Archivi tag: Franceschini

E’ meglio la lava

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando ancora il sindacato faceva paura – pensate che nei non lontani anni ’90, la Triplice portò in piazza a Roma un milione di manifestanti – l’obiettivo della “politica” e del padronato era lo stesso di quasi un secolo prima: un unico partito, un unico sindacato, un unico giornale.

Obiettivo raggiunto, anzi nel caso in questione è stato superato, a vedere i tre amici al bar diventare 4 come nella canzone insieme a Confindustria il Primo maggio, a vedere come la vera mission sia quella di proporsi come promoter del Welfare aziendale, vendendo fondi assicurativi e pensionistici in veste di patronati a gettone, a vedere come gli scioperi del marzo scorso indetti per pretendere misure di sicurezza adeguate al rischio di contagio come veniva presentato dalle autorità, sono stati fermati “ragionevolmente” dalle rappresentanze e meno ragionevolmente dalle forze dell’ordine. 

Ma pare non gli basti mai:  anche i regimi a volte non è che abbiano proprio fame, è che vogliono una rinuncia ai diritti più dolce e una sottomissione più consociativa, che registri  il trionfo della sospensione delle regole democratiche.  Se ne fa interprete l’imperituro Ministro Franceschini – e magari è anche per questo che l’ipotesi di una sua promozione ai vertici di un futuro governo fa accapponare la pelle – che propone che la  doverosa pausa  dell’attività di rivendicazione si converta in gratitudine per i ristori e le elemosine, anche  arruolando la controparte arresa in temporanee tavolate con mascherina e numero chiuso di partecipanti decisi e selezionati dagli uffici dei ministri competenti.

Così, reduce dalla campagna per il “rilancio” del Colosseo, dopo aver stabilito la generosa erogazione di 55 milioni di euro per contrastare gli effetti drammatici della pandemia nei settori del cinema e dello spettacolo dal vivo, divisi in 25 milioni di euro di ristori per le imprese di distribuzione cinematografica; 20 milioni di euro come ulteriore sostegno alle Fondazioni lirico sinfoniche; 10 milioni di euro per la creazione di un fondo di garanzia a tutela degli artisti e degli operatori dello spettacolo per le rappresentazioni cancellate o annullate a causa della pandemia, cui ha aggiunto 2 milioni di euro destinati al ristoro dagli enti gestori a fini turistici di siti speleologici e grotte penalizzati della misure restrittive, ha istituito il tavolo permanente per i lavoratori dei musei, degli archivi e delle biblioteche.

Si tratta, come ha voluto sottolineare di “un nuovo spazio istituzionale per un costante ascolto delle esigenze dei professionisti di uno dei settori maggiormente colpiti dalla pandemia”, e sarà composto dai rappresentanti delle organizzazioni sindacali e delle associazioni di settore che operano nel campo degli istituti e luoghi della cultura insieme al Direttore generale Archivi e al Direttore generale Biblioteche e diritto autore.

Viene così offerta ai “sofferenti”  un’area negoziale nella quale i rappresentati delle categorie vengono ammessi a ascoltare quella che una volta si sarebbe chiamata controparte che stabilisce entità  e modi dell’erogazione  delle elemosine sotto forma di risarcimenti.

E’ proprio un modo perfetto  per umiliare i lavoratori della cultura, quando arrivano col cappello in mano dopo essere stati trattati con sufficienza e offesi, in veste di parassiti, profittatori, usurpatori di poteri di veto che ostacolavano il dispiegarsi della libera iniziativa, come nel caso dei sovrintendenti, molesti parrucconi, una iattura da cancellare dalla faccia della terra, come ebbe a dire il leader di Italia Viva quando era presidente del Consiglio.

Gente da prepensionare, vedi mai che la competenza maturata e il sapere accumulato facessero venire dei grilli per la testa a giovani messi dopo anni di studio a combinare guardiania e pulizie senza contratto, da sacrificare e demansionare come immeritevole per far posto a soggetti più scafati e attrezzati nelle tecniche del marketing , capaci dunque di fare di ogni museo un juke box, sempre per usare le formule dell’immaginifico successore di Lorenzo il Magnifico.

