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Museo degli Orrori

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sotto tutti i ministri addetti alla conservazione e promozione del nostro patrimonio artistico e culturale, quelli che nel vocabolario delle coglionate progressiste vengono definiti i nostri giacimenti aurei, il nostro petrolio denunciando che quindi vanno sfruttati in modo che producano anche se sono “vecchi”, ricorrentemente si è riproposta, o rinfacciata come si dice a Roma di un piatto indigeribile, l’ipotesi di tirar fuori dai sotterranei dei musei tesori dimenticati.

Ma non per trovare una collocazione che permetta a noi tutti di goderne, macché, per darli invece in comodato a mecenati che saprebbe tenerli con cura: banche, fondazioni, multinazionali ai quali dovremmo essere anche grati per la generosa ospitalità, che ci regala l’immagine di Ad e di presidenti di importanti istituti finanziari e imprese che la mattina passano il piumino da spolvero su qualche manierista, o  che si portano in trasferta qualche baccanale barocco per valorizzarlo in camera da letto o qualche scena di caccia per la foresteria.

In feconda e fantasiosa controtendenza, invece, quel geniaccio del direttore degli Uffizi, che non finisce mai di stupirci per le sue  simpatiche  trovate nazional popolari, quell’Eike Schmidt, noto per aver voluto come testimonial la bionda influencer in qualità di musa botticelliana e benevola promoter delle arti  in anticipo sui suoi fasti come persuasiva garante e divulgatrice delle misure anticovid dell’esecutivo, quello apprezzato per aver aggiunto a Dad e smartworking anche l’arte dal sofà realizzando Uffizi On Air, “un ambizioso progetto” per gite  virtuali nel museo comprensive di “trasposizioni online”  accessibili ogni martedì e venerdì, sul profilo Facebook (aspirando a contendere così il successo del competitor più cliccato e che vanta  “più follower al mondo”, il Prado),  ecco proprio lui, non ti è andato a pescare da una cantina prestigiosa un presepe per esibirlo nelle sale e nelle visite digitali, in occasione del Natale?.

Ingenuamente penserete che si tratti di una plastica rappresentazione della natività, magari settecentesca, magari portata alla luce da un ripostiglio di Capodimonte.

Vi sbagliate, la cantina era quella della Rai e il presepe è quello commissionato a un artista contemporaneo, Marco Lodola, da Nicola Sinisi, uno dei decani dei manager del servizio pubblico. Ma quando l’opera da oltre 30mila euro è arrivata in Viale Mazzini, pare che sia stato lanciato un feroce ostracismo  al pagamento e all’esposizione dell’opera, finita così a languire nei sotterranei della Rai finché Schmidt ha raccolto il grido di dolore del suo creatore offrendogli ricetto.

E difatti il gruppo della natività è già stato installato al primo piano dietro le vetrate del Verone e sarà visibile dal Ponte Vecchio, mentre il gruppo dei Magi  potrà essere ammirato dalla piazza degli Uffizi.

Grande il compiacimento espresso da Sgarbi, presente alla toccante cerimonia insieme al Sindaco Nardella, come ci fa sapere il Giornale, che encomia la scelta illuminata e “illuminante” del direttore del polo fiorentino di offrire lo spettacolo di son et lumière in modo che “domini e si rispecchi nell’acqua del fiume, e sia visibile dal Lungarno”. Insomma si tratterebbe “di una intuizione moderna e originale nel pensiero della tradizione e dei valori cristiani. Nelle Natività di Rubens il bambino è un bozzolo di luce. Qui la luce è l’idea stessa di Dio. Sotto la stella cometa che tutti ci unisce nel pensiero del Santo Natale“.

Ora va a sapere se l’iniziativa del direttore voglia configurare uno scisma della fede con l’esposizione del “presepe laico”, contro quell’interpretazione del Natale propagata anche via Dpcm dal Presidente del Consiglio fervido seguace di Padre Pio e di Di Maio, fervente custode del messaggio, stavolta allarmante, di san Gennaro, come festività di appartata testimonianza, riflessione e contemplazione.

