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Quelli cui i poveri fanno schifo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

La filosofa  Martha Nussbaum ha scelto il termine nausea per definire quell’istintivo sentimento di ripulsa che “tutti” nutrono nei confronti di chi è diverso, attribuendolo anche a chi vanta appartenenze militanti al progressismo laico e tollerante, che non sarebbe esente da una recondita riprovazione per inclinazioni, abitudini, tratti somatici, afrori, di altre etnie o soggetti  “difformi” che potrebbero costituire un rischio per le convenzioni e l’equilibrio sociale.

Dalla Nussbaum,  americana, non si può pretendere troppo anche se è lodevole l’intento di denunciare, storia alla mano, i danni del puritanesimo combinato con l’ideologia della political correctness, praticata soprattutto da quelli che è ancora legittimo chiamare radical chic. E quindi sottovaluta non sorprendentemente l’aspetto classista che assume la “nausea”.

E difatti non solo Cassius Clay scoprì di non essere più “negro” quando divenne campione, ma  i “froci” restano tali a dispetto di Zan, se non sono stilisti, cantanti, attori e coiffeur prestigiosi, e invece vivono doppiamente marginali in squallide periferie dove l’omofobia è un merito e una consuetudine proprio come lo è per Berlusconi, che fece scuola con una sua massima diventata proverbiale.

Ecco per estensione, dopo i “tumulti” e i “tafferugli” – così sono stati definiti dalla stampa che ripropone questi desueti stilemi quando in piazza non sfilano le madamin, bensì la “marmaglia” –  delle categorie sofferenti a causa dell’insana gestione dell’emergenza, possiamo dire che Cracco resta chef, mentre i biechi addetti alla ristorazione, proprietari, cuochi, lavapiatti, pizzaioli e camerieri in crisi nera sono innegabilmente fascistoidi evasori che non meritano solidarietà, mentre la esige l’elegante antiquario che ogni tanto va a procurarsi merce e a rivenderla a caro prezzo nei mercatini dell’antiquariato,ancora celebrato come custode della creatività patria e non assimilabile ai miserabili ambulanti che berciano davanti a Palazzo Chigi, rei di non avervi dato lo scontrino della patacca che sareste pronti a pagare cento volte di più e senza ricevuta a Via del Babuino.

Guai a voi se lo fate presente, perché con la corte dei miracoli brutta sporca e cattiva che ha sfilato in questi giorni nelle città spettrali con le serrande tirate giù, le vetrine impolverato col cartello della vendita giudiziaria, si è visto manifestare qualcuno, anzi gli unici, che ormai è lecito chiamare “fascisti”, risultato recente cisto che si tratta degli stessi cui il fondatore del Pd aveva concesso in comodato una sede prestigiosa, gli stessi che per anni sono stati invitati in costruttivi contraddittorii a seminari e tavole rotonde nelle feste dell’Unità, in tutto omogenei con la forza che secondo autorevoli politologi dovrebbe costruire la nuova destra di cui abbiamo bisogno.

E se ci sono loro è lecito allora astenersi, magari con le dovute cautele solidarizzare da casa, avendo da tempo anticipato le modalità dello Smartworking e dalla Dad con la militanza “agile”.

Tanto è vero che non solo non si è in presenza alle manifestazioni con mascherina dove possono materializzarsi Sgarbi o Montesano, ma quando vanno in piazza restano in quattro gatti i no-Triv invisi ai presidenti di regione che vogliono rivedere le autorizzazioni per non perdere qualche opportunità di sviluppo, le associazioni e i cittadini  che da anni combattono contro la militarizzazione dei nostri territori da parte della Nato, alla quale tutte le forze politiche dell’arco costituzionale hanno nuovamente giurato fedeltà, i senzatetto che si moltiplicheranno dopo lo sblocco degli sfratti, e pure i rider e i dipendenti di Amazon, con i quali qualcuno ha solidarizzato rinviando al giorno dopo l’acquisto del cacciavite o l’ordinazione degli springrolls.

In un momento nel quale impera il dominio dei patentini c’è da aspettarsi che qualcuno proponga  che chi protesta si munisca di un lasciapassare di credo e attivismo democratico – requisito di sempre più difficile definizione in vista della sospensione di garanzie, prerogative e diritti compreso quello al voto- che sostituisca il permesso della autorità, con esclusione probabile degli  scioperi e fermenti di quei lavoratori che non si persuadono della fortuna che hanno avuto e che non partecipano e concorrono alla ricostruzione e alla valorizzazione del loro ruolo di “capitale umano”.

