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Il brand dell’oltraggio, parte seconda

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quanti improperi, quante accuse di provincialismo sono state indirizzate a chi nell’anno di grazia 2105, Renzi Presidente, aveva messo in guardia dalla decisione dell’allora Ministro dei Beni Culturali di chiamare a dirigere i più importanti musei di Stato italiani a personalità straniere.

Bastava grattare un po’ sotto la superficie del cosmopolitismo Pd, che ha da tempo sostituito il molesto e arcaico internazionalismo, per capire che a ingolosire non era l’appartenenza etnica o la congruità con i più frusti stereotipi, mondanità francese, eleganza britannica, efficienza tedesca, bensì un certo tipo di competenza richiesto per sviluppare la missione imposta dalle nuove frontiere dello sfruttamento intensivo del nostro patrimonio artistico e culturale: fare cassa.

E infatti la selezione ministeriale premiò, sulle orme  degli indimenticabili Bondi e  Ornaghi che misero a reggere le sorti dei musei Mario Resca grazie alle sue referenze conquistate in McDonald e al Casinò di Campione, soggetti che vantavano un curriculum di manager particolarmente versato nelle discipline del marketing.

Tanto che dopo tre sentenze del Consiglio di Stato e due del Tar del Lazio, chiamati a dirimere il contenzioso aperto da chi sosteneva che il bando  internazionale andava contro le regole nazionali  che impediscono di far assurgere ai posti di vertice della pubblica amministrazione cittadini stranieri, il sempiterno Franceschini ha potuto rinnovare il mandato per la seconda volta a Eike Schmidt in qualità di direttore degli Uffizi, si, quello che abbiamo visto, gongolante e compiaciuto, salutarsi col gomito con l’illustre testimonial, cui non poteva giovanilmente dare il cinque per ragioni sanitarie.

Fiero di aver aperto la strada a altri operatori culturali sbarcando tra i primi su Tik Tok, lo storico tedesco  rivendica con orgoglio “l’operazione”  Ferragni “volta, dice, ad avvicinare anche i più giovani ai grandi capolavori del Rinascimento”. E aggiunge: “quello dei giovani è un problema che ci ponevamo anche prima, per esempio quando abbiamo invitato le star del festival Firenze Rocks a visitare i nostri musei….   Noi abbiamo una visione democratica del museo: le nostre collezioni appartengono a tutti, non solo a un’autoproclamata élite culturale, ma soprattutto alle giovani generazioni. Anche perché, se i giovani non stabiliscono oggi una relazione col patrimonio culturale, è improbabile che in futuro, quando saranno loro i nuovi amministratori, vorranno investire in cultura”.

Davvero mi domando come mai non sia stato offerto un prestigioso ruolo dirigente nei beni culturali ai pubblicitari che hanno avvicinato i ragazzi di allora al repertorio classico, riempiendo i teatri, comprando Cd e poi scaricando brani a raffica, dopo essere stati cullati dalla Romanza per violino e orchestra n. 2, op. 50 di Beethoven che creava un’atmosfera nel sorseggiare il cognac.

O quelli che avevano ballato su “per Elisa” rivisitata da Presley, o sulle note di saccheggiatori rei confessi di Pachelbel o di Schubert. Il fatto è che l’estrapolazione estemporanea è come le citazioni, solo chi è curioso e avido di apprendere va a cercarsi la fonte, gli altri meccanicamente registrano con indifferente noncuranza, contraddicendo così  le convinzioni di alcuni  che manifestano soddisfazione perché l’immagine della celebrata sciacquetta in braghette e ombelico in bella mostra davanti alla Venere, ha fatto scoprire ai rampolli il Botticelli. Più o meno come un tempo si familiarizzava con il Colosseo o San Marco dentro alla sfera con dentro la neve.

D’altra parte ormai la realtà viene guardata e ammirate e entra nelle esistenze umane solo così, a vedere i turisti che percorrono il Canal Grande o le strade di Roma sul bus a due piani, contemplando sullo smartphone in versione virtuale i monumenti che scorrono di fianco a loro.

E se a testimoniarne (ne ho scritto ieri: https://ilsimplicissimus2.com/2020/07/20/il-brand-delloltraggio/ ) è l’incarnazione della perentoria volgarità post berlusconiana, idolatrata perché come il Cavaliere fa un sacco di grana, paga e pretende, approfittando di generazioni di citrulli che vorrebbero consumare come lei la stessa robaccia standardizzata, meglio ancora.

