i pacifistiTerza guerra mondiale. Dopo averla sfiorata almeno due volte durante tra gli anni ’50 e ’60 era diventata un’espressione desueta, un’ipotesi buona per film e romanzi sul dopo bomba, qualcosa che non apparteneva alla globalizzazione dei mercati e che comunque era relegata ai margini delle zone di influenza e di interesse. Oggi invece l’espressione è tornata prepotentemente alla ribalta: la crisi economica con il logoramento degli idoli mercatisti, i rivolgimenti nel mondo arabo frutto finale dell’invenzione del jahidismo in funzione antisovietica voluta a suo tempo da Washington, la orrenda vicenda del golpe ucraino fomentata e organizzata dagli Usa con la complicità europea e evolutasi  proprio in questi giorni con la rotta dell’esercito di Kiev, la nascita di un mondo multipolare, spingono persino il Papa a pronunciarla.

Ma non so quanto ci si creda veramente visto che le aree di frizione e le guerre non sono mai mancate nei decenni precedenti anche sul territorio più propriamente europeo, che c’è stato persino l’11 settembre, senza che l’intreccio dei conflitti abbia portato a una deflagrazione globale. Tuttavia non c’è dubbio che ormai la cornice che accompagna questi eventi è profondamente mutata rispetto ad appena dieci anni. Il dato principale è che la politica americana tesa a “circondare” i suoi rivali, Russia e Cina e fare anche del Pacifico un proprio lago interno,  si scontra con una realtà che ancora negli anni ’90 sembrava poco più che futuribile: l’ascesa del “paese di mezzo” come fabbrica e laboratorio mondiale. Nel 2004 gli Stati uniti erano ancora, dopo circa un secolo di dominio, la prima potenza commerciale del mondo: erano il primo partner commerciale di 127 Paesi, mentre il celeste impero lo era per circa 70. Oggi la situazione si è completamente ribaltata e i numeri sono esattamente il contrario.

Dunque è la prima volta dagli inizi del secolo scorso che leadership mondiale americana viene seriamente contesa. Contemporaneamente la Russia tende ad uscire dall’ appannamento seguito alla caduta dell’Urss ed è divenuta, anche grazie alle immense risorse naturali di cui gode uno dei protagonisti dell’economia globale, insieme ad altri Paesi, quali l’India e il Brasile che mal sopportano la dittatura economica degli organismi monetari ed economici occidentali dai quali cercano infatti di affrancarsi. E questo è un allarme rosso per il dollaro che sin dalla fine della seconda mondiale vive sostanzialmente di un credito artefatto che ha reso possibile un’enorme consumo di risorse mondiali da parte dei cittadini americani.

Negli ultimi due decenni del secolo scorso, gli strateghi di Washington avevano puntato sul mondo musulmano come elemento di destabilizzazione dei Paesi emergenti e soprattutto della Russia nel suo passaggio post sovietico e della Cina almeno per quanto riguarda le regioni occidentali. Ma hanno combinato tanti di quei pasticci che si sono ritrovati con la patata bollente in mano, con gigantesche migrazioni che stanno investendo l’Europa proprio mentre il continente è spinto dagli Usa  – grazie alla subalternità miope delle sue classi dirigenti – ad un assurdo confronto con la Russia. Creando al di fuori dei propri confini quella guerra che si vantano di aver espulso all’interno.

L’insieme di questi fattori cambia completamente le carte in tavola e fa nascere – diciamolo chiaramente – la tentazione di conservare  l’egemonia attraverso lo strumento militare che ancora gode di una indiscussa superiorità. Ma anche qui il tempo stringe perché il gap sta per essere rapidamente colmato e per dirlo non bisogna ricorrere a carte segrete: basta registrare l’allarme angosciato del Pentagono per i nuovi missili cinesi antinave dotati di elettronica sofisticata e di una velocità di 10 mila chilometri l’ora, vale a dire il doppio di un Patriot che è l’antimissile per eccellenza. Un pericolo gigantesco per le portaerei. Ed è solo un esempio. Sia Mosca che Pechino stanno procedendo a un totale rinnovo degli armamenti per rispondere alla sfida lanciata nel 2012 dal ministro della difesa statunitense Leon Panetta il quale ha esposto la dottrina di Washington in merito alla “riconquista” del pacifico dove entro il 2020 sarà concentrato il 60% della forza navale Usa. Solo che per quella data troverà forse troppo pane per i propri denti.

E’ una cornice inquietante, perché basta una scintilla per non riuscire più a contenere gli eventi e soprattutto perché sembra che non si faccia attenzione alle scintille, quasi che l’animus sia quello di dire o la va o la spacca o accettate l’ “eccezionalità” americana con i suoi privilegi o fatevi sotto, come purtroppo sta avvenendo proprio oggi a Newport, di fronte alla rotta delle truppe ucraine fedeli ai golpisti. Senza dire che la crisi a cui ha portato il liberismo, nella sua contraddizione tra profitto e consumo, si sta rivelando endemica e non ciclica: una guerra potrebbe fare comodo a classi dirigenti che stanno saccheggiando tutto, ma che vivono nell’incubo della rivolta e della trasformazione. Costi quel che costi, visto che dall’ impasse si può uscire o attraverso una nuova idea di società e di economia o grazie ad una gigantesca distruzione di capitale umano e produttivo. Non è certo un caso se a soffiare sui venti di guerra siano proprio i super ricchi, compreso quel Soros che è personaggio eminente dietro il golpe ucraino, come del resto lui stesso dichiara.

Dunque terza guerra mondiale con i caratteri anche di guerra civile è tutt’altro che un’iperbole, un grenz begriff, ma una concreta possibilità perché per definizione le situazioni caotiche, volutamente create, non sono gestibili o prevedibili negli esiti e nelle nuove realtà che creano. Ed anche in questo è fallito totalmente il ruolo dell’Europa che da possibile stabilizzatrice si è trasformata in sottocoda atona e senza parole che non siano suggerite da oltre atlantico.