Archivi tag: strage

Antifascismo low cost

Sarno-EpiscopioOrmai più che rabbia si dovrebbe provare imbarazzo per il livello a cui è scaduto l’antifascismo, per la sua trasformazione in gadget della politica ad uso futile e improprio; si dovrebbe provare imbarazzo per la mediocrità, l’ipocrisia, la fatuità superficiale con cui il tema viene agitato dalle parti più reazionarie della società contemporanea tutta tesa, sia nelle sue espressioni collettive che individuali, a nascondere il fascista che è in noi. E’ quasi come quelle manifestazioni di omofobia che esorcizzano ciò che a tutti i costi non si vuole vedere, ma anche un effetto della caduta della capacità critica nelle sue forme più elementari, un espressione della gregarietà priva di intelligenza. Nelle ultime 48 ore il web è stato attraversato da un brivido sardinesco di giubilo per la notizia che il comune di Sarno ha tolto la cittadinanza onoraria a Mussolini concessa quasi un secolo fa. Bene, bravo bis, vedete come la battaglia antifascista va avanti dopo qualche happy hour in piazza e la condanna morale del feroce Salvini? Invece  la prima cosa che un persona di normale quoziente intellettivo dovrebbe chiedersi, prima di gioire, è come mai la cittadinanza onoraria al duce degli italiani non sia stata revocata nell’immediato dopoguerra e abbia resistito per 74 anni alla morte ingloriosa del medesimo. Le risposte sarebbero inquietanti, ma non possiamo pretendere che qualcuno si metta a riflettere su questo anche perché la massima parte delle persone ha solo una vaghissima idea degli eventi e sembra persino essersi scordata che Salvini ha già governato il Paese per parecchi anni e le sue leggi rimangono intatte nell’ordinamento normativo.

Se poi qualcuno avesse la minima dose di curiosità e non si fermasse alle tapas del discorso pubblico dovrebbe chiedersi come mai il sindaco della cittadina che sorge tra Napoli e Salerno, tale Giuseppe Canfora, abbia fatto le beau geste proprio adesso, visto che per altre due volte è stato primo cittadino di Sarno senza che gli saltasse in mente di revocare alcunché. Guarda caso la decisione è arrivata dopo la sua condanna in primo grado per tentata concussione riguardante il periodo in cui è stato presidente della Provincia. Chiarissimo il suo tentativo di “buttarla in caciara” e di trovare appoggio nell’antifascismo turistico e last minute che è ormai l’unico operante in questo Paese. Anzi i tempi della decisione sono maturati a ridosso delle manifestazioni ittiche di questi giorni che rappresentano appieno il renzismo di piazza e vi si collegano tentando di fare il massimo rumore possibile per attenuare i clamori giudiziari e le richieste di dimissioni per la legge Severino.  Così adesso il sindaco è diventato una sorta di eroe ad onta del fatti che dopo la strage del ’98 con la frana che uccise 160 persone, Lega ambiente denuncia che le opere costruite per evitare nuove tragedie sono state abbandonate, ostruite da fango, terreno e rifiuti di ogni genere, mentre non si è mai smesso di costruire edifici abusivi, cosa che può avere ulteriormente indebolito il terreno. Ecco un bell’esempio di antifascismo.

Invece di perdere tempo in equivoche chiacchiere da bar, tra una birra e un piattino, gli antifascisti farebbero bene a rivolgere la loro attenzione sull’asse Pd – Lega che si sta formando sottobanco attorno al progetto di abrogare la legge elettorale e tornare a un maggioritario puro: in questo modo non soltanto si darebbe un colpo alla democrazia orientandola verso le forme più precarie e fallimentari di rappresentanza, ma si favorirebbe da una parte Savini e dall’altra il Pd che potrebbe nuovamente accedere al ricatto del voto utile e fare eleggere i nuovi enfant gatè del sardinismo. In pratica si tratta di imporre agli italiani ciò che essi hanno già rifiutato e che del resto è fuori dalla Costituzione. Con la benedizione dal Colle di Mario Draghi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Il primo marcio del liberismo

