GalleriaUffizi1Anna Lombroso per il Simplicissimus

Regna gran confusione sotto i cieli:  Salvini contro l’Europa, il Pd contro la democrazia, i vescovi contro i ricchi ma favorevoli all’accoglienza finale dei mafiosi,  Bertinotti al meeting di Cl, chi si stupisce per un funerale show, ma non si scandalizza se un premier che sostiene impresentabili e conta sui suoi voti, diserta la commemorazione di Borsellino.

Potremmo continuare a lungo con i paradossi, ma a me oggi preme confessarvi che stavolta mi tocca schierarmi con Sgarbi, che inveendo con l’abituale e aggressiva facondia spara raffiche micidiali  contro il ministro Franceschini e la perversa montatura di una commissione di “esperti” guidata da un economista prestato in via imperitura alla Biennale, e incaricata di nominare i già scelti, gli “eletti” secondo criteri che nulla avrebbero a che fare con meriti, competenze e curricula professionali.

Ha ragione Sgarbi, mi duole dirlo. È che quando qualcosa non funziona, la tentazione è sempre quella di chiamare un “papa nero”, sceso da chissà che empireo a sbrigare le faccende, a dare una mano di bianco sui muri scrostati, a “razionalizzare”, “modernizzare”, “valorizzare”,  si, un papa nero, una faccia nuova e “fresca”, meglio però se bianca, meglio se donna, meglio se tedesca, in un trionfo di provincialismo politicamente corretto, ma ragionevolmente scorretto se siamo proprio noi italiani ad avere inventato le discipline della tutela e conservazione delle opere d’arte, se i tedeschi per decenni sono venuti ad apprenderle da noi, se il museo più antico del mondo è a Roma, il complesso delle raccolte Capitoline.  Così  agli Uffizi è chiamato a sostituire Antonio Natali,  un tedesco, Eike Schmidt, l’età media dei vincitori è di 50 anni. Dieci sono uomini e dieci sono donne. Degli stranieri, tutti cittadini Ue, 3 tedeschi, 2 austriaci, 1 britannico e 1 francese. Mentre 4 degli italiani  sono reduci da esperienze all’estero: Bagnoli, Gennari Santori e D’Agostino rientrano dagli Stati Uniti e Degl’Innocenti dalla Francia.

Non c’è molto da interrogarsi su quali fossero già all’origine, i requisiti richiesti. Da anni governi e ministri che si sono avvicendati hanno resa palese l’aspirazione a fare dei musei delle macchinette per produrre quattrini, ripetendo instancabilmente quel monotono mantra di idiozie sulla cultura giacimento nazionale, sull’arte , il nostro petrolio da sfruttare, fino a inferire tagli mortali alle risorse destinate alla tutela dei beni culturali, colpevoli di non essere profittevolmente commestibili in mezzo a due fette di pagnotta. Basterebbe ricordare l’inquietante nomina di un manager approdato al Ministero dei Beni Culturali dalla Mc Donald, basterebbe richiamare alla memoria le spacconate dell’ex sindaco di  Firenze, intenzionato a fare degli Uffizi un attrezzo sputa soldi, basterebbe rammentare le dichiarazioni programmatiche della cotonatissima dama insediata e riconfermata nelle funzioni di sottosegretaria sul ruolo insostituibile dei privati non solo attraverso il mecenatismo, ma addirittura nella gestione del nostro patrimoni,  basterebbe ripercorrere il ripetersi di gioconde concessioni di luoghi ed opere: chiese e siti archeologici offerti a modico prezzo a convention, cene sociali, kermesse, sfilate di intimo, guglie del Duomo imballate e spedite oltreoceano per celebrare i fasti del norcino del re. E si vorrebbe sapere di più del destino dell’Istituzione Bologna Musei, il rinnovato assetto istituzionale dei Musei Civici bolognesi, “che si pone l’obiettivo della razionalizzazione dei servizi e dell’inquadramento di un notevole patrimonio in un progetto culturale rinnovato e coerente” uno scopo che tradotto in lingua corrente significa spalancare le porte a sponsor avidi e spregiudicati, significa  privatizzazione di quel patrimonio culturale sul quale Bologna dovrebbe “esercitare la propria sovranità, in quanto segno della propria storia e della propria identità culturale”, attuata con un bando comunale, che mira ad esternalizzare non solo i servizi dei musei ma anche la loro gestione, riconfermata dal vertice dell’organismo  che ha più volte invocato la necessità di disporre dei  beni culturali accusando l’ingerenza dei soggetti della sorveglianza e gli ostacoli frapposti grazie agli  “intralci burocratici” che proverrebbero dagli organi ministeriali preposti alla  tutela.

L’idea che il nostro ceto dirigente, politici, imprenditori, istituzioni finanziarie si è fatto dei beni comuni è che sono roba loro, da mettere al servizio di profitti, da sfruttare per trarne utili, da cedere a prezzi stracciati per accontentare insaziabili benefattori e finanziatori elettorali. Non è un caso che il loro abbandono  risponda alla logica dell’emergenza, diventata universale sistema di governo, così che crolli, riduzione in rovina, sorci famelici, cantine allagate favoriscono interventi straordinari di “mecenati”, concessioni e comodati  inevitabili, grate assegnazioni a imprenditori disposti a “valorizzare” in cambio di autorizzazioni ad elevare casette a schiera in posizione panoramica, a edificare store e location perché siti e musei si adeguino sempre di più all’ideale che ne hanno gli inglesi, il Circo Barnum.

E infatti c’è da sospettare che l’atout che ha spinto la candidatura di Eike Schmidt al posto di Natoli cui si devono alcune delle più prestigiose mostre di questi anni, sia l’esperienza maturata in una prestigiosa casa d’aste, dedicata a vendite leggendarie. E infatti ci ha subito fatto conoscere i suoi propositi:  “affittare a privati alcune sale del museo, o concederle per eventi agli sponsor che finanziano un restauro. Si può fare anche agli Uffizi”, in totale accordo con le convinzioni del Ministro, secondo il quale queste nomine sono un passo storico per l’Italia e i suoi musei , che colma anni di ritardi, che completa il percorso di riforma del ministero e che pone le basi per una modernizzazione del nostro sistema museale” e che sembra non ricordare che i musei non sono scatole,  sono invece lo specchio e il deposito prezioso dell’arte e della storia di un territorio,  tanto che rappresentano una trama fittissima di nessi che lega la più modesta opera massimo capolavoro, sicché ogni alienazione determinerebbe dunque un vuoto incolmabile, una perdita per tutti noi.

Eh certo, è quella la modernizzazione voluta nello stile di quella del lavoro, della scuola, del voto, del Senato, della Costituzione, quella  Carta che vede nei luoghi della storia e della cultura i contesti da tutelare e per garantire il “pieno sviluppo della persona umana”.

 

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