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Grazie Tar. Fuori i mercanti dai musei

Anna Lombroso per il Simplicissimus

È davvero indignato il Ministro dei Beni Culturale, e con lui quello della Giustizia, e il loro capobastone, che non vogliono farci provare nostalgia delle crociate del Cavaliere  contro i tribunali rossi, i giudici comunisti, le battaglie contro la giustizia occupata militarmente dai magistrati eversivi e che oggi gridano vergogna! Per la figuraccia sovranazionale che fa fare al Bel Paese il Tar del Lazio, reo di aver bocciato la nomina di cinque direttori stranieri in altrettanti  prestigiosi musei italiani di rilevanza nazionale a Mantova, Modena, Taranto, Napoli e Reggio Calabria.

Alludendo a “criteri magmatici “  che avrebbero condizionato la selezione dei candidati, connessi alle modalità degli esami orali – compiuti al chiuso – e ai criteri con cui sono stati divisi i candidati prima dell’esame orale, il tribunale amministrativo  ha motivato la sua decisione in base al principio che una legge italiana (non dell’antico regime ma di quello contemporaneo, novellata nel 2011) non prevederebbe che incarichi così delicati siano assegnati a persone non italiane.

Apriti cielo. Renzi parla per tutti inveendo in rete:  “Non abbiamo sbagliato perché abbiamo provato a cambiare i musei: abbiamo sbagliato perché non abbiamo provato a cambiare i Tar!”. E Franceschini in coro  si scaglia contro  provincialismo, campanilismo e misoneismo che ci condannano alla “magra” al cospetto del mondo che invece non si è accorto dello stato in cui versano i nostri siti archeologici, che non sa che siamo uno dei paesi con la più alta concentrazione di bellezze artistiche, storiche e monumentali ma che spende meno per tutelarli, che lascia correre sul fatto che i nostri quadri professionali addetti alla conservazione e valorizzazione sono sottopagati, detestati per la loro indole a esercitare una ossessiva sorveglianza – proprio come i Tar – che ostacola la libera iniziativa (vi ricordate l’invettiva di Renzi: “sovrintendente è la parola più brutta del vocabolario”?), che probabilmente concorda su riforme che hanno impoverito istruzione e formazione escludendo dal teatro della “concorrenza” leale i nostri laureati, che, con tutta probabilità, preferisce dimenticare che sono stati i nostri storici e i nostri soprintendenti e i nostri ricercatori a insegnargli in passato l’arte di fare e curare un museo.

E soprattutto che con tutta evidenza, è schierato proprio come i nostri indignados di governo, nel volerci persuadere che è questo che si intende per valorizzazione del patrimonio culturale: apertura al “colonialismo” in modo che gallerie e monumenti diventino juke box, slot machine che sputano soldi per le casse, outlet che danno più spazio al merchandising che alla didattica, terreno di scorreria per sponsor che li affittano per tenerci sponsali, convention, sfilate, (come si era augurato di fare all’atto della sua nomina il direttore degli Uffizi) e per mecenati che li retrocedono a marchi aggiuntivi sulle loro griffe.

Non a caso l’organo di informazione scelto per pubblicare il bando è stato, guarda un po’, l’Economist. A far preferire i curricula dei cinque (più uno salvato da un errore di trasmissione dei dati dell’incarico) sono state infatti le loro referenze di abili “venditori”, proprio come piace ed è piaciuti ai governi che si sono succeduti, in modo che la nostra storia e le nostre bellezze si possano mettere in mezzo a due fette di pane, possibilmente impastato con le farine manicate a pietra e il lievito madre dei farinetti e altri norcini assimilati, che si possa far fruttare il giacimento, possibilmente dandolo in generoso comodato a amici e famigli selezionati tra sceicchi, calzolai, ditte di fiducia, secondo quella interpretazione della valorizzazione magicamente rappresentata da un esempio per tutti:  abbattere le foreste tropicali per creare occupazione e realizzare i nostri parquet.

È che chi gioisce per una applicazione della legge che tanto dispiace invece ai nostri legislatori cui piacciono solo quelle al loro diretto servizio,  aveva sperato – illusoriamente – che la riforma intendesse promuovere l’autonomia di alcuni grandi musei italiani,  favorendo la loro conversione da contenitori spesso raccogliticci di beni, in veri centri di ricerca, capaci di tornare a produrre, e quindi a redistribuire, conoscenza, sapere bellezza. Che potessero diventare davvero dai poli di attrazione per giovani laureati nelle discipline della cura, della tutela e della divulgazione, e posti della democrazia, nei quali si va per guardare pensare e esercitare i diritti della cittadinanza sanciti dalla nostra Costituzione: godere del bello e della memoria per prepararsi al futuro. Mentre è stato subito chiaro che  nella mente degli ideologi dello sfruttamento del nostro petrolio” c’era solo  il marketing, la commercializzazione, il fare cassa coi biglietti, quando si dovrebbe aspirare a restituire la funzione di bene pubblico, rendendo l’ingresso gratuito come nei templi della nostra storia.