Gente che patisce di un sottodimensionamento cronico: secondo l’atto di programmazione del fabbisogno di personale 2019-2021 del 3 aprile 2020, citato dalle rappresentanze del personale Mibact, nonostante le 860 assunzioni del 2019, i funzionari erano 4177 su 5427 da organico, destinati a ridursi a causa delle cessazioni – circa 500 all’anno – a 2533 a fine 2021, con una carenza di 2894. Ancor peggio per i Soprintendenti: 192 in organico, ma già a marzo scorso solo 103 ed a fine settembre 94 effettivi in ruolo, ed in prospettiva 2021 uno sparuto drappello di 62. Mentre non si prevedono concorsi e  prosegue il ricorso al precariato, denunciato perfino dall’Europa.

Gente che deve adeguarsi a una ideologia del consumo culturale che stabilisca definitivamente le differenza tra chi possiede i meriti per godere dei beni comuni, una ristretta cerchia selezionata a monte o affiliata per non fare la fila davanti al Pinturicchio, per sedersi a tavola con affini in una sala di museo davanti a Caravaggio, per custodire un’opera nel caveau della sua banca, in modo che sia tutelata da alito e sguardi della plebe ed anche per entrare da eletti in quelle biblioteche negate  a ricercatori, docenti e studenti italiani, costretti a procedure cervellotiche  limitate ai soli “prestiti” di testi da consultare da remoto, a differenza degli aspiranti alla messa in piega, o dei frequentatori di altri templi appena appena un po’ più commerciali, grandi magazzini, empori, shopping center.  E chi invece è condannato, nei tempi migliori, a sgomitare davanti alla Gioconda, e, nei peggiori, alla serrata dei musei, superflui e improduttivi in assenza di turisti.

Gente invitata a riformarsi – o  a farsi da parte  – per raccogliere la sfida della rivoluzione digitale come piace al suo profeta (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2021/01/14/italy-on-demand/) con la sua Netflix della cultura, la piattaforma digitale promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo insieme a Cassa Depositi e Prestiti e a Chili, per “supportare” il patrimonio artistico-culturale italiano con la realizzazione di “un palcoscenico virtuale” per estendere le platee e promuovere nuovi format per il teatro, l’opera, la musica, il cinema, la danza e ogni forma d’arte, live e on-demand.

La “minaccia” ha preso corpo   nel corso del question time alla Camera  quando Franceschini per promuovere un efficace turnover generazionale ha indicato la soluzione di un apposito corso-concorso “per reclutare dirigenti dotati di specifiche professionalità tecniche nei settori della tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e del paesaggio”,  ricorrendo  a “contratti di collaborazione”, formula eufemistica per definire il precariato.

E ne fa testo il Bando Pompei per il Contemporaneo, lanciato a beneficio di “nuove professionalità capaci di unire studi antichi con una sensibilità contemporanea e una tecnologia avanzata” che potranno partecipare all’avviso di sponsorizzazione online   per “sostenere l’arte contemporanea ispirata a Pompei attraverso Pompeii Committment, il progetto di sponsorship culturale ideato dall’Ufficio Fundraising del Parco Archeologico di Pompei su un modello sperimentale”. Ricerca e valorizzazione delle “materie archeologiche” custodite nelle aree di scavo e nei depositi di Pompei  potranno così essere finalizzati alla “costituzione progressiva di una collezione di arte contemporanea”.

Non bastava l’ipotesi visionaria di fare di Pompei una smart city, come voleva quasi 10 anni fa il ministro della Coesione Territoriale – e bastava già la titolazione del dicastero a far capire che eravamo in balia degli acchiappacitrulli, non bastava che i lavoratori dei servizi aggiuntivi: accoglienza, controllo accessi, biglietteria, ufficio guide e ufficio informazioni, gestiti da Opera laboratori fiorentini, un pezzo del colosso monopolistico Civita cultura holding, siano tornanti al lavoro a maggio, alcuni dei quali ancora in attesa della Cig, in un regime di part time che dimezza la remunerazione, non bastava la corsa a sponsorizzazioni di mecenati quando in realtà Pompei, occupata militarmente come altri siti da concessionari e gestori particolarmente attenti al “reddito” del juke box, potrebbe autofinanziarsi.

