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Musei virtuali, cretini naturali

Anna Lombroso per il Simplicissimus

La  famiglia  Valvrojenski, costretta alla fuga dal Governatorato di Vil’na in Lituania per via di un succedersi cruento di pogrom ai danni della comunità ebraica, si era stabilita a Boston nel 1875 assumendo il cognome Berenson. Uno dei ragazzi Valvrojenski, Bernard, dimostra un così vivace  e poliedrico talento da essere ammesso ad Harvard, da dove, grazie a una generosa borsa di studio, si reca in Europa, visitando Parigi, Londra,  frequentando salotti letterari e artistici e perdendosi con avida curiosità in musei e gallerie finché nel 1890  si traferisce a Firenze.

E diventa Bernard Berenson, uno dei più appassionati studiosi e storici dell’arte, innovatore, discusso, venerato e contestato. Dobbiamo a lui la definizione  originale e visionaria di “valori tattili”, che  si trovano nelle rappresentazioni quando queste non sono semplicemente imitate   “ma presentate in un modo che stimola l’immaginazione a sentirne il volume, soppesarle … misurare la loro distanza da noi, e che ci incoraggia  … a metterci in stretto contatto con essi, ad afferrarli, abbracciarli o girar loro intorno”, permettendo a un oggetto raffigurato di essere percepito come esistente.

A volte vien proprio da dire che certe intelligenze che hanno illuminato grigie esistenze con le loro folgoranti intuizioni, è meglio che non vedano al realtà contemporanea.

A meno che non pensiate che stare pigiati davanti a Antonello da Messina, a Cimabue, a Piero della Francesca, a farsi  un selfie da diramare su Wathsapp, in attesa di raggiungere il souvenir-shop per conquistarsi l’adesivo per il frigorifero, sia una conquista democratica, e che stare tutti insieme nello stesso momento davanti all’Uomo vitruviano prima che prenda il volo oltralpe per propagandare l’Italia e i suoi ministri dei beni culturali iperdotati in marketing rappresenti il godimento perfetto di un diritto, fino a poco tempo fa l’unico davvero riconosciuto, quello a consumare, ora sostituito da quello della salute.

A questa nuova realtà si è invece entusiasticamente adeguato il direttore degli Uffizi Eike Schmidt, quello noto per aver gettato alle ortiche vecchiumi e attrezzature arcaiche del passato, preferendo a Berenson, Morelli, Longhi, e, diciamolo, perfino a Sgarbi, ben altra influencer e che per accompagnarci nelle ondate virali che si aspettano ha proposto  Uffizi On Air, “un modo ancora più diretto per condividere i tesori del museo con il mondo”.

Così “se non possiamo portarvi fisicamente agli Uffizi”, ha proclamato con fierezza, “con questo nuovo progetto social vi ci accompagneremo virtualmente, in versione live”, anche con la “trasposizione online” dell’ultimo trittico di mostre inaugurate nelle scorse settimane e con “ipervisioni” dedicate,  tutti “prodotti” accessibili ogni martedì e venerdì, sul profilo Facebook ufficiale della sede museale fiorentina, per replicare il successo ottenuto  su Instagram(le visualizzazioni hanno raggiunto oltre 561mila contati) e con TikTok che fa degli Uffizi “il museo con più follower al mondo” dopo il Prado.

Come si era detto? Niente sarà più come prima. E difatti alla faccia dei valori tattili, dell’incontro “carnale e sensoriale” con le opere d’arte, per coglierne gli aspetti materici e plastici e sviluppare immaginazione, i ragazzini prossimi, dopo aver fatto la ricerchina di storia dell’arte, già negletta e spedita agli ultimi post nella graduatoria formativa e nelle gerarchie delle materie utili per soddisfare le aspettative della classe dirigente di domani, per la quale i quadri saranno merci da mettere nel caveau, potranno prodursi, davanti al pc di casa grazie alla Dad, in fertili e giovevoli escursioni virtuali agli Uffizi. Che poi non è certo una novità, basta pensare al Gran Virtual Tour (perché mai chiamarlo Viaggio in Italia, come avrebbero fatto Goethe, Keats, Lord Byron Montesquieu, potendo usare un qualche slang imperiale?)  del Ministero competente, che pare il catalogo online dei prodotti di un commesso viaggiatore costretto al lavoro agile, con le foto per invogliare la clientela come le vetrine dei ristoranti giapponesi.

E perché lamentarsi? A pensare a quanto avete speso in gite scolastiche e visite guidate, si può ipotizzare che le imprese facciano tesoro di questo precedente offrendo nell’ambito del welfare aziendale tanto gradito dai sindacati servizi di ferie virtuali, con viaggi dei dipendenti in terme On air, ipervisioni  di ridenti località montane e immersioni live a Sharm el Sheik, in modo tra l’altro di sviluppare profittevolmente il cottimo digitale e la disponibilità h24.

