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Siamo brava gente, amiamo Berlusconi

Berlusconi_Salvini Anna Lombroso per il Simplicissimus

È ormai indubbio che siamo stati governati da eccellenti strateghi, capaci e sagaci: avevano un obiettivo, l’evaporazione di un ideale democratico, già ridimensionato a poliarchia, l’instaurazione di un regime autoritario e accentratore  in assenza però dello Stato e il consolidamento del primato del privato sull’interesse generale, il tutto col favore dell’apatia popolare.

E ci sono riusciti. Anzi a poco a poco quell’atarassia si è mutata in appoggio obbligato e nell’accettazione incondizionata di due capisaldi della loro ideologia. Il primo consiste nella persuasione che nel Bene esistono grandi differenza, ma nel Male siamo tutti uguali. E che quindi compito del bravo cittadino  è dare consenso al prodotto che viene pubblicizzato come il meno peggio, Berlusconi compreso. Tesi opinabile e largamente smentita dalla storia e anche dalla cronaca pensando al diverso trattamento riservato dalla giustizia al ladro di due mele o all’imprenditore o al manager risparmiato perfino dopo l’azione della livella che livella non è. O guardando alla deplorazione riservata al fascismo di facciata mentre il totalitarismo economico e finanziario viene trattato come un fenomeno incontrastabile con i suo contro e i suoi pro, che in fondo dà lavoro a tanta gente, né più né meno del Cavaliere che mantiene veline, giornalisti, scrittori, registi e anche parlamentari.

Il secondo e persuasivo fondamento cui piace credere è che gli italiani siano brava gente, che se adesso non nè possono più dell’invasione barbarica, è perché si sono superati i limiti, perché gli stranieri violentano, rubano, mangiano cibi puzzolenti, hanno usi e tradizioni incompatibili, ci scavalcano nelle graduatorie e si superano in miseria, conquistandosi benefici e prebende immeritate. Ad avvalorarlo sono soprattutto coloro che la supposta onda nera dilagante manco la sfiorano, ne conoscono perlopiù rappresentanti in grembiulino e crestina, in livrea o col cappelletto di carta del muratore, che semmai la pressione si vive in periferie remote dove in non abbastanza invisibili si contendono una sotto vita con altre vite nude.

Eh si, saremmo brava gente, ma non bisogna portarci all’esasperazione, come era successo a bottegai ariani, accademici insigni, avvocati, medici, giornalisti, tutti stufi della concorrenza degli ebrei, che anche loro resistevano all’integrazione e conservavano abitudini e tradizioni incompatibili salvo quando si pagavano le tasse, si andava in trincea.

E dire che quella non era un’invasione.  Nemmeno questa, peraltro, a leggere le statistiche cui si crede ad intermittenza come le lucette di Natale. Tanto per dire,  facciamo finta di credere che gli sbarchi sulle nostre coste continuino ad aumentare, e invece nel 2018 sono diminuiti dell’87,4% secondo i dati del ministero dell’interno, mentre a lievitare sono stati i morti nel Mediterraneo: 1.728, di cui 3 su 4 nella sola rotta tra Italia e Libia.  Un’ecatombe quotidiana che ha tra le sue cause l’accordo per il contrasto dell’immigrazione illegale, stretto tra Roma e Tripoli nel febbraio del 2017 e tradottosi in un massiccio piano di respingimenti verso la Libia grazie appunto ai patti stretti dall’ex ministro Minniti con la guardia costiera libica, con i gruppi militari attivi nelle zone interne, con governi di paesi di transito dei profughi.      E non dicano che la preoccupazione è giustificata dalla religione di appartenenza di chi riesce ad approdare qui: oltre il 50% degli immigrati è cristiano.  E, ancora, gli italiani pensano che gli immigrati nel nostro paese siano musulmani, e invece si tratta per la maggior parte (oltre il 50%) di cristiani. Il fatto è che siamo, secondo i sondaggi, il popolo con la percezione del fenomeno più distante dalla realtà dei numeri. Secondo l’Istituto Cattaneo non siamo né la nazione con il numero più alto di immigrati né quella che ospita più rifugiati e richiedenti asilo. Con circa 5 milioni di residenti stranieri, ci collochiamo dopo la Germania, che ne conta 9,2 milioni, e il Regno Unito, con 6,1 milioni, superiamo  di poco la Francia (4,6 milioni) e la Spagna (4,4 milioni).

