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Musei virtuali, cretini naturali

Anna Lombroso per il Simplicissimus

La  famiglia  Valvrojenski, costretta alla fuga dal Governatorato di Vil’na in Lituania per via di un succedersi cruento di pogrom ai danni della comunità ebraica, si era stabilita a Boston nel 1875 assumendo il cognome Berenson. Uno dei ragazzi Valvrojenski, Bernard, dimostra un così vivace  e poliedrico talento da essere ammesso ad Harvard, da dove, grazie a una generosa borsa di studio, si reca in Europa, visitando Parigi, Londra,  frequentando salotti letterari e artistici e perdendosi con avida curiosità in musei e gallerie finché nel 1890  si traferisce a Firenze.

E diventa Bernard Berenson, uno dei più appassionati studiosi e storici dell’arte, innovatore, discusso, venerato e contestato. Dobbiamo a lui la definizione  originale e visionaria di “valori tattili”, che  si trovano nelle rappresentazioni quando queste non sono semplicemente imitate   “ma presentate in un modo che stimola l’immaginazione a sentirne il volume, soppesarle … misurare la loro distanza da noi, e che ci incoraggia  … a metterci in stretto contatto con essi, ad afferrarli, abbracciarli o girar loro intorno”, permettendo a un oggetto raffigurato di essere percepito come esistente.

A volte vien proprio da dire che certe intelligenze che hanno illuminato grigie esistenze con le loro folgoranti intuizioni, è meglio che non vedano al realtà contemporanea.

A meno che non pensiate che stare pigiati davanti a Antonello da Messina, a Cimabue, a Piero della Francesca, a farsi  un selfie da diramare su Wathsapp, in attesa di raggiungere il souvenir-shop per conquistarsi l’adesivo per il frigorifero, sia una conquista democratica, e che stare tutti insieme nello stesso momento davanti all’Uomo vitruviano prima che prenda il volo oltralpe per propagandare l’Italia e i suoi ministri dei beni culturali iperdotati in marketing rappresenti il godimento perfetto di un diritto, fino a poco tempo fa l’unico davvero riconosciuto, quello a consumare, ora sostituito da quello della salute.

A questa nuova realtà si è invece entusiasticamente adeguato il direttore degli Uffizi Eike Schmidt, quello noto per aver gettato alle ortiche vecchiumi e attrezzature arcaiche del passato, preferendo a Berenson, Morelli, Longhi, e, diciamolo, perfino a Sgarbi, ben altra influencer e che per accompagnarci nelle ondate virali che si aspettano ha proposto  Uffizi On Air, “un modo ancora più diretto per condividere i tesori del museo con il mondo”.

Così “se non possiamo portarvi fisicamente agli Uffizi”, ha proclamato con fierezza, “con questo nuovo progetto social vi ci accompagneremo virtualmente, in versione live”, anche con la “trasposizione online” dell’ultimo trittico di mostre inaugurate nelle scorse settimane e con “ipervisioni” dedicate,  tutti “prodotti” accessibili ogni martedì e venerdì, sul profilo Facebook ufficiale della sede museale fiorentina, per replicare il successo ottenuto  su Instagram(le visualizzazioni hanno raggiunto oltre 561mila contati) e con TikTok che fa degli Uffizi “il museo con più follower al mondo” dopo il Prado.

Come si era detto? Niente sarà più come prima. E difatti alla faccia dei valori tattili, dell’incontro “carnale e sensoriale” con le opere d’arte, per coglierne gli aspetti materici e plastici e sviluppare immaginazione, i ragazzini prossimi, dopo aver fatto la ricerchina di storia dell’arte, già negletta e spedita agli ultimi post nella graduatoria formativa e nelle gerarchie delle materie utili per soddisfare le aspettative della classe dirigente di domani, per la quale i quadri saranno merci da mettere nel caveau, potranno prodursi, davanti al pc di casa grazie alla Dad, in fertili e giovevoli escursioni virtuali agli Uffizi. Che poi non è certo una novità, basta pensare al Gran Virtual Tour (perché mai chiamarlo Viaggio in Italia, come avrebbero fatto Goethe, Keats, Lord Byron Montesquieu, potendo usare un qualche slang imperiale?)  del Ministero competente, che pare il catalogo online dei prodotti di un commesso viaggiatore costretto al lavoro agile, con le foto per invogliare la clientela come le vetrine dei ristoranti giapponesi.

