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Gli attentati che vengono da lontano

the-rand-corporation-report-national-securit.max-800x800Per capire bene l’attentato di Londra e quelli che lo hanno preceduto non basta analizzare il contesto attuale e osservare come il primo viaggio di Theresa May sia stato a Riad, ovvero nel principlae covo di finanziamento del terrorismo, né come la prima uscita di Trump  sia avvenuta nella medesima capitale saudita per siglare accordi  su gigantesco trasferimento di armi e per decretare che l’Isis è un problema secondario rispetto all’Iran. Tutto questo non solo sarebbe sufficiente per decretare una responsabilità colposa del potere nelle stragi, ma arriva al culmine di una stagione che ha preso le mosse nei  primi anni del secolo, insieme alla definitiva presa di potere neoliberista e che ha intensificato e moltiplicato le azioni con i primi segnali della sua crisi endemica.

La lucida geopolitica del caos e della contrapposizione infinita lanciata nel tentativo di evitare la multipolarizzazione del pianeta si è in qualche modo saldata alla crisi sociale facendole da contrappeso, da elemento di distrazione rispetto agli enormi problemi giunti al pettine con la crisi del 2008 e completando l’opera grazie a un sistema di “domesticazione” della rabbia basato sulla paura permanente. Ma usciamo dall’astratto ed esaminiamo la documentazione che abbiamo in merito alle destabilizzazioni programmate sfruttando anche le nuove tecnologie di comunicazione. E’ saltato fuori un documento della Rand, un  think tank americano finanziato da fondi federali e patrocinato dall’Ufficio del Segretario della Difesa (OSD), dal Dipartimento della Marina e dalla conmunità dei servizi segreti, risalente al 2008 ovvero a tre anni prima delle ambigue primavere arabe, che mette a punto le strategie da adottare sia in ambiente islamico, ma venuto buono anche nelle altre rivoluzioni colorate innescate dall’Ucraina al Sudamerica. “Gli Stati Uniti  – è scritto partendo dall’analisi del movimento egiziano Kefaya – dovrebbero aiutare i riformatori ottenere e utilizzare le tecnologie informatiche, forse offrendo incentivi alle aziende americane per investire in infrastrutture e tecnologie di comunicazione. Le società statunitensi che lavorano nella tecnologia dell’informazione potrebbero anche assicurare che i siti web dei riformatori rimangano operativi e forniscano grazie a proxy anonimi un riparo ai controlli del governo. Questo potrebbe anche essere ottenuto utilizzando mezzi tecnologici per evitare che i regimi blocchino la rete dei siti web dei riformatori”.

Questo studio della Rand ( qui )è stata la base per la politica di  “esportazione” di democrazia verso i paesi del Medio Oriente e Nord Africa comprendendo anche la formazione e il supporto di cyber attivisti provenienti da questi paesi e inseriti nel club Mena finanziato dall’ Agenzia Usa per lo Sviluppo Internazionale (USAID), dal National Endowment for Democracy (NED), dall’International Republican Institute (IRI), dal National Democratic Institute for International Affairs (NDI), dalla Freedom House (FH) e immancabilmente dall”Open Society di George Soros. Questo ha portato alla creazione di strumenti in grado di bypassare gli ostacoli eventualmente posti dai governi, come Commotion o il browser Tor, che da noi passa come ingresso al segretissimo Web sommerso o come strumento per accedere a siti pirata, ma che in realtà è finanziato con fondi federali e conta numerosi sponsor tra cui Google, la famigerata ong Human Rights Watch, di fatto un’estensione dei servizi di Washington e persino l’ United States Naval Research Laboratory.

Durante la “primavera” araba, TOR è stato utilizzato anche dagli attivisti informatici tunisini ed egiziani, sempre  con base in Usa, cosa che fece dire alla signora Clinton: “Internet è diventato lo spazio pubblico del XXI secolo, le proteste in Egitto e l’Iran alimentati da Facebook, Twitter e YouTube riflettono il potere di tecnologie di connessione come un acceleratore dei cambiamenti politici, sociali ed economici”. Naturalmente solo quelli voluti e stimolati  da Washington. Per gli attivisti interni ai Paesi interessati sono stati invece organizzati corsi di formazione informatica e politica sia al Cairo che a Beirut, ma contemporaneamente si è creato uno strumento ad hoc, ovvero l’Aym ( Alleanza dei movimenti giovanili) guidato da persone che hanno lavorato al Dipartimento di Stato oppure in società coinvolte in nuove tecnologie o ancora nelle agenzie di “esportazione” della democrazia, come è saltato fuori nei tre summit per mettere a punto le strategie tra cui quello di Londra del 2010. Anche qui abbiamo sponsor eleoquenti: il dipartimento di Stato ovviamente, ma poi Twitter, Facebook, You tube.