Certo sarebbe tutto più facile così, in modo che si realizza compiutamente quel carattere che ormai contraddistingue il progressismo in forza al neoliberismo, che con le masse è pronto a camminare tra passi avanti, cento passi indietro, per non rischiare, ma mai al fianco temendo il contagio di certa gentaglia, la stessa, peraltro, che partecipa fruttuosamente alla tenuta del governo, dove è solo casuale che Sgarbi non sia stato chiamare a fare il sottosegretario ai Beni Culturali, dove continua a dettare le regole del gioco l’energumeno incarnazione del Male più sgangherato e plebeo.

È che regna gran confusione sotto i cieli, volontaria e spontanea, nutrita tra l’altro dalla nausea liberamente concessa quando si è  autorizzati a marchiare di fascisti tutti quelli che sono stati lasciati soli dall’antifascismo pret à porter, quello che proprio non si convince che a volere la Tav non sono solo le cordate dei capitalisti disegnati da Grosz, ma tutte le forze che partecipano del governo e che, tutte, concordemente approvano i capisaldi di cemento del “rilancio” a base di grandi opere infrastrutturali, comprese le alte velocità, ad esclusione dell’unica componente di opposizione, la Meloni, che non si autodichiara fascista solo, lo dice lei, perché è nata tardi.

Come definire questi schizzinosi cinti d’alloro per via della loro pretesa di innocenza che sfida l’integralismo, questi risparmiati per caso dalla falce delle misure emergenziali solo perché dichiaratamente inessenziali e dunque esentati dalla trincea perché, ci siano o non ci siano, poco cambia in vista di un futuro dove le uniche forme di lavoro saranno quelle manuali e servili, se non con la qualifica di culialcaldo,  appartenenti a un ceto moralmente superiore e dunque legittimato a dare pagelle e riconoscimenti non solo dei meritevoli di risarcimenti e aiuti, ma pure della loro veste di vittime, onore riservato solo a chi può esibire certificato di reduce del Covid o la patente “iorestoacasa” di resiliente del lockdown.  

In momenti più favorevoli era possibile riservare loro una certa compassione: presto pagheranno il conto presentato dal lavoro agile, dalla distruzione creativa che farà giustizia di tutte quello che è Piccolo, quindi la maggior parte dell’economia nazionale, per favorire le concentrazioni in un Grande megalomane, bulimico e forestiero, dalla diminuzione del potere d’acquisto, dalla definitiva cancellazione dello Stato sociale insieme allo stato di diritto e allo stato nel suo insieme incaricato solo di fare da elemosiniere a multinazionali avide.

E pagheranno, da soli nelle loro case, se le avranno,  anche quello presentato dalla storia, perché,  hanno creduto che quelli che forti di una tradizione e di un mandato traditi ci hanno svenduti e umiliati, fossero compagni che sbagliano mentre erano camerati che eseguivano scrupolosamente gli ordini del fascismo globale.


Senza tregua e senza ristori: 10 milioni a rischio povertà

covid-aiuti-ristori-protesta-467t5Lasciare ogni speranza voi che avete sperato nella pioggia di miliardi dell’Europa o che avete atteso i famosi ristori che nelle narrazione governativa avrebbero dovuto coprire almeno il 50 per cento delle perdite: anche qui come per la pandemia si tratta di totali mistificazioni. Dall’Europa arriveranno, sempre che arrivino il che è ormai improbabile, pochi soldi da ripagare comunque con le tasse e perciò si tratta di una partita di giro del tutto inutile alla fantomatica ripresa, mentre i ristori non sono davvero che briciole, una presa in giro. Sono infatti stati stanziati ( attenzione solo stanziati) dai governi Conte e Draghi  64 miliardi circa  a fronte di una perdita di fatturato delle aziende pari a 350 miliardi: dunque appena il 18 per cento del totale. Ma se questo sembra insufficiente lo è ancora di più se si pensa che le aziende più colpite dalle misure anti covid vale a dire tutte quelle del settore turistico e alberghiero, della ristorazione, delle palestre e di una lunga serie a cascata di attività che di conseguenza sono in bilico, riceveranno ristori che vanno da un massimo del 5% a un minimo dell’1,,7% delle perdite, praticamente un nulla che non potrà mai servire a tenere in piedi queste attività. Tanto più che la cupola globalista a cui ogni giorno Draghi, il “volgare affarista” di Cossiga,  lancia un segnale di  ubbidienza, non vuole mica mollare l’osso della pandemia che presumibilmente andrà avanti ancora a lungo. Mi immagino tutti gli ingenui che hanno pensato che “20 giorni di chiusura poi tutto passa” , secondo quanto aveva raccontato il governo.