E sempre per esaltare le ricadute economiche della rivoluzione digitale per la quale dovremo ringraziare l’epidemia, immaginate che risparmio  tener chiusi i musei, espellendo costose guide, ciceroni ingordi, dispendiosi sistemi d’allarme, sicché l’unico  modo per provare i valori tattili non da remoto ma in presenza, sarà andare a fare i camerieri in ville prestigiose,   portare i caffè nei consigli di amministrazione di finanziarie,   stare ben bardati in divisa e  col pistolone a fare la guardia in fondazioni bancarie.

Che poi si è capito che è questo il format da replicare, imponendo la Dad, così non c’è bisogno di insegnanti e bidelli e nemmeno di scuole sicure o  di Buona Scuola, che ci pensano le paritarie i cui alunni saranno anche tra i pochi che agli Uffizi ci andranno un giorno e fisicamente, come andranno a Ponte Vecchio, come si recheranno al Museo di San Marco, in occasione di pranzi, convention, matrimoni  e eventi se, come è noto, esiste un prezzario delle location d’arte secondo il quale un buffet al Cortile degli Ammannati costa molto meno di un tavolo al Billionnaire.

In fondo ci stiamo abituando da un po’ alla grande rivoluzione digitale, con l’obbligo alla spesa online in maniera da eliminare dal panorama urbano la paccottiglia volgare dei piccoli esercizi commerciali: il macellaio di rione e il mercatino del fruttarolo che ha l’orto al paesello per contribuire all’inossidabile grandezza imperitura di grandi catene multinazionali, di colossi della speculazione gastrica che hanno dettato le linee direttrici all’Expo di Milano.

Se andiamo avanti così è assicurato il successo di un ulteriore progresso, quando Colao e Arcuri metteranno a diposizione un’app condita di effetti speciali aromatici e odorosi per nutrirci online con un vitto immaginario e senza gravare sui bilanci domestici sempre più miseri da destinare ad altri consumi sociali informatici e sanitari.

E non è mica un caso che siano finiti i tempi di Zenodoto di Efeso, il curatore della Biblioteca di Alessandria, che siano arrivati i manager a commercializzare i nostri tesori, quelli che non si possono infilare tra due fette di pane come il Bel Paese, e che i musei e le biblioteche abbiano lo stesso destino dell’istruzione.

Perché sono scuole anche quelli, benché anche quelli ormai infiltrati dalla “cultura del marketing” tanto da dover fare cassetta, quando si sa che far entrare tutti gratis nei templi della cultura e dell’arte per promuovere famigliarità con la bellezza, costerebbe meno di due giorni di spese militari. E proprio perché sono un bene comune al servizio della collettività per favorirne la crescita morale, sociale e civile, non magazzini di oggetti ma comunità vive della conoscenza, qualcuno ritiene che siano pericolosi istigatori di libertà, critica, creatività e anticonformismo.

Tanto da immaginare che del rilancio postpandemico  debba far parte un Fondo per la Cultura (più che mai un ossimoro se a lanciare l’idea è stato un giornalista, appartenente a buon diritto a una corporazione necessariamente ormai ignorante e assoggettata ai valori dell’oligopolio) subito caldeggiato da Colao e che dovrebbe movimentare il desiderabile contributo del mecenatismo peloso degli sponsor e l’occupazione  e lo sfruttamento privato.    

Ci resta un’ultima speranza, che l’intelligenza artificiale l’abbia vinta sui cretini naturali.


Teatri chiusi, ma la commedia continua

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mica vero che nessuno apprende la lezione della storia. Basta guardare al “personale” politico composto da ex alunni poco brillanti dei quali non si diceva: è intelligente ma potrebbe fare di più, scafati solo nel copiare i compiti e sfangare le interrogazioni dicendo è morta nonna, oggi di Covid. Loro appunto, per quanto  protervamente ignoranti, hanno resa attuale la famosa massima dei romani: divide et impera.

E difatti se guardate in giro sui social vedrete che mentre si sta passando dal morire di peste (evento improbabile)al morire di fame (eventualità ormai più plausibile ) vedrete che gli insegnanti scagliano il loro anatema sui liberi professionisti, i gestori di palestre insorgono contro gli albergatori, i baristi contro i commercianti, i librai contro i negozi di elettronica, i precari contro i garantiti, i giovani contro anziani, che è meglio se ne stiano a casa o si tolgano di torno  come si vuole non solo in Svizzera a guardare i dati della Lombardia e come suggerisce  madame Lagarde.

Con un novità recentissima, dopo decenni di indifferenza per il trattamento inflitto al personale sanitario (salari bassi, turni massacranti, superiori arroganti e dispotici), che spesso rispondeva alle umiliazioni e alle ingiustizie con prestazioni  altrettanto lesive della dignità dei pazienti,  dopo che nel giro del mese di marzo gli sfaticati  che dimenticavano in corsia i malati, non li lavavano, li mortificavano sono stati promossi e martiri e eroi, ecco che anche medici e infermieri sono diventati oggetto di polemiche velenose, per non aver dimostrato quel doveroso spirito di sacrificio e di abnegazione richiesto da quelli che seguono una “vocazione”.