Dobbiamo dire grazie al Tar che con questa sentenza ha celebrato il 24 maggio , la giornata di mobilitazione indetta dai professionisti dei Beni Culturali (il loro manifesto è qui:   https://emergenzacultura.org/2017/05/06/3119/) che chiedono investimenti, riconoscimenti economici e professionali, dignità.

Se c’è una cosa della quale davvero dobbiamo vergognarci è che, incapaci come siamo di difendere da soli i nostri diritti, i nostri beni abbiamo delegato la giustizia e la libertà ai tribunali.

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E’ cominciata l’asta dei musei italiani

GalleriaUffizi1Anna Lombroso per il Simplicissimus

Regna gran confusione sotto i cieli:  Salvini contro l’Europa, il Pd contro la democrazia, i vescovi contro i ricchi ma favorevoli all’accoglienza finale dei mafiosi,  Bertinotti al meeting di Cl, chi si stupisce per un funerale show, ma non si scandalizza se un premier che sostiene impresentabili e conta sui suoi voti, diserta la commemorazione di Borsellino.

Potremmo continuare a lungo con i paradossi, ma a me oggi preme confessarvi che stavolta mi tocca schierarmi con Sgarbi, che inveendo con l’abituale e aggressiva facondia spara raffiche micidiali  contro il ministro Franceschini e la perversa montatura di una commissione di “esperti” guidata da un economista prestato in via imperitura alla Biennale, e incaricata di nominare i già scelti, gli “eletti” secondo criteri che nulla avrebbero a che fare con meriti, competenze e curricula professionali.

Ha ragione Sgarbi, mi duole dirlo. È che quando qualcosa non funziona, la tentazione è sempre quella di chiamare un “papa nero”, sceso da chissà che empireo a sbrigare le faccende, a dare una mano di bianco sui muri scrostati, a “razionalizzare”, “modernizzare”, “valorizzare”,  si, un papa nero, una faccia nuova e “fresca”, meglio però se bianca, meglio se donna, meglio se tedesca, in un trionfo di provincialismo politicamente corretto, ma ragionevolmente scorretto se siamo proprio noi italiani ad avere inventato le discipline della tutela e conservazione delle opere d’arte, se i tedeschi per decenni sono venuti ad apprenderle da noi, se il museo più antico del mondo è a Roma, il complesso delle raccolte Capitoline.  Così  agli Uffizi è chiamato a sostituire Antonio Natali,  un tedesco, Eike Schmidt, l’età media dei vincitori è di 50 anni. Dieci sono uomini e dieci sono donne. Degli stranieri, tutti cittadini Ue, 3 tedeschi, 2 austriaci, 1 britannico e 1 francese. Mentre 4 degli italiani  sono reduci da esperienze all’estero: Bagnoli, Gennari Santori e D’Agostino rientrano dagli Stati Uniti e Degl’Innocenti dalla Francia.

