulla con l’esecuzione visto che nelle ambiguità di fondo salta fuori che addirittura il padre dell’attentatore lavorava per i servizi britannici in Libia.  Ma Ariane Grande come garanzia di futuro davvero no,  rappresenta lo stesso nulla dell’anima che permette all’ Occidente di sentirsi indignato di fronte a una proporzione di morti innocenti di uno a cinquecento se prendiamo solo gli ultimi dieci anni. E’ il correlativo di quel vuoto che ha permesso a Madelein Albright di dire che la morte di 500 mila bambini iracheni era un prezzo che valeva la pena pagare senza che nessuno si scandalizzasse o accennasse a una qualche reazione. Anzi tra il non troppo celato compiacimento dei troppi Ferrara che cianciano, scrivono e sono un ulteriore danno collaterale.

Se questo è il futuro, se dobbiamo fare la guerra di civilità per i liberi concertini di mediocri prodotti da catena di montaggio, se davvero crediamo in questo dopo aver imparato a non credere in nulla, se davvero pensiamo che questo possa essere irrestibile per il mondo di fuori, vuol dire che siamo spacciati. Non è affatto un caso che sulla prima linea del terrorismo ci siano proprio le persone di seconda e terza generazione  venute in Europa che hanno visto cosa siano in realtà i lustrini che dovrebbero convertire tutti. Diciamo la verità: ormai ci spaventa chi crede in qualcosa che vada al di là del proprio io e dell’emozione momentanea, siamo solo consumatori di valori e idee da supermercato, bontonisti politici, gente da sballo e da fatica, gente amputata dal pensiero unico e dai suoi riti. Se dovessimo giudicare dalla sociologia attuale dovremmo pensare che Adamo ed Eva siano stati scacciati dal Club Med per aver rifiutato la ginnastica in piscina.

Una cosa è certa:  è assurdo, ingiusto morire per Ariana Grande, ma forse lo è ancor di più vivere per questa e altre nullità.


Attentato a chi e per chi?

manchester-attentato-744x441Volevo assolutamente evitare di parlare di Manchester, ma il coro dei media maistream che ripropongono il medesimo copione di sempre come prefiche un tanto a lacrima, l’incapacità di porsi domande sensate, il rituale incrocio delle stesse e ambigue fonti, l’evidente ignoranza della storia sono ancora più insoppportabili che in altre occasioni. Insomma  ti strappano le parole di bocca. Già perché l’attentato che Rita Katz ha attribuito all’Isis con marchio Dop, scocca cronometricamente dopo il viaggio di Trump in Medio Oriente con il quale cambiano le priorità operative del caos made in Usa, focalizzandosi sull’Iran e lasciando che siano la Russia e Assad ad occuparsi del terrorismo importato nell’area siriana a simulazione della guerra civile.

Questa nuova alleanza liberal – saudito- sionista non mancherà certo di finanziare e rifornire i cosiddetti ribelli, ma si concentrerà nel fomentare lo scontro fra i sunniti (Isis) e gli sciiti: far fuori Teheran prezioso alleato strategico della Russia e della Cina è divenuto l’obiettivo principe degli Usa. Un cambiamento di linea che era stato già propiziato qualche settimana fa dal New York Times e da una delle sue penne più note, Thomas Friedman: nell’articolo ci si chiedeva per quale motivo si dovrebbe sconfiggere l’Isis in Siria, visto che quest’ultimo è la minaccia più grande per l’ Iran, per la Russia, per Hezbollah e per  tutte le milizie sciite. Perché dunque combattere lo stato islamico?” Non gratuitamente, non adesso” conclude l’editoriale che ha anticipato la nuova linea trumpiana. Questo naturalmente mette in crisi le strategie basate sul jiahdismo di cui Londra è uno dei maggiori snodi, oltre a raggelare le mire inglesi sullla Siria. A me viene da ridere quando i giornali nostrani si chiedono allarmati come mai ci siano a Manchester tante persone magari di seconda o terza generazione legate alla Jihad. Forse non sanno che sono stati proprio i britannici a rifondare nel 1951 i Fratelli mussulmani, in precedenza  disciolti, incarcerati e impiccati, per poter avere un retroterra con il quale combattere i regimi laici, anticolonialisti e socialisti che si annunciavano nel mondo islamico, in primis Nagib e Nasser.

L’islamismo politico, padre del jihadismo è da quasi 70 anni una delle leve di cui si è servita la Gran Bretagna, sia pure in funzione sulbalterna all’impero americano: più che naturale che ve ne siano i reperti, molti dei quali gestiti dai servizi di sua maestà. Il problema vero si è creato molti anni dopo, agli inzi degli anni 80, quando  gli  Usa favorirono la nascita del fondamentalismo islamico, in funzione anti sovietica, facendo con questo detonare il terrorismo. Di fatto la connesione tra la cultura dell’ islamismo politico e fondamentalismo è la miscela che si è concretizzata nell’avventura dell’Isis.  E’ facile vedere come la nuova dottrina Trump (ma sarebbe meglio dire Horowitz, ispiratore della teoria del “Grande satana” di Teheran, maestro del neo-con Stephen Miller, quello che ha scritto i discorsi del neo presidente in Medio Oriente) , non può certamente piacere a Londra la quale  vede il declino delle sue leve e delle sue mire come valvassino di Washington. La nuova strage degli innocenti richiama di nuovo  lo sdegno sull’Isis e sulla sua pericolosità, ma non si vede perché il califfato avrebbe dovuto ordinarla nel momento in cui la pressione su di esso come nemico principlae viene allentata.

Tirare conclusioni su questo complicato mondo sarebbe azzardato, ma lo è di più bersi cronache che trascurano completamente il contesto degli eventi. Del resto intere generazioni allevate nel malgusto e nella popstarizzazione della mente, non chiedono altro che di essere esentate dalla fatica di comprendere la narrazione nella quale sono tragicamente coinvolte, vittime innocenti solo perché inconsapevoli.


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