E meglio ancora se a far stabilire “una relazione emozionale con il nostro patrimonio”, è sempre il direttore a dirlo,  ci pensa una nuova divinità contemporanea, un bel quarto di ciccia – ma guai a dirlo per non beccarsi l’inevitabile accusa di sessismo – che potrebbe essere infilata in mezzo a due fette di pane, come voleva fare appunto con i nostri tesori d’arte Tremonti, al fine di renderli finalmente redditizi.

Però sarebbe ingiusto attribuire ai governi del ventennio berlusconiano l’irruzione del mercato, della commercializzazione, della speculazione nel settore dei beni culturali.

In realtà a essere posseduti dal demone liberista, a dannarsi in cambio del favore di imprenditori e finanziatori privati pronti a prodigarsi con generosi benefici fiscali per “partecipare” della manutenzione, tutela e soprattutto gestione dei nostri giacimenti, sono stati in prima linea i fan di un progresso che in vista del declino dell’economia produttiva, della renitenza del nostro sistema a investire in ricerca innovazione, tecnologia, salvaguardia dell’ambiente e del territorio, hanno creato il mito fasullo della vocazione del Paese a diventare la “meta” più frequentata dall’immaginario globale.  Condannato dunque  a trasformarsi in parco tematico, albergo diffuso, parodia di una nazione con il suo popolo convertito in una moltitudine di osti, gondolieri, suonatori di mandolino, pizzaioli, facchini e affittacamere a casa loro.

Che poi questa “predisposizione”, ammesso che esistesse, non veniva sostenuta né con investimenti né con la volontà politica. Non solo si sono invece abbandonati il territorio, il paesaggio, i siti archeologici senza garantire la manutenzione indispensabile, non solo si sono consegnate le città svuotate dei residenti alla più mediocre mercatizzazione, non solo si è alimentata la trasandatezza che ha trasformato la crisi delle città in emergenza abitativa, dei servizi, della mobilità, ma non è stato fatto nessuno sforzo per reggere la concorrenza con altre realtà meno care, più organizzate, più strutturate e più dinamiche.

Basta pensare al caso Eurodisney: è il 1984 e tra le localizzazioni individuate per il più grande parco di divertimenti del continente c’è anche Bagnoli, con l’immensa area Italsider già in dismissione. Pare così appropriata che i competitori alzano la posta, la Francia con Parigi, la Spagna con Barcellona, ma i tempi si allungano, le procedure sono complicate alla fine la Disney si spazientisce, sceglie la capitale francese e il nostro Paese, che pure ha investito in innumerevoli fallimenti ludici, tra calcio e olimpiadi, rinuncia a oltre 35  mila posti di lavoro e non quelli effimeri dei cantieri, a milioni di visitatori ogni anno che avrebbero gravitato su  un’area più vasta da Napoli a Pompei, a Paestum, a Ercolano.

Invece la consuetudine che ha preso piede è stata quella di appagare gli appetiti delle cordate impegnate nei Grandi Eventi Effimeri, per speculare sulla occupazione di territori che finita l’occasione hanno perso valore, su cattedrali e infrastrutture “nel deserto”, sulla menzogna del project financing che ha  costretto enti pubblici e amministrazioni a garantire reti viarie e servizi di sostegno a spese della collettività.

È  stato questo lo spirito che ha animato e ispirato le scelte politiche da quando la Costituzione – e quello che detta in materia di cultura e diritto al sapere, all’istruzione e al godimento dei beni comuni, bellezza compresa, è diventata un testo letterario da rispolverare nelle occasioni celebrative.

E i nostri tesori ereditati sono stati convertiti in un pozzo da prosciugare, come non fanno ad Abu Dhabi che sta costruendo il più grande museo del mondo dove stipare tutto quello che il petrolio ha comprato dai paesi che hanno trascurato memoria e proprietà collettive, anche grazie alla legenda diffusa secondo la quale è democratico che anche gli straccioni possano stiparsi in pullman per poi sfilare svelti svelti davanti al “Buon Governo”, mentre una èlite sociale e morale può entrare nel Colosseo deserto invitata dal re dei mocassini, o nel Louvre allestito in forma di ristorante esclusivo per onorare il profumiere.

Ha cominciato, è giusto ricordalo, Ronchey, promosso sul campo “professore” dal governo Amato e anticipatori di altri severi frugali, a introdurre i privati nei musei anche grazie alla istituzione dei servizi aggiuntivi, merce, ristorazione, poi seguiti dall’editoria e da varie forme di produzione di eventi.