 Va a sapere se anche l’opera del Lodola, non sia diventata materia di scontro politico tra impolverati chierichetti e innovatori che piacciono al Papa della gente che piace, tra servizio pubblico che non sa aprirsi alla modernità e progressisti rutilanti alla Drive in.

Va a sapere se invece non sia una di quelle operazioni fatte per épater qualche bourgeois, incarnato da Montanari, da quelli di PatrimonioSos.it, parrucconi e misoneisti, insomma una di quella provocazioni che spacciano paccottiglia di plastica e materiale da ferramento come prodotti  di una creatività   visionaria, irridente e ribelle,  che verrebbe penalizzata per il peccato di essere “troppo oltre”, troppo  d’avanguardia e troppo innovativa.

O va a sapere se invece il nostro Schmidt non sia invece e inaspettatamente un cultore dell’arte Pop, oltre che uno in cerca di rinnovare i famosi 15 minuti di notorietà cui tutti avremmo diritto come sosteneva Warhol, più che degli ormai noiosissimi e abusati Raffaello, Simone Martini, Piero o Pontormo, che ha voluto suscitare un benefico scandalo per risvegliare le coscienze dei molesti passatisti e appagare gusti e inclinazioni  meno retrograde con la sacra rappresentazione rutilante di luci stroboscopiche a evocare le discoteche ormai chiuse.

Se è così non è sicuro che l’iniziativa abbia avuto successo. La Natività di Sanremo, che di questo si tratta, con Lucio Dalla in veste di San Giuseppe, la Cinquetti di “Non ho l’età” come Maria, Freddie Mercury come pastorello e David Bowie come Angelo svolazzante e benedicente sarebbe più congruamente collocata nel contesto della riabilitazione del Kitsch, secondo la efficace  definizione di Gillo Dorfles che ne parlava come di uso improprio, estemporaneo e incoerente, come dell’imitazione “eticamente scorretta di ciò che è stato fatto prima e meglio”.

E se poteva aver ragione molti anni fa Walter Benjamin  per il quale si trattava di  “Una gratificazione emozionale istantanea senza sforzo psicologico, senza sublimazione”, oggi sembra non sia educato dare del “brutto” a qualcosa che appaga sentimentalismo, faciloneria e ignoranza, che  contribuisce a generare e accreditare  un gusto distorto o almeno riduttivo della bellezza, proprio come insegna il proverbio non è bello ciò che è bello, ma quel che piace, Torre di Pisa di pasta di zucchero, i villaggi turistici che copiano i trulli e le grotte die Sassi dai quali per secoli le popolazioni si volevano affrancare, i rosari fosforescenti e le magioni dei boss delle cerimonie che riecheggiano più che Versailles le ville del Cavaliere.

Che d’altra parte Schmidt fosse un appassionato del Kitsch lo aveva già rivelato la sua compulsione a innovare il museo con aggiunte estrose, combinando l’adeguamento allo spirito del tempo, come nel caso dello scalone, dei nuovi “collegamenti verticali”, della tettoia faraonica utile a proteggere gli “avventori” dalle intemperie, con gli obblighi di promuovere la profittevole commercializzazione del prodotto “bellezza” estendendo e razionalizzando lo spazio per lo shopping.

In attesa che a Luciano Pavarotti, Mina, Renzo Arbore, Rita Pavone, Max Pezzali, Caterina Caselli, come le figurine di San Gregorio Armeno, si aggiunga il 24 un Gesù Bambino dei discografici penalizzati dall’Avvento del digitale, magari il cantante Pupo? Cominciamo col chiederci se i fiorentini, anche quelli che non hanno votato Renzi e non votano Nardella si meritino l’umiliazione dei fresconi che si vendono gli affreschi, dei loro musei ridotti, mai come in questo caso, a Juke box e flipper.