E perché lamentarsi? A pensare a quanto avete speso in gite scolastiche e visite guidate, si può ipotizzare che le imprese facciano tesoro di questo precedente offrendo nell’ambito del welfare aziendale tanto gradito dai sindacati servizi di ferie virtuali, con viaggi dei dipendenti in terme On air, ipervisioni  di ridenti località montane e immersioni live a Sharm el Sheik, in modo tra l’altro di sviluppare profittevolmente il cottimo digitale e la disponibilità h24.

E sempre per esaltare le ricadute economiche della rivoluzione digitale per la quale dovremo ringraziare l’epidemia, immaginate che risparmio  tener chiusi i musei, espellendo costose guide, ciceroni ingordi, dispendiosi sistemi d’allarme, sicché l’unico  modo per provare i valori tattili non da remoto ma in presenza, sarà andare a fare i camerieri in ville prestigiose,   portare i caffè nei consigli di amministrazione di finanziarie,   stare ben bardati in divisa e  col pistolone a fare la guardia in fondazioni bancarie.

Che poi si è capito che è questo il format da replicare, imponendo la Dad, così non c’è bisogno di insegnanti e bidelli e nemmeno di scuole sicure o  di Buona Scuola, che ci pensano le paritarie i cui alunni saranno anche tra i pochi che agli Uffizi ci andranno un giorno e fisicamente, come andranno a Ponte Vecchio, come si recheranno al Museo di San Marco, in occasione di pranzi, convention, matrimoni  e eventi se, come è noto, esiste un prezzario delle location d’arte secondo il quale un buffet al Cortile degli Ammannati costa molto meno di un tavolo al Billionnaire.

In fondo ci stiamo abituando da un po’ alla grande rivoluzione digitale, con l’obbligo alla spesa online in maniera da eliminare dal panorama urbano la paccottiglia volgare dei piccoli esercizi commerciali: il macellaio di rione e il mercatino del fruttarolo che ha l’orto al paesello per contribuire all’inossidabile grandezza imperitura di grandi catene multinazionali, di colossi della speculazione gastrica che hanno dettato le linee direttrici all’Expo di Milano.

Se andiamo avanti così è assicurato il successo di un ulteriore progresso, quando Colao e Arcuri metteranno a diposizione un’app condita di effetti speciali aromatici e odorosi per nutrirci online con un vitto immaginario e senza gravare sui bilanci domestici sempre più miseri da destinare ad altri consumi sociali informatici e sanitari.

E non è mica un caso che siano finiti i tempi di Zenodoto di Efeso, il curatore della Biblioteca di Alessandria, che siano arrivati i manager a commercializzare i nostri tesori, quelli che non si possono infilare tra due fette di pane come il Bel Paese, e che i musei e le biblioteche abbiano lo stesso destino dell’istruzione.

Perché sono scuole anche quelli, benché anche quelli ormai infiltrati dalla “cultura del marketing” tanto da dover fare cassetta, quando si sa che far entrare tutti gratis nei templi della cultura e dell’arte per promuovere famigliarità con la bellezza, costerebbe meno di due giorni di spese militari. E proprio perché sono un bene comune al servizio della collettività per favorirne la crescita morale, sociale e civile, non magazzini di oggetti ma comunità vive della conoscenza, qualcuno ritiene che siano pericolosi istigatori di libertà, critica, creatività e anticonformismo.

