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E’ meglio la lava

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando ancora il sindacato faceva paura – pensate che nei non lontani anni ’90, la Triplice portò in piazza a Roma un milione di manifestanti – l’obiettivo della “politica” e del padronato era lo stesso di quasi un secolo prima: un unico partito, un unico sindacato, un unico giornale.

Obiettivo raggiunto, anzi nel caso in questione è stato superato, a vedere i tre amici al bar diventare 4 come nella canzone insieme a Confindustria il Primo maggio, a vedere come la vera mission sia quella di proporsi come promoter del Welfare aziendale, vendendo fondi assicurativi e pensionistici in veste di patronati a gettone, a vedere come gli scioperi del marzo scorso indetti per pretendere misure di sicurezza adeguate al rischio di contagio come veniva presentato dalle autorità, sono stati fermati “ragionevolmente” dalle rappresentanze e meno ragionevolmente dalle forze dell’ordine. 

Ma pare non gli basti mai:  anche i regimi a volte non è che abbiano proprio fame, è che vogliono una rinuncia ai diritti più dolce e una sottomissione più consociativa, che registri  il trionfo della sospensione delle regole democratiche.  Se ne fa interprete l’imperituro Ministro Franceschini – e magari è anche per questo che l’ipotesi di una sua promozione ai vertici di un futuro governo fa accapponare la pelle – che propone che la  doverosa pausa  dell’attività di rivendicazione si converta in gratitudine per i ristori e le elemosine, anche  arruolando la controparte arresa in temporanee tavolate con mascherina e numero chiuso di partecipanti decisi e selezionati dagli uffici dei ministri competenti.

Così, reduce dalla campagna per il “rilancio” del Colosseo, dopo aver stabilito la generosa erogazione di 55 milioni di euro per contrastare gli effetti drammatici della pandemia nei settori del cinema e dello spettacolo dal vivo, divisi in 25 milioni di euro di ristori per le imprese di distribuzione cinematografica; 20 milioni di euro come ulteriore sostegno alle Fondazioni lirico sinfoniche; 10 milioni di euro per la creazione di un fondo di garanzia a tutela degli artisti e degli operatori dello spettacolo per le rappresentazioni cancellate o annullate a causa della pandemia, cui ha aggiunto 2 milioni di euro destinati al ristoro dagli enti gestori a fini turistici di siti speleologici e grotte penalizzati della misure restrittive, ha istituito il tavolo permanente per i lavoratori dei musei, degli archivi e delle biblioteche.

Si tratta, come ha voluto sottolineare di “un nuovo spazio istituzionale per un costante ascolto delle esigenze dei professionisti di uno dei settori maggiormente colpiti dalla pandemia”, e sarà composto dai rappresentanti delle organizzazioni sindacali e delle associazioni di settore che operano nel campo degli istituti e luoghi della cultura insieme al Direttore generale Archivi e al Direttore generale Biblioteche e diritto autore.

Viene così offerta ai “sofferenti”  un’area negoziale nella quale i rappresentati delle categorie vengono ammessi a ascoltare quella che una volta si sarebbe chiamata controparte che stabilisce entità  e modi dell’erogazione  delle elemosine sotto forma di risarcimenti.

E’ proprio un modo perfetto  per umiliare i lavoratori della cultura, quando arrivano col cappello in mano dopo essere stati trattati con sufficienza e offesi, in veste di parassiti, profittatori, usurpatori di poteri di veto che ostacolavano il dispiegarsi della libera iniziativa, come nel caso dei sovrintendenti, molesti parrucconi, una iattura da cancellare dalla faccia della terra, come ebbe a dire il leader di Italia Viva quando era presidente del Consiglio.

Gente da prepensionare, vedi mai che la competenza maturata e il sapere accumulato facessero venire dei grilli per la testa a giovani messi dopo anni di studio a combinare guardiania e pulizie senza contratto, da sacrificare e demansionare come immeritevole per far posto a soggetti più scafati e attrezzati nelle tecniche del marketing , capaci dunque di fare di ogni museo un juke box, sempre per usare le formule dell’immaginifico successore di Lorenzo il Magnifico.