Non c’è molto da interrogarsi su quali fossero già all’origine, i requisiti richiesti. Da anni governi e ministri che si sono avvicendati hanno resa palese l’aspirazione a fare dei musei delle macchinette per produrre quattrini, ripetendo instancabilmente quel monotono mantra di idiozie sulla cultura giacimento nazionale, sull’arte , il nostro petrolio da sfruttare, fino a inferire tagli mortali alle risorse destinate alla tutela dei beni culturali, colpevoli di non essere profittevolmente commestibili in mezzo a due fette di pagnotta. Basterebbe ricordare l’inquietante nomina di un manager approdato al Ministero dei Beni Culturali dalla Mc Donald, basterebbe richiamare alla memoria le spacconate dell’ex sindaco di  Firenze, intenzionato a fare degli Uffizi un attrezzo sputa soldi, basterebbe rammentare le dichiarazioni programmatiche della cotonatissima dama insediata e riconfermata nelle funzioni di sottosegretaria sul ruolo insostituibile dei privati non solo attraverso il mecenatismo, ma addirittura nella gestione del nostro patrimoni,  basterebbe ripercorrere il ripetersi di gioconde concessioni di luoghi ed opere: chiese e siti archeologici offerti a modico prezzo a convention, cene sociali, kermesse, sfilate di intimo, guglie del Duomo imballate e spedite oltreoceano per celebrare i fasti del norcino del re. E si vorrebbe sapere di più del destino dell’Istituzione Bologna Musei, il rinnovato assetto istituzionale dei Musei Civici bolognesi, “che si pone l’obiettivo della razionalizzazione dei servizi e dell’inquadramento di un notevole patrimonio in un progetto culturale rinnovato e coerente” uno scopo che tradotto in lingua corrente significa spalancare le porte a sponsor avidi e spregiudicati, significa  privatizzazione di quel patrimonio culturale sul quale Bologna dovrebbe “esercitare la propria sovranità, in quanto segno della propria storia e della propria identità culturale”, attuata con un bando comunale, che mira ad esternalizzare non solo i servizi dei musei ma anche la loro gestione, riconfermata dal vertice dell’organismo  che ha più volte invocato la necessità di disporre dei  beni culturali accusando l’ingerenza dei soggetti della sorveglianza e gli ostacoli frapposti grazie agli  “intralci burocratici” che proverrebbero dagli organi ministeriali preposti alla  tutela.

L’idea che il nostro ceto dirigente, politici, imprenditori, istituzioni finanziarie si è fatto dei beni comuni è che sono roba loro, da mettere al servizio di profitti, da sfruttare per trarne utili, da cedere a prezzi stracciati per accontentare insaziabili benefattori e finanziatori elettorali. Non è un caso che il loro abbandono  risponda alla logica dell’emergenza, diventata universale sistema di governo, così che crolli, riduzione in rovina, sorci famelici, cantine allagate favoriscono interventi straordinari di “mecenati”, concessioni e comodati  inevitabili, grate assegnazioni a imprenditori disposti a “valorizzare” in cambio di autorizzazioni ad elevare casette a schiera in posizione panoramica, a edificare store e location perché siti e musei si adeguino sempre di più all’ideale che ne hanno gli inglesi, il Circo Barnum.

E infatti c’è da sospettare che l’atout che ha spinto la candidatura di Eike Schmidt al posto di Natoli cui si devono alcune delle più prestigiose mostre di questi anni, sia l’esperienza maturata in una prestigiosa casa d’aste, dedicata a vendite leggendarie. E infatti ci ha subito fatto conoscere i suoi propositi:  “affittare a privati alcune sale del museo, o concederle per eventi agli sponsor che finanziano un restauro. Si può fare anche agli Uffizi”, in totale accordo con le convinzioni del Ministro, secondo il quale queste nomine sono un passo storico per l’Italia e i suoi musei , che colma anni di ritardi, che completa il percorso di riforma del ministero e che pone le basi per una modernizzazione del nostro sistema museale” e che sembra non ricordare che i musei non sono scatole,  sono invece lo specchio e il deposito prezioso dell’arte e della storia di un territorio,  tanto che rappresentano una trama fittissima di nessi che lega la più modesta opera massimo capolavoro, sicché ogni alienazione determinerebbe dunque un vuoto incolmabile, una perdita per tutti noi.

Eh certo, è quella la modernizzazione voluta nello stile di quella del lavoro, della scuola, del voto, del Senato, della Costituzione, quella  Carta che vede nei luoghi della storia e della cultura i contesti da tutelare e per garantire il “pieno sviluppo della persona umana”.

 

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Musei: il Pensiero bottegaio

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma ve lo ricordate che, fino a non molto tempo fa, se si voleva suffragare una notizia o avvalorare una convinzione si diceva: l’ho letto sul giornale? Oppure: l’ho sentito alla televisione? Vi risparmio osservazioni ormai banali sulla tv cattiva maestra o sull’informazione drogata o sui media embedded e entusiasticamente allineati come tante agenzie Stefani a sostegno dei governi.

Fatto è che  quando ci capita sotto gli occhi una denuncia accorata o ascoltiamo una reprimenda sui vizi italiani, primo tra tutti la colpevole trascuratezza riservata al nostro patrimonio artistico e soprattutto se provengono da pulpiti indifferenti alla distruzione di cultura, istruzione, lavoro, diritti, insomma democrazia, siamo ormai inclini a esercitare un legittimo dietrismo e a nutrire  una certa diffidenza. Quella che nutro io, tanto per fare un esempio,  nei confronti della sdegnata disapprovazione con la quale ogni anno, proprio in primavera, si riporta la top ten dei musei più “popolari” e visitati del mondo, e nella quale ogni anno non compaiono quelli italiani, salvo quello  della Città del Vaticano, del quale, misteriosamente, non si possiedono dati in merito a eventuali finanziamenti dello Stato italiano e annoverato nella graduatoria al pari di un’istituzione  straniera, autonoma ed ospite non pagante  tra noi.