Dopo otto mesi non si può più dire che il governo non abbia fatto nulla, questo risultato almeno l’ha ottenuto, grazie a misure che giustamente possono essere definite “impopolari” nel senso che vanno contro il popolo, prima criminalizzato poi diviso in modo che istinti di rancore e risentimento vengano rivolti come armi, gli uni contro gli altri.

Così dopo che per anni una delle  frasi più abusate in rete, la bellezza ci salverà, ecco che insieme al governo, si è creato uno schieramento di opinione   mobilitato contro gli addetti al  “culturame”: grazie all’impegno di rispettare l’ultimo diritto concesso, quello alla salute, quella che dovrebbe essere salvaguardata anche in ospedali e ambulatori e non solo in teatri, circhi, sale da concerto e cinematografiche, ritrovi e circoli, prioritario, superiore e infine sostitutivo degli altri, talmente inalienabili che possono essere sospesi, si rispolverano i riti del passato.

E sono gli stessi gli slogan: quelli di chi chi quando sente parlare di musei e biblioteche imbraccia il mitra, come qualcuno auspica si faccia anche per disperdere definitivamente manifestanti molesti, di chi ritiene che l’estetica sia una materia coltivata nei beauty center, da chi si è comprato, venduto e ricomprato e messo in liquidazione case editrici, giornali, per animare il mercato degli schiavi intellettuali “dei miei stivali”, come li redifinì in memoria del passato l’esule di Hammamet, in forza a Mediaset, Rai, che poi è la stessa bottega, Mondadori, Gedi e così via.

 Si è proprio adombrato il Franceschini, tanto da essere costretto a pubbliche rimostranze contro il variegato comparto dichiaratamente improduttivo e parassitario, che non ha capito la gravità della situazione, interpretando il Conte-pensiero che a sua volta testimonia il neoqualunquismo profilattico. E mostrando un grafico: “Guardate la curva dei positivi”, ringhia. “E’ una curva impressionante, bisognava intervenire subito, avevamo il dovere di intervenire subito“.  

Subito, è uno dei termini più abusati da ben otto mesi dal governo della tempestività, del necessario stato di eccezione, che ha scavalcato rappresentanza e parlamento, che ha deciso di essere mandato in terra a svolgere un ruolo pedagogico per indottrinare e ammaestrare sui valori della “responsabilità”, in regime di esclusiva delegati a un popolo riottoso e infantile. E infatti  il ministro ha  “l’impressione che non si sia percepita la gravità della crisi e che non si siano percepiti i rischi del contagio in questo momento”.

Ma come? Non era quello che voleva una mobilitazione di massa per vivificare tramite gite e escursioni l’inimitabile tessuto dei borghi invitati a valorizzarsi a suon di B&B, incoraggiato dalla sua esperienza personale di affittacamere? non era quello che premeva perché, magari evitando il passaggio davanti a San Marco tra l’altro ostacolato dall’abuso del Mose, riprendessero la navigazione le grandi navi dei corsari delle crociere? Non era quello che stringeva accordi per rilanciare il turismo, grazie a aiuti di stato alle grandi multinazionali alberghiere coi soldi della Cassa Depositi e Prestiti, quindi i nostri?

Gli mancheranno tante qualità ma la faccia di tolla, e infatti si chiede amareggiato “perché quando sono stati chiusi ugualmente cinema e teatri in massa non c’è stata questa ondata di protesta?”.

Desse ascolto alle proteste di piazza che inutilmente vengono tutte catalogate come irrazionali tumulti alimentati da agitatori professionisti della violenza, avrebbe le risposte che gli servono: che ci si illudeva che quel test non servisse solo a aspettare con aspettativa fideistica che il virus si stufasse di circolare in una pese governato da cialtroni o da incapaci o tutti e due, ma che  occorresse per gestire i durante e preparare il dopo.

Che fosse una ardua sospensione durante la quale si rafforzava il sistema sanitario investendo non solo sulle terapie “straordinarie”, ma sulla medicina territoriale e di base, avamposto indispensabile alla prevenzione, all’assistenza e alla cura, in modo che non fosse necessario cancellare una decina di milioni di accertamenti.

Che fosse una pesante rinuncia che consentiva però di utilizzare quel periodo per intervenire sulla mobilità e sui trasporti pubblici, magari adibendo i bus turistici, sono una paio di decine di magliaia, fermi insieme agli operatori del settore, come sui tempi del lavoro, con turnazioni e una concezione illuminata del lavoro agile.

Che bastasse per mettere in piedi una strategia di sostegno dei segmenti di popolazione più esposti e sofferenti, che non consistesse nell’elargizione arbitraria e discrezionale di elemosine.