humantrafficissueMi chiedo con quale faccia l’informazione mainstream osi parlare del primo maggio quando ogni giorno si dedica all’umiliazione del lavoro e a creare una narrazione per stroncare ogni tentativo di uguaglianza nel mondo, anche a costo di esaltare mentecatti esecrabili come il golpista Guaidò che adesso fugge per ambasciate conniventi. Con quale faccia osi parlare di diritti e di libertà quando è complice di un sistema che li contempla solo come facciata ricreativa perché al cuore è strutturalmente incapace di concepirli se non sotto forma di diritto di proprietà e di sfruttamento. E infatti se solo si raschia la vernice fluorescente con cui viene coperta la realtà, viene fuori il marcio e colano veleni: anzi più la vernice è brillante e spessa, più è vicina alla testa del sistema, più la putrefazione sottostante cresce e comincia a colare nonostante l’opera degli imbianchini dell’informazione.

Prendiamo gli Usa dove il processo neoliberista e neo medioevale fa sentire i suoi effetti con maggiore forza: nonostante tutti i proclami e le statistiche, nonostante la comunicazione insista grottescamente sul sogno americano si verificano fenomeni inspiegabili alla luce del pensiero unico. Per esempio due economisti  hanno pubblicato uno studio sconcertante nel quale evidenziano che dal 1999 al 2013 c’è stato un drastico incremento della mortalità tra i bianchi americani di età compresa tra i 45 anni ai 54 anni che in sostanza ha causata la morte di mezzo milione di persone in più rispetto agli anni precedenti. Sono cifre che non hanno corrispondenza nelle altre etnie e gruppi di età denunciando con chiarezza che è stato l’impoverimento delle classi medie, saccheggiate dai ricchi, a determinare questa sorta di strage silenziosa che avviene nella grandissima maggioranza dei casi per le conseguenze dell’alcolismo. La cosa è particolarmente interessante per l’età della fascia presa in considerazione che comprende la parte di popolazione bianca che dovrebbe essere al vertice della propria carriera e capacità, ma comprende anche gli ex giovani e adolescenti che sono stati esposti per primi all’esplosione nemica e poi soprattutto commerciale della fitness, del “sano”, del benessere, del light mostrandone la natura di facciata sia mentale che sociale visto che essa si è sviluppata proprio mentre una percentuale sempre maggiore di persone cessava di potersela permettere.

E che dire del medesimo Paese dove ogni mese  si inventa un nuovo “genere”, un nuovo ircocervo  da innalzare sugli altari della libertà? Bene sorprendentemente e senza che nessuno ne avesse sentore è diventata la nuova Tailandia: eccolo il piccolo sporco segreto. Il traffico di minorenni in Usa è diventata  l’ attività  in più rapida crescita, la più redditizia dopo droga e armi: ogni due minuti un bambino viene sfruttato dall’industria del sesso e secondo le cifre riportate da Usa today che ovviamente sono molto imprecise per difetto, ogni anno ci sono circa 2,5 milioni di violenze a pagamento su minori. Si stima che circa 100 mila bambini e bambine dagli 8 ai 13 anni vengano venduti ogni anno sul mercato del sesso: alcuni vengono rapiti, altri fuggono di casa e cadono nelle grinfie di questi “imprenditori” del sesso, ma una consistente percentuale viene venduta dai parenti, spesso con la complicità di organi di polizia. E con 800 mila bambini che scompaiono ogni anno, soprattutto fra le fasce di recente immigrazione, non si fa fatica a comprendere le dimensioni del “mercato”. Secondo alcuni questo fenomeno è dovuto alla “pornizzazione di una  generazione”, ma probabilmente di un’intera società privata di centro e di speranze come indicherebbe anche il fatto che  – stando alle testimonianze e ai rapporti che cominciano ad emergere – il sesso con bambini e adolescenti diventa sempre più violento. 

