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Venezuela, sconfitto il golpismo, ma non i media occidentali

20294556_1443564695727973_2999717958798117628_nFateci caso: dovunque ci sia una democrazia retta da forme di sinistra popolare l’informazione occidentale parla di dittatura o ne insinua il sospetto, ma quando si tratta di dittature di destra o di reperti medioevali evita ogni definizione. C’è ovviamente una scala con punti intermedi che variano a seconda degli interessi e delle intersezioni geopolitiche, ma al momento attuale diciamo che agli estremi di questa unità di misura della disinformazione occidentale ci sono da un lato l’Arabia Saudita punto zero di un servilismo solidificato attorno al silenzio e dall’altro il Venezuela punto di ebollizione della sottomissione all’impero. Tanto in ebollizione che spesso e volentieri in questa acque agitate si opera uno scambio truffaldino tra la violenza della destra e la sopportazione del chavismo.

Siccome non si tratta di idee e nemmeno di opinioni, ma di campagne pagate dagli inserzionisti del caos, non c’è speranza che qualche fatto anche il più solare ed evidente possa indurre a ripensamenti, nemmeno le impiccagioni e le decapitazioni in Arabia Saudita per non parlare delle stragi in Yemen o il fatto che in Venezuela le elezioni per la costituente siano state un grande successo per Maduro e per la democrazia reale nel Paese sudamericano, con più di otto milioni di votanti che hanno sfidato le squadracce fasciste, pardon democratiche, decise a sabotare un evento così disdicevole e totalitario come un’ elezione. Diciamolo: solo se il Venezuela dovesse diventare una ditttatura di destra, questi creativi degli spot geopolitici finirebbero di parlarne.

Questo naturalmente non ci impedisce di lasciar perdere le chiacchiere, le bugie, le foto truccate, insomma la grottesca narrazione ufficiale per analizzare i risultati delle elezioni venezuelane, la loro portata, il loro significato e cercare di vedere le evoluzioni future. Appare chiaro dai numeri e dalle circostanze drammatiche in cui si sono coagulati un fatto fondamentale, ovvero che il Mud, il coordinamento dei partiti di destra non è per nulla maggioritario, non esprime più attese e bisogni della popolazione, né dei principali settori del Paese, nemmeno di quelli dominanti e che sta rapidamente perdendo la vasta area degli incerti nelle aree urbane L’atteggiamento e i metodi golpisti sono diretta conseguenza di questa perdita di consenso come del resto avvenne al tempo del tentato golpe contro Chavez e mostrano in filigrana il fatto che il fronte di destra non serve gli interessi del Paese ma quelli di altri che fin dagli ultimi anni di Obama nemmeno più tentano di nascondersi e dissimulare.

Del resto il chavismo si è dimostrato l’unico movimento politico con una visione e  un progetto nazionale di inclusione, che comprende  fattori sociali, istituzionali, economici e politici del Paese, mentre il Mud, tra cui cominciano ad apparire vistose fratture, sembra esprimere solo la volontà di abbattere Maduro e riconquistare il potere con qualunque mezzo, impantanandosi così in una dinamica esclusivamente distruttiva, come del resto accade quando si è eterodiretti. Paradossalmente proprio questa spirale di violenza senza prospettive ha reso più forte  Maduro e stimolato la partecipazione al voto per l’Assemblea costituente, specialmente quella dei settori agricoli e rurali che finora sono stati ostaggio delle borghesie parassitarie cittadine di rito americanoide.

La partecipazione popolare all’elezione all’assemblea costituente spiazza completamente le opposizioni guidate da Washington e dalle sue sanzioni , visto che ad essa è demandato il compito di superare il modello della rendita petrolifera e di determinare l’accesso e la redistribuzione dei proventi dell’oro nero. Proprio per questo il Mud ha giocato il tutto per tutto per sabotare le elezioni ed è per lo stesso motivo che una tornata elettorale per scegliere i costituenti è stata usata dai media occidentali come demente dimostrazione della non democrazia del Venezuela e delle buone ragioni dei golpisti: da adesso in poi diventerà più difficile trovare appigli per colpire e affondare il chavismo senza ricorrere ai metodi del vecchio golpismo sudamericano.

