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La guerra di Spagna

People take part in a demonstration two days after the banned independence referendum in BarcelonaSembra che niente sia stato tralasciato per far sì che la Spagna e la Catalogna tornassero a scontarsi come 300 anni fa con la vittoria dei Borbone che ancora indegnamente regnano o come 80 anni fa nella guerra civile. Se non si sono aperti spiragli di trattativa che pure sarebbero imposti dalla situazione reale visto che senza la Catalogna l’economia spagnola crollerebbe, lo si deve alcuni fattori, finora nascosti come la polvere sotto il tappeto che denunciano il degrado europeo e che vorrei elencare come nella lista della lavandaia per essere più chiaro.

  1. Prima di tutto va finalmente riconosciuto senza equivoci che la Spagna di oggi con il suo re da beauty farm, è l’erede conclamata del franchismo. La transizione alla democrazia è stata lenta e formale, più legata alla necessità di collegarsi all’Europa che alla sostanza, tanto che la classe dirigente alla guida del regime – e con essa tutto l’apparato militare e burocratico e amministrativo – è rimasta praticamente intatta: il fatto stesso che si sia scelta l’anacronistica istituzione monarchica in ossequio alle volontà di Francisco Franco la dice lunga su questa operazione di trasformismo. E infatti il Re, Juan Carlos di Borbone, divenuto reggente alla morte del dittatore e non alieno come sappiamo oggi da tentazioni golpiste sia pure morbide, si legò immediatamente alla parte moderata della Falange, che a sua volta si riversò nel centro catto conservatore, mentre la sinistra accettò il  “pacto dell’olvido” ossia una coltre di silenzio sulla guerra civile e sulle centinaia di migliaia di fucilazioni avvenuta dopo la sconfitta della Repubblica. La deriva autoritaria di Rajoy, la stessa che ha fatto crescere il separatismo e gli ha impedito di aprire un dialogo con la Catalogna (tra l’altro la guerra civile si configurò, nella sua seconda parte, anche come guerra delle autonomie se non d’indipendenza vera e propria) non è altro che l’espressione del franchismo nascosto prima dal belletto centrista, poi dai governi socialisti che tuttavia non riuscirono a imprimere un vero rinnovamento.
  2. Il secondo elemento sta nell’Europa che si è dimostrata di una straordinaria ipocrisia e ambivalenza. Ufficialmente si è subita schierata con il governo centrale, garante dei trattati e delle oligarchie di cui in qualche modo rappresenta un riferimento ideale, nonostante  o forse proprio perché esso ha costruito in pochi anni uno straordinario apparato legislativo repressivo come la ley mortaza che limita la libertà di manifestare o la riforma della legge sulla giurisdizione universale, che pone un pericoloso argine ai poteri d’indagine dei giudici, o ancora  quella che commina sanzioni a chi manifesta (definita liberticida persino dal dal commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muiznieks), per non parlare dei passi indietro sull’aborto, dell’erosione dei diritti umani segnalata persino da Amnesty, della corruzione dilagante e della continua apologia del franchismo. D’altro canto non si è sentita nemmeno di intervenire con decisione sui dirigenti catalani e nemmeno con le solite campagne mediatiche di minacce e ricatti usate in altri casi, non si è fatta mediatrice perché dopo la Brexit qualcuno a Bruxelles e magari a Berlino sta cominciando a pensare che la disgregazione degli stati non è poi un danno per i poteri finanziari ed economici i quali rischiano di trovare ostacoli proprio nelle residue sovranità nazionali. Dopotutto aizzare i separatismi può essere un’arma efficace semmai i governi centrali non rispondessero con la dovuta ubbidienza ai fili dei burattinai.
  3. Il terzo elemento che ha portato all’attuale situazione è la totale assenza delle forze politiche spagnole che teoricamente si candidano a combattere i massacri sociali dell’austerità, quelli appunto che si sono saldati a Barcellona con l’autonomismo e l’indipendentismo, trovandosi come pesci fuor d’acqua a proporre mediazioni vuote e prive di qualsiasi soggettività politica perché da una parte in quanto internazionaliste si trovano a guardare con sospetto alle recriminazioni separatiste, dall’altro però sono costrette a dar credito al nazionalismo spagnolo e a uno stato di sapore franchista. Risultato di questa ricetta è lo zero assoluto di Podemos che come l’asino di Buridano non sapendo da quale mucchio di fieno alimentarsi rischia di morire di fame. Di fatto però proprio l’assenza di una reale e credibile opposizione al crescere del franchismo sotto l’ala europea e agli eccessi repressivi di Rajoy, subito approvati da sua maestà Bimbo Minchia I°, che si è arrivati alla catastrofe. O meglio alla creazione di un bubbone che avrà conseguenze durature per la Spagna e per l’Europa, il continente che non c’è più.
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L’infante di Spagna imita il re