Tanto da immaginare che del rilancio postpandemico  debba far parte un Fondo per la Cultura (più che mai un ossimoro se a lanciare l’idea è stato un giornalista, appartenente a buon diritto a una corporazione necessariamente ormai ignorante e assoggettata ai valori dell’oligopolio) subito caldeggiato da Colao e che dovrebbe movimentare il desiderabile contributo del mecenatismo peloso degli sponsor e l’occupazione  e lo sfruttamento privato.    

Ci resta un’ultima speranza, che l’intelligenza artificiale l’abbia vinta sui cretini naturali.


Il brand dell’oltraggio, parte seconda

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quanti improperi, quante accuse di provincialismo sono state indirizzate a chi nell’anno di grazia 2105, Renzi Presidente, aveva messo in guardia dalla decisione dell’allora Ministro dei Beni Culturali di chiamare a dirigere i più importanti musei di Stato italiani a personalità straniere.

Bastava grattare un po’ sotto la superficie del cosmopolitismo Pd, che ha da tempo sostituito il molesto e arcaico internazionalismo, per capire che a ingolosire non era l’appartenenza etnica o la congruità con i più frusti stereotipi, mondanità francese, eleganza britannica, efficienza tedesca, bensì un certo tipo di competenza richiesto per sviluppare la missione imposta dalle nuove frontiere dello sfruttamento intensivo del nostro patrimonio artistico e culturale: fare cassa.

E infatti la selezione ministeriale premiò, sulle orme  degli indimenticabili Bondi e  Ornaghi che misero a reggere le sorti dei musei Mario Resca grazie alle sue referenze conquistate in McDonald e al Casinò di Campione, soggetti che vantavano un curriculum di manager particolarmente versato nelle discipline del marketing.

Tanto che dopo tre sentenze del Consiglio di Stato e due del Tar del Lazio, chiamati a dirimere il contenzioso aperto da chi sosteneva che il bando  internazionale andava contro le regole nazionali  che impediscono di far assurgere ai posti di vertice della pubblica amministrazione cittadini stranieri, il sempiterno Franceschini ha potuto rinnovare il mandato per la seconda volta a Eike Schmidt in qualità di direttore degli Uffizi, si, quello che abbiamo visto, gongolante e compiaciuto, salutarsi col gomito con l’illustre testimonial, cui non poteva giovanilmente dare il cinque per ragioni sanitarie.

Fiero di aver aperto la strada a altri operatori culturali sbarcando tra i primi su Tik Tok, lo storico tedesco  rivendica con orgoglio “l’operazione”  Ferragni “volta, dice, ad avvicinare anche i più giovani ai grandi capolavori del Rinascimento”. E aggiunge: “quello dei giovani è un problema che ci ponevamo anche prima, per esempio quando abbiamo invitato le star del festival Firenze Rocks a visitare i nostri musei….   Noi abbiamo una visione democratica del museo: le nostre collezioni appartengono a tutti, non solo a un’autoproclamata élite culturale, ma soprattutto alle giovani generazioni. Anche perché, se i giovani non stabiliscono oggi una relazione col patrimonio culturale, è improbabile che in futuro, quando saranno loro i nuovi amministratori, vorranno investire in cultura”.

Davvero mi domando come mai non sia stato offerto un prestigioso ruolo dirigente nei beni culturali ai pubblicitari che hanno avvicinato i ragazzi di allora al repertorio classico, riempiendo i teatri, comprando Cd e poi scaricando brani a raffica, dopo essere stati cullati dalla Romanza per violino e orchestra n. 2, op. 50 di Beethoven che creava un’atmosfera nel sorseggiare il cognac.

O quelli che avevano ballato su “per Elisa” rivisitata da Presley, o sulle note di saccheggiatori rei confessi di Pachelbel o di Schubert. Il fatto è che l’estrapolazione estemporanea è come le citazioni, solo chi è curioso e avido di apprendere va a cercarsi la fonte, gli altri meccanicamente registrano con indifferente noncuranza, contraddicendo così  le convinzioni di alcuni  che manifestano soddisfazione perché l’immagine della celebrata sciacquetta in braghette e ombelico in bella mostra davanti alla Venere, ha fatto scoprire ai rampolli il Botticelli. Più o meno come un tempo si familiarizzava con il Colosseo o San Marco dentro alla sfera con dentro la neve.