Così non c’è da stupirsi se il Centro studi di Unimpresa calcola che ormai sono 10 milioni gli italiani a rischio di povertà: la crisi economica innescata dall’emergenza sanitaria o meglio dalla incongrua e letale risposta a una crisi sanitaria tutta narrata,  “ha contribuito a estendere il perimetro delle persone in difficoltà: ai 4,1 milioni di persone disoccupate, bisogna sommare anzitutto i contratti di lavoro a tempo determinato, sia quelli part time (776mila persone) sia quelli a orario pieno (1,9 milioni); vanno poi considerati i lavoratori autonomi part time (711mila), i collaboratori (225mila) e i contratti a tempo indeterminato part time (2,7 milioni)”. Tutte attività che sono ormai a grave rischio e di fronte alle quali si sta aprendo un baratro senza che tuttavia la politica impegnata a fare il giochino della pandemia sembra seriamente a trovare una qualche soluzione forse convinta che l’eterna pandemia la aiuti a mantenere la pace sociale ed è forse per questo che la cassa integrazione non arriva o se arriva è praticamente un pourboire. Non so però quanto potrà andare avanti tutto questo: intanto perché i virus fanno paura quando si ha  pancia piena, ma quando comincia ad essere vuota passano in secondo piano e poi perché questa situazione finirà per colpire anche quelli che finora hanno aderito alla mistificazione pandemica perché si sentivano al sicuro nella loro veste di dipendenti pubblici e/o di pensionati: anzi diciamo che il potere ha molto giocato su queste divisioni per imporre la sua narrazione. Ma la stangata sulle spese pubbliche già in qualche modo prefigurata dall’Europa sarà sanguinosa e non lascerà scampo. 


Giudice cura te stesso

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare proprio che in Europa cresca  l’insofferenza per la produzione normativa di emergenza in materia di contrasto all’epidemia. E siccome in paesi meno commissariati dall’alto del nostro non vige la legge marziale, non si pretende a gran voce la militarizzazione, sono i tribunali non ancora speciali a pronunciarsi.  

Qualche giorno fa il tribunale di Bruxelles ha chiesto la revoca entro 30 giorni “di tutte le misure Coronavirus”, in quanto la loro base giuridica sarebbe “insufficiente”. All’origine della sentenza c’è la causa intentata dalla  Lega per i diritti umani che contestava il ricorso reiterato a decreti ministeriali aggirando il Parlamento. Le disposizioni di emergenza si erano finora richiamate alla legge sulla sicurezza civile del 2007, che consente allo Stato di reagire tempestivamente in “circostanze eccezionali”, ma il giudice ha ora stabilito che quella disposizione non può costituire l’unica base di riferimento per i decreti ministeriali. 

In Austria, ne ha scritto ieri il Simplicissimus, dove il tribunale di Vienna si è pronunciato sull’efficacia dei tamponi dichiarando che non possiedono nessuna valenza scientifica e considerandoli “non idonei e diagnosticamente non rilevanti”, proprio come da mesi sostiene l’Oms nel silenzio di governi, autorità scientifiche e  media, la sentenza è stata anche l’occasione  per condannare esplicitamente il ruolo dei media  che hanno alimentato confusione  e generato allarme, contribuendo ad ostacolare corretta  valutazione scientifica della situazione epidemica.

Le notizie non hanno avuto grande eco sulla nostra stampa, così come è passata sotto silenzio la sentenza n.54/2021del Gip del Tribunale di Reggio Emilia che ha accolto l’opposizione di due cittadini accusati di aver dichiarato il falso in un’autocertificazione, decretando l’indiscutibile illegittimità dei Dpcm e appellandosi all’articolo 13 della Costituzione che prevede la doppia garanzia. Secondo il Tribunale “solo la Legge dello Stato è tenuta a  comprimere la libertà personale, mentre i Dpcm sono solo atti amministrativi”, e in ogni caso, anche qualora lo  Stato avesse legiferato nel merito, occorrerebbe un ordine motivato da parte dell’autorità giudiziaria “ in quanto la limitazione della libertà personale è conseguente solo ad un delitto commesso”.   