Infatti secondo la rilevazione i 10 musei più frequentati e affollati sono il Louvre di  Parigi  con  9,3 milioni di visitatori, il Museo Nazionale di Storia naturale di Washington con  8 milioni, il Museo Nazionale Cinese a Pechino con 7,5 milioni, lo Smithsonian National Air and Space Museum di Washington con 7 milioni, il British Museum a Londra con  6,7 milioni, il Metropolitan Museum a New York con 6,3 milioni, la National Gallery di Londra con  6 milioni, i Musei Vaticani  con  5,5 milioni e il Museo di storia naturale a Londra con  5,3 milioni.

E quindi giù con le critiche, con le invettive,  con la deplorazione. Ma soprattutto con la rituale litania di luoghi comuni sui nostri beni, comuni appunto, che non sappiamo far fruttare, con l’inanellarsi di stereotipi sulla irrinunciabile opportunità di convertirli in profittevoli prodotti e proficue merci, proprio come si è fatto in una città che potremmo considerare un laboratorio della commercializzazione più volgare, del  marketing più sciagurato, dello sfruttamento più gaglioffo, grazie al suo ex podestà e al suo degno successore, e alle concessioni generose di Ponte Vecchio o di Santa Maria Novella  per le adunate conviviali dei compagni di merende, o ai buchi inferti al Vasari ridotto a groviera in cerca di leonardeschi strati sottostanti, più prestigiosi e redditizi, per non dire di allegre ferrovie sotterranee, scriteriate  pavimentazioni, volumi zero promossi a festose speculazioni. Ma come conseguire l’agognato traguardo di fare dei nostri beni culturali un’appetitosa michetta, come dichiarò un ministro del passato e pensano quelli recenti e vigenti, fantasticando di circenses al Colosseo e sovrintendenti manager, magari venuti da fuori? Come  “valorizzarli” perché producano come non sanno più fare le nostre imprese? Ma è ovvio, aprendo al provvidenziale mercato sotto forma di mecenati, testimonial, acquirenti e noleggiatori, pronti a apporre il marchio, a convertire aree archeologiche in passerelle di intimo, musei in scenografie per convention, siti storici in ambientazioni di spot, monumenti in logo pubblicitario, come d’altra parte si fa fin troppo e troppo poco è stato denunciato perché la macabra ossessione che agita l’immaginario del ceto dirigente e padronale è che quello che c’è di bello e di tutti è invece suo, che se non lo è, è autorizzato a togliercelo e sfruttarlo per tornaconto o anche solo per esercitare possesso, potere, arroganza e prepotenza.

Poco vale cercare di far capire a chi si è fatto colonizzare anche l’immaginario da modelli che si sono già rivelati perdenti, che non c’è nulla di ragionevole, vantaggioso  e fecondo nell’esperienza statunitense collaudata da alcuni musei tra i quali il MoMa di alienare opere particolarmente ambite e cederle a opulente e già pingui collezioni private, in modo che sonnecchino dentro a algidi caveau e che ne escano solo per essere esibite in eventi molto mondani. Anche se il nobile intento della privatizzazione è quello di ripianare debiti delle prestigiose istituzioni o di accaparrarsi altri capolavori in grado di accrescere reputazione del museo, ma soprattutto del suo curatore.

Poco vale mettere in guardia dalla tentazione di replicare in questo contesto la cosiddetta valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico tramite svendita, che si è rivelata a un tempo un insuccesso economico e una criminale abiura a  un obbligo costituzionale, che è quello della cura, tutela e utenza collettiva dei beni comuni.

Poco vale rammentare che l’esempio del Louvre, come formidabile e inestinguibile macchina per far soldi è il meno appropriato, che il Museo parigino coi suoi tanto decantati  9 milioni di visitatori e con un apparato di servizi commerciali aggiuntivi  ha un 40-45 % di disavanzo annuale. E che  vive e gode di lustro mondiale non certo grazie a biglietti, ingressi e sponsorizzazioni, ma in virtù di ingenti e insostituibili investimenti statali.   E che comunque il passivo nel bilancio dell’istituzione, coperto dal denaro dei contribuenti,  rappresenta un nobile e celebrato attivo in quello della “grandeur” e della fama francese. E che qualche esperienza di spericolata sponsorizzazione si è rivelata un tonfo che ha offuscato l’immagine del Louvre, come  nel caso della molto discussa e discutibile personale di un misterioso artista e mecenate  coreano, rivelatosi una poderosa “sòla” in cerca di fare affar i con la copertura di benefattore.