Musei virtuali, cretini naturali

Anna Lombroso per il Simplicissimus

La  famiglia  Valvrojenski, costretta alla fuga dal Governatorato di Vil’na in Lituania per via di un succedersi cruento di pogrom ai danni della comunità ebraica, si era stabilita a Boston nel 1875 assumendo il cognome Berenson. Uno dei ragazzi Valvrojenski, Bernard, dimostra un così vivace  e poliedrico talento da essere ammesso ad Harvard, da dove, grazie a una generosa borsa di studio, si reca in Europa, visitando Parigi, Londra,  frequentando salotti letterari e artistici e perdendosi con avida curiosità in musei e gallerie finché nel 1890  si traferisce a Firenze.

E diventa Bernard Berenson, uno dei più appassionati studiosi e storici dell’arte, innovatore, discusso, venerato e contestato. Dobbiamo a lui la definizione  originale e visionaria di “valori tattili”, che  si trovano nelle rappresentazioni quando queste non sono semplicemente imitate   “ma presentate in un modo che stimola l’immaginazione a sentirne il volume, soppesarle … misurare la loro distanza da noi, e che ci incoraggia  … a metterci in stretto contatto con essi, ad afferrarli, abbracciarli o girar loro intorno”, permettendo a un oggetto raffigurato di essere percepito come esistente.

A volte vien proprio da dire che certe intelligenze che hanno illuminato grigie esistenze con le loro folgoranti intuizioni, è meglio che non vedano al realtà contemporanea.

A meno che non pensiate che stare pigiati davanti a Antonello da Messina, a Cimabue, a Piero della Francesca, a farsi  un selfie da diramare su Wathsapp, in attesa di raggiungere il souvenir-shop per conquistarsi l’adesivo per il frigorifero, sia una conquista democratica, e che stare tutti insieme nello stesso momento davanti all’Uomo vitruviano prima che prenda il volo oltralpe per propagandare l’Italia e i suoi ministri dei beni culturali iperdotati in marketing rappresenti il godimento perfetto di un diritto, fino a poco tempo fa l’unico davvero riconosciuto, quello a consumare, ora sostituito da quello della salute.

A questa nuova realtà si è invece entusiasticamente adeguato il direttore degli Uffizi Eike Schmidt, quello noto per aver gettato alle ortiche vecchiumi e attrezzature arcaiche del passato, preferendo a Berenson, Morelli, Longhi, e, diciamolo, perfino a Sgarbi, ben altra influencer e che per accompagnarci nelle ondate virali che si aspettano ha proposto  Uffizi On Air, “un modo ancora più diretto per condividere i tesori del museo con il mondo”.

Così “se non possiamo portarvi fisicamente agli Uffizi”, ha proclamato con fierezza, “con questo nuovo progetto social vi ci accompagneremo virtualmente, in versione live”, anche con la “trasposizione online” dell’ultimo trittico di mostre inaugurate nelle scorse settimane e con “ipervisioni” dedicate,  tutti “prodotti” accessibili ogni martedì e venerdì, sul profilo Facebook ufficiale della sede museale fiorentina, per replicare il successo ottenuto  su Instagram(le visualizzazioni hanno raggiunto oltre 561mila contati) e con TikTok che fa degli Uffizi “il museo con più follower al mondo” dopo il Prado.

Come si era detto? Niente sarà più come prima. E difatti alla faccia dei valori tattili, dell’incontro “carnale e sensoriale” con le opere d’arte, per coglierne gli aspetti materici e plastici e sviluppare immaginazione, i ragazzini prossimi, dopo aver fatto la ricerchina di storia dell’arte, già negletta e spedita agli ultimi post nella graduatoria formativa e nelle gerarchie delle materie utili per soddisfare le aspettative della classe dirigente di domani, per la quale i quadri saranno merci da mettere nel caveau, potranno prodursi, davanti al pc di casa grazie alla Dad, in fertili e giovevoli escursioni virtuali agli Uffizi. Che poi non è certo una novità, basta pensare al Gran Virtual Tour (perché mai chiamarlo Viaggio in Italia, come avrebbero fatto Goethe, Keats, Lord Byron Montesquieu, potendo usare un qualche slang imperiale?)  del Ministero competente, che pare il catalogo online dei prodotti di un commesso viaggiatore costretto al lavoro agile, con le foto per invogliare la clientela come le vetrine dei ristoranti giapponesi.