Gente che patisce di un sottodimensionamento cronico: secondo l’atto di programmazione del fabbisogno di personale 2019-2021 del 3 aprile 2020, citato dalle rappresentanze del personale Mibact, nonostante le 860 assunzioni del 2019, i funzionari erano 4177 su 5427 da organico, destinati a ridursi a causa delle cessazioni – circa 500 all’anno – a 2533 a fine 2021, con una carenza di 2894. Ancor peggio per i Soprintendenti: 192 in organico, ma già a marzo scorso solo 103 ed a fine settembre 94 effettivi in ruolo, ed in prospettiva 2021 uno sparuto drappello di 62. Mentre non si prevedono concorsi e  prosegue il ricorso al precariato, denunciato perfino dall’Europa.

Gente che deve adeguarsi a una ideologia del consumo culturale che stabilisca definitivamente le differenza tra chi possiede i meriti per godere dei beni comuni, una ristretta cerchia selezionata a monte o affiliata per non fare la fila davanti al Pinturicchio, per sedersi a tavola con affini in una sala di museo davanti a Caravaggio, per custodire un’opera nel caveau della sua banca, in modo che sia tutelata da alito e sguardi della plebe ed anche per entrare da eletti in quelle biblioteche negate  a ricercatori, docenti e studenti italiani, costretti a procedure cervellotiche  limitate ai soli “prestiti” di testi da consultare da remoto, a differenza degli aspiranti alla messa in piega, o dei frequentatori di altri templi appena appena un po’ più commerciali, grandi magazzini, empori, shopping center.  E chi invece è condannato, nei tempi migliori, a sgomitare davanti alla Gioconda, e, nei peggiori, alla serrata dei musei, superflui e improduttivi in assenza di turisti.

Gente invitata a riformarsi – o  a farsi da parte  – per raccogliere la sfida della rivoluzione digitale come piace al suo profeta (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2021/01/14/italy-on-demand/) con la sua Netflix della cultura, la piattaforma digitale promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo insieme a Cassa Depositi e Prestiti e a Chili, per “supportare” il patrimonio artistico-culturale italiano con la realizzazione di “un palcoscenico virtuale” per estendere le platee e promuovere nuovi format per il teatro, l’opera, la musica, il cinema, la danza e ogni forma d’arte, live e on-demand.

La “minaccia” ha preso corpo   nel corso del question time alla Camera  quando Franceschini per promuovere un efficace turnover generazionale ha indicato la soluzione di un apposito corso-concorso “per reclutare dirigenti dotati di specifiche professionalità tecniche nei settori della tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e del paesaggio”,  ricorrendo  a “contratti di collaborazione”, formula eufemistica per definire il precariato.

E ne fa testo il Bando Pompei per il Contemporaneo, lanciato a beneficio di “nuove professionalità capaci di unire studi antichi con una sensibilità contemporanea e una tecnologia avanzata” che potranno partecipare all’avviso di sponsorizzazione online   per “sostenere l’arte contemporanea ispirata a Pompei attraverso Pompeii Committment, il progetto di sponsorship culturale ideato dall’Ufficio Fundraising del Parco Archeologico di Pompei su un modello sperimentale”. Ricerca e valorizzazione delle “materie archeologiche” custodite nelle aree di scavo e nei depositi di Pompei  potranno così essere finalizzati alla “costituzione progressiva di una collezione di arte contemporanea”.

Non bastava l’ipotesi visionaria di fare di Pompei una smart city, come voleva quasi 10 anni fa il ministro della Coesione Territoriale – e bastava già la titolazione del dicastero a far capire che eravamo in balia degli acchiappacitrulli, non bastava che i lavoratori dei servizi aggiuntivi: accoglienza, controllo accessi, biglietteria, ufficio guide e ufficio informazioni, gestiti da Opera laboratori fiorentini, un pezzo del colosso monopolistico Civita cultura holding, siano tornanti al lavoro a maggio, alcuni dei quali ancora in attesa della Cig, in un regime di part time che dimezza la remunerazione, non bastava la corsa a sponsorizzazioni di mecenati quando in realtà Pompei, occupata militarmente come altri siti da concessionari e gestori particolarmente attenti al “reddito” del juke box, potrebbe autofinanziarsi.

E non bastava che  la Casa dell’Efebo sia diventata un «esempio di scarsa attenzione prestata agli aspetti culturali» condannato dalla Commissione Europea che ha denunciato come gli interventi di restauro, abbiano trascurato nel sito archeologico l’installazione di dispositivi di protezione lasciati in un magazzino nonostante fossero stato finanziati dal Fondo europeo per lo sviluppo regionale (Fesr), lasciando intendere come in Italia regnino trascuratezza e negligenza e  la tecnologia serva a sfruttare  e a sorvegliare le vite e non i beni comuni dei cittadini.   