Poi Paolucci, che non aveva nemmeno l’attenuante dell’incompetenza, arriva a allargare la gamma  delle attività delegate ai privati investitori, in attesa del più dinamico nel consolidare il flirt tra stato e imprese, Veltroni, che sancisce che se il settore pubblico non garantisce la tutela e la cura del nostro patrimonio è doveroso affidarlo all’iniziativa di altri. Se si aggiunge l’accoppiata con Melandri che approfitta della Bassanini per attribuire nuove competenze alle regioni creando una giungla ci norme e funzioni contraddittorie e ingovernabili, il gioco è fatto e i ministri berlusconiani trovano la tavola allestita.

Ma il vero trionfo della “partecipazione” attiva delle rendite e dei signori dello sfruttamento si celebra con il renzismo, con la cacciata dell’unico ministro degno di consenso, Bray, con la consegna dei beni artistici e  della memoria agli speculatori delle multinazionali della “fruizione culturale”, poliedrici nel fare cassa con l’editoria, gli eventi tarocchi, il merchandising e soprattutto svendendo, locando, offendo in comodato, alienando la roba nostra come fosse loro. Proprio come è successo in Grecia, come sta succedendo e succederà in forma accelerata da noi.

Ci aspetta di essere infilati in una palla di vetro, ma senza neve. che comunque sarebbe a spese nostre. (fine)

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Il brand dell’oltraggio

uffiziAnna Lombroso per il Simplicissimus

Dobbiamo all’ineffabile Nardella il rovesciamento delle elementari regole del mercato e della pubblicità, quando ringrazia l’influencer, “divinità contemporanea nell’era dei social” per migliaia di follower, che ha affittato a prezzo di favore gli Uffizi (museo statale mantenuto con i soldi dei contribuenti)  come location del suo schooting per Vogue, in qualità di ambita supporter della “nostra cultura”, manco dovessimo ringraziarla del favore che ci ha fatto propagandando e valorizzando indirettamente Firenze, l’Italia e,  in veste di zelanti figuranti muti, Venere, Giuditta, Federico da Montefeltro, la Maddalena. E anche  la Velata, la stessa opera che doveva seguire Renzi in un giro di propaganda e essere esposta come testimonial della sua conoscenza del patrimonio artistico della città del Giglio, alla pari con i ciceroni abusivi, nella hall degli hotel toccati dal tour.

L’uomo non è nuovo a certe iniziative di merchandising del patrimonio artistico della città che governa, eterno n.2 dopo il sindaco n.1 che esigeva che, dietro una tappezzeria del salone dei Cinquecento dove  campeggiava la sua scrivania in caso di visite prestigiose,  venisse miracolosamente scoperto e rivelato al mondo e rivelato al mondo un immortale affresco di Leonardo.

Si,  Renzi, lo stesso  che voleva edificare durante la sua era la facciata della basilica laurenziana lasciata incompiuta 500 anni prima secondo il progetto di Michelangelo, quello che indiceva la caccia alle ossa della Gioconda in occasione della svendita al National Geographic del Pacchetto Leonardo e così via, tutte iniziative pensate nell’ambito di una strategia ideata “per far conoscere Firenze”, sempre lui, quello che aveva messo nel CdA del Gabinetto Vieusseux il suo fidatissimo gestore dei parcheggi cittadini, quello che ha seppellito il Maggio fiorentino, ma stanziato quasi 2 milioni per un Luna Park intitolato Genio Fiorentino, poi replicato oltre atlantico  dal suo norcino di fiducia con tanto di guglie del Duomo tra i salami e le provole.

E il suo successore scrupolosamente ha seguito la stessa strada, affittando Ponte Vecchio per le convention aziendali, Santa Maria dei Miracoli per fastosi matrimoni, lanciando invettive contro il personale addetto ai musei proprio come il Sindaco degli italiani: “non lasceremo la cultura ostaggio dei sindacati”, ebbe a dire. Tiene chiusi i  musei, tutti gestiti in regime di monopolio da una  associazione, Muse che fa capo a un buon amico e ex socio di papà Renzi, salvo quelli aperti in casi eccezionali appunto, per ricattare il governo in modo da far ripianare il bilancio comunale orbato della tassa di soggiorno assicurata fino al Covid dallo sfruttamento intensivo della mission esclusivamente turistica della città.