RMN538615NUSe si voleva una prova concreta dell’anacronismo dell’istituzione monarchica, bastava ascoltare il discorso che il re ha ritenuto di fare dopo i fatti di Barcellona e che dimostra come non abbia compreso un’acca del suo possibile ruolo all’interno dello stato e nulla della situazione reale spacciata come semplice problema di ordine pubblico. Certo Felipe Juan Pablo Alfonso de Todos los Santos de Borbón y Grecia subentrato a un padre in odore di corruzione sembra uscito da Cervantes, un mulino a vento scambiato per gigante e tuttavia se fosse stato dotato di un minimo di intelligenza politica avrebbe fatto l’unica cosa possibile per un uomo che tutto sommato ha solo il ruolo simbolico di rappresentare l’unità del Paese, ovvero in questo caso, quello di riaprire un dialogo drammaticamente interrotto dalla stupidità del suo primo ministro Rajoy.

Invece si è completamente adagiato sulle posizioni di quest’ultimo, facendo un discorso fotocopia che invece di offrire quelle aperture al dialogo che sono mancate nel governo, ribadisce le chiusure, accentuandole persino con un atteggiamento sprezzante  e alimentando così ancora di più lo scontro: di fatto il suo discorso è stata un requisitoria contro il governo catalano  che ha accusato di «slealtà inaccettabile» e di «condotta irresponsabile», esortando il governo di Rajoy a restaurare «l’ordine costituzionale», quando è noto che proprio quell’ordine, più volte rimaneggiato senza consultazioni popolari negli ultimi 15 anni a colpi di maggioranza, soprattutto nel campo delle autonomie, esprime un evidente difetto di legittimità sostanziale. La risposta da Barcellona non si è fatta attendere e mentre il presidente della Generalitat de Catalunya, Carles Puigdemont,  ha ribadito alla Bbc che l’atto di indipendenza unilaterale della Catalogna arriverà tra una settimana o poco più, il sindaco di Barcellona Ada Colau ha ha definito il discorso di re Felipe VI  «irresponsabile e indegno di un capo di stato. Nessuna soluzione. Nessun accenno ai feriti. Nessun appello al dialogo. Un discorso irresponsabile, indegno di un capo di stato».

Una delusione per quelli – molti in Europa – che avevano pensato a un ruolo di mediazione da parte della corona in grado di disinnescare la bomba a orologeria creata dal governo reazionario di Madrid e che oggi devono registrare  l’assoluta inadeguatezza del capo dello stato spagnolo che probabilmente non ha capito di aver allontano la soluzione del problema o forse ha mostrato di non volere alcuna soluzione, di desiderare lo scontro, magari vedendovi delle possibilità di restaurazione. Ma alla fine questo fondo reazionario e ottuso di  Felipe Juan eccetera eccetera è in qualche modo emblematico di certe movenze del pensiero unico del resto insito nella sua formazione tutta americana: quando salì al trono nel 2014 fu presentato come un giovane re moderno perché gli piaceva il kebab e Shakira o perché aveva incontrato la comunità gay di Madrid o forse perché la moglie senza sangue blu, ma a stelle e strisce, lavorava per la Cnn: su queste basi di straordinaria futilità anche i giornali progressisti (si fa per dire naturalmente) affermarono che la “Spagna voleva una svolta dalla monarchia e l’aveva avuta”.  E infatti adesso l’ha avuta davvero, la monarchia che ritorna franchista dentro sia pure masticando kebab.

Però a questo punto a cosa serve un re se nemmeno comprende qual è il suo ruolo, se non si fa intermediario tra il potere e il popolo nei momenti drammatici in quanto istanza simbolica della nazione? Se mentre parla milioni di persone sbattono pentole e padelle in una spontanea cacerolada di protesta? Può darsi che Felipe sia in realtà rimasto un infante di Spagna anche nella incombente mezza età, ma più probabilmente non è tanto una questione personale, è che ormai non è che un mondano subalterno dentro una costosa macchina di immagine, ma del tutto incapace di autonomia. Qualcosa che alla fine si rivela affine con per intelligenza, gusto, cultura e onestà a quella di certi giornalai Usa che scrivono in lingua italiana su un foglio di Torino i quali  accusano Putin di essere dietro i fatti catalani. Matrimoni regali per incantare le casalinghe di Voghera o Salamanca e informazione da barbieri per i loro consorti.