Invece veniamo informati, cito il presidente del Consiglio, che tutte le misure messe in campo rispondono “alla necessità di tenere sotto controllo la curva dei contagi. Con lo smart working e il ricorso alla didattica a distanza nelle scuole secondarie di secondo grado, puntiamo a ridurre momenti di incontri e soprattutto l’afflusso nei mezzi di trasporto durante il giorno, perché sappiamo che è soprattutto lì che si creano affollamenti e quindi occasioni di contagio”.

E dunque che in otto mesi siamo al punto di partenza quando l’unica soluzione individuata era la chiusura di tutto quello che non era “essenziale”. Anzi, con una punta di involontaria comicità a fine ottobre, al n.16 o giù di lì della produzione di moduli di autocertificazione, dopo una campagna di criminalizzazione popolare che doveva persuadere a comportamenti virtuosi, quando i dati, le statistiche, le informazioni scientifiche si dimostravano contraddittorie e poco affidabili, Conte pubblicamente fa le affermazioni che sarebbero state autorizzate a marzo: “acquistare subito centinaia di nuovi mezzi pubblici è impossibile, per questo andava decongestionato il sistema del trasporto pubblico agendo su scuola e lavoro e altre occasioni di uscita come lo sono l’attività sportiva in palestre e piscine”.

C’è davvero da chiedersi sulla base di quali convinzioni concepite da un manicheismo confindustriale ci sono attività più essenziali dell’utenza di conoscenza, sapere, arte e cultura.

Con quali misuratori che non siano solo quelli del profitto mordi e fuggi, ci sono settori buoni, belli e utili e altri comparti superflui e “malsani” anche se sono state applicate proprio quelle misure e quegli accorgimenti ai quali tutti, salvo le industrie che da sempre sono restie a allinearsi a requisiti e criteri di sicurezza, almeno quanto i comuni e le aziende di servizio,  ci siamo adeguati?

Perché la frequentazione del Teatro Franco Parenti di Milano è considerata più insalubre dello stabilimento Amazon aperto ad Arzano in piena zona rossa, la pizzeria autorizzata diventa a rischio dopo le 18 a differenza, immaginiamo, della buvette di Montecitorio.

Perché oggi proprio come quasi otto mesi fa ci sono lavoratori che sono ricattati e costretti a “esporsi” in qualità di insostituibili servitori della collettività se producono mascherine e armamenti, se trasportano prodotti elettronici ma non i supplì e il riso al salto della rosticceria alle 19, quando da anni l’inamovibile ministro ci racconta che la destinazione turistica obbligatoria del Paese si fonda sulla nostra tradizione culinaria?

Sicchè i pochissimi viaggiatori per diporto o lavoro presenti sul territorio nazionale, indigeni o stranieri, alloggiati nelle stanze dei rari hotel in funzione, possono aspirare a nutrirsi la sera o andando dalle Cesarine in numero inferiore a quello prestabilito, pena la spiata del vicino, o alla mensa della Charitas?

Perché istruzione e “cultura” sono stati garantiti con interventi  provvidenziali solo per i beneficati da appalti opachi, senza mettere in sicurezza gli edifici e senza assicurare il numero di personale didattico, ma da mesi biblioteche, archivi e musei non sono accessibili a  pubblico e studiosi?

E perché la responsabilità è diventata un onere della gente, cui in quel caso viene restituito il marchio di società civile, ma non dei suoi rappresentanti? E se vi consolate pensando che anche loro sono gli uni contro gli altri, Calenda contro Raggi, Zingaretti contro Renzi, tutti contro Salvini, beh non illudetevi, la ritrovano subito l’unità, loro, che fanno pace per farci la guerra.


Il brand dell’oltraggio, parte seconda

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quanti improperi, quante accuse di provincialismo sono state indirizzate a chi nell’anno di grazia 2105, Renzi Presidente, aveva messo in guardia dalla decisione dell’allora Ministro dei Beni Culturali di chiamare a dirigere i più importanti musei di Stato italiani a personalità straniere.

Bastava grattare un po’ sotto la superficie del cosmopolitismo Pd, che ha da tempo sostituito il molesto e arcaico internazionalismo, per capire che a ingolosire non era l’appartenenza etnica o la congruità con i più frusti stereotipi, mondanità francese, eleganza britannica, efficienza tedesca, bensì un certo tipo di competenza richiesto per sviluppare la missione imposta dalle nuove frontiere dello sfruttamento intensivo del nostro patrimonio artistico e culturale: fare cassa.

E infatti la selezione ministeriale premiò, sulle orme  degli indimenticabili Bondi e  Ornaghi che misero a reggere le sorti dei musei Mario Resca grazie alle sue referenze conquistate in McDonald e al Casinò di Campione, soggetti che vantavano un curriculum di manager particolarmente versato nelle discipline del marketing.

