1Come avrete certamente letto in Catalogna hanno vinto gli indipendentisti. Hanno vinto contro una straordinaria concentrazione di armamenti mediatici che andavano dalle banche, alle gerarchie cattoliche, da Merkel, Cameron e Obama, alla lega calcio. Ma non solo: hanno vinto grazie all’expoit del Cup il partito anticapitalista che in appena tre anni ha triplicato i voti a dimostrazione che dopo la crisi e la rivelazione  della reale natura  della governance europea, il separatismo sta cambiando di segno e comincia ad affermarsi sempre più come uno dei modi per restaurare una democrazia svuotata dai poteri economici e finanziari, espropriata e umiliata dal pensiero unico.

Così a Barcellona si potrà cominciare a lavorare per l’indipendenza. Ma avrete anche letto dalla migliore stampa che in realtà si tratta di una vittoria elettorale che concede la maggioranza ai separatisti nel piccolo parlamento catalano, ma di una sconfitta del plebiscito atteso perché i partiti indipendentisti non avrebbero raggiunto che il 48% dei voti. Questo svela appieno l’ipocrisia dei media mainstream, il loro connaturato doppiopesismo ideologico e l’opera di adattamento della realtà a quest’ultimo. Innanzitutto mi chiedo con che faccia sia possibile appoggiare anzi celebrare tutti i sistemi elettorali che, attraverso premi grotteschi e sbarramenti, favoriscano la governabilità a costo di una grave alterazione del voto, per poi venirsene fuori con il  mancato plebiscito catalano. Come se i partiti e le alleanze che hanno svenduto la sovranità di parecchi Paesi, compreso il nostro, firmato trattati capestro, manomesso le Costituzioni, stracciato i diritti avessero avuto la maggioranza del corpo elettorale e non una modesta frazione di esso, spesso inferiore al 30% .

Il fatto è però che in Catalogna i separatisti hanno effettivamente vinto: le due formazioni separatiste  Junt pel si e  Cup  hanno il 48 per cento dei voti. A questo però si deve aggiungere l’8,94%  di Catalunya, si che es pot, una formazione nata da frange di exquerra repubblicana, podemos e verdi il cui obiettivo è quello di un processo costituente autonomo e non subordinato alla magna charta di Madrid sul quale fondare l’indipendenza della regione, a prescindere dalle forme che essa potrà prendere ovvero quella di uno stato completamente altro rispetto alla Spagna o quello di una confederazione tra uguali. Se non è indipendentismo questo vorrei sapere cosa si intende ( vedi nota). E così siamo al 56 e passa per cento. Questo senza dire che alcune formazioni minori date come come contrarie al separatismo hanno in realtà una forte dialettica interna sul tema.

Questo fa il paio con il crollo dei partiti unionisti che di fatto governano il Paese, vale a dire il partito popolare di Rajoy all’8 per cento e i socialisti al 12, che la dice lunga riguardo agli umori della popolazione anche al di là dei numeri. In effetti gli unionisti sono rappresentati al meglio da Ciudadanos di Albet Rivera, il partito liquido che rappresenta il nuovo volto del qualunquismo mediatico centrista ed europeista, una specie di fenomeno Renzi iberico, sul quale punta la governance europea per sostituire con un volto nuovo quelli dei vecchi conservatori e riformisti logorati dai massacri, senza però cambiare le politiche di fondo. Dunque le elezioni – referendum ci sono state e gli indipendentisti hanno vinto. Altro che balle. Questo non vuol dire che la separazione dalla Spagna è dietro l’angolo perché di certo Madrid e Bruxelles, Nato compresa, faranno il possibile e l’impossibile perché non accada, perché non vengano messe in discussione diktat e alleanze. La cosa significativa è che come in Scozia, il separatismo va perdendo i caratteri più grossolani e identitari ai quali siamo stati abituati per proporsi come una via di uscita dalla tecnocrazia finanziaria che domina il continente ed ha espropriato i cittadini dal diritto di decidere. Esprime la voglia di ricominciare su basi diverse, è un  estremo rimedio ai mali estremi, .

Nota. Ecco una piccola parte del documento programmatico di Catalunya Sí que es Pot che al contrario di quanto non si dica non è poi molto differente dagli obiettivi e temi degli indipendentisti: “Un processo costituente implica decidere tutto: contro quelli che non lo vogliono , contro lo Stato spagnolo, contro il  potere finanziario e gli interessi privati ​​che utilizzano la crisi per arricchire se stessi. Abbiamo bisogno di una partecipazione popolare attiva in cui i cittadini, le organizzazioni e i corpi sociali abbiano un ruolo di primo piano e non siano guidati da un nucleo di esperti che parlano per tutti. Proponiamo quindi un percorso costituente, una strada che alla fine deve comportare lo svolgimento di un referendum per decidere quale rapporto vogliamo avere con lo Stato spagnolo, un processo di definizione di un nuovo quadro giuridico e istituzionale della Catalogna, la elaborazione e  la ratifica di una Costituzione.” Dire a questo punto che Catalunya Sí que es Pot è solo federalista e non indipendentista è francamente un po’ strano, visto che il federalismo per definizione mette diverse autonomie sotto il segno di una sola costituzione. Forse i toni saranno più prudenti, ma la sostanza è che questi sono voti disponibili alla separazione della catalogna dalla Spagna.