D’altra parte ormai la realtà viene guardata e ammirate e entra nelle esistenze umane solo così, a vedere i turisti che percorrono il Canal Grande o le strade di Roma sul bus a due piani, contemplando sullo smartphone in versione virtuale i monumenti che scorrono di fianco a loro.

E se a testimoniarne (ne ho scritto ieri: https://ilsimplicissimus2.com/2020/07/20/il-brand-delloltraggio/ ) è l’incarnazione della perentoria volgarità post berlusconiana, idolatrata perché come il Cavaliere fa un sacco di grana, paga e pretende, approfittando di generazioni di citrulli che vorrebbero consumare come lei la stessa robaccia standardizzata, meglio ancora.

E meglio ancora se a far stabilire “una relazione emozionale con il nostro patrimonio”, è sempre il direttore a dirlo,  ci pensa una nuova divinità contemporanea, un bel quarto di ciccia – ma guai a dirlo per non beccarsi l’inevitabile accusa di sessismo – che potrebbe essere infilata in mezzo a due fette di pane, come voleva fare appunto con i nostri tesori d’arte Tremonti, al fine di renderli finalmente redditizi.

Però sarebbe ingiusto attribuire ai governi del ventennio berlusconiano l’irruzione del mercato, della commercializzazione, della speculazione nel settore dei beni culturali.

In realtà a essere posseduti dal demone liberista, a dannarsi in cambio del favore di imprenditori e finanziatori privati pronti a prodigarsi con generosi benefici fiscali per “partecipare” della manutenzione, tutela e soprattutto gestione dei nostri giacimenti, sono stati in prima linea i fan di un progresso che in vista del declino dell’economia produttiva, della renitenza del nostro sistema a investire in ricerca innovazione, tecnologia, salvaguardia dell’ambiente e del territorio, hanno creato il mito fasullo della vocazione del Paese a diventare la “meta” più frequentata dall’immaginario globale.  Condannato dunque  a trasformarsi in parco tematico, albergo diffuso, parodia di una nazione con il suo popolo convertito in una moltitudine di osti, gondolieri, suonatori di mandolino, pizzaioli, facchini e affittacamere a casa loro.

Che poi questa “predisposizione”, ammesso che esistesse, non veniva sostenuta né con investimenti né con la volontà politica. Non solo si sono invece abbandonati il territorio, il paesaggio, i siti archeologici senza garantire la manutenzione indispensabile, non solo si sono consegnate le città svuotate dei residenti alla più mediocre mercatizzazione, non solo si è alimentata la trasandatezza che ha trasformato la crisi delle città in emergenza abitativa, dei servizi, della mobilità, ma non è stato fatto nessuno sforzo per reggere la concorrenza con altre realtà meno care, più organizzate, più strutturate e più dinamiche.

Basta pensare al caso Eurodisney: è il 1984 e tra le localizzazioni individuate per il più grande parco di divertimenti del continente c’è anche Bagnoli, con l’immensa area Italsider già in dismissione. Pare così appropriata che i competitori alzano la posta, la Francia con Parigi, la Spagna con Barcellona, ma i tempi si allungano, le procedure sono complicate alla fine la Disney si spazientisce, sceglie la capitale francese e il nostro Paese, che pure ha investito in innumerevoli fallimenti ludici, tra calcio e olimpiadi, rinuncia a oltre 35  mila posti di lavoro e non quelli effimeri dei cantieri, a milioni di visitatori ogni anno che avrebbero gravitato su  un’area più vasta da Napoli a Pompei, a Paestum, a Ercolano.

Invece la consuetudine che ha preso piede è stata quella di appagare gli appetiti delle cordate impegnate nei Grandi Eventi Effimeri, per speculare sulla occupazione di territori che finita l’occasione hanno perso valore, su cattedrali e infrastrutture “nel deserto”, sulla menzogna del project financing che ha  costretto enti pubblici e amministrazioni a garantire reti viarie e servizi di sostegno a spese della collettività.