Lo stesso vale per Venezia dove non si sa quando e se riapriranno i Musei Civici il cui personale è in cassa integrazione da 4 mesi, S.racusa, la città dove il Teatro Greco era stato invece messo a disposizione come circuito dove far rombare le Ferrari.

Qualche giorno fa la Consulta Universitaria Nazionale per la Storia dell’Arte ha inviato una lettera accorata al Ministro Franceschini, quello, per restare nello slang  dell’advertising al servizio del “Parco tematico Italia”, della campagna Very Bello.

Denunciano  che mentre si vanno riaprendo discoteche, stabilimenti balneari, esercizi commerciali, sale per il Bingo, restano chiuse università, biblioteche e archivi, anche grazie all’insensata prescrizione  dell’Istituto della Patologia del Libro che ha raccomandato una quarantena sanitaria di 10 giorni per ogni libro eventualmente consultato.

Pare che il ministro sia rimasto in un silenzio assordante almeno quanto quello che ha accompagnato il decreto per la Semplificazione  che realizza la distopia berlusconiana istituendo il silenzio/assenso per i progetti che devono essere sottoposti alla Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) e un alleggerimento delle procedure    delle norme di appalto inteso alla demolizione del sistema della sorveglianza e dei controlli tecnico-scientifici e finanziari, esautorando – finalmente! direbbe Renzi – i sacerdoti del non-fare e i professoroni delle sovrintendenze, la genia più odiata dai riformisti insieme ai costituzionalisti vivi, che quelli morti erano stati tutti arruolati in occasione del referendum per fortuna perso.

E dire che per giorni gli opinionisti ci hanno elargito le loro delicate riflessioni sul bello del lockdown (per carità la valorizzazione di marca Pd e Italia Viva della nostra bella lingua sciacquata in Arno non permette di usare il termine nostrano  “confinamento”), che avrebbe riavvicinato la popolazione distratta alla lettura, alla contemplazione, alla musica colta, sicché, arricchita, avrebbe poi voluto proseguire in quel bagno culturale, andando in visita a chiesette romite, a raccolte d’arte, frequentando i negletti cine d’essai e le trascurate sale da concerto.

Come si può capire, non verremo messi alla prova dalla crisi generale, quella del prima, del durante, e la peggio, quella del  dopo: l’importante è essere sani e pare che per esserlo sia meglio coltivare l’ignoranza che comporta un gradito adeguamento ai comandi, l’affiliazione nei ruoli dell’obbedienza e del conformismo, l’anatema lanciato contro la critica e l’obiezione di coscienza dalle energiche indicazioni che vengono dall’alto e da fuori.

Ci pensa anche l’Europa subito prima di “concordare” a modo suo, come venirci incontro, dandoci in prestito i soldi che versiamo in qualità di partner, condizionati a responsabili rinunce che ci garantirebbero l’appartenenza al consorzio comunitaria, sia pure da cattivi pagatori dei quali bisogna raddrizzare i costumi dissipati. E che taglia il budget dei fondi per la cultura e lo spettacolo di 6 miliardi, a fronte dell’analisi condotta da Kea European Affairs che fornisce una prima valutazione dell’impatto economico che la pandemia ha avuto sul settore culturale europeo.

Secondo le stime dell’agenzia  il settore avrebbe  perso nel secondo trimestre del 2020 fino all’80% del  fatturato per attività ricreative e prodotti culturali. Pare che solo la Germania abbia effettuato  un calcolo, secondo il quale la perdita ammonterebbe a quasi il 13% del fatturato annuo, mentre   stime meno precise parlano di un calo del 10% nel Regno Unito, del 6% in Francia e del 5% in Italia.

Ma è facile ipotizzare che i consumi continueranno a scendere nei prossimi mesi viste le restrizioni e gli obblighi che tengono lontani turisti e appassionati. Si sa già che il Rijksmuseum  di Amsterdam, che normalmente stacca almeno  12.000 biglietti al giorno, dall’8 giugno potrà accogliere soltanto 2.000 visitatori, che la Scala ridurrà il suo pubblico a 200 persone con una perdita fino a 50.000 euro al giorno e che secondo un’analisi dell’Unesco l’industria cinematografica ha un salasso globale di circa 7 miliardi di euro.

Alcuni governi centrali e locali stanno prendendo provvedimenti:  Parigi  ha stanziato 15 milioni di euro, Berlino ha creato un pacchetto di fondi da destinare alle imprese del settore e Amsterdam  fronteggia  l’emergenza con oltre 17 milioni, Barcellona invece ha adottato una serie di misure e incentivi destinati a rilanciare il tessuto cittadino grazie sovvenzioni, sgravi fiscali, esenzioni di affitto.