E non bastava che  la Casa dell’Efebo sia diventata un «esempio di scarsa attenzione prestata agli aspetti culturali» condannato dalla Commissione Europea che ha denunciato come gli interventi di restauro, abbiano trascurato nel sito archeologico l’installazione di dispositivi di protezione lasciati in un magazzino nonostante fossero stato finanziati dal Fondo europeo per lo sviluppo regionale (Fesr), lasciando intendere come in Italia regnino trascuratezza e negligenza e  la tecnologia serva a sfruttare  e a sorvegliare le vite e non i beni comuni dei cittadini.   

E’ che il tandem  Franceschini e direttore generale dei musei – nonché direttore ad interim del Parco Archeologico di Pompei – Massimo Osanna ha preso sul serio la baggianata attribuita ai cinesi, che ogni emergenza si traduce in opportunità. Non solo perché, arricchita dalla paccottiglia di americanate in puro slang alla Mericoni, favorisce il ricorso a misure speciali, all’intervento di sponsor e autorità eccezionali in deroga a leggi e regole, ma per via della possibilità che offre di concretizzarsi in messaggi facili, propaganda, pubblicità, anzi, advertising, che l’attività quotidiana e ininterrotta di tutela, salvaguardia, cura e manutenzione non permette. E c’è da temere che proprio come Salvini, i fantasmi dei cittadini sorpresi dall’eruzione, dicano grazie Vesuvio, a pensare a quello che li attende, spazzolate via cenere e lava.


Città d’arte, nuove necropoli in svendita

Anna Lombroso per il Simplicissimus

E per fortuna che sono una blogger felice e sconosciuta, altrimenti potrebbe toccarmi in sorte il trattamento riservato al ben più autorevole  e prestigioso storico dell’arte Montanari, querelato dal sindaco insieme alla Giunta del Giglio per aver criticato il “modello Firenze”.

Il delitto di lesa maestà è stato compiuto in diretta tv a Report su Raitre, quando Montanari ha osato accusare Nardella di aver messo all’incanto la città che amministra: “Firenze è una città in svendita… è una città che se la piglia chi offre di più, e gli amministratori di Firenze sono al servizio di questi capitali stranieri”.

C’è da chiedersi che altra formula più blanda avrebbe più opportunamente definito, tanto per citare il caso in questione, l’operazione “immobiliare”, che ha per oggetto l’ex monastero medievale di San Giorgio alla Costa, già umiliato dalla trasformazione in caserma malgrado insista in un’area Unesco, e recentemente ceduto a un maggiorente argentino che ne vuol fare un luxury hotel con 20 suite, 18 appartamenti, più di 80 stanze, centro fitness, piscina, parcheggi e servizi nel sottosuolo, da dove, lo si evince dalla scheda della variante urbanistica comunale, potrebbe partire l’auspicato collegamento con il Giardino di Boboli e con il Forte Belvedere in qualità di dependance del relais grazie alla realizzazione di una funicolare orizzontale a cremagliera. 

Invece il Nardella proprio non gliela lascia passare e pretende 165 mila euro di risarcimento.

E’ che negli anni si è fatta strada una nuova interpretazione del cosiddetto danno di immagine:  denunciare un intervento speculativo di esproprio di un bene comune recherebbe nocumento alla reputazione molto più che lasciar crollare gli argini dell’Arno, molto più che autorizzare il passaggio di treni ad alta velocità sotto il selciato delle piazze e delle vie storiche, molto più che togliere quattrini alla comunità per ampliare un aeroporto secondo un progetto che anche prima del Covid era sovrastimato rispetto ai bisogni, molto più che affittare a prezzo simbolico siti della fede e dell’arte in qualità di location per eventi aziendali, molti più che improvvisarsi lobby per ottenere  un emendamento favorevole alla realizzazione del nuovo stadio grazie allo   “Sblocca Stadi” approvato in Parlamento da centrodestra e centrosinistra  e che consente l’abbattimento di impianti sportivi storici tutelati in nome della loro “modernizzazione” per rispondere alla “sostenibilità economica”, al profitto cioè, dei privati investitori.

Ci sono molti modi per vendere una città, ma tutti prevedono che vengano cancellate l’identità e l’appartenenza dei cittadini in modo da costringerli all’esodo, che venga demolita l’impalcatura che la tiene insieme, fatta di memorie, tradizioni, storia, che gli abitanti vengano sostituiti da nuovi “residenti” saltuari secondo i comandi dell’impero dello sfarzo che dei lussuosi vagabondi di meta in meta del Grande Privilegio, che si soffochino le botteghe, le attività consuete tramandate da generazioni per far posto alla moderna chincagliera e alla paccottiglia contemporanea, uguale a Firenze, Napoli, Dubai, Singapore.