E’ che il tandem  Franceschini e direttore generale dei musei – nonché direttore ad interim del Parco Archeologico di Pompei – Massimo Osanna ha preso sul serio la baggianata attribuita ai cinesi, che ogni emergenza si traduce in opportunità. Non solo perché, arricchita dalla paccottiglia di americanate in puro slang alla Mericoni, favorisce il ricorso a misure speciali, all’intervento di sponsor e autorità eccezionali in deroga a leggi e regole, ma per via della possibilità che offre di concretizzarsi in messaggi facili, propaganda, pubblicità, anzi, advertising, che l’attività quotidiana e ininterrotta di tutela, salvaguardia, cura e manutenzione non permette. E c’è da temere che proprio come Salvini, i fantasmi dei cittadini sorpresi dall’eruzione, dicano grazie Vesuvio, a pensare a quello che li attende, spazzolate via cenere e lava.


Dopo 300 anni il Governo chiude il Florian

Anna Lombroso per il Simplicissimus

In questi giorni il Caffè Florian, in Piazza San Marco a Venezia, compie 300 anni. Popolato di fantasmi ma vuoto di avventori e di camerieri capaci di piroettare tra i tavoli con il vassoio tenuto in alto con una sola mano come acrobati, chiuso come tutti i pubblici esercizi e come i musei, le biblioteche e gli archivi.

E dire che in 300 anni non aveva mai chiuso: Era aperto quando abdicò l’ultimo doge, Ludovico Manin e quando si formò la municipalità democratica, riunendo intorno alle parole d’ordine   “libertà”, “uguaglianza”, “ragione”, “giustizia”,  60 tra  patrizi,    commercianti,  imprenditori,  uomini di affari;  professionisti e ex burocrati, qualche ecclesiastico qualche militare, pochi rappresentanti del popolo come Vincenzo Dabalà, il gastaldo dei pescatori di San Nicolò.  Pare che proprio nelle sue salette si decise il prelievo dalla Zecca di 12 mila ducati d’oro da distribuire ai “poareti” e dalle sue vetrine di poteva vedere l’Albero della Libertà, la cui erezione fu celebrata con una festa di bpopolo con ben 4 archestre e e grandi pannelli con le scritte “La libertà si conserva con l’osservanza delle leggi”, “La libertà nascente è protetta dalla forza delle armi” e “La libertà stabilita conduce alla pace universale”. Era aperto quando si seppe dell’occupazione austriaca di Istria e Dalmazia dove i  I vessilli di San Marco della ex Repubblica Veneta erano stati ammainati,  insinuando il legittimo timore che  le appena nate municipalità democratiche venete venissero schiacciate come vasi di coccio dalle  trattative tra i grandi: Austria e Francia.

 Chissà se proprio là  dove si riuniva a volte il Comitato di salute pubblica, nacque il proposito di combattere la fame dei veneziani ( “La miseria è all’interno delle famiglie, i palazzi stessi sono belli sepolcri che coprono il languor della fame e della disperazione; l’occhio francese che vede le mura, non penetra la desolazione di chi le abita. E noi calcoliamo con verità che all’entrar dell’inverno un terzo della popolazione nostra non avrà un tozzo di pane da mettersi in bocca senza soccorsi del pubblico, se le cose proseguono così” scrivono nel settembre 1797 i rappresentanti del comitato) con un fondo volontario   fruttifero con i prestatori garantiti dalla consegna in mano di ciascuno di un corrispettivo in verghe d’argento esistenti in Zecca e ricavate dai confiscati arredi delle chiese e confraternite e che fruttò più di 3.500.000 lire venete.

Mentre sappiamo per certo che proprio nella saletta del Senato  Daniele Manin e i suoi consiglieri prepararono la Rivoluzione veneziana del 1848 e che le cannonate sparate dalle navi austriache fecero tremare le sue vetrate e tintinnare le stoviglie di fine porcellana. E rimase aperto  quando sul ponte sventolava bandiera bianca, poi durante la prima guerra mondiale, quando gli altoparlanti diffusero in Piazza il discorso  di Mussolini e i miei nonni e i miei genitori lo ascoltarono disperati ma intrepidi seduti a uno di quei tavolini.