Insomma proprio questi che lamentano di essere stati hackerati, spiati, derubati di lettere, sono stati i protagonisti della messa a punto in molti Paesi di una rete praticamente proprietaria per la destabilizzazione e il neocolonialismo. Le vittime sono innocenti, ma che le piange non lo è affatto.

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Bibbidi-bobbidi-bu o dell’ideologia contemporanea

306153_467018130036677_1031463162_nAi primi di aprile un cittadino britannico ha avuto modo di vedere e fotografare in treno un documento riservato del ministero degli esteri e della cooperazione internazionale nel quale si sollecita tutto il dicastero a rendere prioritari nei propri messaggi rivolti all’opinione pubblica  il commercio e la crescita, trascurando o riducendo al minimo indispensabile un’ampia sfera di argomenti che vanno dal lavoro, all’impatto del cambiamento climatico e persino al commercio illegale di animali. In questo momento ciò che conta è fare affari ad ogni costo anche a quello di calpestare senza remore e senza limiti i diritti delle persone e l’ambiente stesso.

Tutto suona vagamente immorale, ma è concretamente criminale sapendo benissimo da due decenni che quando parla si crescita ci si riferisce unicamente  all’immenso drenaggio di risorse che finisce sempre più nelle mani del famoso 1 per cento. Eppure  la crescita è ormai come la polvere di fata, la bacchetta magica grazie alla quale dovrebbe scomparire ogni realtà, ogni contraddizione e anche ogni opposizione. Più che magica questa polverina è diabolica se all’interno di una crisi multiforme maturata fin dagli anni ’90, ma conclamata da un decennio con tutte le sue piaghe, ha ancora efficacia nonostante la constatazione che i governi e le vecchie leadership sono ormai burattini attaccati ai fili dei poteri economici e delle loro lobby, che le disuguaglianze sono cresciute in maniera inimmaginabile, che il pianeta stesso viene devastato in nome del più futile consumismo, se il lavoro viene inteso come una nuova schiavitù, se i diritti sono ormai roba da telefilm del secolo scorso, se la disoccupazione cresce e la sotto occupazione precaria è ormai la normalità, se i poveri si impoveriscono e i ricchi si arricchiscono decretando di fatto la fine di una sia pur modesta mobilità sociale che è stata la vera arma dell’occidente negli ultimi tre secoli.

Straordinariamente la polverina funziona ancora nonostante sia del tutto evidente che non possiamo più usare i modelli che hanno causato tutto questo per uscirne e che occorre una visione delle cose radicalmente diversa, una riformulazione di tutte le nostre domande e approdare a un diverso modello sociale. Non si tratta solo di contestare l’essenza di un pensiero economico che pretende di essere scienza, ma e basato sull’aporia della  crescita infinita che è palesemente assurda visto che le risorse sono finite, quanto soprattutto  di abbattere finalmente il modello antropologico dominante costruito sull’uomo razionale economico, isolato e separato dagli altri, autistico e lupo per gli altri, libero solo nella misura in cui fatalmente rende meno liberi gli altri.

Si tratta di una visione prima di tutto impossibile e irrealistica, ma  anche incredibilmente rozza: se essa in un mondo di principi e monarchi assoluti è stata in qualche modo liberatoria, in un contesto diverso rinunciando ad evolversi, anzi fossilizzandosi, diventando un’arma in mano alle classi dominanti, è diventata una prigione, esattamente come i sistemi di grotte e caverne che nel neolitico, ma anche successivamente furono il fulcro di insediamenti umani e poi divennero patrie galere. Con alle spalle questa sorta di antropologia a una dimensione, non è assolutamente possibile intendere l’attività economica come strumento per soddisfare le esigenze di tutti all’interno di una certa quantità di risorse finite. Il diagramma di flusso tradizionale dell’attività economica, quello alla base di tutte le scuole capitaliste, comprende le relazioni astratte tra famiglie, imprese, banche, governi e commercio, che operano in una sorta di  vuoto sociale e ambientale: energia, materiali, mondo naturale, società umana, potere, ricchezza, classi, sapere, attività essenziali, ma non classificate come lavoro (per esempio quelle svolte in casa) sono tutti mancanti.

Siamo vittime in corpore vili di un’astrazione e per poterci liberare dobbiamo ripartire dai principi, ricostruire i fondamenti della comunità e della solidarietà, in cui si è persone e non individui, ricominciare a pensare ciò che vogliamo essere e non ciò che ci suggeriscono che siamo. Le soluzioni frammentarie possono servire qui e là, ma non possono vincere nella guerra con questi pochissimi che detengono la stragrande maggioranza delle risorse e che certo non vogliono cederne nemmeno un’unghia dal momento che essi davvero fanno parte della miserabile umanità che predicano. Questa è la vera economia, un termine antico che indica la buona gestione delle cose e degli affetti e che invece è stato violentato a partire a cominciare dal Settecento. Altro che la polverina magica che nella lotta di classe al contrario viene usata come stimolante e rimbecillente al pari di altri polverine cui i ricchi non rinunciano. Smettiamola di sniffare.