È  stato questo lo spirito che ha animato e ispirato le scelte politiche da quando la Costituzione – e quello che detta in materia di cultura e diritto al sapere, all’istruzione e al godimento dei beni comuni, bellezza compresa, è diventata un testo letterario da rispolverare nelle occasioni celebrative.

E i nostri tesori ereditati sono stati convertiti in un pozzo da prosciugare, come non fanno ad Abu Dhabi che sta costruendo il più grande museo del mondo dove stipare tutto quello che il petrolio ha comprato dai paesi che hanno trascurato memoria e proprietà collettive, anche grazie alla legenda diffusa secondo la quale è democratico che anche gli straccioni possano stiparsi in pullman per poi sfilare svelti svelti davanti al “Buon Governo”, mentre una èlite sociale e morale può entrare nel Colosseo deserto invitata dal re dei mocassini, o nel Louvre allestito in forma di ristorante esclusivo per onorare il profumiere.

Ha cominciato, è giusto ricordalo, Ronchey, promosso sul campo “professore” dal governo Amato e anticipatori di altri severi frugali, a introdurre i privati nei musei anche grazie alla istituzione dei servizi aggiuntivi, merce, ristorazione, poi seguiti dall’editoria e da varie forme di produzione di eventi.

Poi Paolucci, che non aveva nemmeno l’attenuante dell’incompetenza, arriva a allargare la gamma  delle attività delegate ai privati investitori, in attesa del più dinamico nel consolidare il flirt tra stato e imprese, Veltroni, che sancisce che se il settore pubblico non garantisce la tutela e la cura del nostro patrimonio è doveroso affidarlo all’iniziativa di altri. Se si aggiunge l’accoppiata con Melandri che approfitta della Bassanini per attribuire nuove competenze alle regioni creando una giungla ci norme e funzioni contraddittorie e ingovernabili, il gioco è fatto e i ministri berlusconiani trovano la tavola allestita.

Ma il vero trionfo della “partecipazione” attiva delle rendite e dei signori dello sfruttamento si celebra con il renzismo, con la cacciata dell’unico ministro degno di consenso, Bray, con la consegna dei beni artistici e  della memoria agli speculatori delle multinazionali della “fruizione culturale”, poliedrici nel fare cassa con l’editoria, gli eventi tarocchi, il merchandising e soprattutto svendendo, locando, offendo in comodato, alienando la roba nostra come fosse loro. Proprio come è successo in Grecia, come sta succedendo e succederà in forma accelerata da noi.

Ci aspetta di essere infilati in una palla di vetro, ma senza neve. che comunque sarebbe a spese nostre. (fine)

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Gobbi rialzatevi

Venezia Gobbo Rialto.jpg Anna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche notte fa due extracomunitari, nudi e strafatti, hanno improvvisato uno sgangherato e chiassoso happening  da hippy di ritorno, sesso droga e rock and roll, neanche fossero stati a  Woodstock o all’isola di White. Peccato invece che fossero a Venezia, al mercato di Rialto, nel piccolo campo che ospita la più antica delle chiese, San GIacometo. La performance della coppia non ha suscitato l’attesa riprovazione. E pare che siano ancora in corso le indagini per identificarli da parte della polizia municipale cui è affidato il delicato incarico di salvaguardare il decoro urbano tramite le severe misure previste dal Daspo. Il  fatto è che ai due scapestrati e molesti  extracomunitari non si imputa di aver commesso sacrilegio per via di un credo incompatibile con i valori di tolleranza e rispetto, né tantomeno si tratta di irregolari da rimandare al loro paese con foglio di via o con le ruspe. Macché, la esuberante coppietta era bianca, bianchissima e veniva dalla Svizzera, come hanno testimoniato i passanti che ne hanno ripreso le spettacolari e indisturbate effervescenze pubblicandole sui social.