Adesso no, adesso il Florian è chiuso. E probabilmente lo sarà definitivamente: dall’inizio della crisi sanitaria i ristori, che ha ricevuto a fronte di entrate dichiarate e fatturato crollato di due milioni di euro,  sono stati irrisori, ciononostante i 70 dipendenti hanno percepito le loro remunerazioni e la società di gestione dell’esercizio ha dovuto pagare il fitto ai vari proprietari che, quasi tutti, hanno accettato una sforbiciata del canone.

Quasi tutti perché l’unico che non ha sentito ragioni è il Demanio, irremovibile e severo come non è stato quando, con il sostegno delle istituzioni e degli enti pubblici, gli “investitori” in vena di mecenatismo peloso hanno lanciato la loro operazione di ristrutturazione delle Procuratie Vecchie e la  “valorizzazione” degli spazi pubblici adiacenti, un caso simbolico  di svendita del patrimonio comune a consolidare una volta di più il predominio degli interessi privati nel governo delle città.

Già me li immagino i moralizzatori degli scontrini attivi in Piazzetta di Capri, nei dehors del Florian o del Lavena, al Pedrocchi di Padova, alle giubbe Rosse a esigere moti insurrezionalisti e chiedere a gran voce  disobbedienza alla sambuca e antagonismo al cappuccino, per protesta contro le esose pretese della caffetterie storiche, mettendo alla gogna gli assoggettati al balzello, legittimato e invece se si tratta di spritz nei santuari di Briatore, di salamino negli empori km.0 di Farinetti, di scarpacce negli outlet di Adidas.

Perché grazie agli equivoci sul turismo di massa, che considerano una conquista sociale e democratica essere tutti assiepati senza vedere nulla davanti alla Dama con l’Ermellino, dormire in stanzette anguste come celle di una galera nei  B&B dei manager dell’accoglienza, sfilare in corteo stancamente lungo viuzze dei centri storici assediati da venditori di cibi tutti uguali e merci tutte  identiche da Singapore a Firenze, da Melbourne a Noto, seguendo guide con l’ombrellino che ripetono stancamente le pagine del Touring scaricate sul cellulare per erudire i forzati del selfie,  il consumo di opere d’arte, dei siti archeologici, delle bellezze che fanno parte del nostro patrimonio nazionale, devono essere gratuite, devono essere un diritto senza il dovere della tutela, della cura e del rispetto.

E invece ci sono luoghi della memoria che reclamano la stessa considerazione della casa di un poeta o di uno scienziato o lo studio di un artista, di un museo civico, di una pinacoteca o di un archivio.

Le fraschette romane, i trani milanesi, i bacari veneziani, le bettole dei Carrugi ma allo stesso modo i caffè vicini alla Borsa, quelli letterari, sono stati posti di sovversione e di integrazione, di amicizia e di sovvertimento, se pensiamo ai ritrovi del Basso Veneto e della Romagna, fucine del movimento anarchico, e di elaborazione del dissenso contadino contro la possidenza e le rendite terriere, quelli dove la sera si ritrovavano le mondine a ballare e cantare, ma anche se guardiamo a quelle sale foderate di damaschi, broccati e specchi dove capi “in marsina e sparato bianco gridavano i loro comandi a stuoli di camerieri come centurioni in battaglia”, dove in angoli appartati si riunivano carbonari e militanti risorgimentali dell’età dei nostri ragazzi che la sera a Piazza di Pietro celebrano il rito dell’happy hour.

E se le osterie ospitavano le società di mutuo soccorso (l’Angelo Raffaele a Venezia lancia la prima Cassa Peota), e le Leghe socialiste, l’Europa a Napoli ospitava la Palestra Letteraria, a Genova era il caffè a dare il nome alla cerchia dei letterati che lo frequentavano, l’Accademia del Roma, al Pedrocchi di Padova o al Corazza di Udine si riunivano quelli del Casino dei Nobili e i gruppi non poi tanto clandestini dei patrioti risorgimentali.

Il tempo aureo dei ritrovi politici fu infatti il Risorgimento: a Torino al Diley si incontravano D’Azeglio e i cospiratori, al Nazionale e al Colosso i liberali, a Milano Peppina  e Cecchina ospitano due società segrete. La stessa funzione la assolvono il caffè della Fenice a Bologna e il Greco a Roma. Al Florian dopo la battaglia del 17 marzo 1848, vengono ricoverati i feriti e al Pedrocchi gli austriaci in armi fanno irruzione un mese dopo con le baionette inastate per arrestare gli studenti.