A volte invece c’è davvero da provare vergogna per conto terzi a vedere che cosa succede da noi. Dove le emergenze che si accumulano, quella economica, quella sanitaria, quella che riguarda il territorio  e il tessuto urbano delle città d’arte, vengono mantenute, promosse e incrementate con l’intento esplicito di determinare uno stato di abbandono e trascuratezza che chiama in causa, nel ruolo di salvatori e mecenati, i privati pronti a acquistare all’outlet immobili e siti, a accaparrarsi comodati utili a riposizionare aziende poco rispettabili o reputazioni compromesse, a offrire donazioni pelose  scaricabili dalle tasse, come dalla coscienza, di abusivisti e inquinatori.

Il fatto è che spesso i cialtroni che si sono arrampicati su qualche augusto scranno sono anche stupidi, accecati da ambizione o avidità. In un Paese che viene condannato ogni giorno di più a diventare un museo a cielo aperto, una Disneyland per il turismo confessionale, un albergo diffuso grazie alla occupazione militare del colosso dei B&B, si dimostra ogni girono un disprezzo totale per quello che gli stessi artefici dell’oltraggio hanno di volta in volta definito come i nostri giacimenti, le nostre miniere da sfruttare, il nostro petrolio.

Viviamo nel paradosso di un ministro, il peggiore che ci potesse capitare e ricapitare come una presenza irrinunciabile a sfavore della manutenzione e dell’offerta ai cittadini delle bellezze che sono state tramandate e vengono salvaguardate con le   tasse di chi le paga, che ha una sola idea in testa, lo sfruttamento turistico del Paese: la Sicilia trasformata in campo da golf, il Sud come Sharm el Scheik d’accordo con Farinetti e Briatore, canali e canaloni a Venezia per concedere il passaggio alternativo alle grandi navi, i borghi svuotati per far posto al circuito delle case vacanza, proprio come ha fatto con la magione ereditata convertita in  B&B,  tanto che alla “rielezione”  ottenuto di riaccorpare Beni culturali e Turismo, giustamente, duole dirlo,  divisi dal Conte 1.

E che non si perita di provvedere alla dissoluzione di quel patrimonio che dovrebbe come nel passato costituire l’attrattiva principale dei visitatori, quella ricchezza  artistica e creativa che da secoli fa parte dell’immaginario collettivo.

Adesso che la pandeconomia della semplificazione, della priorità attribuita ai cantieri del cemento, del biasimo punitivo riservato a ristoratori, come anche a tutti gli operatori dell’intrattenimento e dell’accoglienza, ha dato il colpo di grazia insieme al discredito dato a una nazione, dove se ci si ammala, locali o turisti, è preferibile evitare le strutture sanitarie, dove pare tornino buone le copertine dei settimanali tedeschi con la pistola sugli spaghetti aggiornata per collocarsi su vaccini e mascherine, dove un temporale estivo mette in ginocchio le capitali della  Magna Grecia, dove il sistema di difesa della città più speciale e vulnerabile del mondo, Venezia,  è diventato oggetto di satira e scherno globale, c’è proprio da chiedersi quale potenza di attrazione verrà esercitata per richiamare il mondo da noi. (segue)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Arcadia infelix

covir Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non tutti i mali vengono per nuocere. Ogni medaglia ha il suo rovescio. E chi ti dice che sia una fortuna, e chi ti dice che sia una disgrazia.

Succede sempre che quando siamo alla canna del gas, qualcuno tiri fuori la cara, vecchia saggezza popolare: in tempi di carestia nessuno soffre di diabete, alla guerre succede la benefica ricostruzione, il grande massacro ha favorito l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro e così via.

E da tempo esiste una corrente gastrofilosofica che ci raccomanda di approfittare della crisi per allestire l’orticello autarchico in poggiolo, che invita a tornare alle ricette della nonna gettando alle ortiche, peraltro ottime nella frittata, i 4 salti in padelle di mamme lavoratrici part time negligenti, insieme a lauree in dottrine fino a oggi propagandate, per dedicarsi – anche in questo caso grazie ai nonni, a occupazioni che prevedono un sobrio ritorno alla natura e alla manualità creativa, intrecciando cesti, producendo un  numero limitato di vasetti di yogurt vegano di latte di mandorla da scambiare con l’augurabile riproposizione del baratto.