Poco vale ricordare che il milione e 700 mila visitatori degli Uffizi, se raddoppiati o triplicati, non ci “starebbero”   per via di quella legge dell’impenetrabilità dei corpi, poco popolare come spesso accade alle leggi nel nostro Paese, se si lamenta anche che nel centro storico romano non circolino  le valanghe di turisti di Berlino, di Londra, o di Parigi.  Trascurando  che  a Roma il centro storico  medioevale, rinascimentale, barocco, neoclassico, a differenza che a Londra, Parigi, o Berlino,  esiste   con la sua fitta  trama di strade, viuzze, vicoli e piazzette, che  non devono essere “dilatate” a beneficio della grande greppia in onore dell’Expo o in un  luna park. E omettendo che l’Italia offre più una dozzina di capitali dell’arte oltre a Roma: Firenze, Napoli, Venezia, Palermo, Genova, Torino, Milano, Bologna,  e Mantova e Parma, e  Assisi e Pompei,   e Lecce e Ferrara. E propone centinaia di “gemme” minori, sparse sul territorio in una magnifica diaspora, piccoli centri, monumenti, chiese che nel Mezzogiorno conservano circa due terzi del nostro patrimonio artistico.

E poco vale anche rivendicare che i nostri musei, che non sono mai accatastamenti artificiali e recenti di opere, ma invece i luoghi storici di lunghi processi di arricchimento,  che in quanto tali assolvono una funzione civile e sociale aprendosi ai cittadini, tutti, che hanno il diritto di goderne, anche fosse soltanto per farsi un selfie, nella speranza che il piacere della bellezza e della cultura siano contagiosi.

Ma invece vale la pena di reagire a queste menzogne che vogliono persuaderci dei benefici della rinuncia a quello che è nostro, siano diritti, certezze, garanzie o istruzione, cultura, memoria. Che se proprio siamo costretti ad abdicare,  a capitolare, a desistere preferiamo farlo con l’Expo, con la Tav, con quelle grandi opere costruite sulla resa della democrazia.

 


A.A.A. Terminator da museo cercasi

Terminator Salvation: The Future BeginsAnna Lombroso per il Simplicissimus

Per la presidenza della Grecia si parla di Costa Gavras, il regista di Zeta, dell’Amerikano, un intellettuale “impegnato” che gode di prestigio internazionale.

Da noi purtroppo sono morti Pontecorvo, Rosi, Monicelli, Lizzani, improbabile la candidatura dei fratelli Taviani anche se two it’s meglio che one, e per lo stesso motivo quella dei fratelli Vanzina. Resta il rottamatore del cinema d’autore Muccino, che, anche se è affetto dalla pecca di non essere toscano,  ha comunque girato un film a Hollywood, e quindi vanta una fama  estera a differenza di Pieraccioni.

Perché si tratta di un atout irrinunciabile per un ceto dirigente di provinciali, che persegue il cosmopolitismo  tramite il gergo delle convention e gli inglesismi del marketing di fondi e assicurazioni farlocche, che immagina l’internazionalismo attraverso la delocalizzazione di impianti e fabbriche, che è persuaso che per mondialismo si intenda la doverosa imposizione bellica del modello imperialista occidentale, e che è convinto che  universalismo significhi l’uniformarsi a un pensiero unico e a una teocrazia monolitica, quella del profitto, dello sfruttamento, della supremazia del “Mercato”.

E ne sono  così suggestionati che dopo aver ceduto sovranità in cambio di un dispotico commissariamento, dopo aver svenduto a emiri, tycoon di improbabile nazionalità coste, isole, paesaggi, dopo aver fatto colonizzare l’economia da finanzieri e multinazionali venuti da fuori fino al totale entusiastico esproprio,  hanno deciso di concedere in gestione a “sacerdoti” del dio mercato esteri la ricchezza più preziosa, più “nostra”, il nostro patrimonio culturale e artistico. In modo che diventino realtà tutti gli slogan del coglionario sperimentato in quel laboratorio perverso che è diventato Firenze: i musei devono essere macchine per far soldi; non ci sono quattrini pubblici per la manutenzione, largo dunque a munifici sponsor,  le bellezze artistiche sono il nostro petrolio, facciamolo fruttare.

