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Congo, i chip della strage occidentale

21175820_1668682706477927_1971781337_nQuando si parla di immigrazione l’occidentale medio che ormai parla e pensa come se fosse un pixel di un mega schermo globale, si divide e si azzuffa tra xenofobi o accoglienti dando l’impressione della vita, mentre si tratta di un fenomeno galvanico, di nervi scoperti che non chiedono di andare al cuore delle cose, che non si chiedono le ragioni della migrazione e non pretendono che l’informazione fornisca delle tracce come avvertendo che questo sarebbe un peso sulle loro coscienze e una rivelazione sulle loro vite. Sì, è vero il macello siriano ha fatto muovere un po’ l’ago dell’encefalogramma, ma ha anche prodotto un nuovo equivoco ben presto sfruttato dalle oligarchie euroamericane per dividere l’incessante flusso di naufraghi della civiltà tra richiedenti asilo cui la cattiva coscienza offre formalmente una possibilità di accoglienza e i migranti economici che invece non hanno alcun diritto se non quello, all’occorrenza, di essere gestiti in funzione del nuovo schiavismo.

In questo modo, paradossalmente, l’occidente nasconde il sangue che costa lo sfruttamento intensivo dell’Africa che per essere attutato si serve di regimi assoldati, di guerre che rendono impossibile il controllo dei governi sulle risorse, di spedizioni punitive. E tutto questo ha il suo acme in Congo dove per rapinare diamanti, oro, stagno, gas, petrolio, uranio e soprattutto coltan, ovvero quella columbite tantalite necessaria per produrre computer, telefonini, chip utilizzati ormai in qualsiasi prodotto, dalle penne usb ai missili a costi che garantiscano altissimi profitti. Per poter procedere senza intoppi e a prezzi da svendita alla rapina l’occidente ha creato una tragica situazione: da un quarto di secolo fomenta con soldi, armi, appoggi varie guerre interne ed esterne, vedi Ruanda, Burundi e Uganda, bande armate, eserciti di liberazione, che hanno fatto finora, tra eccidi e denutrizione, 6 milioni di morti di cui la metà bambini che non potranno godere delle amorose cure di Save for Children la cui presenza in  Congo costituisce uno straordinario e mefitico esempio di ipocrisia occidentale.

Però naturalmente di tutto questo le opinioni pubbliche occidentali non sanno assolutamente nulla il che mi testimonia anche del declino cognitivo occidentale, del suo disfacimento e imbarbarimento: quando ero bambino i giornali erano pieni di notizie sulla guerra civile in Congo, tanto che i nomi di Lumumba, Kasavubu, Katanga e in seguito Mobuto mi sono rimasti conficcati nella mente, mentre adesso su questa immensa strage che poi è una delle spinte principali nella reazione a catena delle migrazioni non filtra alcuna notizia, anzi si fa finta di nulla, salvo qualche episodica notizia su qualche uccisione di missionari che vengono facilmente attribuite alla barbarie delle popolazioni. Questo cuore di tenebra che pulsa su un enorme territorio semplicemente ritagliato sulle logiche colonialiste ottocentesche, dunque tormentato fin dall’indipendenza, non serve solo alle operazioni illegali della criminalità transanazionale che per i suoi traffici coinvolge anche i territori di Tanzania, Uganda, Ruanda e Burundi, ma è un vero paradiso per le multinazionali americane, canadesi e britanniche del business minerario che operano ben difese da eserciti privati o da finanziamenti forniti ai gruppi armati, per non parlare  quelle europee e di quelle cinesi che però hanno almeno offerto sei miliardi di euro in infrastrutture ospedaliere e di trasporto, pur essendo anche gli unici ad essere stati messi sotto accusa da quella sezione dei servizi di Washington che si chiama Amnesty international e nel quale qualche mentecatto ancora crede. Praticamente si può estrarre e portare via quello che si vuole al solo costo assolutamente infimo della mano d’opera e delle mani assassine.