Ha invece avuto larga eco il recente pronunciamento della Corte Costituzionale, la cui interpretazione entusiastica da parte di autorità e fan dell’esuberante ricorso alla decretazione d’urgenza, dovrebbe persuadere che si tratti della definitiva legittimazione del ricorso a disposizioni e strumenti di eccezione.  

In realtà la Corte  non si è pronunciata sulla costituzionalità dei Decreti del Presidente del Consiglio, né in positivo né in negativo. Si è limitata a decretare in merito al riparto delle competenze legislative tra Stato e Regioni,  rispondendo a un ricorso, presentato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, per l’impugnazione della legge regionale della Regione Valle D’Aosta, motivato dal supposto contrasto delle norme regionali con quelle contenute nei Dpcm.

La sentenza ha dato ragione al Governo, stabilendo   che spetti allo Stato la competenza a legiferare in caso di emergenza e rilevando che, di fronte ad una malattia così diffusiva, «ragioni logiche, prima che giuridiche», giustificano una disciplina unitaria nazionale. E ha chiarito che non era in discussione in quel giudizio la legittimità dei Dpcm” bensì e unicamenteil divieto per le Regioni, anche ad autonomia speciale, di interferire legislativamente con la disciplina fissata dal competente legislatore statale” e rinviando il giudizio al   giudice amministrativo, trattandosi, sia nel caso dei Dpcm che del Dl da cui emanano,  di atti sindacabili solo in quella sede.

La logica e il buonsenso dovrebbero fa pensare che da questa decisione possa discendere quella di commissariare una Regione, un nome a caso? la Lombardia, che ha prodotto misure in aperto contrasto con quelle prese a livello nazionale, anche senza verificarne la legittimità e il rispetto del codice penale, ma suscitano il sospetto che la Corte così tempestiva nell’appoggiare la “filosofia”  che ha ispirato il Governo, sia più cauta nell’appoggiare la scelta della strumentazione normativa adottata.

E difatti basta pensare al credito  dato dall’ex Presidente Morelli  nel mese di Novembre, alla attribuzione, in forma decisamente autoritaria e indiscutibile, di “primato” assoluto al diritto alla salute rispetto agli altri diritti, fino a un anno fa, almeno nominalmente, fondamentali,  quando dichiarò che  “quando bisogna trovare un equilibrio tra il diritto alla salute, il diritto al lavoro e il diritto d’impresa (riferendosi al caso dell’Ilva. ndr)  non ce n’è uno da tutelare in maniera integrale a discapito di altri, ma, in una situazione di conflitto, ciascuno può essere sacrificato, sia pure nella misura minima possibile, per consentire la tutela degli altri”. E quindi e senza dubbio bisogna compiere  “un piccolo sacrificio di tutti i valori in campo” perché “in una situazione di conflitto, ciascun diritto può essere ridotto, per consentire la tutela degli altri”.

Si tratta di una considerazione che è servita e servirà per altre manomissioni del dettato costituzionale a cura di chi dovrebbe tutelarlo e salvaguardarlo, come dimostra la solerte applicazione dello stesso principio da parte della Cartabia momentaneamente traslocata a Via Arenula e non solo per mettere mano alle “riforme” ma per uniformare la produzione emergenziale di oggi e di domani a quello spirito di controllo e repressione della disobbedienza, allegoricamente riassunta nella relazione di sua mano in occasione della sentenza numero 5 del 2018, con la quale fu respinto il ricorso della Regione Veneto contro il decreto legge 7 giugno 2017 numero 73, che introduceva l’obbligo per dieci vaccinazioni, sei delle quali fino ad allora soltanto raccomandate.  

Scriveva allora la Cartabia che spettava al legislatore disporre “le modalità attraverso le quali assicurare una prevenzione efficace dalle malattie infettive, potendo egli selezionare talora la tecnica della raccomandazione, talaltra quella dell’obbligo, nonché, nel secondo caso, calibrare variamente le misure, anche sanzionatorie, volte a garantire l’effettività dell’obbligo“.  

E ora, un passo alla volta, il disegno si sta completando con l’obbligo vaccinale per gli operatori sanitari, cui seguirà quello imposto ad altre categorie in aperto contrasto con le norme che regolano i trattamenti sanitari obbligatori, richiesti non a caso da chi vorrebbe imporli a chi abbia avuto l’ardire di contestare le scelte delle autorità, di sollevare dubbi sull’efficacia del vaccino, di interrogarsi sulla decisione di indirizzare sforzi e risorse unicamente su un preparato, che non garantisce l’immunità, ma che avrebbe unicamente il fine terapeutico di contrastare gli effetti letali della malattia, sottraendoli alla ricerca e all’adozione di un protocollo di cura da applicare grazie al rafforzamento della medicina di base.  