Pare siano queste le nuove frontiere della decrescita felice.

Peccato che ci caschi anche qualche intelligente opinionista che dimostra nelle pieghe delle sue convinzioni una appartenenza elitaria e un carattere “aristocratico” inestinguibili. È successo a Montanari che ha somministrato sul Fatto una lezione di positività al virus, citando Sant’Agostino: “Ex malo bonum”, per dimostrare che anche dal pessimo Covid19 avremmo il modo di ricavare qualcosa di buono. La faccia benevola del mostro bifronte come Giano, e come il progresso che con un incremento delle disuguaglianze e dello sfruttamento ci reca – almeno finora- il contrasto a tremendi morbi e tecnologie prodigiose,  consisterebbe nella “decisa frenata della turistificazione di città come Venezia o Firenze, che hanno improvvisamente perso circa la metà delle prenotazioni, e che in questi giorni appaiono belle e accoglienti come non lo erano da trent’anni almeno. Una tragedia economica, un paradiso civile e sociale

Prima di lui la stampa straniera, quella anglosassone in particolare, si era beata di panorami dimenticati, dei passi lenti che risuonano sull’antico selciato di città d’arte finalmente deserte e silenziose, dell’inusuale privilegio di non stare in fila davanti a Giotto o all’ingresso del Colosseo. Almeno lo storico dell’arte fiorentino, impegnato non solo nella sua disciplina ma su fronti civili e politici,  si interroga e si augura che quella  “clamorosa contraddizione” ci insegni qualcosa “sulla follia di un modello che distrugge inesorabilmente la “bellezza” che vende”, con un auspicio: “ Se per cambiare vita abbiamo spesso bisogno di un trauma. Ebbene, per cambiare vita tutti insieme sarebbe saggio farci bastare questo trauma: il prossimo potrebbe non lasciarcene il tempo”.

E’ che nulla intorno fa pensare che siamo attrezzati a ricevere e far tesoro di questo insegnamento. Ma soprattutto in quale sacra scrittura è stabilito  che sia necessario che si produca un danno che colpisce indifferenziatamente tutti, ricchi e poveri, nobili e umili, per rovesciare i processi che hanno reso i primi più forti, potenti e abbienti e i secondi più indigenti e sofferenti? Che ci debba essere una livella che si abbatte indiscriminatamente su colpevoli e vittime – che poi nemmeno quella è giusta se a ogni posto letto tagliato nella sanità pubblica ne corrisponde uno sontuoso e selettivo in quella privata –   per riprendere nelle mani responsabilmente la nostra vita, per riappropriarci di diritti e prerogative rubati, per assaporare l’assenza o la fine di un dolore acuto come fossero piacere e felicità. A ben altro dovremmo aspirare.

E infatti non bisogna essere anarchici insurrezionalisti per osservare e adirarsi se gli  effetti della pestilenza che svuota le città d’arte, i cinema, i ristoranti, gli hotel, non solo non cambieranno i programmi del sistema economico e finanziario ma già ora incidono ben poco nelle tasche delle multinazionali di turismo, delle società immobiliari che hanno cacciato i residenti dai centri storici per trasformare il tessuto abitativo in alberghi diffusi, delle majors del commercio che hanno ridotto in miseria artigiani e attività tradizionali sostituendoli con le cattedrali del lusso e con le loro merci tutte uguali a ogni latitudine.

Chiunque è abilitato a capire che, per i corsari delle crociere che si sono arricchiti grazie all’insano attraversamento della città più delicata e vulnerabile del mondo e che a un mese dall’allarme vanno girovagando per il mondo pressoché intoccati da misure di sorveglianza e profilassi sanitaria, una interruzione dell’attività porta a un perdita irrilevante che si contrasta producendone una ingente, decisiva, fatale su personale assunto con contratti atipici, con patti precari e illegittimi.

O che le grandi catene alberghiere, comprese quelle del turismo religiose nelle mani sicure e abili di soggetti esenti da tasse e balzelli, possono permettersi una pausa che scaricano sui lavoratori, con licenziamenti a raffica, a meno che non si tratti di addetti in tonaca e saio. O che perfino per i grandi musei si tratta di una sgradita perdita di lustro, una interruzione che nuoce alla fama di direttori manager intenti a fare marketing con mostre estemporanee che impegnano investimenti in falsi miti, coperture assicurative per l’export di pezzi unici messi a rischio per megalomania e fosche ambizioni professionali, ma infine il passivo si risolve limitando al vigilanza, eliminando gli ingressi gratuiti, riducendo la manutenzione ordinaria e straordinaria.