E perché lamentarsi? A pensare a quanto avete speso in gite scolastiche e visite guidate, si può ipotizzare che le imprese facciano tesoro di questo precedente offrendo nell’ambito del welfare aziendale tanto gradito dai sindacati servizi di ferie virtuali, con viaggi dei dipendenti in terme On air, ipervisioni  di ridenti località montane e immersioni live a Sharm el Sheik, in modo tra l’altro di sviluppare profittevolmente il cottimo digitale e la disponibilità h24.

E sempre per esaltare le ricadute economiche della rivoluzione digitale per la quale dovremo ringraziare l’epidemia, immaginate che risparmio  tener chiusi i musei, espellendo costose guide, ciceroni ingordi, dispendiosi sistemi d’allarme, sicché l’unico  modo per provare i valori tattili non da remoto ma in presenza, sarà andare a fare i camerieri in ville prestigiose,   portare i caffè nei consigli di amministrazione di finanziarie,   stare ben bardati in divisa e  col pistolone a fare la guardia in fondazioni bancarie.

Che poi si è capito che è questo il format da replicare, imponendo la Dad, così non c’è bisogno di insegnanti e bidelli e nemmeno di scuole sicure o  di Buona Scuola, che ci pensano le paritarie i cui alunni saranno anche tra i pochi che agli Uffizi ci andranno un giorno e fisicamente, come andranno a Ponte Vecchio, come si recheranno al Museo di San Marco, in occasione di pranzi, convention, matrimoni  e eventi se, come è noto, esiste un prezzario delle location d’arte secondo il quale un buffet al Cortile degli Ammannati costa molto meno di un tavolo al Billionnaire.

In fondo ci stiamo abituando da un po’ alla grande rivoluzione digitale, con l’obbligo alla spesa online in maniera da eliminare dal panorama urbano la paccottiglia volgare dei piccoli esercizi commerciali: il macellaio di rione e il mercatino del fruttarolo che ha l’orto al paesello per contribuire all’inossidabile grandezza imperitura di grandi catene multinazionali, di colossi della speculazione gastrica che hanno dettato le linee direttrici all’Expo di Milano.

Se andiamo avanti così è assicurato il successo di un ulteriore progresso, quando Colao e Arcuri metteranno a diposizione un’app condita di effetti speciali aromatici e odorosi per nutrirci online con un vitto immaginario e senza gravare sui bilanci domestici sempre più miseri da destinare ad altri consumi sociali informatici e sanitari.

E non è mica un caso che siano finiti i tempi di Zenodoto di Efeso, il curatore della Biblioteca di Alessandria, che siano arrivati i manager a commercializzare i nostri tesori, quelli che non si possono infilare tra due fette di pane come il Bel Paese, e che i musei e le biblioteche abbiano lo stesso destino dell’istruzione.

Perché sono scuole anche quelli, benché anche quelli ormai infiltrati dalla “cultura del marketing” tanto da dover fare cassetta, quando si sa che far entrare tutti gratis nei templi della cultura e dell’arte per promuovere famigliarità con la bellezza, costerebbe meno di due giorni di spese militari. E proprio perché sono un bene comune al servizio della collettività per favorirne la crescita morale, sociale e civile, non magazzini di oggetti ma comunità vive della conoscenza, qualcuno ritiene che siano pericolosi istigatori di libertà, critica, creatività e anticonformismo.

Tanto da immaginare che del rilancio postpandemico  debba far parte un Fondo per la Cultura (più che mai un ossimoro se a lanciare l’idea è stato un giornalista, appartenente a buon diritto a una corporazione necessariamente ormai ignorante e assoggettata ai valori dell’oligopolio) subito caldeggiato da Colao e che dovrebbe movimentare il desiderabile contributo del mecenatismo peloso degli sponsor e l’occupazione  e lo sfruttamento privato.    

Ci resta un’ultima speranza, che l’intelligenza artificiale l’abbia vinta sui cretini naturali.