Tanto che dopo tre sentenze del Consiglio di Stato e due del Tar del Lazio, chiamati a dirimere il contenzioso aperto da chi sosteneva che il bando  internazionale andava contro le regole nazionali  che impediscono di far assurgere ai posti di vertice della pubblica amministrazione cittadini stranieri, il sempiterno Franceschini ha potuto rinnovare il mandato per la seconda volta a Eike Schmidt in qualità di direttore degli Uffizi, si, quello che abbiamo visto, gongolante e compiaciuto, salutarsi col gomito con l’illustre testimonial, cui non poteva giovanilmente dare il cinque per ragioni sanitarie.

Fiero di aver aperto la strada a altri operatori culturali sbarcando tra i primi su Tik Tok, lo storico tedesco  rivendica con orgoglio “l’operazione”  Ferragni “volta, dice, ad avvicinare anche i più giovani ai grandi capolavori del Rinascimento”. E aggiunge: “quello dei giovani è un problema che ci ponevamo anche prima, per esempio quando abbiamo invitato le star del festival Firenze Rocks a visitare i nostri musei….   Noi abbiamo una visione democratica del museo: le nostre collezioni appartengono a tutti, non solo a un’autoproclamata élite culturale, ma soprattutto alle giovani generazioni. Anche perché, se i giovani non stabiliscono oggi una relazione col patrimonio culturale, è improbabile che in futuro, quando saranno loro i nuovi amministratori, vorranno investire in cultura”.

Davvero mi domando come mai non sia stato offerto un prestigioso ruolo dirigente nei beni culturali ai pubblicitari che hanno avvicinato i ragazzi di allora al repertorio classico, riempiendo i teatri, comprando Cd e poi scaricando brani a raffica, dopo essere stati cullati dalla Romanza per violino e orchestra n. 2, op. 50 di Beethoven che creava un’atmosfera nel sorseggiare il cognac.

O quelli che avevano ballato su “per Elisa” rivisitata da Presley, o sulle note di saccheggiatori rei confessi di Pachelbel o di Schubert. Il fatto è che l’estrapolazione estemporanea è come le citazioni, solo chi è curioso e avido di apprendere va a cercarsi la fonte, gli altri meccanicamente registrano con indifferente noncuranza, contraddicendo così  le convinzioni di alcuni  che manifestano soddisfazione perché l’immagine della celebrata sciacquetta in braghette e ombelico in bella mostra davanti alla Venere, ha fatto scoprire ai rampolli il Botticelli. Più o meno come un tempo si familiarizzava con il Colosseo o San Marco dentro alla sfera con dentro la neve.

D’altra parte ormai la realtà viene guardata e ammirate e entra nelle esistenze umane solo così, a vedere i turisti che percorrono il Canal Grande o le strade di Roma sul bus a due piani, contemplando sullo smartphone in versione virtuale i monumenti che scorrono di fianco a loro.

E se a testimoniarne (ne ho scritto ieri: https://ilsimplicissimus2.com/2020/07/20/il-brand-delloltraggio/ ) è l’incarnazione della perentoria volgarità post berlusconiana, idolatrata perché come il Cavaliere fa un sacco di grana, paga e pretende, approfittando di generazioni di citrulli che vorrebbero consumare come lei la stessa robaccia standardizzata, meglio ancora.

E meglio ancora se a far stabilire “una relazione emozionale con il nostro patrimonio”, è sempre il direttore a dirlo,  ci pensa una nuova divinità contemporanea, un bel quarto di ciccia – ma guai a dirlo per non beccarsi l’inevitabile accusa di sessismo – che potrebbe essere infilata in mezzo a due fette di pane, come voleva fare appunto con i nostri tesori d’arte Tremonti, al fine di renderli finalmente redditizi.

Però sarebbe ingiusto attribuire ai governi del ventennio berlusconiano l’irruzione del mercato, della commercializzazione, della speculazione nel settore dei beni culturali.

In realtà a essere posseduti dal demone liberista, a dannarsi in cambio del favore di imprenditori e finanziatori privati pronti a prodigarsi con generosi benefici fiscali per “partecipare” della manutenzione, tutela e soprattutto gestione dei nostri giacimenti, sono stati in prima linea i fan di un progresso che in vista del declino dell’economia produttiva, della renitenza del nostro sistema a investire in ricerca innovazione, tecnologia, salvaguardia dell’ambiente e del territorio, hanno creato il mito fasullo della vocazione del Paese a diventare la “meta” più frequentata dall’immaginario globale.  Condannato dunque  a trasformarsi in parco tematico, albergo diffuso, parodia di una nazione con il suo popolo convertito in una moltitudine di osti, gondolieri, suonatori di mandolino, pizzaioli, facchini e affittacamere a casa loro.

Che poi questa “predisposizione”, ammesso che esistesse, non veniva sostenuta né con investimenti né con la volontà politica. Non solo si sono invece abbandonati il territorio, il paesaggio, i siti archeologici senza garantire la manutenzione indispensabile, non solo si sono consegnate le città svuotate dei residenti alla più mediocre mercatizzazione, non solo si è alimentata la trasandatezza che ha trasformato la crisi delle città in emergenza abitativa, dei servizi, della mobilità, ma non è stato fatto nessuno sforzo per reggere la concorrenza con altre realtà meno care, più organizzate, più strutturate e più dinamiche.