Quello delle osterie è il periodo della Prima Internazionale, quando anarchici e socialisti, anche là in quella stanze fumose iniziano il processo di politicizzazione delle classi lavoratrici urbane  e rurali. E molti di quei posti, anni dopo, diventano  il teatro di incontri e attività dei partigiani.

 Ma passato di moda il tempo dei viaggiatori in Italia che si mescolavano a ricchi e plebei frequentando i caffè e le bettole malfamate  delle città d’arte è cominciato il successo delle società letterarie e artistiche, alle Giubbe Rosse che “è quella cosa che ci vanno i futuristi”, alla bottiglieria Rattazzi di Milano si siedono ai tavolini angusti Ginzburg e Pavese, al Caffè Hagy di Milano sostavano i Boito prima e poi quelli che in seguito si sposteranno nei locali di Brera e al Cova si tenevano le riunioni di redazione dei quotidiani come a Napoli dove al Gambrinus a una certa ora incontravi tutti i giornalisti del Mattino. 

E basterebbe la scena della Dolce vita di Fellini, nella quale il protagonista convoca il padre venuto dalla provincia a Roma in un caffè di Via Veneto a rappresentare  il ruolo di quei luoghi consacrati dove si celebravano i riti di una mondanità che si riscattava con la frequentazione degli ambienti intellettuali, riuscendo a corrompersi vicendevolmente come profetizzava Flaiano.

Non è esagerato dire che se chiude i battenti un caffè, si cancella una memoria che non troverà mai ospitalità nei templi della teocrazia del mercato e del consumo, tra la formica e la plastica del bar dove siede sconsolata la gente di Hopper, nelle catene di mescita di schiume insapori di Starbucks. E che con essa si disperdono un po’ di democrazia e di libertà.   


Città d’arte, nuove necropoli in svendita

Anna Lombroso per il Simplicissimus

E per fortuna che sono una blogger felice e sconosciuta, altrimenti potrebbe toccarmi in sorte il trattamento riservato al ben più autorevole  e prestigioso storico dell’arte Montanari, querelato dal sindaco insieme alla Giunta del Giglio per aver criticato il “modello Firenze”.

Il delitto di lesa maestà è stato compiuto in diretta tv a Report su Raitre, quando Montanari ha osato accusare Nardella di aver messo all’incanto la città che amministra: “Firenze è una città in svendita… è una città che se la piglia chi offre di più, e gli amministratori di Firenze sono al servizio di questi capitali stranieri”.

C’è da chiedersi che altra formula più blanda avrebbe più opportunamente definito, tanto per citare il caso in questione, l’operazione “immobiliare”, che ha per oggetto l’ex monastero medievale di San Giorgio alla Costa, già umiliato dalla trasformazione in caserma malgrado insista in un’area Unesco, e recentemente ceduto a un maggiorente argentino che ne vuol fare un luxury hotel con 20 suite, 18 appartamenti, più di 80 stanze, centro fitness, piscina, parcheggi e servizi nel sottosuolo, da dove, lo si evince dalla scheda della variante urbanistica comunale, potrebbe partire l’auspicato collegamento con il Giardino di Boboli e con il Forte Belvedere in qualità di dependance del relais grazie alla realizzazione di una funicolare orizzontale a cremagliera. 

Invece il Nardella proprio non gliela lascia passare e pretende 165 mila euro di risarcimento.

E’ che negli anni si è fatta strada una nuova interpretazione del cosiddetto danno di immagine:  denunciare un intervento speculativo di esproprio di un bene comune recherebbe nocumento alla reputazione molto più che lasciar crollare gli argini dell’Arno, molto più che autorizzare il passaggio di treni ad alta velocità sotto il selciato delle piazze e delle vie storiche, molto più che togliere quattrini alla comunità per ampliare un aeroporto secondo un progetto che anche prima del Covid era sovrastimato rispetto ai bisogni, molto più che affittare a prezzo simbolico siti della fede e dell’arte in qualità di location per eventi aziendali, molti più che improvvisarsi lobby per ottenere  un emendamento favorevole alla realizzazione del nuovo stadio grazie allo   “Sblocca Stadi” approvato in Parlamento da centrodestra e centrosinistra  e che consente l’abbattimento di impianti sportivi storici tutelati in nome della loro “modernizzazione” per rispondere alla “sostenibilità economica”, al profitto cioè, dei privati investitori.