Insomma erano turisti e si sa che è imperativo per le città italiane, piccole o grandi, dando segno evidente di malcontento nei confronti degli stranieri esplicitamente straccioni, mostrando invece compiaciuta sottomissione e grata accondiscendenza per capricci e oltraggi perpetrati dalla clientela internazionale che si rovescia prepotentemente da pullman, treni, navi in vie, piazze, musei, chiese,  disseminandole di svariati rifiuti di lunga vita, in canottiera e braghette, spesso intenti a farsi selfie e a chattare davanti al Buon Governo, a incidere cuoricini sul basamento del celeberrimo monumento, a scrivere le proprie iniziali a margine del dipinto, a tuffarsi dal Ponte di Rialto o nelle acque della Fontana del Tritone, si tratti di spavaldi hooligans, di collegiali di Princeton, di omaccioni di Colonia replicanti le prodezze dell’Oktoberfest.

C’è poco da stupirsi per il trattamento riservato alle nostre città d’arte, tante tantissime  oltre a Venezia, Firenze, Napoli,  Palermo, Siena, che la meravigliosa e unica qualità di quello che era un Bel Paese ormai rosicchiato dai sorci famelici come l’omonimo formaggio, è che ogni borgo, ogni Rio Bo, ogni contrada vanta un tesoro negli anni trasmesso e salvato grazie alla cenere del Vesuvio, alle nostre tasse che hanno pagato la manutenzione anche delle proprietà di uno Stato estero, a pochi mecenati e signorotti, alla devozione di cittadini che si sentivano orgogliosi  di possedere e godere di  un bene comune.

C’è poco da stupirsi se non abbiamo notizia di simili intemperanze e di analoghi oltraggi perpetrati nelle Venice di cartapesta a Las Vegas, Macao, Dubai. O nella San Gimignano di Chongquing, 235 ettari di paesaggio toscano meticolosamente copiato in Cina. Forse perché  quegli outlet dell’arte, del paesaggio, della cultura dove si paga per vivere da dentro e da protagonisti la finzione della storia e della memoria non sono percepiti come un diritto che non prevede i doveri del rispetto e dell’omaggio devoto che è necessario riservare a una grazie ricevuta cui tanti hanno contribuito prima e che è obbligatorio trasmettere a chi verrà. Sono invece prodotti che è sacrosanto e gratificante pagare, merci impacchettate sotto vuoto esibite in contenitori dove c’è sempre meno spazio per la fiducia nella conoscenza e per l’aspirazione all’apprendimento e sempre di più per i souvenir, i duplicati, i cloni, il virtuale.

C’è poco da stupirsi perché quel rispetto che dovremmo esigere non lo pretendiamo da chi ha deciso che è venuta l’ora di sfruttare i nostri giacimenti, di commercializzare quell’arte e quella cultura che non vogliono stare tra due fette di pane, di svendere quello che costa troppo mantenere quando invece si devono salvare ben altri patrimoni, di cedere generosamente anfiteatri, palazzi, collezioni e biblioteche a sponsor in forma di ossequiente comodato d’uso compreso di sovvenzioni statali riconoscenti per il caritatevole mecenatismo.

Cornuti e mazziati, espropriati e vilipesi: quando esprimono compunta riprovazione perché vien fatta man bassa dei tulipani in esibizione, o si fanno circolare le immagini del degrado di prati e parchi bruttati dopo il picnic di pasquetta vogliono dimostrare che non ci meritiamo tanto bendidio che è così oneroso tutelare e conservare rispetto a altre priorità, istituti di credito, armamenti, missioni belliche, aiuti a imprese avvelenatrici o in via di festosa delocalizzazione. Che è meglio cedere la proprietà di tutti, che i tutti non apprezzano per ignoranza, disinteresse, a pochi che benevolmente si assumono la mansione altruista di occuparsene, magari in caveau, recintata, trasformata in logo, location, passerella.