Ma uno di modi più efficienti ed efficaci è condannarle a un destino obbligato, unico e irriducibile: la “vocazione” industriale per alcune, magari dense di pregi artistici e paesaggistici, ma più defilate rispetto ai tragitti e agli itinerari del neo- cosmopolitismo, assassinate in modi addirittura più cruenti, come a Taranto, infliggendo la pena della bruttezza, dell’umiliazione e del ricatto, e dell’avvelenamento fino alla morte, turismo invece per le città d’arte.

E infatti, ci fanno capire, senza turismo Venezia, Napoli, Firenze, Palermo, Siena, Lecce non solo non sono più città ma vengono meno anche all’opportunità di diventare luna park, Disneyland, alberghi diffusi, musei a cielo aperto.

E difatti con al sgangherata brutalità che lo caratterizza, il Sindaco Brugnaro ha fatto sapere che in mancanza di visitatori i musei civici veneziani resteranno chiusi fino ad aprile «a prescindere dalla decisione del governo che per ora ha disposto la chiusura dei Musei fino al 15 gennaio». In mancanza dell’indotto degli ospiti stranieri,  la Fondazione che li gestisce come fossero un supermercato, chiude malgrado le reiterate promesse di tener fede all’impegno di servizio civile e culturale, colpendo i lavoratori, quasi mille, perlopiù associati alle cooperative affidatarie, messi in cassa integrazione a 300 euro, o, peggio, quelli precari e mai regolarizzati dai Musei Civici nemmeno ai tempi delle vacche grasse dei forzati delle crociere e delle file interminabili di pellegrini, lavoratori autonomi a partita Iva che si ritrovano senza lavoro e senza alcun tipo di sussidio.

Sono quelli cui il ministro Franceschini promette i fasti del turismo di prossimità, interno, talmente “minore” da non meritare l’accesso a quei “giacimenti”, tanto per usare un termine a lui caro, che rappresentano davvero “servizi pubblici essenziali, indispensabili alla promozione culturale e alla crescita umana e civile”, raccolte di tesori accumulate nei secoli, inventate proprio da noi, che sono sparse in tutta la geografia del paese, secondo la calzante definizione data  dall’International Council of Museums  che ne parla come di “un’istituzione permanente senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che effettua ricerche sulle testimonianze materiali e immateriali dell’uomo e del suo ambiente, le acquisisce, le conserva, le comunica e specificamente le espone per scopi di studio, educazione e diletto», insomma per  quel “pieno sviluppo della persona umana” citato all’articolo 3 della Costituzione della Repubblica.

Altro che tenerli chiusi, oggi più che mai dovrebbero aprire i battenti in aiuto dell’istruzione, di quella coesione e unità di popolo che è stata oggetto del miserevole mantra di anche in questo caso  non usa il potere che la Carte gli conferisce per sostituirsi alle Regioni e agli enti locali inerti quando ne va del bene pubblico, salute, lavoro, cultura, della storia “patria” che è fatta di navigatori, poeti, artisti ma pure di quei partigiani che volevano garantirci istruzione, valorizzazione dei talenti, accesso alla bellezza.

Si quella bellezza che si vede e ridiventa nostra in quei luoghi,  non nei centri commerciali, invece aperti agli “assembramenti”, e nemmeno su internet, a pensare alla indecorosa narrazione ministeriale del “Netflix della cultura” di Franceschini, che quando parla   di “mettere in scatola lo spettacolo dal vivo”, per coprire l’oltraggio dei teatri serrati, pensa al dinamismo digitale del direttore degli Uffizi, ridotto a mettere online le foto dei capolavori interdetti al pubblico con la possibilità di un like sul preferito,  o della valutazione della clientela come su Amazon.  

Altro che tenerli chiusi, proprio adesso che  gli italiani più poveri moralmente e economicamente hanno diritto di godere di quello che mantengono con le loro tasse alla pari del sistema sanitario che hanno pagato con la fiscalità e che è loro interdetto.

Altro che mettere per strada i dipendenti facendo intendere che il loro lavoro dipende dai “biglietti”, quando abolirli costerebbe come due giorni di spese militare all’anno, spese sulle quali non si è risparmiato nemmeno in questi mesi.  