Altro che incidente della storia purificatore e evolutivo: come al solito a pagare sono quelli che stanno sotto, infetti, portatori sani, perfino i salvati dal virus ma non dalla miseria che sa sempre dove andare a colpire.

La speranza di Montanari fa il paio con altre convinzioni che un tempo sarebbero state definite radical chic, ma che, perfino quelle, hanno perso il connotato del radicalismo, se Podemos o Sanders paiono estremisti, se per antifascismo si spaccia la condanna alla comunicazione inelegante di uno sbruffone che nutre il suo mito grazie alle contestazioni più di affini che di contrari.

Si tratta di quelle, tanto per restare in tema,  secondo le quali è arcaico e autolesionista non assecondare i trend dello sviluppo che segnano per gli italiani un futuro di operatori turistici, di affittacamere tramite B&B, non solo perché così vuole la modernità, ma anche perché così si risparmierebbero le generazioni future che non hanno le spalle coperte grazie a destini dinastici, dall’emarginazione e pure dalla fatica fisica, grazie a quel felice matrimonio tra flussi turistici e grandi piattaforme tecnologiche grazie al quale se si è con l’acqua alla gola, di fa i locandieri con casa di babbo e mamma, dormendo da piedi.

Basta pensare a  quel paradosso del consumismo progressista che alimenta l’apologia del turismo di massa come veicolo di democratizzazione e che altro non è che cinica manifestazione di supremazia oligarchica, secondo la quale è equo e giusto che il viaggiatore non acculturato, non privilegiato, mangi male, sfiori la bellezza con davanti altre centinaia di teste immeritevoli quanto lui che gli impediscono di vedere la Ragazza con l’orecchino di perla, catalizzatrice di interesse effimero per via di un brutto polpettone. E che per giunta venga sfruttato dai soliti padrone grazie alla mercificazione del tempo libero e del consumo culturale e del paesaggio, secondo la legge fordista: dare un po’ di straordinari agli operai in modo che si comprino i ferrovecchi che producono.

Una sola lezione dovremmo apprendere dalla peste, la rivelazione che c’era già prima e che se ci ha infettati, forse potremmo guarire riprendendoci le decisioni, la libertà e la vita.

 

 

 


Buio in galleria

An unidentified visitor of the BelvedereAnna Lombroso per il Simplicissimus

Chi non ha conosciuto un pittore della domenica, chi non ha nel suo albero genealogico una zia che dalle nostre foto di bimbi traeva un delicato ritratto, chi non ha seppellito in cantina la forte e materica produzione di un amico di famiglia folgorato dall’astrattismo ancorché fosse un severo dipendente del Ministero del Tesoro?

 

Erano altri tempi, quella vocazione repressa per via delle necessità della vita, restava in famiglia, come le poesie scritte da giovinette romantiche e tempestosi adolescenti che oggi, invece, cercano e sono ispirati a comprarsi la fama lasciando la loro impronta creativa tramite case editrici farlocche che pubblicano a pagamento libri automaticamente destinati al macero e a popolare la bibliotechina di casa senza nemmeno passare per premi letterari ancora più farlocchi.

In fondo si tratta di una delle più accreditate leggende contemporanee che vuole che il Paese pulluli di talenti repressi e ignorati snobbati da una ottusa oligarchia di critici, lettori di case editrici, funzionari, consulenti saliti per miserabili motivazioni ai vertici di quel giustamente vituperato sistema chiamato “”industria culturale”, impegnati a mandare avanti parenti, affiliati, adulatori, tutti variamente raccomandati,  mentre basterebbe scavare sotto il loro fango per trovare tesori, vocazioni, creazioni, diamanti e smeraldi, che vengono malvagiamente sottratti ai fasti della fama e del sacrosanto riconoscimento economico.

A queste pietre preziose orbate della meritata ricompensa, ai generosi esploratori e minatori,  si rivolge un periodico online, Artribune, che rivela la sconsiderata misura messa in atto dal Comune di Roma un anno fa ma passata inosservata “che, cito, impedisce l’apertura nel centro della città di gallerie d’arte ponendo paletti invalicabili. La norma è figlia di una delle tante mentalità malate che sta uccidendo giorno dopo giorno la capitale d’Italia”. Secondo il “Regolamento per l’esercizio delle attività commerciali e artigianali nella Città Storica”,   “chi volesse provare ad aprire una nuova galleria, denuncia Artribune, dovrebbe essere presente con questa attività nelle liste della Camera di Commercio da almeno 3 anni e dovrebbe disporre di uno spazio commerciale almeno di 150 mq… Un combinato disposto che elimina tutti i nuovi del mestiere, impedisce il ricambio e uccide definitivamente qualsiasi velleità da parte di giovani galleristi di ricerca”.