E l’esempio più rivoltante e tragico di una logica, intrapresa dovunque che alla fine ha un risolto statico inquietante e desolante: in Africa i Paesi più ricchi di risorse crescono due o tre volte meno di quelli che hanno meno da offrire. Grazie agli occidentali e alle loro imprese di rapina la ricchezza del sottosuolo è diventata una maledizione. E alla strage si aggiunge la beffa perché quando nell’ambito del cosiddetto Dood-Frank Act con il quale si intendeva dare qualche regola al mercato finanziario, si impose il dovere da parte delle aziende di denunciare la provenienza dei materiali “strategici” ci fu un’insurrezione da parte delle multinazionali dell’elettronica , da Microsoft ad Apple, da Hp a Intel le quali paventavano che con queste regole ci sarebbero stati “migliaia di disoccupati “nelle miniere. Ma guarda che attaccamento ai diritti del lavoro, visto tra l’altro che un chilo di Coltan costa seicento dollari mentre un minatore congolese ne prende 200 al mese. Di fatto quella legge è rimasta  lettera morta e non viene rispettata da nessuno, ma in realtà essa non era stata concepita per dare sollievo alle piaghe del Congo, ma per altri motivi: in primo luogo dare al governo centrale una maggiore stabilità e quindi poter contrattare con esso come avevano fatto i cinesi per garantirsi il futuro e l’ equa spartizione tra americani, francesi e belgi, mentre in seconda istanza si sperava di  diminuire i finanziamenti alle bande armate, specie quelle operano a ridosso dei confini dell’Uganda decise ad abbattere il governo dittatoriale di Museveni e instaurare uno stato islamico proprio in un Paese sotto diretto controllo degli Usa.

Poi fanno gli stupiti se non addirittura gli indignati di fronte alla “migrazione” economica.

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Origami per una bomba

Macerie-a-HiroshimaOggi ricorre il triste anniversario di Hiroshima e degli immancabili origami retorici che vengono intrecciati su scala globale, recitando uno sdrucito messale americano. Ma il pianto e l’orrore sono desolatamente privi di senso perché a più di settant’anni di distanza ci si ostina ancora a smemorare la memoria e a non avere il coraggio di condannare senza appello l’uso dell’arma atomica, ribadito pochi giorni dopo a Nagasaki, cercando addirittura di farlo passare per atto umanitario in grado di salvare molte vite umane. Oggi sappiamo molto bene che l’alibi per questo delitto di civiltà non regge a nessuna analisi senza che tuttavia questa verità riesca a mettere la testa fuori dal sudario mediatico e rituale per mettere a fuoco le cose e riappropriarsi di senso.

Sappiamo fin troppo bene ora come del resto fin dai primi anni successivi al conflitto che nell’estate del ’45 il Giappone, senza più una flotta e ormai tagliato fuori dalla sua area di influenza e rifornimento di materie prime , aveva un quarto delle case distrutte oltre all’intera rete ferroviaria, non aveva più una produzione bellica di armi, esplosivi e munizioni, era totalmente senza petrolio ed era costretto a utilizzare le poche cose rimaste per mettere assieme aerei con legno di balsa e di ciliegio, buoni solo come bombe pilotate da kamikaze. Gli americani erano totalmente padroni del cielo e dell’oceano, potevano fare ciò che volevano tanto che nel   marzo precedente una sola giornata di bombardamenti convenzionali su Tokio e altre città fece 450 mila morti. Dunque in quei giorni la resa del Sol Levante era solo una questione di tempo, anzi di settimane e Washington lo sapeva benissimo visto che era in grado di decifrare i  codici giapponesi era a conoscenza che il nuovo governo di Kantaro Suzuki, entrato in carica praticamente alla capitolazione della Germania, aveva l’esplicito incarico di contrattare la pace. Dunque non c’era alcun motivo di sperimentare l’arma nucleare.

Anzi a dirla tutta gli Usa avrebbero potuto strappare la pace già nell’autunno precedente, come ormai è riconosciuto dalla storiografia contemporanea:  dopo la battaglia di Leyte che lasciò il Giappone praticamente senza difese navali, se solo l’amministrazione americana avesse richiesto condizioni di pace anche molto dure, ma senza l’imposizione di una sorta di protettorato avrebbe trovato tappeti rossi, come si sapeva benissimo dalle intercettazioni, Ma non era questo che volevano gli americani: il Giappone doveva essere usato sullo scacchiere di un impero mondiale per fare da diga contro l’Unione sovietica e da sorvegliante della Cina, quindi doveva conservare al massimo un’indipendenza formale, ma senza permettere che potesse fare una politica autonoma.