Quello che succede negli altri Paesei e quello che accade anche da noi in regime di semiclandestinità, dovrebbe invitare ogni cittadino a scegliere anche quella strada per difendere quei diritti che da un anno sono diventati secondari, oggetto di doverosa rinuncia, di “piccolo sacrificio” per usare il linguaggio della Corte.

D’altra parte è da tempo che i tribunali, oggi quasi tutti volontariamente vaccinati come ha ricordato Gratteri redimendosi da posizioni considerate novax, vengono chiamati a porre riparo, si pure in modo arbitrario e disuguale, ai danni della politica, alle sue mancanze, alle sue omissioni e ai suoi soprusi.

E da tempo i cittadini hanno imparato che questo potere sostitutivo si rivela inadeguato o inefficiente, soprattutto quando l’impotenza viene abilmente impiegata come alibi e criterio per ristabilire o mantenere lo squilibrio di quella maledetta bilancia.  

Spetta a noi, se non è troppo tardi,  smentire il sofista Trasimaco, che nel V secolo ebbe a scrivere:“la giustizia non è altro che l’utile del più forte… e che una volta che ha fatto le leggi  eccolo proclamare che il giusto per i sudditi si identifica in ciò che è utile per lui.. e chi se le allontana viene punito come trasgressore sia della legge che della giustizia..”.   


Impauriti, ricattati e disoccupati

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Uno dei primi appuntamenti simbolici, troppo a lungo rinviato secondo Confindustria, del golpe bianco che ha portato al potere il proconsole imperiale è la fine del blocco dei licenziamenti fissato per giugno, che consiste oltre che in una estensione degli ammortizzatori sociali e della Cassa integrazione, nell’interdizione per i licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo e nella sospensione delle procedure di licenziamento collettivo.

Al fianco di Bonomi si sono schierati gli opinionisti che da anni pontificano sui quotidiani, ormai ridotti ad house organ del capitalismo liberal-meritocratico, Cottarelli in testa, per sostenere che solo mobilità e flessibilità possono rimettere in moto la macchina dello sviluppo e che per favorire l’occupazione bisogna liberare le imprese dal fardello dei diritti e delle conquiste die lavoratori, malgrado il blocco rappresenti notoriamente una misura di salvaguardia dei dipendenti a costo zero per le aziende, essendo combinata  con l’estensione della Cassa integrazione senza onere aggiuntivo, quindi a carico esclusivo dello Stato.

La tesi seppure aggiornata secondo i dogmi della pandeconomia è sempre la stessa: il divieto di licenziare lungi dall’essere un intervento funzionale a sostenere l’occupazione, comporta invece un irrigidimento del sistema economico, impedendo lo spostamento dei lavoratori verso settori più produttivi e trainanti e meno investiti dalla crisi. E anche la soluzione è sempre la stessa: si lasci agire liberamente il mercato che sa bene cosa si deve fare e che sceglie per il meglio, cioè quel profitto che – ce lo ripetono da Adam Smith in poi – per una legge naturale fa sì che la manina della provvidenza spolveri su tutti un po’ di benessere.

Senza andare lontano per dimostrare che si tratta di una delle più feroci baggianate inventate dal capitalismo, bastano i dati dell’Inps che mettono a confronto in una asettica verifica dell’efficacia i numeri relativi ai licenziamenti del 2019 e alle assunzioni effettuate nello stesso anno.

Ma, per restare nel campo delle esercitazioni accademiche, vale la pena di ripercorrere il lungo snodarsi di cosiddette “riforme del lavoro” a “sostegno dell’occupazione” messe in atto dal 2000, ben 47 fino al 2012, anno della prima modifica dell’articolo 18, seguite dalla Riforma Fornero e dal Jobs Act, maturando tassi di disoccupazione tra i più elevati d’Europa, a conferma che l’introduzione di fattori di “flessibilità” e precarizzazione servono solo a smantellare l’edificio della garanzie, a moltiplicare forme contrattuali anomale e a paralizzare il turnover generazionale grazie a “forme” negoziali arbitrarie.

Dobbiamo aggiungere ai danni provocati dalla logica liberista, l’abiura del mandato di rappresentanza dei sindacati che hanno permesso da noi, a imitazione degli Usa, la riduzione delle retribuzioni per ridurre i costi delle aziende, in concomitanza con quella del potere di acquisto, offrendo come “risarcimento” per promuovere i consumi, prestiti e prodotti finanziari tossici, basta pensare ai subprime che si era incaricato di venderci il promoter di Goldman Sachs oggi primo ministro, insieme alla paccottiglia del Welfare sindacale: assicurazioni per l’assistenza privata e fondi pensionistici integrativi.  

Sarà un’estate calda quella che si prepara quindi: lo sblocco dei licenziamenti non soltanto lascerà  le mani libere   al padronato, ma incrementerà le sue pretese in merito alla gestione degli ammortizzatori sociali con il superamento delle politiche che presuppongono la continuità del rapporto di lavoro, come, per l’appunto, la cassa integrazione, o alla richiesta di dirottare sempre di più le risorse delle politiche assistenziali in aiuti alle imprese forti e strutturate favorendo le concentrazioni a danno di quelle medie e piccole, promuovendo il debito buono, quello dei sussidi alle aziende, riducendo quello cattivo, dei sussidi ai lavoratori occupati e disoccupati.

Qualcuno si è preso la briga di contare quante volte il termine lavoro è comparso nel bric à brac  della distruzione creativa di Draghi al Senato, scoprendo che rispetto a pandemia (20), Paese (18), cittadini (12), donne (10), investimenti (10), giovani (9),  “lavoratori” è citato 9 volte, mentre il Lavoro viene nominato solo in riferimento alla mole che attendeva il Governo.

È che il nostro dottor Stranamore, che ama la bomba se può indirizzarla contro i poveri, molesti e immeritevoli, ci ha abituato che se deve entrare in contesti imbarazzanti, lascia la parola agli Speranza, ai Bianchi, ai suoi famigli insomma. Quindi possiamo aspettarci che il peggio che ci toccherà in sorte sarà prodotto dal Giavazzi-pensiero, esperto della necessità doverosa di fare scelte difficili, della virtù della moderazione  che impone rinunce e sacrifici personali e collettivi, a cominciare dalla democrazia e dai diritti costituzionali, per arrivare alla dignità, all’istruzione, che tanto il meglio che può aspettare i nostri figli è “entrare in Amazon” o diventare manager di se stessi in Uber o Glovo, subappaltando consegne e scegliendosi i percorsi come ultima forma di libertà concessa.

Dimenticavo, l’altra abdicazione già ampiamente richiesta è alla politica, come dimostra un governo che ha accoppiato i tecnici con le più abusate figurine dell’arco parlamentare  come una creatura mitologica della quale non si capisce chi è l’uomo e chi la bestia. A sancire l’inutilità della politica e il ruolo egemonico del “capitale” capace di autoregolarsi e risolvere i problemi che determina, facendone scontare il prezzo ai popoli, concedendo allo Stato, grazie alla mobilitazione dei grandi interessi privati promossa  dall’emergenza biopolitica, un’unica sovranità utile  e funzionale , quella di foraggiare e assistere i circuiti sempre più immateriali del dominio oligarchico.  E difatti li abbiamo già sentiti gli aedi del regime, prima del Grande Reset, pronti a scendere in campo contro “la tentazione statalista”, per impedire che la Nazione -come se non bastasse ancora nominalmente democratica – si sostituisca all’imprenditoria privata e ne controlli quei sacrosanti istinti ferini, “senza i quali non ci può essere alcuna ricostruzione”.

Li abbiamo già visti all’opera a interpretare la obbligatorietà della  “riduzione generalizzata delle tasse”  anticipandola con il condono, o riproporre il mantra della semplificazione per rimuovere le   “barriere appiccicose” della burocrazia, che impedisce “l’innovazione”. Possiamo aspettarci che ci pensi la zelante Cartabia a eliminare con un colpo di spugna l’invadenza giurisprudenziale di un “soffocante diritto penale” che condiziona la “vita sociale ed economica” addirittura con l’ostentata pretesa di perseguire i padroni che violano la legge.

E non dite che non ve l’avevamo detto che bisognava stare in guardia da queste brave persone, che salutano sempre i vicini, che non indosserebbero mai una felpa, lasciando le divise ai loro generali, che vanno in pasticceria per le pastarelle la domenica e in macelleria, un posto gradito e non solo per comprarci il brasato.


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