Basta pensare al caso Eurodisney: è il 1984 e tra le localizzazioni individuate per il più grande parco di divertimenti del continente c’è anche Bagnoli, con l’immensa area Italsider già in dismissione. Pare così appropriata che i competitori alzano la posta, la Francia con Parigi, la Spagna con Barcellona, ma i tempi si allungano, le procedure sono complicate alla fine la Disney si spazientisce, sceglie la capitale francese e il nostro Paese, che pure ha investito in innumerevoli fallimenti ludici, tra calcio e olimpiadi, rinuncia a oltre 35  mila posti di lavoro e non quelli effimeri dei cantieri, a milioni di visitatori ogni anno che avrebbero gravitato su  un’area più vasta da Napoli a Pompei, a Paestum, a Ercolano.

Invece la consuetudine che ha preso piede è stata quella di appagare gli appetiti delle cordate impegnate nei Grandi Eventi Effimeri, per speculare sulla occupazione di territori che finita l’occasione hanno perso valore, su cattedrali e infrastrutture “nel deserto”, sulla menzogna del project financing che ha  costretto enti pubblici e amministrazioni a garantire reti viarie e servizi di sostegno a spese della collettività.

È  stato questo lo spirito che ha animato e ispirato le scelte politiche da quando la Costituzione – e quello che detta in materia di cultura e diritto al sapere, all’istruzione e al godimento dei beni comuni, bellezza compresa, è diventata un testo letterario da rispolverare nelle occasioni celebrative.

E i nostri tesori ereditati sono stati convertiti in un pozzo da prosciugare, come non fanno ad Abu Dhabi che sta costruendo il più grande museo del mondo dove stipare tutto quello che il petrolio ha comprato dai paesi che hanno trascurato memoria e proprietà collettive, anche grazie alla legenda diffusa secondo la quale è democratico che anche gli straccioni possano stiparsi in pullman per poi sfilare svelti svelti davanti al “Buon Governo”, mentre una èlite sociale e morale può entrare nel Colosseo deserto invitata dal re dei mocassini, o nel Louvre allestito in forma di ristorante esclusivo per onorare il profumiere.

Ha cominciato, è giusto ricordalo, Ronchey, promosso sul campo “professore” dal governo Amato e anticipatori di altri severi frugali, a introdurre i privati nei musei anche grazie alla istituzione dei servizi aggiuntivi, merce, ristorazione, poi seguiti dall’editoria e da varie forme di produzione di eventi.

Poi Paolucci, che non aveva nemmeno l’attenuante dell’incompetenza, arriva a allargare la gamma  delle attività delegate ai privati investitori, in attesa del più dinamico nel consolidare il flirt tra stato e imprese, Veltroni, che sancisce che se il settore pubblico non garantisce la tutela e la cura del nostro patrimonio è doveroso affidarlo all’iniziativa di altri. Se si aggiunge l’accoppiata con Melandri che approfitta della Bassanini per attribuire nuove competenze alle regioni creando una giungla ci norme e funzioni contraddittorie e ingovernabili, il gioco è fatto e i ministri berlusconiani trovano la tavola allestita.

Ma il vero trionfo della “partecipazione” attiva delle rendite e dei signori dello sfruttamento si celebra con il renzismo, con la cacciata dell’unico ministro degno di consenso, Bray, con la consegna dei beni artistici e  della memoria agli speculatori delle multinazionali della “fruizione culturale”, poliedrici nel fare cassa con l’editoria, gli eventi tarocchi, il merchandising e soprattutto svendendo, locando, offendo in comodato, alienando la roba nostra come fosse loro. Proprio come è successo in Grecia, come sta succedendo e succederà in forma accelerata da noi.

Ci aspetta di essere infilati in una palla di vetro, ma senza neve. che comunque sarebbe a spese nostre. (fine)

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Il brand dell’oltraggio

uffiziAnna Lombroso per il Simplicissimus

Dobbiamo all’ineffabile Nardella il rovesciamento delle elementari regole del mercato e della pubblicità, quando ringrazia l’influencer, “divinità contemporanea nell’era dei social” per migliaia di follower, che ha affittato a prezzo di favore gli Uffizi (museo statale mantenuto con i soldi dei contribuenti)  come location del suo schooting per Vogue, in qualità di ambita supporter della “nostra cultura”, manco dovessimo ringraziarla del favore che ci ha fatto propagandando e valorizzando indirettamente Firenze, l’Italia e,  in veste di zelanti figuranti muti, Venere, Giuditta, Federico da Montefeltro, la Maddalena. E anche  la Velata, la stessa opera che doveva seguire Renzi in un giro di propaganda e essere esposta come testimonial della sua conoscenza del patrimonio artistico della città del Giglio, alla pari con i ciceroni abusivi, nella hall degli hotel toccati dal tour.