Insomma lascia intendere la “piattaforma di contenuti e servizi dedicata all’arte e alla cultura contemporanea”,  un giovane e intraprendente  “mecenate” scopritore di ingegni ignoti che voglia aprire uno spazio espositivo    a Trastevere o a Campo de’ Fiori o a Prati,  sarebbe costretto  a registrare la sua attività come “agenzia d’affari”, per via della sua opera di intermediazione    tra chi   produce (l’artista) e chi compra (il collezionista).

Maledetta Raggi, che fa retrocedere il longanime e munificente istinto di protettori della arti a indegna speculazione, che fa entrare le regole dei mercanti nei templi della creazione e della bellezza, i cui sacerdoti sono stati costretti a “investire mesi e mesi di tempo e di pellegrinaggi nei kafkiani dipartimenti di Roma Capitale” per esercitare il loro spirito missionario.

Se proprio si volesse difendere la voglia di esprimersi di giovani vocazioni e incrementare la loro legittima aspirazione a far conoscere la loro produzione, meglio sarebbe invece far piazza pulita della proliferazione di magazzini, cantine, negozietti, androni dove qualche startup, qualche impresario delle illusioni dietro lo status di associazione e onlus affitta gli spazi a caro prezzo per l’ostensione carogna di croste indecenti, sperimentazioni e saggi, appena appena un po’ meno prestigiose, feconde e fantasiose delle provocazioni della Biennale di Venezia o di Kassel, prodotti di citrulli che sperano di comprarsi la gloria grazie a citrulli messi in mezzo dagli intermediari  improvvisati che impongono cacca seriale, d’artista ma non in barattolo, alla cerchia parentale dell’incauto espositore.

Ma non c’è mica da scandalizzarsi per il mercimonio, è questa la tendenza dell’arte e del mercato “culturale” nelle mani di un sistema, nel mare piccolo come in quello grande, di società commerciali, di curatori seriali, di assessorati condizionati da consulenti e pr, di musei e gallerie in mano alla politica o a manager che coltivano improbabili geni e sfornano eventi di cassetta intorno a opere che hanno trovato rinnovata celebrità, grazie a romanzetti o film irrilevanti, per premiare la combinazione di marketing e spettacolarità, secondo un modello culturale che deve somministrare emozioni a getto continuo, applicando parametri neoliberisti: misura dei guadagni, profitti del merchandising, impatto economico  e attrattività di testimonial e investitori, quelli che una volta si chiamavano mecenati.

Altro che deplorazione per la retrocessione a agenzie di affari: ormai c’è da rimpiangere i galleristi che si sono rovinati per amore della scoperta di geni scomodi, fratelli compresi, come Theo Van Gogh, che hanno investito in estri e fenomeni scommettendo su successi postumi e poco premianti, ma anche quelli che si sono arricchiti grazie a gusto e preparazione profetici. C’è da avere nostalgia perfino per gli osti che hanno attaccato alle pareti il corrispettivo di zuppe e entrecôte, i dottori che si sono fatti remunerati in statuine e quadretti le cure per sbornie di assenzio e polmoniti prese in soffitte umide, se pensiamo a come avviene la selezione di critici, curatori, galleristi, cui si chiede non la conoscenza, il fiuto e l’esperienza, ma un mix di buone relazioni politiche, capacità di raccogliere fondi e bernoccolo commerciale per promuovere lo sfruttamento finanziario della loro merce esposta nei loro showroom, nelle loro fabbriche di provocazione e divertimento.

Dal dominio degli “operatori culturali” siamo approdati a quello dei manager situazionisti che propongono eventi, intrattenimento, messe in scena fulminanti e decorazioni istantanee che non esigono sforzo di chi guarda, nemmeno partecipazione superiore a quella che si dedica alla vetrina del centro commerciale. A meno che non si faccia come alla Galleria Belvedere di Vienna, che ha visto un’impennata di visitatori dopo aver tentato l’arte vaporizzata e da quando folle di utenti ha preso l’abitudine di ritrarsi con un selfie mentre replicano il Bacio di Klimt.

 

 

 

 

 

 

 

 


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