E’ assolutamente chiaro che il traffico di bambini si salda a un continuum che va dalla crescita dei senzatetto, al dilagare di lavori precari e con salari che non consentono di vivere senza aiuto, ai problemi di autostima in un sistema dove le vittime sono costrette a colpevolizzarsi, a un sistema generale di comunicazione che fa dell’ipocrisia la sua cifra. Il primo marcio al posto del primo maggio.


Congo, i chip della strage occidentale

21175820_1668682706477927_1971781337_nQuando si parla di immigrazione l’occidentale medio che ormai parla e pensa come se fosse un pixel di un mega schermo globale, si divide e si azzuffa tra xenofobi o accoglienti dando l’impressione della vita, mentre si tratta di un fenomeno galvanico, di nervi scoperti che non chiedono di andare al cuore delle cose, che non si chiedono le ragioni della migrazione e non pretendono che l’informazione fornisca delle tracce come avvertendo che questo sarebbe un peso sulle loro coscienze e una rivelazione sulle loro vite. Sì, è vero il macello siriano ha fatto muovere un po’ l’ago dell’encefalogramma, ma ha anche prodotto un nuovo equivoco ben presto sfruttato dalle oligarchie euroamericane per dividere l’incessante flusso di naufraghi della civiltà tra richiedenti asilo cui la cattiva coscienza offre formalmente una possibilità di accoglienza e i migranti economici che invece non hanno alcun diritto se non quello, all’occorrenza, di essere gestiti in funzione del nuovo schiavismo.

In questo modo, paradossalmente, l’occidente nasconde il sangue che costa lo sfruttamento intensivo dell’Africa che per essere attutato si serve di regimi assoldati, di guerre che rendono impossibile il controllo dei governi sulle risorse, di spedizioni punitive. E tutto questo ha il suo acme in Congo dove per rapinare diamanti, oro, stagno, gas, petrolio, uranio e soprattutto coltan, ovvero quella columbite tantalite necessaria per produrre computer, telefonini, chip utilizzati ormai in qualsiasi prodotto, dalle penne usb ai missili a costi che garantiscano altissimi profitti. Per poter procedere senza intoppi e a prezzi da svendita alla rapina l’occidente ha creato una tragica situazione: da un quarto di secolo fomenta con soldi, armi, appoggi varie guerre interne ed esterne, vedi Ruanda, Burundi e Uganda, bande armate, eserciti di liberazione, che hanno fatto finora, tra eccidi e denutrizione, 6 milioni di morti di cui la metà bambini che non potranno godere delle amorose cure di Save for Children la cui presenza in  Congo costituisce uno straordinario e mefitico esempio di ipocrisia occidentale.

Però naturalmente di tutto questo le opinioni pubbliche occidentali non sanno assolutamente nulla il che mi testimonia anche del declino cognitivo occidentale, del suo disfacimento e imbarbarimento: quando ero bambino i giornali erano pieni di notizie sulla guerra civile in Congo, tanto che i nomi di Lumumba, Kasavubu, Katanga e in seguito Mobuto mi sono rimasti conficcati nella mente, mentre adesso su questa immensa strage che poi è una delle spinte principali nella reazione a catena delle migrazioni non filtra alcuna notizia, anzi si fa finta di nulla, salvo qualche episodica notizia su qualche uccisione di missionari che vengono facilmente attribuite alla barbarie delle popolazioni. Questo cuore di tenebra che pulsa su un enorme territorio semplicemente ritagliato sulle logiche colonialiste ottocentesche, dunque tormentato fin dall’indipendenza, non serve solo alle operazioni illegali della criminalità transanazionale che per i suoi traffici coinvolge anche i territori di Tanzania, Uganda, Ruanda e Burundi, ma è un vero paradiso per le multinazionali americane, canadesi e britanniche del business minerario che operano ben difese da eserciti privati o da finanziamenti forniti ai gruppi armati, per non parlare  quelle europee e di quelle cinesi che però hanno almeno offerto sei miliardi di euro in infrastrutture ospedaliere e di trasporto, pur essendo anche gli unici ad essere stati messi sotto accusa da quella sezione dei servizi di Washington che si chiama Amnesty international e nel quale qualche mentecatto ancora crede. Praticamente si può estrarre e portare via quello che si vuole al solo costo assolutamente infimo della mano d’opera e delle mani assassine.