L’uomo non è nuovo a certe iniziative di merchandising del patrimonio artistico della città che governa, eterno n.2 dopo il sindaco n.1 che esigeva che, dietro una tappezzeria del salone dei Cinquecento dove  campeggiava la sua scrivania in caso di visite prestigiose,  venisse miracolosamente scoperto e rivelato al mondo e rivelato al mondo un immortale affresco di Leonardo.

Si,  Renzi, lo stesso  che voleva edificare durante la sua era la facciata della basilica laurenziana lasciata incompiuta 500 anni prima secondo il progetto di Michelangelo, quello che indiceva la caccia alle ossa della Gioconda in occasione della svendita al National Geographic del Pacchetto Leonardo e così via, tutte iniziative pensate nell’ambito di una strategia ideata “per far conoscere Firenze”, sempre lui, quello che aveva messo nel CdA del Gabinetto Vieusseux il suo fidatissimo gestore dei parcheggi cittadini, quello che ha seppellito il Maggio fiorentino, ma stanziato quasi 2 milioni per un Luna Park intitolato Genio Fiorentino, poi replicato oltre atlantico  dal suo norcino di fiducia con tanto di guglie del Duomo tra i salami e le provole.

E il suo successore scrupolosamente ha seguito la stessa strada, affittando Ponte Vecchio per le convention aziendali, Santa Maria dei Miracoli per fastosi matrimoni, lanciando invettive contro il personale addetto ai musei proprio come il Sindaco degli italiani: “non lasceremo la cultura ostaggio dei sindacati”, ebbe a dire. Tiene chiusi i  musei, tutti gestiti in regime di monopolio da una  associazione, Muse che fa capo a un buon amico e ex socio di papà Renzi, salvo quelli aperti in casi eccezionali appunto, per ricattare il governo in modo da far ripianare il bilancio comunale orbato della tassa di soggiorno assicurata fino al Covid dallo sfruttamento intensivo della mission esclusivamente turistica della città.

Lo stesso vale per Venezia dove non si sa quando e se riapriranno i Musei Civici il cui personale è in cassa integrazione da 4 mesi, S.racusa, la città dove il Teatro Greco era stato invece messo a disposizione come circuito dove far rombare le Ferrari.

Qualche giorno fa la Consulta Universitaria Nazionale per la Storia dell’Arte ha inviato una lettera accorata al Ministro Franceschini, quello, per restare nello slang  dell’advertising al servizio del “Parco tematico Italia”, della campagna Very Bello.

Denunciano  che mentre si vanno riaprendo discoteche, stabilimenti balneari, esercizi commerciali, sale per il Bingo, restano chiuse università, biblioteche e archivi, anche grazie all’insensata prescrizione  dell’Istituto della Patologia del Libro che ha raccomandato una quarantena sanitaria di 10 giorni per ogni libro eventualmente consultato.

Pare che il ministro sia rimasto in un silenzio assordante almeno quanto quello che ha accompagnato il decreto per la Semplificazione  che realizza la distopia berlusconiana istituendo il silenzio/assenso per i progetti che devono essere sottoposti alla Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) e un alleggerimento delle procedure    delle norme di appalto inteso alla demolizione del sistema della sorveglianza e dei controlli tecnico-scientifici e finanziari, esautorando – finalmente! direbbe Renzi – i sacerdoti del non-fare e i professoroni delle sovrintendenze, la genia più odiata dai riformisti insieme ai costituzionalisti vivi, che quelli morti erano stati tutti arruolati in occasione del referendum per fortuna perso.

E dire che per giorni gli opinionisti ci hanno elargito le loro delicate riflessioni sul bello del lockdown (per carità la valorizzazione di marca Pd e Italia Viva della nostra bella lingua sciacquata in Arno non permette di usare il termine nostrano  “confinamento”), che avrebbe riavvicinato la popolazione distratta alla lettura, alla contemplazione, alla musica colta, sicché, arricchita, avrebbe poi voluto proseguire in quel bagno culturale, andando in visita a chiesette romite, a raccolte d’arte, frequentando i negletti cine d’essai e le trascurate sale da concerto.

Come si può capire, non verremo messi alla prova dalla crisi generale, quella del prima, del durante, e la peggio, quella del  dopo: l’importante è essere sani e pare che per esserlo sia meglio coltivare l’ignoranza che comporta un gradito adeguamento ai comandi, l’affiliazione nei ruoli dell’obbedienza e del conformismo, l’anatema lanciato contro la critica e l’obiezione di coscienza dalle energiche indicazioni che vengono dall’alto e da fuori.

Ci pensa anche l’Europa subito prima di “concordare” a modo suo, come venirci incontro, dandoci in prestito i soldi che versiamo in qualità di partner, condizionati a responsabili rinunce che ci garantirebbero l’appartenenza al consorzio comunitaria, sia pure da cattivi pagatori dei quali bisogna raddrizzare i costumi dissipati. E che taglia il budget dei fondi per la cultura e lo spettacolo di 6 miliardi, a fronte dell’analisi condotta da Kea European Affairs che fornisce una prima valutazione dell’impatto economico che la pandemia ha avuto sul settore culturale europeo.