Nostra Signora dei like

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una delle accuse che mi vengono mosse più di frequente – subito dopo radical chic- è che “non mi va mai bene niente”. Immagino sia vero, perché non mi viene mai in mente qualcosa di promettente, che funzioni, che risponda a bisogni e aspettative.

Ho premesso questa nota autobiografica perché ho mai nutrito né fiducia né simpatia per una organizzazione che per combattere le lobby ne mutua modi e tratti diventando a sua volta lobby, la cui influenza cresce man mano che aumenta il potere intimidatorio conquistato a suon di compromessi “doverosi” in nome della buona causa, di negoziati non sempre trasparenti, di vicende giudiziarie che evaporano nell’oblio di anni di cause e ricorsi.

Ma non è per questo che  ho mai seguito con particolare interesse ascesa e declino del Codacons, anche prima della svolta in difesa dell’ortodossia cattolica:  è che mi ostino a pensare che bisogna tutelare i diritti dei cittadini – uomini, donne, vecchi, bambini, lavoratori, disoccupati, sani, malati, utenti, agnostici, laici, praticanti –  in quanto tali, e non in veste di consumatori, come invece ci hanno insegnato a fare i nostri colonizzatori e un imprenditore prestato alla politica che ha realizzato da noi  il sogno americano  di commercializzare e trasformare la realtà  in spettacolo a pagamento, gli elettori in spettatori, i tribunali in Forum, la buvette in mercatino del baratto, la comunicazione politica in talkshow.

Però bisogna comprendere se, via via che scemava l’ascendente sul pubblico, via via che si è ridotta l’autorità di stati intermedi: partiti, sindacati, associazioni polverizzate in una miriade di soggetti di consulenza, aiuto, assistenza, che navigano nel mare virtuale, la prestigiosa “Associazione di associazioni” ha perso la testa alla ricerca di bersagli, battaglie, slogan. 

E così, spericolatamente, ha imboccato una temeraria via sacra,  denunciando per blasfemia Chiara Ferragni il cui viso ha sostituito quello della Madonna in un dipinto   del Sassoferrato, a corredo di una intervista al marito su Vanity Fair.

Accusandola, solo ora dopo le visite pastorali agli Uffizi o a Venezia dove le è stato donato in segno di gratitudine per la pubblicità offerta alla “ridente cittadina veneta” (il copyright va a un  lontano Tg3), accusandola in sostanza di fare il suo mestiere che le ha regalati fama e denaro: sfruttare la religione e le sue icone a scopo commerciale  “essendo noto come sia una vera e propria macchina da soldi finalizzata a vendere prodotti, sponsorizzare marchi commerciali e indurre i suoi follower all’acquisto di questo o quel bene”.

Come al solito, il problema con le cretinate più sciagurate è che ti tocca difendere l’indifendibile, così succede di prendere le parti perfino di una che si è venduta le doglie e il parto,  che campa sfoggiando schifezze globali in modo che il motore dell’invidia consigli gli incauti acquisti, vivendo e mostrandosi in stato perenne di donna sandwich per fare il marketing di se stessa, del suo e di altri marchi, imputata in veste di marcante nel tempio da qualcuno che a sua volta vuole riconquistarsi una fetta di mercato con il suo  spot a sfondo religioso firmato neo-Inquisizione.

Però, quello che non è francamente sopportabile è che ai milioni di follower portati a giustificazione della resa davanti alla funesta imprenditrice di se stessa e di dozzinali puttanate di direttori di musei, sindaci, pensatori, adesso si siano aggiunti gli “antifascisti” folgorati da una sua profonda analisi su Instagram effettuata in occasione della morte di Willy, un delitto, ha scritto,  maturato nella “cultura fascista e razzista”.

Giù le mani dalla partigiana Chiara, il messaggio  circolava in rete, sui social e sui giornaloni.

La verità è che se proprio si vuol riconoscere un merito alla Ferragni è quello di capire tempestivamente quali prodotti funzionano sul mercato “morale” e sociale, riconoscendo il valore commerciale dell’antifascismo, che fa vendere “fermenti” che manifestano a sostegno dell’establishment, candidati che cantano Sciur paròn dali beli braghe bianche ma aspirano a mettere al lavoro nei campi gratis quelli che percepiscono il reddito di cittadinanza o a costi stracciati gli immigrati che così possono comprarsi la regolarizzazione provvisoria, fini opinionisti che concepiscono l’accoglienza incarnata da camerierine in grembiulino e crestina e giardinieri in livrea nel giardino di Capalbio.