Ci sono molti modi per vendere una città, ma tutti prevedono che vengano cancellate l’identità e l’appartenenza dei cittadini in modo da costringerli all’esodo, che venga demolita l’impalcatura che la tiene insieme, fatta di memorie, tradizioni, storia, che gli abitanti vengano sostituiti da nuovi “residenti” saltuari secondo i comandi dell’impero dello sfarzo che dei lussuosi vagabondi di meta in meta del Grande Privilegio, che si soffochino le botteghe, le attività consuete tramandate da generazioni per far posto alla moderna chincagliera e alla paccottiglia contemporanea, uguale a Firenze, Napoli, Dubai, Singapore.

Ma uno di modi più efficienti ed efficaci è condannarle a un destino obbligato, unico e irriducibile: la “vocazione” industriale per alcune, magari dense di pregi artistici e paesaggistici, ma più defilate rispetto ai tragitti e agli itinerari del neo- cosmopolitismo, assassinate in modi addirittura più cruenti, come a Taranto, infliggendo la pena della bruttezza, dell’umiliazione e del ricatto, e dell’avvelenamento fino alla morte, turismo invece per le città d’arte.

E infatti, ci fanno capire, senza turismo Venezia, Napoli, Firenze, Palermo, Siena, Lecce non solo non sono più città ma vengono meno anche all’opportunità di diventare luna park, Disneyland, alberghi diffusi, musei a cielo aperto.

E difatti con al sgangherata brutalità che lo caratterizza, il Sindaco Brugnaro ha fatto sapere che in mancanza di visitatori i musei civici veneziani resteranno chiusi fino ad aprile «a prescindere dalla decisione del governo che per ora ha disposto la chiusura dei Musei fino al 15 gennaio». In mancanza dell’indotto degli ospiti stranieri,  la Fondazione che li gestisce come fossero un supermercato, chiude malgrado le reiterate promesse di tener fede all’impegno di servizio civile e culturale, colpendo i lavoratori, quasi mille, perlopiù associati alle cooperative affidatarie, messi in cassa integrazione a 300 euro, o, peggio, quelli precari e mai regolarizzati dai Musei Civici nemmeno ai tempi delle vacche grasse dei forzati delle crociere e delle file interminabili di pellegrini, lavoratori autonomi a partita Iva che si ritrovano senza lavoro e senza alcun tipo di sussidio.

Sono quelli cui il ministro Franceschini promette i fasti del turismo di prossimità, interno, talmente “minore” da non meritare l’accesso a quei “giacimenti”, tanto per usare un termine a lui caro, che rappresentano davvero “servizi pubblici essenziali, indispensabili alla promozione culturale e alla crescita umana e civile”, raccolte di tesori accumulate nei secoli, inventate proprio da noi, che sono sparse in tutta la geografia del paese, secondo la calzante definizione data  dall’International Council of Museums  che ne parla come di “un’istituzione permanente senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che effettua ricerche sulle testimonianze materiali e immateriali dell’uomo e del suo ambiente, le acquisisce, le conserva, le comunica e specificamente le espone per scopi di studio, educazione e diletto», insomma per  quel “pieno sviluppo della persona umana” citato all’articolo 3 della Costituzione della Repubblica.

Altro che tenerli chiusi, oggi più che mai dovrebbero aprire i battenti in aiuto dell’istruzione, di quella coesione e unità di popolo che è stata oggetto del miserevole mantra di anche in questo caso  non usa il potere che la Carte gli conferisce per sostituirsi alle Regioni e agli enti locali inerti quando ne va del bene pubblico, salute, lavoro, cultura, della storia “patria” che è fatta di navigatori, poeti, artisti ma pure di quei partigiani che volevano garantirci istruzione, valorizzazione dei talenti, accesso alla bellezza.

Si quella bellezza che si vede e ridiventa nostra in quei luoghi,  non nei centri commerciali, invece aperti agli “assembramenti”, e nemmeno su internet, a pensare alla indecorosa narrazione ministeriale del “Netflix della cultura” di Franceschini, che quando parla   di “mettere in scatola lo spettacolo dal vivo”, per coprire l’oltraggio dei teatri serrati, pensa al dinamismo digitale del direttore degli Uffizi, ridotto a mettere online le foto dei capolavori interdetti al pubblico con la possibilità di un like sul preferito,  o della valutazione della clientela come su Amazon.  

Altro che tenerli chiusi, proprio adesso che  gli italiani più poveri moralmente e economicamente hanno diritto di godere di quello che mantengono con le loro tasse alla pari del sistema sanitario che hanno pagato con la fiscalità e che è loro interdetto.