O, nel caso di ampi spazi, città, coste a picco sul mare, regioni squassate da eventi catastrofici, in parchi a tema, ascesa e caduta di una superpotenza marinara, la culla del Rinascimento, i luoghi del pellegrinaggio religioso da San Francesco a  San Benedetto, con le case svuotate per far posto all’accoglienza e alla ricettività, le stalle e le piccole imprese convertite in teatrini dove mettere in scena l’artigianato locale, i caseifici trasformati in osterie dove si mangia fusion,  sushi e lenticchie in ossequio alla globalizzazione e con i pochi abitanti sfuggiti all’esodo in veste di inservienti, camerieri, pescatori, tessitrici, comparse, insomma,  assunte a poco prezzo per la rappresentazione di un’Italia che non c’è più.

In quel campo che ha visto la performance della sfrontata coppietta,   venivano un tempo ‘gridati i bandi’, annunciate a gran voce le decisioni prese dal Senato e le sentenze capitali. Esiste tuttora  la Piera del Bando, un piccolo palco da cui il messo leggeva i documenti sorretto dalla schiena di un uomo inginocchiato da sempre chiamato ‘il Gobbo di Rialto’. Coloro che venivano condannati alla pena della fustigazione cominciavano il loro castigo nella Piazzetta di San Marco, tra le colonne che reggono Marco e Todaro, attraversavano tutte le Mercerie e il ponte di Rialto, frustati e pestati da tutti coloro che si accalcavano nelle strade, finchè non arrivavano nel campo di San Giacomo di Rialto e davanti al Gobbo, dove finiva il supplizio.

Altro che botte, altro che pena, basta supplizi e carnefici, è ora che tutti i Gobbi si levino in piedi.


Caduta massi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

È improbabile che domineddio al fianco del giovane re cattolicissimo abbia voluto lapidare in Santa Croce il reprobo turista catalano in odor di secessione, o che abbia invece voluto salvare i pochi turisti tedeschi che vanno in pellegrinaggio alla romita chiesa del Domine Quo Vadis sull’Appia Antica dove un blocco di 10 chili staccatosi dalle stemma Barberini è precipitato a terra sul sagrato. Senza disegno divino ma per via di umana trascuratezza a Santa Croce, come a Pompei, piovono pietre e poi  pezzi di Lungarno  franano a Firenze, il sito archeologico di Sibari  si allaga, due chiese di Pisa sono chiude al culto per timore che si sgretolino sui fedeli,  il tempio greco di Caulonia   scivola verso mare, il muro di contenimento degli Orti Farnesiani sul Palatino si sbriciola, e non serve un tecnico per accertare la colpa di chi dopo il terremoto di agosto 2016 non solo non ha puntellato i monumenti, ma non ha fatto rimuovere e custodire altrove  il patrimonio mobile di capolavori di pittura, scultura e oreficeria sacrificati per incuria nella catastrofe artistica più grave  della storia della Repubblica.

E dire che a Pompei come a Firenze, a Roma come  nelle centinaia di siti che costituiscono quei “giacimenti” che dovrebbero dare lustro e ricchezza al Pase più bello del mondo, si sa bene cosa si dovrebbe fare e d è quello che si dovrebbe fare anche per tutelare il nostro territorio e il nostro paesaggio: non interventi di riparazione straordinaria e costosa quando si manifesta un’emergenza, bensì una conservazione programmata mediante il controllo dello stato di salute del nostro patrimonio e attraverso le necessarie, minime, puntuali e periodiche opere di manutenzione.

Naturalmente non è un caso che invece avvenga il contrario,  che invece si realizzi quella infausta combinazione di doloso abbandono con un disegno che è lo stesso perseguito in tutti i contesti dell’economia e della società: destituire uno Stato che si vuole inadempiente, esautorare soggetti competenti incaricati di sorveglianza e controllo, che si vogliono umiliati e avviliti quindi esposti a disaffezione e perfino corruzione. Perché è fin troppo evidente che si concretizza  definitivamente  con Renzi- Franceschini il disegno avviato dal duo Tremonti- Bondi inteso alla fine delle sovrintendenze ( la “parola più brutta del vocabolario” alla pari di costituzionalista e critica)  e  alla devoluzione di poteri e competenze ai sindaci e a chi di volta in volta anche  in forma di fotocopia si attribuisce il ruolo di  Sindaco d’Italia.