Quindi buon anno, non mi sottraggo al rito ogni volta più incerto.  Anche se di una cosa ci tocca invece essere certi, che la bellezza non ci salverà, dopo il trattamento che le riserviamo.


Hic sunt ladrones

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Come siamo caduti in basso: uno si immagina che le “anime nere”, i Grandi Intriganti abbiano  fattezze diaboliche, un ghigno maligno, menti labirintiche che rispondono a cuori di tenebra.

Invece qui come ti giri  incappi nel faccione scialbo e nei borbottii di Domenico Arcuri e dell’ente che dirige e che fino a non molto tempo fa veniva considerato come una di quelle scatole vuote nelle quali parcheggiare proverbiali incapaci in attesa di destinazione innocua.

Ormai non si può far nulla senza di lui, non c’è grande affare o affaruccio, torbido o traffico opaco nel quale non sbuchino fuori il suo nome, il suo sguardo inespressivo e spento, moltiplicato per tutti  i suoi conflitti di interesse, la molteplice poliedricità dei suoi incarichi. Quelli svolti o sotto l’egida del ruolo di supercommissario: app, banchi a rotelle e non, mascherine, vaccini, siringhe, ventilatori, container refrigerati per “immunoprofilassi” o per dare temporaneo ricetto a morti in attesa di conferimento in apposite discariche,  o in qualità di Ad di Invitalia, la società controllata al 100% dal ministero dell’Economia, autorizzata a entrare, con un tetto fino a 10 milioni dei nostri soldi, nel capitale di grandi imprese per persuaderle a “rischiare” in un Paese inaffidabile e sfigato come il nostro (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/11/16/onnipresenti-indecenti-boiardi-boia/ ).

Così si materializza un sistema di aiuti di Stato per sovvenzionare multinazionali criminali immuni e impunite come nel caso di Arcelor Mittal, una particolare tipologia di “ristori” per azionariati che si riproducono invece di produrre, grazie a acrobazie e giochi di prestigio finanziari, mentre invece, tanto per fare un esempio,  il Fondo per la salvaguardia dei livelli occupazionali e la prosecuzione dell’attività d’impresa del Ministero dello sviluppo economico, che pre a dar credito al susseguirsi di Dpcm,  dovrebbe rivolgersi a tutte le società, indipendentemente dal numero dei dipendenti, che sono in stato di sofferenza a seguito della pandemia, ha una dotazione complessiva di 300 milioni.

E ecco che scopriamo che Invitalia grazie all’alleanza di due menti visionarie e immaginifiche, il suo Ad e il ministro del Mibact Franceschini, si schiude al mondo della cultura e dell’arte, in veste di “Centrale di Committenza” per la progettazione della nuova arena tecnologica del Colosseo, lanciando un bando da 18,5 milioni.

Una volta un sottosegretario ai Beni culturali disse del Colosseo che era “un inutile dente cariato”, definizione icastica e estrema, che non deve stupire, visto che la selezione del personale politico incaricato di combinare valorizzazione e conservazione del nostro patrimonio ondeggia tra quelli che vogliono farci  cassetta, quelli che rimpiangono che non sia salame da poter mettere tra due fette di pane, quelli che pensano sia un peso molesto da sopportare perché condiziona e ostacola la libera iniziativa  che buca il sottosuolo, promuove alta velocità, tira su palazzoni che restano vuoti, e quelli che ci vogliono aggiungere quel pizzico di digitale, per modernizzarla, adattarla alle esigenze di consumatori onnivori e superficiali e ricavarci qualche utile per startup, studi i amici degli amici.

Di esemplari ne abbiamo visti sfilare in questi anni: sindaci con il book dei monumenti da offrire a mecenati dei mocassini, a sponsor del Qatar, vogliosi di fare ostensione della loro generosità in forma di logo, marchio, griffe o di metterci un piede e le mani sui musei dopo aver comprato pezzi di città e squadre di calcio.

Abbiamo visto ministri che si accordavano per lunghi comodati in cambio di valorizzazioni delle quali non abbiamo riscontro, come nel caso di Della Valle o delle Fendi; primi cittadini che concedono siti archeologici per tenere convention, sfilate, cene aziendali e matrimoni.