E infatti ci si avvia proprio su questa strada: gli esponenti della lobby anti Maduro presenti al Wola, ossia il Washington Office on Latin America hanno già dichiarato al loro giornale di riferimento, ossia il New York Times, il proposito delirante di voler mettere in piedi “un governo parallelo che cercherà finanziamenti e legittimità all’esterno e rivendicherà, almeno implicitamente, il monopolio legittimo dell’uso della forza e cercherà di procurarsi delle armi per difendersi”. La cosa assolutamente chiara che si evince da questo delirio enunciato alla vigilia di una sconfitta elettorale evidentemente attesa e dal declino del consenso delle destre è che la battaglia abbandona il Venezuela per rifugiarsi a Washington, che la strategia sarà ancora una volta la violenza per dare a qualcuno la scusa di un intervento diretto. Fallita la possibilità di un rovesciamento tipo Brasile, adesso si disegna un progetto tipo Honduras progettato e portato avanti dalla Clinton.

Ecco perché è importante decostruire quotidianamente le verità fasulle della stampa occidentale che fanno da mascheramento e da pretesto a questi progetti di guerra civile che nascono dall’inciviltà.

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Dietro la copertina insanguinata di Charlie

trocaderoNon voglio pensare al peggio, quindi tralascerò le testimonianze secondo le quali 21 minuti dopo la strage di Parigi, gruppi  di persone politicamente organizzate, distribuivano nella capitale francese, matite, cartelloni  con la scritta “Je suis Charlie” e prime pagine plastificate di Charlie Hebdo. Se dovessimo andare fino in fondo a questi reportage la verità sarebbe ancora più orribile di quella che è, facendo il paio con le scatolette con l’etichetta “euromaidan” spuntate fuori a Kiev poche ore dopo la rivolta “spontanea”. O con tutti quegli eventi tragici nei quali un minuto prima i terroristi agiscono con assoluta libertà e avvolti dal mistero, ma un minuto dopo la strage vengono identificati con certezza. O in qualche caso lasciano pure i documenti d’identità in auto.

In ogni caso è del tutto evidente che l’assalto alla rivista satirica è stato preso come l’occasione che ci voleva per ripristinare la guerra di civiltà proprio nel momento in cui i prodotti mefitici della “civilisation” liberista cominciano ad essere contestati, a trovare sponde politiche e anche temuti successi elettorali. La stupidità messa in campo da tutti i media e da politici di livello emetico, è davvero uno spettacolo deprimente e avvilente: tutti si sono prestamente impadroniti dell’occasionale gergo anglosassone e parlano di foreign fitghers fingendo di sapere ciò di cui parlano e si riempiono la bocca di libertà d’espressione proprio mentre si preparano a reprimerla con leggi di regime.

Nessuno sembra domandarsi se ciò che è accaduto nella capitale francese trovi nello sfottò a Maometto solo il suo pretesto, ma non derivi dal fatto che ormai da 30 anni e passa l’Occidente abbia creato e armato gruppi integralisti a ripetizione per i suoi interessi, abbia appoggiato ogni anacronistica petro monarchia, fatto una guerra spietata ai pochi regimi laici e abbia persino reintrodotto la tortura. Se conti niente il fatto che l’80% dei conflitti in corso coinvolga il mondo islamico. Se l’innocente Francia dei vignettisti sia presente in Afganistan e in Irak al seguito degli Usa, abbia un forte zampino nella guerra in Siria contro Assad, abbia 2800 uomini in Mali, 1000 in Ciad, 1600 in Centroafrica, 950 in Gabon,  altri 650 tra Costa d’Avorio e golfo di Aden, senza contare le guarnigioni fisse sparse da Gibuti al Senegal.

Ma di tutto questo, dell’immensa strage, è vietato parlare, a nessuno viene in mente l’idea che l’Isis non sia solo un fenomeno di potere terrorista, ma un tentativo di organizzazione autonoma del mondo arabo che non si fermerà certo al califfato di Al Baghdadi e che l’Occidente di marca americana cerca di contenere in fasce, preferendo, com’è ovvio, stati deboli, emiri del petrolio con i loro poteri medioevali,  regimi fantoccio. Tutto questo, compresa la strage di Parigi, fa parte della geopolitica che rende comprensibili anche se non sopportabili, le lacrime di coccodrillo dalle quali siamo avvolti come in una doccia. Ma c’è molto di più in questa sequenza ipnotica e drammatica di 11 settembri: c’è lo sfruttamento del nemico a fini interni. Anzi la cinica creazione di un nemico, quale che sia, per evitare e deviare la reazione di popolazioni impoverite e date in pasto a un’oligarchia di ricchi. Meglio se si tratta di un nemico che sembri minacciare  l’identità europea e occidentale, perché non solo questo sortirà effetti migliori, ma nasconderà il fatto che proprio il pensiero unico sta tagliando le radici dei valori faticosamente affermatisi in due secoli di lotte. Questi caratteri, progetti, idee, speranze sono stati svenduti al mercato, all’omologazione, resi un ricordo e un feticcio e dunque si ha bisogno di un nemico esterno che impedisca di riconoscere l’assenza pneumatica di una cultura che non sia l’ipocrisia stessa.

Quale civiltà vogliamo difendere coi referendum anti moschea, con gli strepiti contro Schengen, con i droni da far volare in medio oriente o con servi del padrone che scoprono la libertà di espressione? Può anche darsi che nonostante la melassa mediatica e complice l’impoverimento reale qualcuno si cominci a fare questa domanda e scopra che ci sono più cose in terra e in cielo dell’ultimo telefonino fabbricato da schiavi e comprato da aspiranti schiavi a prezzi spesso cento volte superiori al costo effettivo, ovvero la parte del ricco. Così, inventando e creando la guerra di civiltà, si può dare l’idea che una civiltà esista ancora. Che gli altri sono quelli che attentano a una libertà che stiamo perdendo.


Guerra, sola igiene del liberismo

i pacifistiTerza guerra mondiale. Dopo averla sfiorata almeno due volte durante tra gli anni ’50 e ’60 era diventata un’espressione desueta, un’ipotesi buona per film e romanzi sul dopo bomba, qualcosa che non apparteneva alla globalizzazione dei mercati e che comunque era relegata ai margini delle zone di influenza e di interesse. Oggi invece l’espressione è tornata prepotentemente alla ribalta: la crisi economica con il logoramento degli idoli mercatisti, i rivolgimenti nel mondo arabo frutto finale dell’invenzione del jahidismo in funzione antisovietica voluta a suo tempo da Washington, la orrenda vicenda del golpe ucraino fomentata e organizzata dagli Usa con la complicità europea e evolutasi  proprio in questi giorni con la rotta dell’esercito di Kiev, la nascita di un mondo multipolare, spingono persino il Papa a pronunciarla.

Ma non so quanto ci si creda veramente visto che le aree di frizione e le guerre non sono mai mancate nei decenni precedenti anche sul territorio più propriamente europeo, che c’è stato persino l’11 settembre, senza che l’intreccio dei conflitti abbia portato a una deflagrazione globale. Tuttavia non c’è dubbio che ormai la cornice che accompagna questi eventi è profondamente mutata rispetto ad appena dieci anni. Il dato principale è che la politica americana tesa a “circondare” i suoi rivali, Russia e Cina e fare anche del Pacifico un proprio lago interno,  si scontra con una realtà che ancora negli anni ’90 sembrava poco più che futuribile: l’ascesa del “paese di mezzo” come fabbrica e laboratorio mondiale. Nel 2004 gli Stati uniti erano ancora, dopo circa un secolo di dominio, la prima potenza commerciale del mondo: erano il primo partner commerciale di 127 Paesi, mentre il celeste impero lo era per circa 70. Oggi la situazione si è completamente ribaltata e i numeri sono esattamente il contrario.

Dunque è la prima volta dagli inizi del secolo scorso che leadership mondiale americana viene seriamente contesa. Contemporaneamente la Russia tende ad uscire dall’ appannamento seguito alla caduta dell’Urss ed è divenuta, anche grazie alle immense risorse naturali di cui gode uno dei protagonisti dell’economia globale, insieme ad altri Paesi, quali l’India e il Brasile che mal sopportano la dittatura economica degli organismi monetari ed economici occidentali dai quali cercano infatti di affrancarsi. E questo è un allarme rosso per il dollaro che sin dalla fine della seconda mondiale vive sostanzialmente di un credito artefatto che ha reso possibile un’enorme consumo di risorse mondiali da parte dei cittadini americani.

Negli ultimi due decenni del secolo scorso, gli strateghi di Washington avevano puntato sul mondo musulmano come elemento di destabilizzazione dei Paesi emergenti e soprattutto della Russia nel suo passaggio post sovietico e della Cina almeno per quanto riguarda le regioni occidentali. Ma hanno combinato tanti di quei pasticci che si sono ritrovati con la patata bollente in mano, con gigantesche migrazioni che stanno investendo l’Europa proprio mentre il continente è spinto dagli Usa  – grazie alla subalternità miope delle sue classi dirigenti – ad un assurdo confronto con la Russia. Creando al di fuori dei propri confini quella guerra che si vantano di aver espulso all’interno.

L’insieme di questi fattori cambia completamente le carte in tavola e fa nascere – diciamolo chiaramente – la tentazione di conservare  l’egemonia attraverso lo strumento militare che ancora gode di una indiscussa superiorità. Ma anche qui il tempo stringe perché il gap sta per essere rapidamente colmato e per dirlo non bisogna ricorrere a carte segrete: basta registrare l’allarme angosciato del Pentagono per i nuovi missili cinesi antinave dotati di elettronica sofisticata e di una velocità di 10 mila chilometri l’ora, vale a dire il doppio di un Patriot che è l’antimissile per eccellenza. Un pericolo gigantesco per le portaerei. Ed è solo un esempio. Sia Mosca che Pechino stanno procedendo a un totale rinnovo degli armamenti per rispondere alla sfida lanciata nel 2012 dal ministro della difesa statunitense Leon Panetta il quale ha esposto la dottrina di Washington in merito alla “riconquista” del pacifico dove entro il 2020 sarà concentrato il 60% della forza navale Usa. Solo che per quella data troverà forse troppo pane per i propri denti.

E’ una cornice inquietante, perché basta una scintilla per non riuscire più a contenere gli eventi e soprattutto perché sembra che non si faccia attenzione alle scintille, quasi che l’animus sia quello di dire o la va o la spacca o accettate l’ “eccezionalità” americana con i suoi privilegi o fatevi sotto, come purtroppo sta avvenendo proprio oggi a Newport, di fronte alla rotta delle truppe ucraine fedeli ai golpisti. Senza dire che la crisi a cui ha portato il liberismo, nella sua contraddizione tra profitto e consumo, si sta rivelando endemica e non ciclica: una guerra potrebbe fare comodo a classi dirigenti che stanno saccheggiando tutto, ma che vivono nell’incubo della rivolta e della trasformazione. Costi quel che costi, visto che dall’ impasse si può uscire o attraverso una nuova idea di società e di economia o grazie ad una gigantesca distruzione di capitale umano e produttivo. Non è certo un caso se a soffiare sui venti di guerra siano proprio i super ricchi, compreso quel Soros che è personaggio eminente dietro il golpe ucraino, come del resto lui stesso dichiara.

Dunque terza guerra mondiale con i caratteri anche di guerra civile è tutt’altro che un’iperbole, un grenz begriff, ma una concreta possibilità perché per definizione le situazioni caotiche, volutamente create, non sono gestibili o prevedibili negli esiti e nelle nuove realtà che creano. Ed anche in questo è fallito totalmente il ruolo dell’Europa che da possibile stabilizzatrice si è trasformata in sottocoda atona e senza parole che non siano suggerite da oltre atlantico.


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