Non ci rubano il lavoro: gli immigrati svolgono mansioni che non confliggono con le nostre richieste di occupazione,  che non vogliamo, ragionevolmente, né siamo costretti a svolgere in quanto precarie, pesanti, pericolose, soggette al lavoro nero o a pratiche di caporalato. E’ straniero il 71% dei collaboratori domestici e familiari (comparto che impiega il 43,2% delle lavoratrici straniere), quasi la metà dei venditori ambulanti, più di un terzo dei facchini, il 18,5% dei lavoratori negli alberghi e ristoranti (per lo più addetti alle pulizie e camerieri), un sesto dei manovali edili e degli agricoltori. Se e quando si permette loro di lavorare legalmente, i contributi che versano al fisco eccedono del 60% quanto spende lo Stato per loro in materia di edilizia convenzionata, sanità, pensione, istruzione.

È vero invece che i governi che si sono succeduti con la nostra complicità li hanno consegnati e li concedono come manovalanza del crimine, come schiave del sesso o schiavi dei campi, alle varie forme di caporalato, tutte peraltro criminali, ad Andria, a Rosarno, a Forcella, ma anche a Milano dove i clandestini cadono nelle mani dei clan delle costruzioni di notte in quelle degli affittacamere a ore, a Bologna dove vengono sepolto vive nelle fabbriche della moda.

E a Roma, dove un altro manager lungimirante che di nome fa Carminati, e il suo socio Buzzi avevano compreso che lo sfruttamento degli immigrati porta più profitti della droga (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/09/16/ite-mafia-est/ ). E dove a capitolo giudiziario rimosso dalle coscienze e comunque  contestato da quelli che rifiutano l’assimilazione di quel fenomeno malavitoso locale alla mafia, se sono in galera il Cecato,  Buzzi, lo Schiacciapollici, altri continuano nella loro consueta attività, se la famiglia di alcuni signori dell’assistenza domiciliari, passati alla cronaca per aver dato fuoco alla sede legale di una delle loro imprese umanitarie, in modo da sottrarre la documentazione al controllo degli inquirenti, prosegue nel gioco indisturbato di scatole cinesi e di trasformazione dinamica dello status giuridico da coop a associazione, da associazione ad onlus per essere sempre pronti a sfruttare gli stranieri ricattati che non possono difendersi, gli assistiti altrettanto intimoriti che scontano la pena di star male e essere nelle mani di grassatori.  E i cittadini tutti costretti alla partita di giro della cura, obbligati in mancanza di un sistema rispettoso dei bisogni e della dignità a finanziare privati attraverso canali e risorse pubbliche.

E non è un paradosso che gli impresari del risentimento e del sospetto, con una partita di giro anche quella, siano poi i manager dello sfruttamento dell’uomo nero, che fa paura e fa far soldi. Neri pure quelli.

 

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Accoglienza in Sala d’aspetto

sala Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una sala di Palazzo Marino piena all’inverosimile, e tante persone in coda nella speranza di poter assistere all’incontro di  Mimmo Lucano con  la città e cui ha partecipato  il sindaco Beppe Sala che ha accolto l’ospite dicendo: “Mimmo, Milano è con te”. Un’occasione, per Sala, scrive la Repubblica, per parlare di immigrazione: “I sindaci fanno la loro parte, a Milano la nostra regola è quella di accogliere e in questo noi sindaci siamo soli. Da Milano stiamo facendo sentire la nostra voce, dicendo che i tempi sono troppo lunghi per decidere sulle richieste di protezione internazionale. Non si dica che i 35 euro al giorno sono messi solo per dare da mangiare, perché servono anche per l’integrazione e il lavoro. Mimmo ha fatto quello che avrei fatto io. La giustizia farà il suo corso, ma io al posto suo avrei fatto le stesse cose. La sua storia insegna molto”.

E speriamo perché lui deve aver avuto le sette malattie o deve aver marinato la scuola proprio nelle ore dedicate alla materia non più meritevole di tema in classe. La sua città nel passato è stata un modello di emarginazione e segregazione di immigrati venuti dal Sud, e non incolpiamolo altrimenti sarebbe responsabile anche degli incendi di rifiuti nell’hinterland, magari pure del malaffare intorno all’Expo, forse addirittura delle operazioni immobiliari speculative quasi  come la Raggi delle buche di Roma.

E per venire oggi è la capitale morale dove è buona abitudine delle forze dell’ordine organizzare repulisti in armi delle zone intorno alla stazione, dove gli immigrati vengono spinti verso aree già degradate che diventano teatro di guerre a bassa intensità tra poveri, che il destino di segregazione ed emarginazione accomuna stranieri e nativi, grazie a una politica di “sviluppo e valorizzazione” intenta ad espellere i residenti confinandoli in una periferia sempre più allargata per far posto a speculazioni in grande stile, con il marchio doc di sceiccati, cupole immobiliari e cementiere.

E se non si dimostra particolarmente accogliente con gli stranieri, salvo quelli che arrivano in aereo privato dal Qatar,  è più ospitale con gli aborriti  nei fascisti, non solo sotto forma di leghisti al governo della regione oltre che del Paese dove è stato loro concesso di adottare nuove leggi razziali delle quali sembriamo accorgerci solo oggi, ma anche in veste di festosi nazi cui di  volta in volta vengono  accordate piazze per festival rock e sagre paesane alla moda di Predappio, cimiteri monumentali, biblioteche per celebrare disdicevoli pedagogie e misticismi aberranti da Evola a Ramelli, guardati con tolleranza quando non con invidia per via del loro radicamento popolare e spesso invitati a improbabili contraddittori con forze  progressiste.

Ma perché stupirsi della volonterosa solidarietà del sindaco Sala espressa per il collega promosso ad eroe della disubbidienza quando si dovrebbero percorrere invece le strade dell’ubbidienza al dettato costituzionale, esigendo da un Parlamento eletto ancorché attraverso elezioni fortemente condizionate da regole non democratiche, di non votare misure infami (come quando il Pd ha appoggiato gli articoli sulla vendetta privata, come quando i 5Stelle appoggiano i decreti sicurezza e ordine pubblico) o utilizzando lo strumento referendario di  cancellarle.

Non si dirà mai abbastanza che questa forma che sta assumendo l’antifascismo ( ne ho scritto recentemente qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/09/28/fascimo-malattia-senile-del-capitalismo/) è foriera di inganni continuati, se finge che il nemico, il lupo feroce incarnato da un impresentabile in qualsiasi consesso civile, si contrasti condannando perlopiù da tastiere  remote, teatrini della propaganda e editoriali schizzinosi, così come è stato condannato e largamente liquidato quello di prima assecondando una legenda revisionista e pacificatrice che ne ricorda razzismo, xenofobia e repressione degli oppositori come incidenti di percorso che i più non sapevano intenti a sbarcare il lunario e a prendere treni in orario per raggiungere paludi bonificate, per omettere la complicità diffusa e l’acquiescenza di troppi a un ceto dirigente di  banchieri criminali, dirigenti corrotti, amministratori ladri, speculatori avidi e  burocrati  ottusi,  giornalisti servitori del potere finanziario, i soliti addetti ai lavori di un regime completamente asservito al potere capitalistico. Allora come oggi.

E lo credo che siamo tutti – a cominciare da esponenti di primo piano della categoria molto popolata di chi declina responsabilità personali come collettive, di chi sfodera una pretesa di innocenza magari da esili dorati dai quali guarda con il freddo e ingeneroso sguardo che l’entomologo riserva alle sue farfalle con lo spillone in corpo questo popolo indolente, confuso, infantile – incantati da un isolato gesto di coraggio che dovrebbe riscattarci dal reato di remissività docile o interessata, che ci ha resi permeabili a ricatti e intimidazioni, sicché bisogno, stato di necessità, perdita di beni che pare sia più gravosa del non averne mai posseduti, autorizzi la banalità del male sotto forma di ubbidienza, anche quando non diventa ferocia, violenza cieca, brutalità.

Infatti c’è un affaccendarsi nella cucina della storia in confezione quattro salti in padella (anche sullo scaffale della Murgia con tanto di test)  pronta a assolvere gli italiani brava gente da correità dal passato come del presente come se le leggi razziali del ’38 non avessero avuto il proprio terreno di coltura nel manifesto firmato da fior di accademici e intellettuali che avevano aderito per espellere molesti rivali, come se professionisti e commercianti non avessero gareggiato in concorrenza sleale, come se, insomma, non sarebbe servito il no di chi per incarico, formazione, studi, posizione aveva invece il dovere morale e civile di farsi interprete,  simbolo ed esempio. Maestrini dalla penna rossa esonerano da colpe di ieri e promettono di farlo oggi, quelli che malvolentieri hanno subito per paura di ritorsioni, botte e confino, come se ieri come oggi chi si ribella non rischiasse di essere denunciato fuori dai cantieri della Tav e della Tap, come se migliaia di cittadini non fossero già al confino privati di diritti, sradicati dalla speculazione e dagli espropri del lusso, come se come un tempo la Banca Romana e oggi il casinò della finanza non abbiano dato e diano scandalo con i loro crimini concessi e perdonati e le loro voragini prontamente riempite dai nostri quattrini.

Tanta irruenza contro un razzismo rivolto come un’arma contro chi arriva, ma che si sta già accanendo contro gli italiani di serie B, intermittente anche nei confronti di nostalgie colpevoli quanto tollerate con la generosa autorizzazione a occupare beni comuni, poco differente dalla loro svendita a esemplari in grisaglia, la dice lunga sul fatto che si tratta di un risveglio tardivo e di facciata, che non sa, ma soprattutto non vuole, disfarsi di convinzioni, legami, appartenenze, interessi e rendite, morali e non, con poteri che hanno preso la forma di un totalitarismo, quello economico-finanziario, con la sua cupola sovranazionale che ha manifestato la  vocazione a smantellare democrazie, abbattere l’edificio di garanzie degli stati di diritto, reprimere anche l’aspirazione a uguaglianza e giustizia, come fosse una colpa di chi vuole essere libero e che merita la “pena di vita”, se vogliamo continuare a chiamare così quello che ci aspetta.

 

 


La bomba moderata

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non è una novità che i regimi stravolgano perfino la semantica per adattarla  alla loro narrazione della realtà. Così le guerre sono diventate missioni di pace, i bombardamenti azioni per l’esportazione di democrazia. Misure vengono dette impopolari, per persuadere che possiedono una carica innovatrice e anticonformista, mentre sono semplicemente dirette contro i popoli. Il piegarsi senza discussione e l’ubbidire vengono comunicati come ragionevolezza e senso di opportunità dettati dalla necessità, anche quella oggetto di revisione convertita in obbligatorietà di  rinunce di beni, conquiste, diritti.  Per non dire della chiamata alle armi per resistere alla “barbarie”, proclamata da chi si fa forte  della superiorità dei valori nati dalla rivoluzione francese e che caratterizzano la civiltà occidentale, gli stessi affetti da una non sorprendente passività  di fronte al massacro della guerra civile siriana e al caos irakeno e libico o che  hanno finanziato e finanziano in chiave anti Assad e anti sciita, le milizie dell’ISIS.

È che le parole sono importanti, è importante la loro origine e il loro affermarsi nel tempo, e più ancora l’interpretazione che ne vuol dare, per definire fenomeni, comportamenti, azioni, processi storici. Ad esempio,  nel Risorgimento italiano il pirmo palesarsi di  un movimento definito come “moderato”  si può far risalire al 1794 quando a Napoli – discioltasi la Società Patriottica – sorse il club “Lomo” (Libertà o morte) in contrapposizione al radicale “Romo” (Repubblica o morte). All’anima della moderazione, se si volesse intendere il riconoscersi in una inclinazione o in una attitudine improntata al conservatorismo più cauto in opposizione a massimalismo e radicalismo. Meglio non farlo sapere agli islamici che vengono quotidianamente apostrofati perché rendano palese la loro prudente appartenenza a aree non estreme, a un cauto e morigerato pragmatismo, che la scelta quella volta era tra Libertà o morte e Repubblica o morte.

Non voglio aggiungere nulla al già detto e ripetuto a proposito dell’insana e ingiusta richiesta pressante che viene da pulpiti non autorizzati a disconoscere, dissociarsi, e rivolta il più delle volte a chi da una “pertinenza” storica, religiosa, etnica, geografica ricava e riceve solo danni e reprimende, come se ogni giorno in quanto italiani fossimo chiamati a prendere le distanze dalla mafia, diventata fenomeno nazionale, in quanto cattolici dalla crociate, in quanto bianchi dallo schiavismo, in quanto europei dal rifiuto opposto alla richiesta di aiuto di milioni di profughi  e così via. Viene da dire, magari fosse così. potremmo cominciare a fare autocritica sia pur tardiva del nostro colonialismo per niente “familiare” e incruento, del nostro razzismo manifestatosi con il susseguirsi di due “leggi razziali”, della nostra indole a accettare ben al di là della tolleranza o della paura, dittature  di uomini della provvidenza, perlopiù non eletti, nominati o imposti da elezioni truccate. O della nostra   propensione a voltare e rivoltare gabbane, anche quelle rattoppate, non solo quelle gallonate di generali, politici, intellettuali, che tanto Franza o Spagna purché se magna, con alleanze o ostilità intermittenti a seconda di come comanda il padrone.

È che è proprio la parola moderato, interpretata da chi comanda e informa secondo metodi estremi, fanatici, aggressivi e repressivi, che dovremmo mettere al bando. Oppure, se proprio non vogliono dismetterla, obbligarli a adattarla anche a loro, come manifestazione almeno di buona educazione. Esigendo che cattolici moderati si dissocino da Giovanardi, che obiettori di coscienza moderati condannino i medici che non eseguono le leggi dello stato, che cardinali moderati puntino il dito accusatore contro preti pedofili che allo stesso modo si sottraggono ai tribunali degli uomini, preferendo quello di Dio quando sarà, che servitori dello Stato dissentano platealmente da chi nella sua ombra e sotto la sua protezione ruba, corrompe e collude.

Non vorrei che di questo passo dovessimo trattare  con i fascisti moderati,coi  razzisti moderati, con gli  xenofobi moderati, i mafiosi moderati,  perfino  i serial  killer moderati. Perché va detto con franchezza che i richiami rivolti agli immigrati perché collaborino, trascurano  che il terrorista che spara  nel mucchio della povera gente comune invece non distingue, non risparmia arabi, islamici, nordafricani, come non si esime dall’ammazzarli nella sua area di influenza,  dimenticano che le vittime di questa guerra non sono i parigini soltanto ma lo sono e sono stati e saranno sempre di più i profughi: quelli che hanno varcato i confini dell’Unione europea, ma soprattutto i dieci milioni che stazionano ai suoi bordi: in Turchia, Siria, Iran, Libano, Egitto, Libia e Tunisia; in parte in fuga dalla guerra in Siria, in parte cacciati dalle dittature e dal degrado ambientale che l’Occidente ha prodotto nei loro paesi di origine.

Fa parte della carità pelosa quella mano tesa verso gli “altri”, purché moderati, una mano abituata a prendere più che a dare, perché si guadagnino una volta di più l’indulgente generosità degli europei e la loro tolleranza a buon mercato, suona non come il segno manifesto di una conquistata consapevolezza della necessità di confermare i diritti di cittadinanza per chi arriva qui, chi lavora, paga le tasse e i contributi, ubbidisce alle leggi e parla italiano meglio di Borghezio, bensì come l’imperativo categorico di sottoporsi di buon grado a controlli, occhiuta sorveglianza, limitazione di circolazione e riduzione di diritti, già circoscritti, fino a sottintese remunerazioni per delazioni  più o meno credibili.

Il fatto è che è proprio la parola moderato che mi fa venire l’orticaria, perché rasenta l’indifferenza, sfiora la dimissione dalla  responsabilità di schierarsi e di scegliere, preferendo prudenza e conservatorismo, perché la riprovazione per il radicalismo ha spennato le ali del pensiero, ha chiuso l’utopia dentro la scatola del realismo, ha imposto una codarda “ragionevolezza”, quella del meglio nemico del bene e del noto, accettabile anche se è brutto perché conosciuto invece dell’ignoto magari bello, vivo, potente e libero.

Io vorrei che i cittadini dell’Occidente che rivendicato il primato della civiltà contro la  barbarie smettessero di essere pacifisti moderati, per militare davvero contro la partecipazione a guerre imperialistiche e padronali, che scegliessero di non essere xenofobi moderati, ma comprendessero che il respingimento, l’emarginazione,  minacciano di allargare il malessere di una  moltitudine di cittadini europei o di migranti già residenti in Europa che condividono con i disperati che arrivano qui cultura, nazione, comunità e spesso lingua, tribù e famiglia di origine, che il  cinismo  dei governi “civili” schiaccia verso una radicalizzazione che è suscettibile di concretizzarsi  in un’adesione estrema e fanatica all’Islam. Per  non essere moderati diventiamo disertori, disfattisti contro guerre che i nostri governi conducono dentro e fuori della nostre povere “patrie”.

 

 

 

 

 


Il valzer della brava gente

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri mentre osservatori e opinionisti si esercitavano intorno al cinismo di Maroni in modo da non doverne commentare altri “ufficiali” solo apparentemente meno cruenti e meno sfrontati, una intelligente amica si è espressa in rete, con una frase di sfida nei confronti di certa correttezza  politica capace di sconfinare nell’ipocrisia, sostituendo la solidarietà con la pietà. “Che ne pensate, ha scritto,  e che fareste se a pochi passi dalla vostra casa, la vostra amata dimora che avete scelto con cura, in un quartiere gradito e gradevole e a lungo ricercato, decidessero un giorno di far sorgere degli ostelli, delle case accoglienze immigrati o un bel campo nomade?”.

E infatti così facendo ha mirato dritto al cuore nero della brava gente, quella che si è conquistata, in tempi migliori,  privilegi,  ormai labili, beni, ormai minacciati, sicurezze, ormai instabili, e che vive con sorpresa  e risentimento la perdita, la retrocessione sociale, la demoralizzazione intendendo con ciò l’erosione di valori di riferimento, primo tra tutti la coesione, il rispetto di leggi e regole, il riconoscersi nei capisaldi della cittadinanza, e, insieme, un malinconico ripiegamento solipsistico, la triste autodifesa nell’isolamento e nella diffidenza.

Per intere comunità, per molti segmenti sociali che vivono come topini in gabbia, che si arrampicano su è giù per le eterne scalette impervie dei mutui, dei debiti, delle tasse, della precarietà, la tutela del poco conservato e risparmiato dall’aggressione “esterna” e che tra l’altro assicura il “riconoscimento” della superiorità di chi ha ancora una scialuppa rispetto a sommersi, a nuotatori disperati che cercano di restare a galla,  è diventata  la ragione di vita che fa accettare la rinuncia a diritti, i propri e quelli degli altri, l’abiura da libertà personali e collettive, la ragionevolezza che cancella la possibilità di immaginare e sognare altro dal qui e ora, che tanto del doman non v’è certezza.

E infatti è proprio questa rinnovata disuguaglianza tra disuguali, questa rigida gerarchia alimentata di chi ha fatto dell’inimicizia, del rancore, della paura, della divisione, della sopraffazione, un sistema di governo,  ha consentito e favorito che si alzassero muri, determinando apartheid non  scritte ma invalicabili, sicché abitanti che non si conoscono, non si salutano, non suonano dal vicino per chiedere una manciata di sale, trovano  intese temporanee e interessi condivisi nella salvaguardia del “decoro” e soprattutto nel valore delle loro proprietà e delle loro rendite, messe in pericolo dall’irruzione di “diversi”, ostili e intimidatori in quanto “altri”, in quanto estranei, in quando differenti.

E ha ragione l’amica ad invitare a guardarsi dentro, nella profondità degli “italiani brava gente” che ha accettato di buon grado il reiterarsi di leggi razziali, che non è “xenofoba, però i rom..”, che vota per una destra che incarna rifiuto, respingimento, razzismo, anche interno, soperchieria, ignoranza,  o per una “diversa destra”, che rifiuta responsabilità morali e di mandato, che perpetua l’umiliazione facendola scontare a chi sta più sotto, forte coi deboli, debole coi forti, facendo credere che la colpa dell’impoverimento, dell’avvilimento del  futuro, dell’arretramento sociale si debba attribuire di volta in volta a costumi dissipati o a chi arriva, a chi ci “invade”, a chi occupa le nostre scuole illegittimamente, come i nostri asili e  i nostri ospedali  e magari anche a chi ruba il nostro lavoro di raccoglitore di pomodori, di muratore senza protezione, di cucitrice o tagliatrice sepolta in un hangar giorno e notte.

Ma non ha ragione invece quando, provocatoriamente, si rivolge a vittime minacciate da altre vittime,  quelli che si sono conquistati e meritati una confortevole dimora in un quartiere gradito e gradevole – che, se fossimo a Roma, tanto per dire, sarebbe comunque assediata da cassonetti da cui trabocca la monnezza, dove non è stata fatta la disinfestazione da anni e prolifera la zanzara tigre, dove impera la doppia file, dove i mezzi pubblici sono presenze estemporanee dedicate a colf pazienti.

Stiano tranquilli: è d’uso presso la capitale occupata dalle cosche, come a Berlino, Istanbul, Parigi, Londra, che l’articolazione interna delle città   in ghetti di lusso difesi da vigilantes, muri e recinti video sorvegliati, chiodi che spuntano dal terreno per scoraggiare le “visite”, e il resto, giù giù fino alle bidonville, fino alle favelas, fino alle baracche di lamiera, rendere eterna e inviolabile  la “divisione”. E infatti i disperati che arrivano, dopo soste in lager, ospiti maltollerati  e rei all’origine del crimine di irregolarità, quindi condannati a trasgredire per il solo fatto di esistere, non si affacciano torvi e inquietanti ai Parioli, all’Olgiata, in Parti, ma vengono invece confinati dove ce ne sono già altri, stanziali o provvisori, a gonfiare come in una bolla la violenza compressa, la sofferenza insopportabile, il malessere senza domani, fino a che scoppia o viene fatta scoppiare a orologeria, in modo da confermare pregiudizi, stereotipi, odio, rifiuto.  Certo è vero, la marginalità è aggressiva perché sempre più estesa, è intimidatoria anche grazie a una percezione dell’invasione largamente distorta per via  di quella egemonia dell’emergenza che promuove il ricorso a misure eccezionali, allo scavalcamento delle regole che apre vantaggiose scorciatoie alla corruzione e alla criminalità. Ma mentre chi sta nelle tiepide case, chi  tornando a sera trova il cibo caldo e visi amici, ne è sfiorato come da fantasmi molesti, c’è chi invece la vive come una punizione e sono i “borgatari”, quel “popolo” di Tor Sapienza, protagonista di  “ribellismi reazionari”, che non è nemmeno grado di distinguere tra un immigrato e un rifugiato politico, oppure tra un rom e un extracomunitario, tanto è abbrutito e relegato  in condizioni di degrado sociale, ambientale e culturale. Così sconsolato e frustrato  da non essere  in grado di riconoscere la vera controparte, i veri responsabili della sua condizione,prendersela  con i bersagli facili,   con tutti quelli che gli capitano a tiro, a cominciare  da quelli con cui convive e condivide la stessa condizione  rei di aggiungere  disagio al disagio.

Nessuno ricorda di aver visto   manifestazioni di operai   torinesi o genovesi o milanesi contro gli immigrati meridionali che durante gli anni ’50,  ’60 e ’70  andarono a cercar fortuna nei grandi centri industriali delle metropoli del nord. Eppure i problemi che quella immigrazione massiccia produsse erano esattamente gli stessi che viviamo oggi con gli extracomunitari.   È che allora esistevano ideologie e organizzazioni che testimoniavano e rappresentavano la lotta contro lo sfruttamento per un mondo di uguali nella diversità, che facevano dei diritti, delle garanzie, dell’istruzione, dell’abitare e della qualità del territorio,  della conoscenza e della cultura aperte  a tutti le loro battaglie. Mentre ora questi stessi richiami paiono appunto ipocriti, propagandistici e comunque deboli di fronte alla violenza di un pensiero comune che li ha ridotti a slogan elettorali, a attrezzature arcaiche.

Invece dovremmo fermarci a pensare che da ben altri sono minacciate le nostre “amate dimore”, dagli stessi che dirigono le scelte contro stati considerati di serie B e popoli straccioni, talmente poveri anche di senso morale e dignità da doversi prestare a contribuire allo sterminio di milioni di esseri umani, da doverseli tenere quei “pacchi”  ingombranti, noi, la Grecia, il Libano, la Gior­da­nia, la Tur­chia, l’Egitto. Proprio come è obbligatorio per le periferie siano Tor Sapienza o la Sicilia o la Puglia, è doveroso per questi Paesi propaggini dell’Africa, prenderseli in carico senza distinzione tra pro­fu­ghi di guerra, di per­se­cu­zioni poli­ti­che, reli­giose o etni­che, di crisi ambien­tali o di fame e mise­ria, vittime comunque di una guerra ali­men­tata dal com­mer­cio di armi a bene­fi­cio di nazioni che le producono, compresa la nostra che riesce ad essere ad un tempo artefice e succube. Cosicché sa fronteggiare  la tragedia delegandola a mala­vita, mafia, malaffare  e mal­go­verno, i gestori abituali di tutte  le emer­genze vere o artificiali: Expò, Mose, rifiuti, ter­re­moti, allu­vioni,  epidemie vere o artificiali, buchi di bilancio. Con due effetti, trarre profitto dalla sfruttamento, dal degrado, dalla mercificazione di persone,  dall’oltraggio ai corpi e alle speranze, e nutrire malcontento, rancore, disagio per indurre la richiesta di maniere  forti, di pugni di ferro, di soluzioni finali.  Quando, è bene ricordarlo, tutti noi, la brava gente sempre meno proba, i cittadini sempre meno tali,  saremo in pericolo.

 

 

 

 


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