Catalogna: la repressione della libertà è un “affare interno”

AFP_S73EM-kHwC-645x400@MediTelegraphWEBL’Unione europea notoriamente iper sensibile alla democrazia in Venezuela o dovunque gli dica il suo padrone di oltre atalantico, ha deciso che la chiusura di 200 siti web catalani favorevoli al referendum e all’indipendenza: secondo la Commissione  la decisione del governo di Madrid, nel quadro di una repressione senza precedenti, rientrano all’interno della legalità perché la decisione sarebbe stata presa da magistrati. Un’opinione da bar naturalmente come del resto ci si potrebbe aspettare da un presidente che si chiama Juncker il quale tra un cicchetto e l’altro dimentica che  i peggiori totalitarismi sono ossessionati dalla legalità come contrappeso della loro ingiustizia, tanto che persino la Shoa, la soluzione finale fu tema di sottile disquisizione giurica.

Ma forse Juncker e gli altri membri della commissione non sanno nemmeno che in Spagna la magistratura inquirente, ossia quella che ha chiuso i siti web e coartato in altri mille modi la libertà dei catalani di svolgere il loro referndum, dipende direttamente dai procuratori generali che non sono espressione del potere giudiziario, ma di quello esecutivo e vengono nominati direttamente dal governo: in sostanza è come se il procuratore capo di una qualunque città italiana fosse allo stesso tempo il prefetto e sotto certi aspetti anche il questore. Troppo complicato per la commissione, specie a partire dal dopo pranzo e anche troppo impegnativo e destabilizzante riconoscere che nelle istituzioni spagnole, così come anche nella costituzione gli strascichi del franchismo sono molto pesanti e visibilissimi, ma sono stati trascurati per la fretta di trascinare la penisola iberica nel progetto europeo e soprattutto nella grande fiesta degli accaparramenti e delle costruzioni. Dunque si finge di non vederli anche oggi, nonostante siano rivitalizzati da un governo che al generalissmo non dispacerebbe affatto e ricominciano ad essere protagonisti. Tuttavia alla fine la futilità e l’irrilevanza intellettuale di queste posizioni commissariali, si saldano perfettamente al quadro generale nel quale si collocano tali giudizi, tanto da costringere il portavoce ufficiale del governo continentale a tacere dopo aver letto la pappardella scritta davanti ai giornalisti che dopotutto sono in grandissima parte i loro giornalisti. Il quadro generale è quello secondo cui la vicenda catalana sarebbe un affare interno della Spagna, asserzione di per sé anodina, ma che in realtà contraddice tutto quanto l’Europa dice di essere.

Ma come, il bilancio, la moneta, l’economia, il fisco e persino le regole del lavoro di un Paese non sono più fatti interni e nemmeno le costituzioni tanto che in occasione della firma degli ultimi trattati è stato imposto, sotto minaccia finanziaria, di correggere le leggi fondamentale in maniera da rendere costituzionali i massacri sociali, mentre un referendum sull’indipendenza e la forma platealmente antidemocratica con cui lo si reprime, è invece un fatto interno?  No non ci siamo proprio: se l’Europa fosse lontamente simile all’immagine che vuole dare di sé già da tempo si sarebbe posta come mediatrice della questione, invece di appoggiare totalmente Rajoy, il franchista garante dell’ordine bamcario e finanziario per paura di dover ricontrattare sia con Madrid ed ebentualmente anche con Barcellona i termini dell’appartenenza al corpaccione continentale.

Sapete quelli che fanno più impressione sono i fan dell’ “altra Europa” spregiatori delle piccole patrie, ma adesso costretti a fra buon viso alla repressione in quanto “questione interna” . Come dice Vladimiro Giacchè “si è troppo spesso confuso l’internazionalismo con l’europeismo, e l’Europa con l’Unione Europea.  Per contro, si è data troppo poca importanza al tema della democrazia e a quello, connesso, della sovranità popolare: la verità è che l’Europa di Maastricht è profondamente antidemocratica. Lo è per essenza”.  Così ci si aggrappa a questa Europa come a un’ancora di salvezza non accorgendosi che è proprio lei a portarci a fondo.


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