E l’esempio più rivoltante e tragico di una logica, intrapresa dovunque che alla fine ha un risolto statico inquietante e desolante: in Africa i Paesi più ricchi di risorse crescono due o tre volte meno di quelli che hanno meno da offrire. Grazie agli occidentali e alle loro imprese di rapina la ricchezza del sottosuolo è diventata una maledizione. E alla strage si aggiunge la beffa perché quando nell’ambito del cosiddetto Dood-Frank Act con il quale si intendeva dare qualche regola al mercato finanziario, si impose il dovere da parte delle aziende di denunciare la provenienza dei materiali “strategici” ci fu un’insurrezione da parte delle multinazionali dell’elettronica , da Microsoft ad Apple, da Hp a Intel le quali paventavano che con queste regole ci sarebbero stati “migliaia di disoccupati “nelle miniere. Ma guarda che attaccamento ai diritti del lavoro, visto tra l’altro che un chilo di Coltan costa seicento dollari mentre un minatore congolese ne prende 200 al mese. Di fatto quella legge è rimasta  lettera morta e non viene rispettata da nessuno, ma in realtà essa non era stata concepita per dare sollievo alle piaghe del Congo, ma per altri motivi: in primo luogo dare al governo centrale una maggiore stabilità e quindi poter contrattare con esso come avevano fatto i cinesi per garantirsi il futuro e l’ equa spartizione tra americani, francesi e belgi, mentre in seconda istanza si sperava di  diminuire i finanziamenti alle bande armate, specie quelle operano a ridosso dei confini dell’Uganda decise ad abbattere il governo dittatoriale di Museveni e instaurare uno stato islamico proprio in un Paese sotto diretto controllo degli Usa.

Poi fanno gli stupiti se non addirittura gli indignati di fronte alla “migrazione” economica.


Origami per una bomba

Macerie-a-HiroshimaOggi ricorre il triste anniversario di Hiroshima e degli immancabili origami retorici che vengono intrecciati su scala globale, recitando uno sdrucito messale americano. Ma il pianto e l’orrore sono desolatamente privi di senso perché a più di settant’anni di distanza ci si ostina ancora a smemorare la memoria e a non avere il coraggio di condannare senza appello l’uso dell’arma atomica, ribadito pochi giorni dopo a Nagasaki, cercando addirittura di farlo passare per atto umanitario in grado di salvare molte vite umane. Oggi sappiamo molto bene che l’alibi per questo delitto di civiltà non regge a nessuna analisi senza che tuttavia questa verità riesca a mettere la testa fuori dal sudario mediatico e rituale per mettere a fuoco le cose e riappropriarsi di senso.

Sappiamo fin troppo bene ora come del resto fin dai primi anni successivi al conflitto che nell’estate del ’45 il Giappone, senza più una flotta e ormai tagliato fuori dalla sua area di influenza e rifornimento di materie prime , aveva un quarto delle case distrutte oltre all’intera rete ferroviaria, non aveva più una produzione bellica di armi, esplosivi e munizioni, era totalmente senza petrolio ed era costretto a utilizzare le poche cose rimaste per mettere assieme aerei con legno di balsa e di ciliegio, buoni solo come bombe pilotate da kamikaze. Gli americani erano totalmente padroni del cielo e dell’oceano, potevano fare ciò che volevano tanto che nel   marzo precedente una sola giornata di bombardamenti convenzionali su Tokio e altre città fece 450 mila morti. Dunque in quei giorni la resa del Sol Levante era solo una questione di tempo, anzi di settimane e Washington lo sapeva benissimo visto che era in grado di decifrare i  codici giapponesi era a conoscenza che il nuovo governo di Kantaro Suzuki, entrato in carica praticamente alla capitolazione della Germania, aveva l’esplicito incarico di contrattare la pace. Dunque non c’era alcun motivo di sperimentare l’arma nucleare.