Tra tanti stracci sontuosi delle Grandi Griffe, Ferragni ha scoperto che funziona  altrettanto bene delle pezze multicolorate e delle scarpe cucite dai ragazzini del Bangladesh, promosse a oggetto di culto grazie a lei, qualcosa che costa, che ormai si trova su tutti gli scaffali del pensiero comune insieme alla paccottiglia del cosmopolitismo,  dell’integrazione di badanti e muratori, purchè declamatori di Dante, dell’antirazzismo che si configura come contrasto all’energumeno  che ha avuto la capacità di suscitare odio redentivo, come se il semplice detestarlo avesse la virtù di purificare da ogni peccato.

E chi meglio di lei potrebbe impersonare l’antifascismo di facciata, quello che non elabora il passato, preferendo riconoscere solo nel suo tragico folclore i segni del presente,  rimuovendo la sua continuità nell’avidità di accumulare ricchezze, di sfruttare popoli e risorse, di manomettere territorio, memoria, verità, di abbattere la scure della censura sui dissidenti, di organizzare spedizioni coloniali, di zittire o eliminare concorrenza ideale, di imprigionare chi obietta e preferibilmente farlo fuori, di condurre pogrom  orchestrati contro un nemico a piacere scelto per legittimare una guerra o una purificazione.

Tocca sempre ripetersi, un antifascismo senza riscatto dei sommersi, degli sfruttati, degli emarginati è  diventato una cifra irrinunciabile per ceti che  desiderano sentirsi ancora borghesi, superiori socialmente, culturalmente e dunque moralmente e che ne impiegano le griffe ricamate, gli slogan aggiornati, le cover degli inni a cura dei rapper per giustificare idealmente il mantenimento dei  loro privilegi e del loro status sociale  e etico.

Se la meritano quella madonnina del Perdono, che monda dai loro peccati.


I golpisti delle Logge

isozakiAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’era da immaginarlo che la visita pastorale agli Uffizi della piazzista del ciarpame globale più cafone, ultima dopo Madonna, i Masai che corrono con tanto di scudi e lance per celebrare le confezioni dello stilista locale e così via,  avrebbe prodotto danni incalcolabili (ne scrissi qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/07/20/il-brand-delloltraggio/).

E infatti c’è da sospettare che dobbiamo alla sua sguaiata opera di volgarizzazione di Botticelli, impiegato come sfondo dell’ostensione commerciale della sua merce, la svolta, salutata con giubilo dal sindaco Nardella e dall’ineffabile  direttore del Museo, Schmidt: “si tratta di una decisione storica”, che autorizza e finanzia (intanto con 12 milioni) e dopo quasi vent’anni di polemiche e contenziosi, la realizzazione della Loggia, disegnata dall’immancabile archistar, in questo caso giapponese, Arata Isozaki.

Pensata come una loggia moderna in acciaio e pietra farà da visionario, immaginifico e, pare, imperativo contrasto con quella dei Lanzi in piazza della Signoria, a significare la vocazione e il talento di Firenze nel combinare magicamente passato, presente e futuro grazie alla creatività degli artisti dei vari rinascimenti che si sarebbero susseguiti, compresi gli ultimi a cura di Renzi, Farinetti, Nardella, a base di finocchiona a New York, alta velocità con annessi buchi sotto lo storico selciato, rifacimento di facciate michelangiolesche e concessione munifica di siti d’arte, dopo lo storico caso di Ponte Vecchio, come location in uso esclusivo per buffet, eventi mondani, sfilate di compagni di merende  (Piazza della Signoria sarà la sala da pranzo a cielo aperto per gli stilisti Dolce & Gabbana, reduci da analoghe performance nella Valle dei Templi).