E come? dando il colpo di grazia alla tutela, operando un vero e proprio mobbing ai danni del personale tecnico-scientifico, smantellando e disarticolando gli archivi, chiudendo gli occhi e pure le orecchie sulle denunce di sottrazioni, furti e svendite, ma soprattutto indirizzando le risorse verso Grandi Eventi, verso Grandi Mostre,  verso grandi “attrattori turistici” peraltro offerti in comodato a sponsor generosi coi quattrini dello Stato, in ossequio a quella concezione di “valorizzazione” intesa come promozione e sfruttamento commerciale che si voleva addirittura introdurre nella Costituzione. O tagliando progressivamente  i fondi per la manutenzione ordinaria e straordinaria del Ministero dei beni culturali,  fino a giungere nel 2015 a meno di 13 milioni di euro (il 36% della programmazione totale); con un ridicolo incremento nel 2017  a 16 milioni (43% della programmazione totale), evidentemente inadeguato alle dimensioni del nostro patrimonio e alla sua fragilità, destinata a crescere via via che lo si abbandona a se stesso.

La privatizzazione dei beni comuni e del Paese passa anche da qui, da un esecutivo e da una classe politica che si sente obbligata a appagare appetiti insaziabili di potentati, lobby, imprese multinazionali, indebolendo l’apparato statale e la sovranità nazionale, mantenendo però inalterata la funzione di elemosiniere in soccorso di mecenati esosi, come è successo con i restauri del Colosseo quando il valorizzatore privato in veste di ciabattino è stato spalleggiato con un cospicuo contributo pubblico.

Per non dire del più muscolare e superdotato dei privati, la Chiesa che possiede e gestisce un patrimonio enorme (  circa 95.000/ 100 mila chiese, 3.000 biblioteche, circa 28.000 archivi parrocchiali e diocesani, terreni, immobili di pregio, conventi e monasteri, scuole “parificate”, strutture ricettive e canoniche antiche opportunamente trasformate in B&B,   beni privi di carattere sacro, di proprietà di Enti ed Istituzioni ecclesiastiche, beni di proprietà della Santa Sede, beni soggetti a vincolo di destinazione al culto, beni di interesse religioso di proprietà di Enti ed Istituzioni ecclesiastiche), ma non paga Imu e che governa i suoi beni in base a valori e   requisiti proprietari ma anche di culto e di evangelizzazione. Principio questo che vale anche per la loro conservazione e restauro: Santa Sede e Repubblica Italiana (successivamente Regioni e Comuni), nel rispettivo ordine, collaborano nella tutela del patrimonio storico ed artistico, al fine di armonizzare l’applicazione della legge italiana, con le esigenze di carattere religioso. Gli organi competenti delle due parti in ottemperanza dell’art.12  della revisione concordataria del 1984 sono tenute a cooperare  per la conservazione e la consultazione; ciò significa  però, e non sorprende, che la consultazione dipende dalla sola autorità ecclesiastica, la conservazione dipende invece sia da quella ecclesiastica sia da quella statale. Resta aperto dunque l’interrogativo: chi paga? Chi deve mettere i soldi per la tutela e il restauro dell’esistente a fronte della smania costruttiva che invece di sanare quello che c’è ha realizzato in 30 anni almeno 3 mila nuove chiese, mentre immobili destinati al culto e di qualità artistica elevata restano chiusi e abbandonati o in altri  si sospendono gli interventi di ripristino e messa in sicurezza per riaprire all’evangelizzazione e pure alla “valorizzazione” turistica.

È che, come è successo in S.Croce, non sempre il culto va d’accordo con la cultura. E mai quello che abbiamo permesso venisse prestato o ceduto torna nostro.

 


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