Anzi a dirla tutta gli Usa avrebbero potuto strappare la pace già nell’autunno precedente, come ormai è riconosciuto dalla storiografia contemporanea:  dopo la battaglia di Leyte che lasciò il Giappone praticamente senza difese navali, se solo l’amministrazione americana avesse richiesto condizioni di pace anche molto dure, ma senza l’imposizione di una sorta di protettorato avrebbe trovato tappeti rossi, come si sapeva benissimo dalle intercettazioni, Ma non era questo che volevano gli americani: il Giappone doveva essere usato sullo scacchiere di un impero mondiale per fare da diga contro l’Unione sovietica e da sorvegliante della Cina, quindi doveva conservare al massimo un’indipendenza formale, ma senza permettere che potesse fare una politica autonoma.

E’ in questo quadro che si situa l’uso delle atomiche che non fanno in realtà parte della seconda guerra mondiale, ma della successiva guerra fredda.  Portando all’estremo il ragionamento si può sostenere con buone ragioni che il conflitto nel pacifico, già stravinto alla fine del ’44, è stato portato avanti proprio in vista del finale tragicamente pirotecnico. Tutto questo e l’intreccio dei vari trattati di pace si capisce meglio se invece di considerare la seconda guerra mondiale come un solo conflitto, si fa uno sforzo di fuoriuscita dalla narrazione popolare e  lo si divide in due tronconi facilmente delineabili e che peraltro spuntano fuori non appena si esce dalla dizione occidentale (vedi Grande guerra patriottica o Guerra della grande Asia): il primo riguarda il conflitto tra potenze fasciste e impero mercantile anglosassone nel quale si cerca di impedire che Germania e Italia possano avere accesso alle immense risorse russe e il Giappone a quelle asiatiche diventando così temibili competitori sul piano planetario. Sebbene il vero nemico giurato fosse l’Urss e il suo esperimento anticapitalista, si cercò attraverso una guerra sostanzialmente aereo navale, di contenere la Germania nella sua espansione ad est, sostenendo Mosca quel tanto indispensabile per non lasciare a Berlino tutta la preda e contemporaneamente favorire in qualche modo la dissoluzione del comunismo. Quando invece l’Urss si dimostrò molto più vitale delle considerazione ideologiche imperiali e non solo non si sfasciò, ma inchiodò i tedeschi a Stalingrado cominciando un’inarrestabile avanzata, allora prevalse la paura opposta, ossia che l’Unione Sovietica riuscisse ad impadronirsi  del cuore dell’Europa, moltiplicando la sua potenza. Furono così rispolverati in tutta fretta i piani di invasione messi a punto, ma lasciati nei cassetti in attesa di eventi e si cercò attraverso il terrorismo dei bombardamenti di conquistare rapidamente quel terreno che sul campo veniva strappato a fatica nonostante l’enorme disparità di mezzi e risorse. Alla fine a Berlino ci arrivarono i russi e a quel punto si rese indispensabile dimostrare a Mosca quale era la potenza americana usando ben due atomiche su un uomo morto verrebbe tentato di dire.

Gli americani pensavano seriamente che l’atomica sarebbe stata per molti decenni un loro monopolio così non si fecero scrupoli a pianificare il massacro nucleare. Così ci rimasero di sasso quando l’Urss nel ’49 riuscì a mettere a punto la sua bomba e vanificando in un certo senso la strage in Giappone.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: