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Archivi tag: mondo multipolare

Nuovi miscugli di amici e nemici

one_one-greyMentre in Europa si votava in ordine sparso e con risultati sia imprevisti, sia contradditori, nel resto del mondo sono accadute alcune cosette che prefigurano scenari del tutto nuovi sulla via della multipolarizzazione mondiale. La prima è che nella Sco, ovvero la Shangai Cooperation organization sono entrati grazie a Cina e Russia due nemici storici, ovvero l’India e il Pakistan, il che non solo porta questo centro di sviluppo economico a rappresentare metà dell’umanità e la metà dell’economia reale, molto più dunque che non il G7, ma che la sua forza aggregante è molto superiore al previsto. La seconda è che la Turchia è scesa a fianco dell’Iran in difesa del Qatar minacciato da Arabia Saudita, Usa e Israele, impiantando una base militare e cominciando a inviare cinquemila uomini, sufficienti peraltro a buttare nel Mar rosso la truppaglia saudita che già in Yemen ha dimostrato la sua grande disponibilità a scappare. Anche qui abbiamo due eterni nemici, Ankara e Theran, che si mettono assieme per non farsi divorare da Washington, il che vuol dire che la minaccia occidentale è sentita ormai come prevalente, ma che spalanca anche nuove ipotesi nella politica degli oleodotti e dei gasdotti. Infine la Russia ha risposto alle manovre Nato chiaramente dirette a evocare giochi di guerra contro di lei,  installando nel pezzetto di Prussia orientale che rimane una sua enclave, nuovi missili S 400, Iskander e Topol M, si tratta di una panoplia di armi a medio raggio, tutti dotati ovviamente di capacità nucleare, velocissimi,  molto precisi e in grado di evitare molti tipi di contromisure. Insomma sono in grado di bucare con facilità le difese europee esponendo direttamente il continente alle conseguenze dell’ostinazione di Washington nel mantere un dominio unipolare sul pianeta.

La decisione di Mosca, ha spiazzato completamente la Nato mettendone in luce le debolezze che consistono essenzialmente nella difficoltà di conciliare la difesa unica e la deterrenza nucleare, ma soprattutto ha messo la Germania e l’Europa nella condizione di dover considerare scenari del tutto inediti dopo la fine della guerra fredda e di certo non bilanciabili con l’aumento delle spese militari convenzionale chiesto dagli Usa. Ora ancora di più ci si domanda perché il continente dovrebbe perdere molti miliardi ogni anno a causa delle sanzioni alla Russia (di parla complessivamente di circa 100 miliardi) e nel contempo tornare a vivere sotto minaccia solo per compiacere le mire di Washington e più che altro quelle del potere profondo che la domina. Sacrificarsi per permettere che a Kiev i nazisti e l’Fmi (anche supposto che vi sia una sostanziale differenza) la facciano da padrone è davvero un non senso. Anzi la cosa è talmente assurda che basta da sola a porre le premesse per una futura disgregazione dell’alleanza, quanto meno nelle attuali forme di totale sottomissione agli Usa e messi a fare da vittime sacrificali di un conflitto.

Il fatto è che se si vuole agire nella logica per la quale il nemico del mio amico diventa mio nemico, bisogna prima accertarsi che ci sia davvero un amico e non uno sfruttatore. Tanto più che questi “nemici” sono coloro che non sopportano più la colonizzazione semplicemente perché è diventata ormai una palla al piede e gli svantaggi diventano più onerosi dei vantaggi: prima o poi non basteranno più i Macron, le May, i Renzi e le Merkel e nemmeno le socialdemocrazie complici a nascondere questa evidenza, mostrando come la geopolitica e la politica siano qualcosa di molto più strettamente legate di quanto comunemente non si pensi. La liberazione dal giogo delle elites anglosassoni finirà per essere anche quella dal pensiero unico che esse hanno imposto.

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Ricominciare da Aleppo

aleppo-festaPossiamo anche rallegrarci della vittoria di Aleppo, dove per la prima volta da decenni è stato sconfitto anche sul piano militare il neo colonialismo delle oligarchie reazionarie e globaliste occidentali, perché alla fine, oltre le chiacchiere, è di questo che si tratta. Ma sarebbe una soddisfazione futile se tutto questo rimanesse come un fatto conchiuso nell’orizzonte mediorientale con possibili agganci solo in ragione del flusso migratorio e delle imprese di un terrorismo dai caratteri più che mai ambigui. Aleppo è invece vicinissima purché sia chiaro ciò che è accaduto nella città più grande della Siria oltre ad essere quella con il maggior numero di cristiani in tutto il mondo mussulmano: è successo che dopo 40 anni viene messo seriamente in discussione il mondo unipolare succeduto al declino e alla dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Questo è evidente persino ai ciechi, ma forse sono meno chiare le implicazioni di tutto questo: è stato proprio nella culla dell’egemonia di Washington, auto fondata sull’eccezionalismo e manovrata in gran parte dalle multinazionali che il neo liberismo è cresciuto in tutte le sue maligne mutazioni  fino a creare disuguaglianze tali da mettere in crisi le radici stesse della democrazia e ora anche di quel succedaneo della stessa in cui viviamo, di quel metadone quotidiano fornito da giornali e televisioni. E’ in questo mondo unificato dagli oligopoli più che dal mercato nel suo senso teorico e astratto, dominato dall’omologazione e dal conformismo consumistico più che da ideali,  che si è potuta incistare e poi sviluppare l’idea che non solo la sovranità e i popoli fossero un fatto del passato, non solo che essi fossero vecchi strumenti del capitalismo come indicava la vulgata marxista prima di Otto Bauer, ma anche che fosse impossibile prendere decisioni autonome all’interno degli automatismi di mercato, delle pseudo leggi economiche e delle loro surfetazioni politiche. Così paradossalmente gli stessi che ammettevano i guasti e le disuguaglianze della globalizzazione o la conversione economicista dell’Europa, rimanevano come paralizzati non riuscendo a non santificare comunque la Ue e il mercato anche nei suoi aspetti più deteriori, cercando di evitare  ad ogni costo il problema nazionale, nonostante che questo e solo questo fosse il livello istituzionale della democrazia.

Non è certo un caso che siano stati prevalentemente movimenti di destra a monopolizzare la protesta e il disagio crescenti, così come non è certo un caso che la rabbia cominci a tracimare gli argini e abbia colto i suoi primi successi proprio mentre il mondo comincia a tornare al multipolarismo con nuove potenze in grado di giocare la partita: l’internazionalismo astratto e realizzato attraverso i criteri del capitalismo, mica con quelli del proletariato, sta perdendo dunque di senso anche sul piano economico visto che in un certo senso è il territorio, la gente che vi abita, depredata  per fare gli interessi delle ricche oligarchie, proprio grazie al sovranazionalismo delle istituzioni non elettive, che è divenuto il vero soggetto del conflitto di classe. Dunque c’è tutto l’interesse, anche pratico, di giocare fra centri di potere diversi, piuttosto che essere schiavizzati da quella o quella incarnazione di un unico e onnipotente potere globale. Per questo si potrebbe prendere la data della presa di Aleppo come quella simbolica di un’inarrestabile inversione di tendenza.

Inarrestabile certo, ma non per questo prevedibile nei suoi esiti: in alcuni internazionalisti di vecchio pelo si scorgono anche i limiti di una vetusta vulgata rivoluzionaria, segretamente avversa ad ogni diacronicità che somma alla immacolata fede economicista, la disperazione delle occasioni perdute e profetizza come inevitabile una fascistizzazione mondiale. Ma sono alla fine discorsi elitari e inutili di delusi che proprio non riescono nemmeno a pronunciare le parole stato e nazione le quali tuttavia sono esattamente il luogo dove oggi possono convergere i soggetti e gli interessi del conflitto politico reale. Bisogna solo prenderne atto, finendola con le demonizzazioni da supermaket piddino e lavorare perché il cosiddetto populismo si orienti verso forme di libertà e uguaglianza piuttosto che verso quelle rudimentali della destra.  Si può fare e si deve fare, invece di stare a lamentarsi.


Merkel premiata just in Time

merkelDi solito quando parlo di idiozie americane vengo preso da una noia senza fine: perché certo la cretineria non conosce confini e abbonda dovunque, ma quella made in Usa è così prevedibile, così commercializzata, così pacchianamente egocentrica da non poter che suscitare tedio e monotonia prima ancora che disgusto. Ed è così anche per la copertina del Time che elegge la Merkel a uomo dell’anno (cambiato in “persona dell’anno” nel 1999), nel solco di una tradizione imperiale un po’ patetica, perché davvero chissenefrega di cosa pensino in un settimanale di all american boy che di fatto è l’erede spirituale e intellettuale del Reader’s Digest. L’ onore della copertina, tra l’altro graficamente orribile, è stata concessa alla cancelliera tedesca per aver tenuto insieme l’Europa nella vicenda greca e in quella dell’immigrazione di massa (dovuta alle guerre di Washington, ma questo è omesso).

Già questo la direbbe lunga sui veleni che stanno covando le elites di oltre atlantico, ma basta andare un po’ indietro nel tempo per accorgersi che Angela Merkel è stata ben più protagonista e determinante nel tenere in piedi l”Europa che piace all’amministrazione americana negli anni cruciali di inizio crisi: che insomma la copertina l’avrebbe meritata dal 2008 al 2012. Certo al Time potrebbero non essersene accorti, ma comunque non avevano motivo per una scelta del genere solitamente dettata da ragioni non rivelate al pubblico, tanto che nel 2007 avevano ricevuto l’input di sbattere in pagina come persona dell’anno Putin  come nuovo zar  e normalizzatore dell’immenso Paese: un alleato prezioso per contener l’ascesa della Cina se solo non si fosse poi rivelato così ostinato nel perseguire gli interessi della Russia.

La stessa cosa accade con la Merkel: la copertina l’ha ricevuta per gli stessi motivi di fondo, ossia per aver guidato il gregge europeo allo scannatoio delle sanzioni contro Mosca, anche a costo di resistere alla furibonda opposizione del sistema industriale tedesco e  di trovarsi in prima linea nel conflitto ucraino. Il premio viene dato come riconoscimento di tanto merito e di incoraggiamento a proseguire su questa strada. Per gli Usa si tratta di una questione vitale, cioè di mantenere il dominio mondiale da cui dipendono le sorti della propria economia e del progetto liberista: impedire a tutti i costi la multipolarizzazione spodestando gli Usa dal trono di unica e onnipotente guida. Così come avviene da più di un secolo l’impero anglosassone cerca a tutti i costi di sabotare ed evitare un asse tra Mosca ed Europa che costituirebbe un osso troppo duro da rodere.

E’ chiaro che la Cina pur con la sua gigantesca economia è legata agli Usa per il suo sviluppo manifatturiero e non può ancora essere un contendente a tutto campo, mentre la Russia da sola ha non poche difficoltà a riprendersi il ruolo di deuteragonista di un tempo: ma se Mosca potesse contare su una vicinanza all’Europa e in particolare a Berlino le cose cambierebbero e di molto. Così per isolare la Russia l’Europa diventa fondamentale. E vedete non è nemmeno un caso che la copertina della Merkel arrivi in singolare coincidenza con l’affermazione del Front National in Francia e i sussulti “indipendentisti” di Renzi che chiede di  non rinnovare automaticamente le sanzioni, ma di discuterle. Un simile posizione, del tutto incoerente e inaspettata è probabilmente stata suggerita dai medesimi ispiratori  di persone dell’anno: è sempre utile non scoprire il gioco, mettendo in campo sussulti alternativi specie se questi vengono da servitori di provata fedeltà e comunque di secondo piano: conferisce una sorta di spontaneità a mosse studiate e preparate, così come il gobbo induce a credere che i mezzibusti dei tiggì non leggano e parlino a braccio.

Inoltre allentare momentaneamente il guinzaglio, mentre si esalta la retta via, può limitare il crescente malcontento verso situazioni caotiche e assurde che mettono in crisi la credibilità e dunque la capacità di guida delle elites. O può venire buono per tutelarle, come in Francia, da spiacevoli imprevisti nonostante tutto il duro “lavoro” fatto.


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