Abbiamo anche a suo tempo intercettato una di quelle meteore che dovevano riformare il partito riformista indicare come soluzione per Pompei che cadeva a pezzi, di fare una smart city, grazie a “un  progetto che unisce l’innovazione tecnologica con l’innovazione sociale con lo scopo di andare verso uno Smart and Resilience Archaeological Park per poi generare uno Smart@LAND ossia un territorio che comprenda le zone limitrofe a Pompei (Buffer zone) gestito in maniera sostenibile e inclusiva”.  

Va  a sapere perché il Colosseo, anche se si è tentati di dar ragione a quel sottosegretario, sia da sempre oggetto del desiderio di metterci le mani, di guadagnarci sopra, di sfruttarlo, di consumarlo, se non per il fatto che sia rappresentativo di un Paese  dissanguato, lasciato marcire, abbandonato e disgregato, tanto che. come l’anfiteatro Flavio, per svenderlo nell’outlet globale non resta che imbellettarlo con qualche accorgimenti che copra le falle della mancata manutenzione, dalla carente cura e tutela, con le trovate dell’informatica, del virtuale, del digitale, le stesse che  in attesa dell’intelligenza artificiale nascondono l’insufficienza di quella naturale.

Così l’ideona che da anni circolava nella testolina del ministro e che ora, proprio ora, trova realizzazione è quella di creare , cito dall’intervista concessa al quotidiano confindustriale, “una struttura high tech, ma reversibile e non invasiva”, grazie a un “grande intervento tecnologico, che offrirà la possibilità ai visitatori di vedere non soltanto, come oggi, i sotterranei, ma di contemplare la bellezza del Colosseo dal centro dell’arena”.

L’anfiteatro dovrà tornare ad essere “un grande teatro popolare, dotato delle tecnologie più avanzate, montacarichi e complesse macchine di scena per dare vita agli spettacoli più emozionanti , cacce, combattimenti, per un periodo persino battaglie navali”.

Non so a voi ma a me fa agghiacciare il sangue questa fantasia onirica proprio mentre i musei, gli archivi e le biblioteche sono chiuse, quando manca il personale addetto e non viene garantito il turnover delle risorse specializzate, mentre le città d’arte il cui destino unicamente turistico era segnato, tirano giù la serranda delle sedi dei loro tesori, quando i siti archeologici deserti non vengono più sottoposti alla manutenzione che già prima era estemporanea e esclusivamente dedicata alla riparazione di danni rivelati drammaticamente.

E’ che il ministro deve essersi fatto ispirare dai documentari di Focus più che dai testi di storia, per imitare i decisori da Domiziano ai Severi, fino a Berlusconi, che conoscevano bene il potenziale dello spettacolo in qualità di strumento di consenso, così in mancanza di pane e di brioche tenta di crearsi una popolarità con circenses in grado di riprodurre la grandezza del passato grazie a montacarichi azionati da argani usati per far comparire al centro dell’arena , attraverso botole e piani inclinati , gladiatori, animali e macchine sceniche, allagamenti per mettere in scena naumachie e certami.

E’ una grande sfida”, si compiace Alfonsina Russo, Soprintendente per l’Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma, persuasa che la  ricostruzione offrirà al monumento da sempre più visitato d’Italia “nuove potenzialità”, quella di una visita più suggestiva per i turisti e dello sfruttamento di una così speciale  location per eventi culturali “sempre di alto livello”.

Insomma nel 2021, possiamo allinearci con i fastosi luna park mondiali, con le capacità imitatrici degli hotel di Las Vegas, con la rivisitazione non solo virtuale delle grandi città  del Miniatur Wunderland di Amburgo, con la Venezia rifatta in Cina, con gli acquapark che simulano le onde marine della costa romagnola, con Mirabilandia e pure con i “son e lumière” che infelicitano le visite nella Valle dei Templi, per guadagnarci così la reputazione  macchiata da incuria a Pompei, da abusi a Agrigento, dalla rovina in cui versano i 12 chilometri di mura Aureliane, dall’abbandono della necropoli di Norcia, dall’ammasso di macerie del Castello di Mirandola, dai 74 ettari della struttura fortilizia di Alessandria ridotti a discarica, dallo stato dell’Appia Antica dove gli unici sorveglianti in vista sono i militari di Strade Sicure che fanno la guardia alle ville di prestigiosi residenti.