“A.A.A. L’Italia cerca nuovi direttori per suoi più importati musei”, recita  l’annuncio che è comparso sul sito del New York Times e tra le offerte di lavoro di The Economist   e di altre testate internazionali. La Galleria degli Uffizi di Firenze,  la Galleria Borghese di Roma, il Palazzo Reale di Genova, il Palazzo Ducale di Torino,   la Reggia di Caserta,  la Pinacoteca di Brera e perfino l’area archeologica di  Paestum aspettano l’arrivo di un  salvifico papa nero   attraverso una chiamata internazionale.

I candidati, ai quali non è richiesta la padronanza dell’italiano, poco conosciuto, parlato e scritto, da innumerevoli  politici che gli preferiscono un inglese imparaticcio o un sanguigno vernacolo, dovranno esibire una laurea ma non si esige un excursus  studiorum in storia dell’arte. Saranno prioritari invece piglio manageriale, competenze di marketing, esperienza nella gestione commerciale di istituzioni culturali, attraverso l’individuazione e coinvolgimento di sponsor e il fundraising presso soggetti privati.

L’intento manifesto e rivendicato con orgoglio è quello di  affidare il nostro bene comune a manager che ne esaltino la qualità di merce e ne moltiplichino il valore commerciale, limitando competenza e governo pubblico, moltiplicando il potere di decisione e i profitti di finanziatori privati, individuati già de tempo e cui sono già stati elargiti comodati e prestiti, affitti facilitati, concessioni disinvolte, noleggi sconcertanti: cene sociali a Ponte Vecchio, sfilate di intimo in Gipsoteca, convention con rinfresco a Santa Maria Novella, Colosseo ripittato secondo i gusti dello scarparo, partite di golf in Sala della Lettura.

Per carità, magari i possibili candidati potranno vantare un curriculum almeno alla pari con quello   della Dottoressa Carmela Valdievis nominata alla guida dei musei e degli eventi culturali di Firenze, dopo aver maturato una notevole esperienza in qualità di responsabile dei cimiteri cittadini. O con quello dei dirigenti che hanno riconfermato un precariato punitivo dei tre bibliotecari che hanno salvato la Biblioteca dei Girolamini di Napoli, oggetto di un piano criminale messo in atto da un responsabile ex consigliere di ben due ministri, Galan e Ornaghi.

Per carità, non potremo pretendere troppo da direttori-manager che guadagneranno  dai 78 mila a 145 mila euro l’anno rispetto al loro omologo del Moma che si mette in tasca un milione di dollari e se si presteranno a qualche affaruccio privato, vorrà dire che si sono integrati bene nello spirito nazionale.

Per carità, le basi di questo disegno scellerato hanno radici lontane: l’apertura ai privati generata dalla Legge Ronchey, che istituiva i cosiddetti ‘servizi aggiuntivi’  dei musei (caffetterie e librerie) stabilendo che la loro gestione venisse «affidata in concessione … a soggetti privati», il consolidamento di una pratica di “prestiti” inopportuni, di noleggi imprudenti,  come successe con la   Cappella della Sindone, distrutta da un incendio scoppiato nelle cucine installate negli adiacenti locali del Palazzo Reale in preparazione della cena offerta da Dini e Agnelli a ospiti stranieri in visita a Torino. Ma il nostro governo esterofilo dovrebbe, prima di assumerli, stare a sentire il parere di quei direttori di prestigiosi megamusei internazionali: sono proprio loro a ribadire il ruolo irrinunciabile dello Stato, insieme all’attuazione di iniziative che incentivino il turismo culturale e a regimi fiscali che promuovano l’intervento di mecenati, invogliati a investire anche senza immediate ricadute “pubblicitarie”.

Per carità, è proprio in nome di una carità pelosa comprata attraverso la privatizzazione temporanea ma non del tutto, dei nostri gioielli più preziosi, acquisita con comodati trentennali che permettono l’uso commerciale di simboli inestimabili, confermata attraverso una sudditanza docile ai capricci di sponsor e finanziatori, che si sono lasciati andare in rovina i nostri beni, perché diventassero oggetto di appetiti, prede di un saccheggio reso inevitabile dall’emergenza di un disfacimento nutrito grazie alla trascuratezza, all’indifferenza, alla prevalenza della bruttezza, all’egemonia dell’ignoranza.

 


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