barconeAnna Lombroso per il Simplicissimus

Cosa si fa con una etnia, un segmento sovciale, un popolo che magari ha lo stesso colore ma viene considerato inferiore, sprovvisto delle qualità necessarie a imporsi? Lo si impiega come esecutore, kapò, gli si fanno fare i mestieri sporchi. E magari poi lo si rimbrotta per come svo9lge il suo compito, in modo da punirlo togliendogli quel poco che gli resta perfino dell’identità o della qualifica  di servo.

L’Ue dagli incerti connotati, quella entità opaca che al servizio dell’imperialismo finanziario ha reso esemplare come in un’allegoria la sua pervicace ossessione di rendersi più forte grazie alle differenze, erodendo la sovranità degli Stati, innalzando muri invisibili ma invalicabili, di qua chi ha e deve avere sempre di più, i meritevoli, di là chi non ha saputo avere e merita di essere degradato e emarginato, proprio quella ha più volte condannato i suoi kapò per inadeguata accoglienza, per carenza di solidarietà, per attitudine incivile. Quella stessa che scende in armi quando il padrone d’oltre oceano ordina, ha fatto sì che la sua bassa forza, i paesi straccioni, muovessero le loro guerre in casa contro quelli che vi si rifugiavano, secondo quegli esodi a comando imposti dalle guerre del gas, del petrolio, della sopraffazione e dello sfruttamento.

Per poi ricordare che è affar loro, di chi ha confini vulnerabili e immateriali, di chi non si sa tutelare da arrivi molesti, che si sa sono bene accetti da stati più sovrani e implacabili di altri, solo quelli di stock controllati e numerati di disperati da convertire in mano d’opera a basso prezzo, invisibile, senza diritti e certezze, grazie a un import “umanitario” ingordo, esoso e sordido.

Tra le sue molte menzogne, volte a garantire adesione e appartenenza da trasformare in cieca ubbidienza e obbligatoria sudditanza, l´Europa voleva mostrare al mondo di saper essere un modello di nuova cittadinanza, applicando a suo dire un nuovo paradigma di libertà politica capace di dissociare la cittadinanza dall´appartenenza nazionale, una rivoluzione non meno radicale di quella del 1789. Ma era una farsa,  smascherata dal flusso di migranti, come dall’istinto a considerare intere popolazioni “razze” meno privilegiate, sprovviste di pedigree, come dalla necessità di consolidare la paura del diverso, dietro al quale si può celare il pericoloso terrorista, la minaccia ferina all’Occidente. E che importa se la Corte di Giustizia boccia la norma italiana che prevede il reato di clandestinità: sono gli stati nazionali a essere protagonisti, , le diplomazie bilaterali a prendere il sopravvento, le frontiere t a chiudersi, le scaramucce di certificati e rimpatri a proliferare, così che gli italiani risultano essere razzisti,  incivili e per di più cornuti e mazziati. E resta loro di tirar su dall’acqua brontolando i disperati per conferirli in inevitabili lager, che se poi qualcuno cerca di raggiungere la meta, un Paese altrettanto xenofobo, ma magari meno straccione, viene rimandato indietro senza pietà, come si fa con un prodotto indesiderato, una merce fallata, come si addice alle modalità di una pulizia etnica in doppiopetto.

Risulta ridicolo il tentativo del ministro Alfano, quello che teme i vuoicumprà quando i tagliagole o forse li considera aspiranti tali, quello che pensa che i No Tav siano un rischio per la stabilità del Paese più della criminalità organizzata, compresa quella che delle grandi opere gode come di un bacino inestinguibile di profitti opachi, quello che è sempre stato dalla parte delle leggi razziali e di chi le ha promosse, di reclamare l’aiuto europeo grazie all’adozione di misure di polizia coordinate, in nome dell’assunzione di una responsabilità comune e condivisa. Spera in sceriffi sovranazionali che alzino muri sulle acque, che recingano la nostra aiola e i rottami di un passato benessere, che rinneghino la loro ragione di vita, il profitto, cui la gestione dell’immigrazione è funzionale se può consentire da un lato pieni diritti all’élite finanziaria cosmopolita e alla manodopera altamente specializzata, dall’altro una semischiavitù e restrizioni di libertà per tutti gli altri, lavoratori o aspiranti tali? Spera nel sopravvento delle ragioni di sicurezza quando l’unica sicurezza che l’Europa – o quello che pretende essere Europa – possiede è quella delle armi?

Si sa che di questi tempi, considerato che governare la cause è difficile e costoso, si è ripiegati sul tentativo di contrastare gli effetti. Ma ormai è tardi, pare non riusciamo a fare nemmeno quello.