Al freddo e al gelo, ma senza Re Magi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Che la scienza delle previsioni non sia neutrale è risaputo, quando perfino quelle meteorologiche sono soggette a condizionamenti o al timore che certi annunci compromettano attività economiche e rendite.

E c’è da sospettare che il ceto dirigente venga selezionato sulla base dell’indole a farsi prendere di sorpresa, a quel candore infantile o primitivo che rende tutto inatteso, imponderabile, impensato e sbalorditivo. E di conseguenza non governabile e fatale. Ogni fenomeno arriverebbe come un cataclisma indipendente da volontà e responsabilità, come un terremoto. Che in effetti lo è mentre non lo sono invece certi effetti determinati da trascuratezza, volontà criminale di profitto, avidità e cialtroneria. Se il sisma è una catastrofe naturale non lo è la catastrofe politica che, mentre il neo presidente scia in settimana bianca – che anche l’inverno è disuguale – non si prepara alla neve a gennaio in zone che nella tradizione e nella cultura popolare sono legate all’immagine, appunto, di presepi imbiancati, che non prevede che l’abbazia di Sant’Eutizio o la chiesa di San Salvatore a Campi debbano essere puntellate dopo le scosse di agosto per prevenirne il crollo in occasione del ripetersi dei movimenti tellurici, se dopo le prime scosse di Amatrice e Arquata chiunque poteva accorgersi che la situazione per il patrimonio storico artistico era a rischio, che nella zona tra Fabriano e Ascoli Piceno erano centinaia le chiese inagibili, migliaia le opere d’arte in pericolo.  Come si potrebbe altrimenti chiamare se non catastrofe politica e premeditata quella calamità che ci affligge da decenni, quella piaga che ci ha portato alla rovina e che sta condannando all’esilio intere popolazioni del Centro Italia, fatte di agricoltori, allevatori, lavoratori di aziende e piccole industrie,  espulse dai loro luoghi fino a pochi mesi fa opulenti quanto belli, pingui quanto armoniosi?

Turlupinate da quell’infame sodalizio corrotto e corruttore di amministratori sleali e imprenditori assatanati coi suoi lavoro al ribasso, con la polvere nel cemento, abilitati a condurre a un tempo lavori e sorveglianza sugli stessi,  oltraggiate da una strategia della ricostruzione che promette casucce di legno a primavera insieme all’invito a svernare altrove, che tanto quella diaspora di cittadini sradicati, spaventati, che non ha nemmeno più voglia di esprimere collera, non saprebbe dove votare, figuriamoci per chi o contro chi? Offese insieme alle loro bestie che se non sono già morte di paura, fame e sete, adesso crepano di freddo, beffate dalla sconcertante  proibizione a attrezzarsi in proprio con container “inappropriati”, tacciate di criticabili impazienza e  irragionevolezza?

Ma non c’è da stupirsi. In fondo è stata trattata allo stesso modo anche la crisi interpretata come un fenomeno inatteso, ineluttabile e incontrastabile perfino là dove è stata orchestrata e azionata. Per non parlare degli esodi biblici che mandano per il mondo ispirato da civiltà superiore milioni di esseri di serie B, spinti da istinti bestiali: fame, sete, paura, prodotti inaspettatamente da guerre di conquista, razzie e saccheggi, dissipazione di risorse alienate per il nostro benessere.  O del terrorismo frutto della stessa delirante smania di potenza imperiale che ha scelto amici e nemici per giustificare conflitti, stragi, repressioni o sostegno a tiranni e despoti, favore a regimi sanguinari e nutrimento per tremendi scontri razziali, destinati comunque a annientare i più poveri e sommersi.

A dirla tutta sono stati sorpresi anche dalle urne, anche se si è votato con le carte truccate, come è ormai d’uso. Non si aspettavano di essere battuti e hanno reagito  come al solito. Facendo finta di niente, convertendo la disfatta in onorevole vittoria di quella stessa democrazia che volevano cancellare, ricollocandosi o insediando i loro fantocci nei ruoli chiave. E comportandosi come in caso di catastrofe, in modo che il male peggiori: si tratti di lavoro svalutato, territorio disastrato, ambiente manomesso, salute compromessa, banche in fallimento per dichiarata disonestà. Cosicché tutto diventi emergenza da gestire con sbrigativa autorità, con arruffona sfacciataggine, con decisionismo pasticcione, grazie a regimi eccezionali, misure straordinarie, governi di salute pubblica, ducetti criminali, deportazioni, limitazioni di libertà, espropriazione di beni e diritti.

Una volta non è bastata, sorprendiamoli ancora e per sempre, stupiamoli coi nostri No.

 


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