P7160115Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sotto le rovine dell’Aquila si lavora per la costruzione di un centro commerciale sotterraneo. Tutte le nostre stazioni sono ridotte a cantieri perenni, per trasformarsi in gallerie dello shopping nelle quali i viaggiatori sono ingombranti fantasmi che intralciano il passeggio. Le vie delle città d’arte si convertono in suk, in cattedrali del desiderio penalizzato dalla crisi, in vetrine globali, che espongono merci tutte uguali a Firenze come a Bangkok, davanti alle quali sfilano frettolosi i forzati del turismo mordi e fuggi (a Venezia il 75% dei “passanti” si ferma meno di un giorno lasciando però una memoria di sé in decine di chili di rifiuti). Ormai sono così anche i musei nei quali lo store è il punto d’arrivo dopo visite fugaci, assiepati davanti a quadri propagandati da film, da spot pubblicitari, che oltrepassano la leggenda, se ormai il 20 % di una visita al Louvre è rappresentato dalla sosta davanti alla Gioconda e il resto è occupato da scatti di smartphone, da selfie, in modo che diventi chi guarda il protagonista e l’opera d’arte solo l’occasione, lo sfondo, lo spunto per un’esternazione nel social network. Miliardi di cinesi, indiani, malesi, russi si preparano ad invasioni non del tutto pacifiche: per loro, che si immaginano impreparati, incolti, primitivi – il pregiudizio anche tra i colonialisti straccioni è duro a morire – si allestiscono luna park, shopping malls e una conversione dei monumenti in merci da consumare frettolosamente, proprio come un pasto in un fast food.

Tutti i sociologi delle città hanno profetizzato che tra le ragioni dell’erosione dei valori democratici va annoverata l’estinzione dei luoghi della convivenza, della convivialità, della conversazione fino a quelli della politica e del ragionare insieme. E che quando il mercato esercita “il diritto di prelazione” sugli spazi pubblici e sulla socialità, la gente finisce per persuadersi che la partecipazione venga sostituita dal consumare, dallo sfiorarsi tra gli scaffali delle merci. E il valore culturale, morale e civile dei monumenti viene cancellato in favore della loro rendita economica e della loro attrattività turistica.

Sono stati proprio i governi che hanno fatto della meritocrazia un totem, ha quindi deciso di sacrificare competenza, sapere, studio, professionalità alla commercializzazione, al marketing, affidando i musei a “manager”, direttori con spiccate qualità e con specializzazioni merceologiche, per favorire a un tempo il profitto e il dileggio dei parrucconi, dei sapientoni, degli storici. E se poi questa nuova leva viene da fuori, garantisce l’indipendenza dalle aborrite soprintendenze che il premier aspira a depotenziare, in modo da scoraggiare quell’attività di controlli, vigilanza e tutela che ha ostacolato il dispiegarsi dell’iniziativa privata che deve essere libera dai lacci e laccioli della salvaguardia del territorio, dei suoli, delle risorse, dei beni comuni.

Da anni è stata perseguita una strategia volta proprio a impoverire anche l’organizzazione dello Stato oltre che i suoi beni, in modo da renderne inevitabile la cessione, improrogabile l’alienazione, ragionevole la svendita. E intanto si offrono vitelli ai sponsor poco prodighi, si cedono i servizi aggiuntivi a società, sempre le stesse, quelle redditizie, in attesa di cedere il “passivo”, il museo, il monumento, l’opera d’arte, che costa e non si mangia in mezzo al pane. E poco importa che il Louvre sia passivo al 50%, così come il Metropolitan: il nostro ceto dirigente vuole rammentarci che non abbiamo il diritto di aspirare alla proprietà collettiva e comune della bellezza, della conoscenza, così come del pensare libero, della critica, dell’autonomia.

Il loro patto educativo si estende oltre la scuola e riguarda la pedagogia tossica

dell’accettazione, della riduzione in servitù, come unica salvezza dalla povertà, come legge di necessità. È proprio ora di disubbidire.