Chissà perché a dire Loggia in Toscana ne viene maliziosamente in mente un’altra contrassegnata da legami opachi, influenze velenose, cerchie tossiche. Niente a che fare, rintuzzerebbero i patron delle iniziative futuriste del dinamico ceto politico locale, dallo stadio della Fiorentina, all’ampliamento dell’aeroporto di Peretola, così  proiettato nel domani da sfidare dati e statistiche sul decremento degli arrivi e sulla crisi del turismo pre e post Covid.

L’opera, che si sarebbe resa necessaria  per “razionalizzare” l’uscita del museo considerata “insufficiente” già nel 1999,  muoverebbe invece dall’idea utopica di richiamare nell’oggi i temi cari a Brunelleschi, per promuovere  “un dialogo tra contemporaneità e  tradizione storica”,  offrendo al tempo stesso   protezione e copertura, che quando c’è un’acquata a Firenze si rischia come sanno anche i Lungarno, dando forma così a un vero e nuovo spazio pubblico con tanto di colonne e sculture in pietra “serena” – come Letta, beata lei –  aperto a turisti e cittadinanza, a esclusione, c’è da immaginare, dei molesti ospiti, vucumprà, allestitori di kebab, che tanto male fanno alla reputazione della Città del Giglio, come ricordato dal sindaco nelle  obiezioni sollevate alle accuse dell’Unesco di mercificazione oltraggiosa del centro storico.

È che non sono solo quelli l’ostacolo alla valorizzazione di Firenze come capitale indiscussa del turismo e dello sfruttamento del nostro petrolio, come ha sempre sostenuto il vero sindaco del quale il povero Nardella resta una pallida imitazione,  che investì milioni per farla “conoscere” nel mondo grazie a campagne pubblicitarie affidate ai suoi amichetti del cuore, o che cercò di aggiungere lustro promuovendo la ricerca di affreschi leonardeschi sulle pareti dell’ufficio,  e che, tanto per chiarire il senso dell’operazione di questi giorni, voleva che gli Uffizi facessero cassa, diventassero un juke box che faceva risuonare a comando il tintinnar dei soldi, concorde con il ministro che non tramonta mai nell’affidarne la gestione a un manager esperto di marketing.

A fermare la corsa verso un ambizioso futuro, come in tutte le città d’arte, sarebbero proprio gli ingenerosi residenti, misoneisti e arroccati nel passato, che le politiche di questi anni, hanno “convinto” a cercarsi nuovi spazi esistenziali, con ogni sorta di metodi dolcemente persuasivi:  piani  che  agivano con intenti vessatori nei confronti della gestione ordinaria delle trasformazioni, mentre  favorivano i nuovi padroni della città, imprese immobiliari d’assalto, corporation, fondi  stranieri, una voluta indeterminatezza delle regole in favore delle grandi proprietà strutturate e spregiudicate, lo stravolgimento dei criteri del “restauro” per  promuovere ghiotte estrazioni di valore a beneficio di speculatori, svendite del patrimonio pubblico.

In previsione del “rilancio”, della ricostruzione dopo la pandemia, il primo cittadino si è ritagliato una sua leadership nella cerchia dei sindaci che hanno chiesto più autonomia, più risorse, più discrezionalità e libertà d’azione, a base di cantieri per infrastrutture, per operette immorali, secondo le priorità che ogni giorno si rivelano più arbitrarie e irrazionali, ponti, tunnel, stadi compresi, secondo la filosofia dei 137 interventi argomentata negli Stati Generali, con il placet delle feroci dame europee in veste di streghe di Macbeth.

E infatti mentre esultava per la Loggia, che vuole sia, anche per affinità stilistica, la sua piramide del Louvre, ha anche festeggiato una “delibera di indirizzo” per riqualificare la zona di Campo di Marte ed agevolare il restyling del Franchi grazie a un grandissimo parcheggio, all’ampliamento dei volumi commerciali e all’inserimento di una linea della tramvia, interventi, ha sottolineato compiaciuto, che dovrebbero convincere i patron della Fiorentina a investire nello stadio ben oltre le promesse.