Eccome che è una grande sfida in neo-Colosseo, anzi è un sogno che si realizza, presto le agenzie di lavoro interinale potranno selezionare una innovativa tipologia di precari, che più precari di così si muore, gladiatori che duellano di accoppano tra loro – e non è una novità – e aspiranti al martirio, senza preclusioni di razza e credo religioso.


Turismo grottesco

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Avete visto che aveva ragione la fantascienza profetizzando gli effetti aberranti del  progresso illimitato che ci avrebbero riportato all’età della pietra?  

Avete visto che avevano ragione i complottisti, che se pure non c’era stata una cospirazione all’origine della pandemia, poi il sistema totalitario avrebbe saputo trarne profitto per toglierci diritti e conquiste, in nome di una nuova barbarie che separa sempre di più noi “umani” dai poteri egemoni, istituzionali, scientifici, tecnologici che vogliono rimuovere gli strati di ragione, sapere, conoscenza, per far posto alla loro intelligenza “artificiale” riportandoci nelle caverne?

E figuriamoci se non approfittava dello spirito  del tempo l’immaginifico Ministro Franceschini, per lanciare un nuovo brand primordiale, quello del turismo della pietra creando  un Fondo, con una dotazione di 4 milioni di euro per l’anno 2021, finalizzati alla tutela e valorizzazione delle “aree di interesse archeologico e speleologico”, grotte naturali e complessi carsici da riqualificare e valorizzare grazie a innovativi impianti di illuminazione, di sicurezza e, potevano mai mancare?  multimediali , per concretizzare anche là le promesse della digitalizzazione.

Che lungimirante, ha proprio pensato a tutto, perché “quando tornerà il turismo internazionale, ha presagito, ci troveremo di colpo ad affrontare degli eccessi di crescita, a dover affrontare il tema degli affollamenti e dei ticket d’ingresso nelle città”.  

Meglio quindi dirottare gli assembramenti e i pellegrinaggi dei forzati dello svago nelle miniere dismesse della Sardegna, nelle grotte care a Slataper, verso le buie spelonche dell’Amiata, in modo da  “distribuire equamente il turismo su tutto il territorio nazionale”, lasciando le città d’arte a disposizione di viaggiatori sopraffini in regime di esclusiva, anche grazie al contributo del Recovery Found. I cui finanziamenti benevoli e generosi serviranno alla “riqualificazione delle strutture ricettive, per non puntare su un turismo di tipo mordi-e-fuggi, bensì su un turismo di alta qualità con alta capacità di spesa”.

E lui ci ha già pensato grazie ai prodighi e fertili uffici della Cassa Depositi e Prestiti, sempre quella, che ha stanziato  250 milioni “dedicati” a resort di lusso diHotelturist S.p.A. e Valtur, TH Resorts in partnership con Club Med, a grandi catene alberghiere multinazionali, con Forte in testa.

Sempre grazie alla partita di giro dei nostri stessi soldi erogati a termine dall’Ue, per superare la crisi che ha messo in ginocchio il comparto (il 2020 si chiude con 53 miliardi di euro in meno rispetto al 2019 e per i primi tre mesi del 2021 si stima una perdita di ricavi di 7,9 miliardi di euro) il piano del titolare del Mibact che a ogni riconferma giura ancora una volta la sottomissione alle leggi del mercato, riconferma la volontà di potenziare il sistema delle Grandi Opere, purché non siano quelle celebrate nei templi della lirica, o i tesori dell’arte contenuti nei musei chiusi, o i testi sacri della lingua in archivi e librerie interdette a esperti e studiosi ai quali in cambio si promette un insensato  progetto ad hoc, un museo “dedicato”  in una Firenze che non è in grado di mantenere a disposizione del pubblico quelli civici.

E infatti si tratta invece degli interventi per realizzare o completare  aeroporti e ferrovie con treni ad alta velocità per arrivare in tutto il Paese. Così a dimostrazione dell’unità di intenti con il dicastero della collega di partito De Micheli, determinata a dare una mano ai dinamici sindaci di Parma, Pavia  e Firenze, c’è tutto un concorde fervore di opere per potenziare scali ridotti a mesta archeologia aeroportuale, e a riportare in cima alle priorità improcrastinabili la Tav, quella “storica” ma pure quella Napoli-Bari, o quelle locali, sotto le pietre e i selciati delle città d’arte, mentre in dieci mesi non è stata capace di  formulare una strategia per potenziare i trasporti pubblici zeppi di pendolari, lavoratori e studenti di serie B, colpevoli di produrre e studiare come una volta, non da “remoto”.