Altro che mettere per strada i dipendenti facendo intendere che il loro lavoro dipende dai “biglietti”, quando abolirli costerebbe come due giorni di spese militare all’anno, spese sulle quali non si è risparmiato nemmeno in questi mesi.  

Quindi buon anno, non mi sottraggo al rito ogni volta più incerto.  Anche se di una cosa ci tocca invece essere certi, che la bellezza non ci salverà, dopo il trattamento che le riserviamo.


Musei virtuali, cretini naturali

Anna Lombroso per il Simplicissimus

La  famiglia  Valvrojenski, costretta alla fuga dal Governatorato di Vil’na in Lituania per via di un succedersi cruento di pogrom ai danni della comunità ebraica, si era stabilita a Boston nel 1875 assumendo il cognome Berenson. Uno dei ragazzi Valvrojenski, Bernard, dimostra un così vivace  e poliedrico talento da essere ammesso ad Harvard, da dove, grazie a una generosa borsa di studio, si reca in Europa, visitando Parigi, Londra,  frequentando salotti letterari e artistici e perdendosi con avida curiosità in musei e gallerie finché nel 1890  si traferisce a Firenze.

E diventa Bernard Berenson, uno dei più appassionati studiosi e storici dell’arte, innovatore, discusso, venerato e contestato. Dobbiamo a lui la definizione  originale e visionaria di “valori tattili”, che  si trovano nelle rappresentazioni quando queste non sono semplicemente imitate   “ma presentate in un modo che stimola l’immaginazione a sentirne il volume, soppesarle … misurare la loro distanza da noi, e che ci incoraggia  … a metterci in stretto contatto con essi, ad afferrarli, abbracciarli o girar loro intorno”, permettendo a un oggetto raffigurato di essere percepito come esistente.

A volte vien proprio da dire che certe intelligenze che hanno illuminato grigie esistenze con le loro folgoranti intuizioni, è meglio che non vedano al realtà contemporanea.

A meno che non pensiate che stare pigiati davanti a Antonello da Messina, a Cimabue, a Piero della Francesca, a farsi  un selfie da diramare su Wathsapp, in attesa di raggiungere il souvenir-shop per conquistarsi l’adesivo per il frigorifero, sia una conquista democratica, e che stare tutti insieme nello stesso momento davanti all’Uomo vitruviano prima che prenda il volo oltralpe per propagandare l’Italia e i suoi ministri dei beni culturali iperdotati in marketing rappresenti il godimento perfetto di un diritto, fino a poco tempo fa l’unico davvero riconosciuto, quello a consumare, ora sostituito da quello della salute.

A questa nuova realtà si è invece entusiasticamente adeguato il direttore degli Uffizi Eike Schmidt, quello noto per aver gettato alle ortiche vecchiumi e attrezzature arcaiche del passato, preferendo a Berenson, Morelli, Longhi, e, diciamolo, perfino a Sgarbi, ben altra influencer e che per accompagnarci nelle ondate virali che si aspettano ha proposto  Uffizi On Air, “un modo ancora più diretto per condividere i tesori del museo con il mondo”.

Così “se non possiamo portarvi fisicamente agli Uffizi”, ha proclamato con fierezza, “con questo nuovo progetto social vi ci accompagneremo virtualmente, in versione live”, anche con la “trasposizione online” dell’ultimo trittico di mostre inaugurate nelle scorse settimane e con “ipervisioni” dedicate,  tutti “prodotti” accessibili ogni martedì e venerdì, sul profilo Facebook ufficiale della sede museale fiorentina, per replicare il successo ottenuto  su Instagram(le visualizzazioni hanno raggiunto oltre 561mila contati) e con TikTok che fa degli Uffizi “il museo con più follower al mondo” dopo il Prado.

Come si era detto? Niente sarà più come prima. E difatti alla faccia dei valori tattili, dell’incontro “carnale e sensoriale” con le opere d’arte, per coglierne gli aspetti materici e plastici e sviluppare immaginazione, i ragazzini prossimi, dopo aver fatto la ricerchina di storia dell’arte, già negletta e spedita agli ultimi post nella graduatoria formativa e nelle gerarchie delle materie utili per soddisfare le aspettative della classe dirigente di domani, per la quale i quadri saranno merci da mettere nel caveau, potranno prodursi, davanti al pc di casa grazie alla Dad, in fertili e giovevoli escursioni virtuali agli Uffizi. Che poi non è certo una novità, basta pensare al Gran Virtual Tour (perché mai chiamarlo Viaggio in Italia, come avrebbero fatto Goethe, Keats, Lord Byron Montesquieu, potendo usare un qualche slang imperiale?)  del Ministero competente, che pare il catalogo online dei prodotti di un commesso viaggiatore costretto al lavoro agile, con le foto per invogliare la clientela come le vetrine dei ristoranti giapponesi.