E’ in questo quadro che si situa l’uso delle atomiche che non fanno in realtà parte della seconda guerra mondiale, ma della successiva guerra fredda.  Portando all’estremo il ragionamento si può sostenere con buone ragioni che il conflitto nel pacifico, già stravinto alla fine del ’44, è stato portato avanti proprio in vista del finale tragicamente pirotecnico. Tutto questo e l’intreccio dei vari trattati di pace si capisce meglio se invece di considerare la seconda guerra mondiale come un solo conflitto, si fa uno sforzo di fuoriuscita dalla narrazione popolare e  lo si divide in due tronconi facilmente delineabili e che peraltro spuntano fuori non appena si esce dalla dizione occidentale (vedi Grande guerra patriottica o Guerra della grande Asia): il primo riguarda il conflitto tra potenze fasciste e impero mercantile anglosassone nel quale si cerca di impedire che Germania e Italia possano avere accesso alle immense risorse russe e il Giappone a quelle asiatiche diventando così temibili competitori sul piano planetario. Sebbene il vero nemico giurato fosse l’Urss e il suo esperimento anticapitalista, si cercò attraverso una guerra sostanzialmente aereo navale, di contenere la Germania nella sua espansione ad est, sostenendo Mosca quel tanto indispensabile per non lasciare a Berlino tutta la preda e contemporaneamente favorire in qualche modo la dissoluzione del comunismo. Quando invece l’Urss si dimostrò molto più vitale delle considerazione ideologiche imperiali e non solo non si sfasciò, ma inchiodò i tedeschi a Stalingrado cominciando un’inarrestabile avanzata, allora prevalse la paura opposta, ossia che l’Unione Sovietica riuscisse ad impadronirsi  del cuore dell’Europa, moltiplicando la sua potenza. Furono così rispolverati in tutta fretta i piani di invasione messi a punto, ma lasciati nei cassetti in attesa di eventi e si cercò attraverso il terrorismo dei bombardamenti di conquistare rapidamente quel terreno che sul campo veniva strappato a fatica nonostante l’enorme disparità di mezzi e risorse. Alla fine a Berlino ci arrivarono i russi e a quel punto si rese indispensabile dimostrare a Mosca quale era la potenza americana usando ben due atomiche su un uomo morto verrebbe tentato di dire.

Gli americani pensavano seriamente che l’atomica sarebbe stata per molti decenni un loro monopolio così non si fecero scrupoli a pianificare il massacro nucleare. Così ci rimasero di sasso quando l’Urss nel ’49 riuscì a mettere a punto la sua bomba e vanificando in un certo senso la strage in Giappone.


Morte nel pomeriggio

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una strage degli innocenti,  come a Damasco, come ad Aleppo, come a Baghdad, come, senza bombe, nel canale di Sicilia, corpi di ragazzini dilaniati mentre si recano a un concerto di una di quelle star melense che passano come meteore con lagnose cantilene,  colonne sonore perfette per prefigurare un futuro di eterni bambini fragili e quindi ricattabili, intimoriti e dunque assoggettabili, ignoranti e dunque dubbiosi, precari e perciò insicuri.

Ormai stancamente si ripete la cerimonia  del lutto,  officiata da sacerdoti che ogni volta vengono colti a sorpresa dalla rivelazione che il mostro era noto alle polizie locali, che non era un inquietante barbaro appena arrivato ma un cittadino del paese vittima, che qualcuno si è permesso, sia pure ben conosciuto da servizi e intelligence, di arrogarsi l’incarico di compiere  ritorsioni assassine per vendicare altre stragi, saccheggi, sodalizi con tiranni sanguinari, imprese coloniali, dirigendo le armi contro chi gliele aveva vendute, facendo esplodere ordigni in sale da concerto, stazioni, treni, piazze piene di gente ricordandone altri di “fondamentalisti” neri e nostrani.

E, ancora di più, che la guerra dell’impero al terrorismo si riveli una rappresentazione segnata dall’insuccesso: un clamoroso fiasco per via di attori mediocri  e di un copione troppe volte ripetuto dal 2001, nel quale è sempre più arduo distinguere i buoni e i cattivi. E comunque inefficace se dal 2000 al 2016 i morti per opera del cosiddetto terrorismo islamico sono cresciuti di 9 volte.  E comunque poco credibile se  i paesi occidentali, gli Usa in testa,  il Regno Unito, la Francia, l’Italia stessa, sono fieramente i migliori partner commerciali, i migliori alleati militari e gli amici fraterni se non disinteressati, delle nazioni che sono i principali sponsor, finanziatori, ispiratori, suggeritori e ideologi del terrorismo, le monarchie che nuotano nel del Golfo Persico, l’Arabia Saudita, il Qatar, il Kuwait. Conoscenze queste che hanno perso la potenza epica del complottismo e l’efficacia narrativa del sospetto grazie al prezioso corredo di mail di Hillary Clinton, alle molte ammissioni in merito alla  cooperazione generosamente profusa a suon di armi  e di supporto finanziario e logistico clandestino all’Isis e ad altri gruppi sunniti radicali, mentre prosegue con protervia la guerra di distrazione contro l’Iraq, la Libia, la Siria. E soprattutto contro la democrazia in tutte le forme superstiti in cui cerchi di esprimersi e con varie tipologie di armi e strumenti di intimidazione, ricatto, terrore, come in Grecia, come nel teatro della Brexit, come in tanti paesi nei quali si disperdono lavoro, dignità, cultura, informazione, coesione, cancellati per legge e soffiati via dal vento del sospetto, della paura, della diffidenza, dell’incertezza che suggerisce di ridurre libertà, reprimere solidarietà, frenare la ragione per sbrigliare rifiuto, insensatezza, isolamento.

Così ci stiamo preparando a generare altre geografie dello scontento,  del malessere, che in  tempi non proprio recenti avevano lanciato segnali inequivocabili e inascoltati, quelle delle periferie marginali e emarginanti, quelle dei saccheggi e delle fiamme nelle banlieue,  narrate come inevitabili effetti secondari del progresso e non come implacabili condanne e inesorabile punizione per uno modello di sviluppo e stile di vita, capaci solo di incrementare tremende disuguaglianze

A ridosso della tragedia  si è già levato il coro dei benpensanti che invocano la conversioni dei buonisti in cattivi, la richiesta pressante di autocritica dei manifestanti di Milano, conseguenza non inattesa dell’escalation di chi fa finta che l’accoglienza possa, anzi debba, ridursi a un moto emotivo dell’anima, un delicato sentimento di pochi e discutibili volontari e non un’azione politica sociale e civile che non deve aspettarsi gratitudine così come non le richiedono politiche, misure  e leggi che devono  garantire il godimento di diritti per tutti, nessuno escluso, nessuno diverso, nessuno altro, nessuno inferiore, prerogative, consolidando così la tendenza a esercitare una giustizia ingiusta in quanto disuguale, esercitata su base etnica  e patrimoniale, premessa necessaria perché si declini anche in base alle affinità, all’appartenenza,  punendo differenze di pelle, pensiero, credo, premiando buona indole,  vocazione all’assimilazione e all’ubbidienza.

Per ora ci stanno dando la guazza, nutrendo la nostra convinzione di essere superiore e alieni dalla barbarie che viene da dentro, così non ci accorgiamo che lavorano per suscitarla, per farla crescere e legittimarla contro gli altri da noi, incompatibili con la nostra civiltà, la nostra tradizione, la nostra democrazia, proprio quella che  stanno smantellando  in modo da ridurci stranieri in patria, poveri, impauriti, ricattati e per essere autorizzati a punirci per la nostra ingratitudine, per l’irriconoscenza che dimostriamo per i loro fondi e derivati, per il loro Jobs Act, per il loro pareggio di bilancio, per i loro costosi giocattoli da guerra e per le loro guerre nelle quali da soldataglia siamo e saremo sempre di più ridotti a inevitabili effetti collaterali.

 

 

 

 


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