Ci fanno sapere che sono interventi di interesse generale perché finalmente uniranno il Sud pigro e indolente, immeritevole di tanta bellezza paesaggistica e artistica, all’opulento Nord motore di sviluppo e civiltà sia pure con qualche recente défaillance, e che potrà contribuire ai destini della madre patria adeguando i suoi territori all’Utopia dei Grandi Artefici, i Farinetti di Pea, il Briatore che vuol fare del mezzogiorno la Sharm El Sheik d’Europa, il Franceschini che sogna di convertire la Sicilia in un susseguirsi di green per il golf di americani, tedeschi e giapponesi  al cui servizio in veste di alacri caddies dovranno prestarsi i cittadini di quella Italia “minore” come la chiama lui, rispetto a quella maggiore delle città in fallimento, inquinate, espropriate dei loro beni comuni, risorse, cultura, bellezza, in modo da condannare anche i “cafoni” alla stessa sorte di moderna servitù.  

Non so voi, ma io mi sento offesa e dileggiata da un governo che ha affrontato quella che ha definito una crisi sanitaria promuovendola a emergenza sociale, senza affrontare e risolvere i problemi e gli squilibri che l’hanno prodotta e acutizzata, ma devastando il tessuto produttivo, incrementando precarietà e disoccupazione, devastando interi comparti, generando insicurezza e sfiducia e che poi ha la faccia di tolla di proporre la ripopolazione di borghi, come presepi di offrire ai visitatori in forma di ostelli diffusi con comparse e figuranti in costumi tradizionali, il business dei cammini religiosi (“abbiamo cento Santiago di Compostela”, si compiace l’inossidabile Ministro) per farci capire che non  ci resta che confidare nei santi, o il percorso delle ferrovie inutilizzate che suona come un affronto a un Paese nel quale la capitale della cultura è dotata di una stazione dalla quale non partono né arrivano treni, nel quale due convogli a gran velocità si scontrano lungo un tratto a binario unico, nel quale un treno merci deraglia in piena stazione di Viareggio, nel quale i lavoratori pendolari sono trattati come bestiame avvilito e vilipeso.

Si fa un gran parlare del Grande Reset –  tema tra l’altro del prossimo Forum di Davos, il consesso annuale dove si riuniscono i potenti della terra per decidere su questioni che riguardano la governance mondiale, contrastando le pulsioni populiste, nazionaliste e sovraniste che li minacciano – come del momento perfetto nel quale un incidente della storia può e deve trasformarsi nell’occasione per un profondo cambiamento epocale in modo che nulla torni come prima, come l’alba rosea di un nuovo giorno del nostro mondo, più equo e più sostenibile.

In realtà sarebbe più corretto chiamarlo Grande Paradosso, meglio ancora il Grande Imbroglio, se la quarta Rivoluzione Industriale mette le ali sorvolando le macerie di milioni di imprese finite, se intere geografie produttive sono state cancellate come da un terremoto, peraltro prevedibile, se le misure restrittive e repressive dei governi hanno fatto intravvedere le potenzialità di pratiche, dallo smartworking alla teledidattica, attuate in maniera occasionale, scombinata, dilettantistica sicché se ne percepisce solo l’effetto divisivo del fronte degli sfruttati, isolati e ricattabili, se digitalizzazione e automazione si traducono in slogan a fronte del ritardo strutturale percepibile dove l’accesso alla rete è disuguale e costoso, l’innovazione e ancor più la sicurezza non fanno parte dell’agenda delle imprese e tanto meno della Pubblica Amministrazione, della sua burocrazia, della ricerca scientifica consegnata all’industria privata.

È probabile anzi certo che i lampi della tempesta perfetta illuminano il declino dell’Occidente, ma è decisamente irrealistico sperare che  si faccia strada un Nuovo Migliore, incarnato da “timonieri” come Macron, Biden, Conte, Draghi, Starmer, ambientato nei vaccinifici e nella fabbriche della bugia dove si confezionano le dosi di terrore in polvere e di elettrochoc virtuale da alternare con gli esilaranti delle mance, dei ristori, delle elemosine, del Progresso.  

Tutto sommato non è una cattiva idea quella di trovar riparo nelle grotte oscure in attesa di riprenderci la luce.    


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: