220px-Astronaut-EVAAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri sera su Rai3 sono andate in onda le interviste a due uomini che parlavano dallo spazio siderale. Uno è giustificato, di mestiere fa l’astronauta.

L’altro invece ha coltivato la distanza dal pianeta e dalle terrene esistenze come una virtù necessaria all’esercizio di un potere ormai esplicitamente dispotico, come a sancire una superiorità che giustifica la sua pedagogia e la sua didattica, dispiegate in tutti i campi, non come un padre, ma una divinità sottoposta alla metamorfosi sacra, da grigio funzionario a venerabile maestro o sacerdote di una religione, le cui liturgie propagandistiche ha officiato con l’abituale sussiego.

Grazie ai buoni uffici del molto ringraziato Fazio in trasferta, è andata in onda lo spot della mamma Ue, un Mulino Bianco comunitario, officiato dal monarca Giorgio I, che ha combinato la più vieta retorica sui padri dell’utopia federale con la pensosa riflessione su perdonabili inadempienze, insieme all’auspicio che Presidenza e Parlamento possano in futuro rappresentare con più compiutezza la volontà dei cittadini elettori. Stupisce l’ostinazione con la quale i satrapi dell’Ue ci vogliano persuadere che per arricchire la partecipazione e per esaltare la sovranità sovranazionale, sia condizione necessaria e sufficiente ridurre quelle interne, come se per essere europei più ricchi fosse indispensabile essere italiani più poveri. E infatti fino ad oggi così è stato, secondo quella logica della doverosa rinuncia, della imprescindibile cedevolezza ai ricatti, che ispira il pensiero occidentale e le aberrazioni del sistema economico mondiale. Così all’augurabile pronostico, proclamato con toni vibranti, di rappresentanze direttamente scelte ed elette dagli europei, corrisponde sfrontatamente il progetto di un parlamento sempre più somigliante a un’autorità di nominati, all’incremento dei poteri di un premier per non dire di quelli del Presidente, della prassi consolidata della decretazione d’urgenza e del ricorso alla fiducia, nel contesto di una riforma che altro non è che una fotocopia peggiorativa della precedente, delegittimata dalla Corte Costituzionale.

Ma si tratta di particolari, che lasciano il tempo che trovano, delle solite lagnanze di euroscettici disfattisti, che non hanno compreso l’irrinunciabile valore dell’adesione cieca ed ubbidiente ad una superpotenza, che al suo interno ripropone la logica delle disuguaglianze con partner ricchi che comandano e parenti poveri costretti a subire, ma che poi mostra tutta la sua inadeguatezza marginale e la sua subalternità, rispetto a terribili e non certo inattesi stravolgimenti mondiali, perfino quando avvengono ai suoi confini.

È che l’utopia, nata in un’isola e che avrebbe dovuto farci uscire dal vergognoso isolamento cui ci aveva condannato una tirannide, è diventata una galera, un’istituzione totale, nella quale le catene della repressione sono costituiti da una moneta unica e da vincoli iniqui imposti da trattati capestro, da mostri giuridici che tengono legati indissolubilmente, e non federati, Stati che viaggiano chi avanti e chi indietro con differenti velocità, con una Banca centrale priva di sovranità monetaria, al servizio dei poteri forti interni ed esterni, che sta attuando un golpe dichiarato, usando la crisi per legittimare ricette che hanno come obiettivo la privatizzazione dei beni comuni, lo smantellamento dello stato sociale, l’impoverimento del sistema dei diritti, il rafforzamento dell’egemonia finanziaria, l’impoverimento del lavoro e delle sue garanzie in favore della precarietà generalizzata. Ma soprattutto mirato all’attacco alla democrazia, effettuato a colpi di trattati e direttive e facilitato dall’infiltrazione nelle istituzioni di rappresentanti del potere delle grandi società finanziarie, di membri dei loro pensatoi, di boiardi e manager, azzurri o rosa che siano, di tecnici mai super partes, di uomini nuovi nominati o vecchi irremovibili.

Il fatto è che anche l’utopia europea ha fatto la fine delle altre, del riscatto dallo sfruttamento, della redenzione dal ricatto. Ne abbiamo avuto, semmai servisse, testimonianza ieri sera, per bocca di qualcuno che con successo ha fatto parte di una formazione che via via ha dismesso ogni possibilità di immaginare e desiderare un’alternativa, che ha subito il tallone di ferro del profitto come ineluttabile, che si è arreso all’implacabilità del capitalismo e delle sue aberrazioni rinunciando perfino ad addomesticarlo col riformismo, che ha volontariamente e con determinazione rimosso la sua storia e la sua missione e giù giù è precipitata fino all’apparentamento più osceno con chi doveva fisiologicamente rappresentare il nemico, fino ai patti più scellerati, stretti voluttuosamente e sfrontatamente, con quelli contro i quali ci si doveva unire e vincere la battaglia del riscatto. Ci condannano all’ergastolo e ci danno addosso se immaginiamo un’evasione ragionevole. Ma si sa sono altre le evasioni tollerate qui da noi, sulla terra.