Secondo le stime dell’agenzia  il settore avrebbe  perso nel secondo trimestre del 2020 fino all’80% del  fatturato per attività ricreative e prodotti culturali. Pare che solo la Germania abbia effettuato  un calcolo, secondo il quale la perdita ammonterebbe a quasi il 13% del fatturato annuo, mentre   stime meno precise parlano di un calo del 10% nel Regno Unito, del 6% in Francia e del 5% in Italia.

Ma è facile ipotizzare che i consumi continueranno a scendere nei prossimi mesi viste le restrizioni e gli obblighi che tengono lontani turisti e appassionati. Si sa già che il Rijksmuseum  di Amsterdam, che normalmente stacca almeno  12.000 biglietti al giorno, dall’8 giugno potrà accogliere soltanto 2.000 visitatori, che la Scala ridurrà il suo pubblico a 200 persone con una perdita fino a 50.000 euro al giorno e che secondo un’analisi dell’Unesco l’industria cinematografica ha un salasso globale di circa 7 miliardi di euro.

Alcuni governi centrali e locali stanno prendendo provvedimenti:  Parigi  ha stanziato 15 milioni di euro, Berlino ha creato un pacchetto di fondi da destinare alle imprese del settore e Amsterdam  fronteggia  l’emergenza con oltre 17 milioni, Barcellona invece ha adottato una serie di misure e incentivi destinati a rilanciare il tessuto cittadino grazie sovvenzioni, sgravi fiscali, esenzioni di affitto.

A volte invece c’è davvero da provare vergogna per conto terzi a vedere che cosa succede da noi. Dove le emergenze che si accumulano, quella economica, quella sanitaria, quella che riguarda il territorio  e il tessuto urbano delle città d’arte, vengono mantenute, promosse e incrementate con l’intento esplicito di determinare uno stato di abbandono e trascuratezza che chiama in causa, nel ruolo di salvatori e mecenati, i privati pronti a acquistare all’outlet immobili e siti, a accaparrarsi comodati utili a riposizionare aziende poco rispettabili o reputazioni compromesse, a offrire donazioni pelose  scaricabili dalle tasse, come dalla coscienza, di abusivisti e inquinatori.

Il fatto è che spesso i cialtroni che si sono arrampicati su qualche augusto scranno sono anche stupidi, accecati da ambizione o avidità. In un Paese che viene condannato ogni giorno di più a diventare un museo a cielo aperto, una Disneyland per il turismo confessionale, un albergo diffuso grazie alla occupazione militare del colosso dei B&B, si dimostra ogni girono un disprezzo totale per quello che gli stessi artefici dell’oltraggio hanno di volta in volta definito come i nostri giacimenti, le nostre miniere da sfruttare, il nostro petrolio.

Viviamo nel paradosso di un ministro, il peggiore che ci potesse capitare e ricapitare come una presenza irrinunciabile a sfavore della manutenzione e dell’offerta ai cittadini delle bellezze che sono state tramandate e vengono salvaguardate con le   tasse di chi le paga, che ha una sola idea in testa, lo sfruttamento turistico del Paese: la Sicilia trasformata in campo da golf, il Sud come Sharm el Scheik d’accordo con Farinetti e Briatore, canali e canaloni a Venezia per concedere il passaggio alternativo alle grandi navi, i borghi svuotati per far posto al circuito delle case vacanza, proprio come ha fatto con la magione ereditata convertita in  B&B,  tanto che alla “rielezione”  ottenuto di riaccorpare Beni culturali e Turismo, giustamente, duole dirlo,  divisi dal Conte 1.

E che non si perita di provvedere alla dissoluzione di quel patrimonio che dovrebbe come nel passato costituire l’attrattiva principale dei visitatori, quella ricchezza  artistica e creativa che da secoli fa parte dell’immaginario collettivo.

Adesso che la pandeconomia della semplificazione, della priorità attribuita ai cantieri del cemento, del biasimo punitivo riservato a ristoratori, come anche a tutti gli operatori dell’intrattenimento e dell’accoglienza, ha dato il colpo di grazia insieme al discredito dato a una nazione, dove se ci si ammala, locali o turisti, è preferibile evitare le strutture sanitarie, dove pare tornino buone le copertine dei settimanali tedeschi con la pistola sugli spaghetti aggiornata per collocarsi su vaccini e mascherine, dove un temporale estivo mette in ginocchio le capitali della  Magna Grecia, dove il sistema di difesa della città più speciale e vulnerabile del mondo, Venezia,  è diventato oggetto di satira e scherno globale, c’è proprio da chiedersi quale potenza di attrazione verrà esercitata per richiamare il mondo da noi. (segue)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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