E perché lamentarsi? A pensare a quanto avete speso in gite scolastiche e visite guidate, si può ipotizzare che le imprese facciano tesoro di questo precedente offrendo nell’ambito del welfare aziendale tanto gradito dai sindacati servizi di ferie virtuali, con viaggi dei dipendenti in terme On air, ipervisioni  di ridenti località montane e immersioni live a Sharm el Sheik, in modo tra l’altro di sviluppare profittevolmente il cottimo digitale e la disponibilità h24.

E sempre per esaltare le ricadute economiche della rivoluzione digitale per la quale dovremo ringraziare l’epidemia, immaginate che risparmio  tener chiusi i musei, espellendo costose guide, ciceroni ingordi, dispendiosi sistemi d’allarme, sicché l’unico  modo per provare i valori tattili non da remoto ma in presenza, sarà andare a fare i camerieri in ville prestigiose,   portare i caffè nei consigli di amministrazione di finanziarie,   stare ben bardati in divisa e  col pistolone a fare la guardia in fondazioni bancarie.

Che poi si è capito che è questo il format da replicare, imponendo la Dad, così non c’è bisogno di insegnanti e bidelli e nemmeno di scuole sicure o  di Buona Scuola, che ci pensano le paritarie i cui alunni saranno anche tra i pochi che agli Uffizi ci andranno un giorno e fisicamente, come andranno a Ponte Vecchio, come si recheranno al Museo di San Marco, in occasione di pranzi, convention, matrimoni  e eventi se, come è noto, esiste un prezzario delle location d’arte secondo il quale un buffet al Cortile degli Ammannati costa molto meno di un tavolo al Billionnaire.

In fondo ci stiamo abituando da un po’ alla grande rivoluzione digitale, con l’obbligo alla spesa online in maniera da eliminare dal panorama urbano la paccottiglia volgare dei piccoli esercizi commerciali: il macellaio di rione e il mercatino del fruttarolo che ha l’orto al paesello per contribuire all’inossidabile grandezza imperitura di grandi catene multinazionali, di colossi della speculazione gastrica che hanno dettato le linee direttrici all’Expo di Milano.

Se andiamo avanti così è assicurato il successo di un ulteriore progresso, quando Colao e Arcuri metteranno a diposizione un’app condita di effetti speciali aromatici e odorosi per nutrirci online con un vitto immaginario e senza gravare sui bilanci domestici sempre più miseri da destinare ad altri consumi sociali informatici e sanitari.

E non è mica un caso che siano finiti i tempi di Zenodoto di Efeso, il curatore della Biblioteca di Alessandria, che siano arrivati i manager a commercializzare i nostri tesori, quelli che non si possono infilare tra due fette di pane come il Bel Paese, e che i musei e le biblioteche abbiano lo stesso destino dell’istruzione.

Perché sono scuole anche quelli, benché anche quelli ormai infiltrati dalla “cultura del marketing” tanto da dover fare cassetta, quando si sa che far entrare tutti gratis nei templi della cultura e dell’arte per promuovere famigliarità con la bellezza, costerebbe meno di due giorni di spese militari. E proprio perché sono un bene comune al servizio della collettività per favorirne la crescita morale, sociale e civile, non magazzini di oggetti ma comunità vive della conoscenza, qualcuno ritiene che siano pericolosi istigatori di libertà, critica, creatività e anticonformismo.

Tanto da immaginare che del rilancio postpandemico  debba far parte un Fondo per la Cultura (più che mai un ossimoro se a lanciare l’idea è stato un giornalista, appartenente a buon diritto a una corporazione necessariamente ormai ignorante e assoggettata ai valori dell’oligopolio) subito caldeggiato da Colao e che dovrebbe movimentare il desiderabile contributo del mecenatismo peloso degli sponsor e l’occupazione  e lo sfruttamento privato.    

Ci resta un’ultima speranza, che l’intelligenza artificiale l’abbia vinta sui cretini naturali.


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