Si sta inoltre  impegnando per condurre il porto al più presto l’iniziativa di permettere e avviare  in zona di Costa San Giorgio, nota anche con il toponimo di Poggio alle Rovinate perché in vari periodi è stata al centro di movimenti franosi,  al posto dell’ex Scuola di Sanità Militare, la realizzazione di un mega albergo di lusso di una dinastia commerciale e immobiliare argentina, che richiede ovviamente di dotarsi  di parcheggi interrati, di magazzini e locali di servizio e tanto per non farsi mancare il doveroso buco,  un tunnel sotterraneo di 600 metri con accesso carrabile.

Anche non volendo, si ha sempre la conferma che le priorità di governi, centrale e periferici, non hanno nulla a che fare con il bene comune, secondo gerarchie e graduatorie che come nel passato sono condizionate da altri interessi che ondeggiano tra profitti, scambio di favori e voti, clientelismo, familismo, speculazione, corruzione e megalomania. Gli esempi si sprecano, anche in materia di felice combinazione di geni del passato e odierna creatività da mescolare per dare una nuova e moderna identità alle nostre città d’arte: a Venezia non si è costruito l’ospedale di Le Corbusier, non si è realizzato il Palazzo dei Congressi di Louis Khan, me è servita una mobilitazione generale per impedire la torre-mausoleo di Cardin, mentre nessuno si è davvero esposto per impedire l’osceno palazzone della Cassa di Risparmio a San Luca o l’inutile ponte mangiasoldi dell’ultimo faraone filosofo, cui dobbiamo anche la remota indifferenza per la bruttura dell’Hotel Santa Chiara.

E a Firenze oltre alla Loggia è prevista un’accelerazione del progetto del Museo della Lingua italiana, che dovrebbe vedere la luce, pronubo come al solito Franceschini,   nel complesso di Santa Maria Novella giusto in tempo per la celebrazione dei 700 anni dalla morte di Dante, grazie a un finanziamento di 4,5 milioni, auspicato e sostenuto da una pletora di studiosi riuniti in apposita commissione presso il Ministero che si vede che non sono a conoscenza delle sofferenze peraltro ampiamente denunciate in cui versa la Biblioteca Nazionale, che resterà chiusa in agosto malgrado le proteste di ricercatori e professori, che ha vesro diminuire di anno in anno il numero dei dipendenti: 400 nel 1997, 280 nel 2002, due anni meno di 150, la cui frequentazione è ridotta  e ostacolata da procedure insensate (i libri devono restare in quarantena a differenza degli indumenti in centri commerciali e boutique).

Per carità promuovere la lingua italiana poco frequentata anche dal nostro ceto politico è doveroso, ma è lecito interrogarsi sul perché costruire un altro contenitore comunale della lingua nazionale   invece di finanziare le biblioteche, gli archivi, le scuole in una città che non sa o non vuole tenere aperti nemmeno i suoi musei civici e le sue miniere di sapere e conoscenza, come hanno sempre recitato i mantra dei fautori della mercatizzazione del patrimonio culturale.

Non farà bene alla reputazione internazionale del Paese che vuole accreditarsi come “meta universale” del turismo l’ambizioso Piano Strategico del Mibact  “che punta al rilancio della competitività territoriale”  con una dotazione di 103 milioni di euro per l’implementazione di  «cantieri diffusi che vanno a migliorare la bellezza delle città italiane — ha detto Franceschini — e a sostenere l’economia e il turismo del Paese», dal parco e dal Museo archeologico di Sibari (Cosenza) al più improbabile Museo d’Arte contemporanea di Rimini con la nascita di Part (Palazzi dell’Arte di Rimini), dall’Archivio di Stato di Roma alla Casa dei cantautori liguri a Genova.

Iniziative all’insegna di estemporaneità e occasionalità,  che raccontano bene come gli affronti alla Costituzione e ai diritti che postula e testimonia si possano commettere non solo in via referendaria, nemmeno con la imposizione di stati di eccezione: basta consegnare tesori preziosi nelle mani sbagliate e l’oro si trasforma in sterco del diavolo.

 

 

 

 


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