Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà perché si lagnano, si rimpallano responsabilità e colpe, si dispiacciono per l’ennesima cattiva figura agli occhi del mondo. Eppure proprio a loro, a questo ceto dirigente, di politici, di manager, di industriali, di banchieri, piace l’dea di una Roma eterno set di film e filmacci da Fellini a imprudenti imitatori, teatro di intrighi di qua e di là del Tevere, palcoscenico di carriere brillanti e repentine eclissi, dove lo Stato si esprime come un’amministrazione farraginosa, gerarchica, burocratica, clientelare e familista, che esclude la società, in modo da assomigliare anche quello al mostro di un spaghetti horror interpretato da borghesi piccoli piccoli, funzionari codardi, intrallazzatori spacconi, cardinali maneggioni.

Chissà perché si sorprendono della cerimonia, che pare sceneggiata a Cinecittà 2 dove si imita la macchina magica del cinema dopo averlo fatto fuori, cacciati i talenti, rase al suolo le strutture, disperse le professionalità, condita da pioggia di petali come durante gli sponsali del boss dei matrimoni, da carrozza e cavalli coi pennacchi come alle esequie imperiali ai tempi di Cecco Beppe, da bande stonate che intonano il Padrino ma anche Also sprach Zarathustra, da prefiche e piangenti prestati al lutto in licenzia premio da Rebibbia.

Chissà perchè si stupiscono i romani. Eppure chiunque, anche gli immigrati come me, sapeva, sapeva della sterminata cittadella della Famiglia là verso l’Anagnina, dei rubinetti d’oro, dei pavimenti con le pietre dure incastonate, dei dipinti a olio col piccolo acquaiolo, con la zingarella che piange una lacrima eternamente a mezza gota, col le belle mele tonde e rubizze.

Tutti sapevano dello sterminato parco macchine in vendita, probabile bottino conquistato con l’usura, in sostituzione dei vecchi allevamenti, dell’attività di strozzinaggio da far invidia alle banche, così come tutti avevano appreso che si trattava di sconcertanti nullatenenti.

Si, tutti sapevano, così come sapevano dei vari re di Roma, di Carminati, Buzzi, del loro brand di sfruttamento della disperazione, delle cooperative “benefiche”, delle onlus “caritatevoli, dei finanziamenti alla nomenclatura, che tutto si svolgeva alla luce del sole, se ne parlava al caffè, si svolgevano trattative strillate al cellulare.

E tutti avevano saputo che questi mondi di mezzo si incrociavano, che i business interagivano profittevolmente, come fosse invitabile e naturale che chi occupa il suolo con mostruosi tir del ristoro per turisti malcapitati sieda in consiglio comunale, dove peraltro sono stati ben collocati o remunerati esponenti di bande malavitose, in odor di banda armata. Come fosse invitabile e naturale che brindino ridendo alla stessa mensa quelli che dobbiamo nominare come “uomini di mondo”, necessariamente spregiudicati e pragmatici, quelli del clan, quelli delle coop, quelli della politica, quelli dell’edilizia speculativa, ormai indistinguibili e magari pronti a spiccare il volo verso Palazzo Chigi.

Ma adesso tutti devono mostrare stupore, perché così vuole il film, compresi quelli che di quel sistema hanno approfittato, quelli che ne hanno tratto profitto o lavoro senza porsi troppe domande, quelli che hanno chiesto e ottenuto finanziamenti per le campagne elettorali, quelli che hanno preteso favori da loro dopo averli implorati da Bisignani e prima da chissà quanti altri in quell’avvicendamento lento e inesorabile che ha nutrito generazioni di clientele. Adesso devono mostrare riprovazione per quella provocazione simbolica, che altro non è se non un modo per ricordare a tanti e a molti livelli che sono sotto ricatto, sono minacciati, sono implicati, sono in pericolo e che è meglio stare al coperto sotto l’ala protettrice delle famiglie. Anche di quelle pittoresche, magari usate proprio perché il loro folklore è “domestico”, mette meno paura della criminalità in doppiopetto, sicché il cravattaro di quartiere incute meno timore della bancario e di Equitalia, che poi ormai usano gli stessi deterrenti, le stesse intimidazioni, le stesse coercizioni. Magari impiegate proprio per farci abituare su scala locale e grazie alle liturgie da “broccolino” alla grande estorsione, alla grande paura, alla grande schiavitù sotto il giogo del grande crimine, che usa gli stessi modi, gli stessi cruenti avvertimenti da racket mondiale.

Certo sarebbe utile espropriarli di qualcuno dei loro brand, la droga, la prostituzione, il gioco, lo sfruttamento dei profughi. Ma quelli più moderni, quelli più redditizi resteranno inviolati: l’altro gioco d’azzardo, quello dei fondi e dei derivato, l’altro sfruttamento di schiavi, grazie alle “riforme del lavoro”, le altre rapine, quelle dei beni comuni svenduti. E non vengono puniti nemmeno per le loro uccisioni, fisiche, morali, e la più sanguinosa, quella della dignità, della speranza, del futuro.