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Che fatica fare il Popolo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il signor Presidente del Consiglio ha saggiamente ritenuto di soprassedere alla decisione di indirizzare, dall’autorevole tribuna di Domenica In,  un messaggio alla nazione  inteso a augurare un  fervido in bocca al lupo  agli studenti che da lunedì torneranno sui banchi di scuola.

Non sappiamo se la decisione sia stata presa dopo che un preside ha reagito, pare scompostamente – si sa che la plebaglia è fatto così –  quando in odor di polemiche aveva rassicurato sulla “tenuta” dell’istruzione pubblica dichiarandosi talmente fiducioso da accompagnare lui stesso suo figlio a scuola! Sentendcosi rispondere che in quello come in altri istituti mancano manutenzione, sanificazione, aule, banchi, mascherine, e pure insegnanti.

Ma in fondo che cosa pretendiamo da un governo il cui ministro incaricato dell’istruzione affida il suo messaggio  a una tee shirt con su scritto “che fatica fare la ministra”.

Non sappiamo se invece a sconsigliarlo siano state le polemiche della cosiddetta opposizione che ha denunciato l’utilizzo “scandaloso” del mezzo pubblico per una uscita di chiara marca elettorale.

Sappiamo invece che a nessuno è passato per l’anticamera del cervello di obiettare sul fatto che sia considerato normale che la comunicazione ufficiale del capo dell’esecutivo sul tema più controverso e delicato che interessa milioni di cittadini avvenga in una trasmissione di intrattenimento e non sui canali istituzionali.

Ma in fondo cosa pretendiamo se si tratta di funzioni e attività attribuite a un reduce del Grande Fratello, lo show, non l’attualissimo libro di Orwell, che ha contribuito all’affermazione di principi di partecipazione democratica digitale e che oggi è ancora al centro di alate disquisizioni per via della possibile partecipazione di un augusto fidanzatino.

Il fatto è che paradossalmente come le accuse di sovranismo provengono da chi ha agito e agisce per demolire l’edificio di poteri e competenze nazioni, per darle in consegna a una sovranità autoritaria e antidemocratica “superiore” agli stati partner, così quelle di populismo sono a cura di chi sta alimentando istinti primordiali a cominciare dalla paura, per passare al sospetto e al risentimento, per far retrocedere anche il concetto di popolo a marmaglia ignorante da addomesticare con un po’ di circenses al posto del pane sempre più scarso, affidati a rottami dello spettacolo che ostentano ignoranza e grossolanità come virtù doverose in chi vuol fare audience e in chi cerca consenso.

Ma in fondo cosa pretendiamo se il successo decretato di questo governo di salute pubblica nasce proprio da questo.

Nasce dal trattare i cittadini come bambinacci che devono essere guidati, indirizzati, ripresi severamente e governati con molto bastone e poca carota, in forma di bonus e mancette, dal criminalizzare comportamenti e atteggiamenti critici del suo operato come eresie disfattiste e irresponsabili, dal creare una incontrastabile gerarchia di diritti e prerogative in testa alla quale è stata collocata la salute intesa come sopravvivenza del corpo, purchè già sano – che ormai pregresse patologie vengono condannate come espressione di scarso spirito civico e  istinto alla dissipazione parassitaria di risorse pubbliche – e non importa se affamato, umiliato dalla condanna alla servitù comminata grazie alla cancellazione di altri diritti, istruzione, abitazione e emolumenti dignitosi, socialità.

E dire che ci vorrebbe poco a capire che questa gestione dell’emergenza, trattata come un imprevedibile incidente della storia che nulla avrebbe a che fare con la globalizzazione e i sui effetti perversi in grado di scatenare elementi e diffondere alla velocità del lampo mali e malanno, che nulla avrebbe a che fare con una antropizzazione che ha prodotto devastazioni ambientali e che ha preteso di privilegiare le ragioni del profitto rispetto a quelle del benessere, quello vero, che prevede qualità della vita, salute tutelata, accesso a opportunità, cultura, servizi, ha innescato altre rinnovate disuguaglianze che esasperano quelle di un decennio e più di crisi.

In modo che i ricchi siano curati e i poveracci persuasi ai benefici del faidate domestico, che la cittadinanza sia divisa in gente condannata al pubblico servizio e al sacrificio in supermercati, fabbriche, mezzi di trasporto di qualità e prestazioni pari a carri bestiame, magazzini, industrie convertite alla produzione di dispositivi sanitari rappresentativi del brand della pandeconomia, impegnati a garantire, doverosamente, l’indispensabile a altri target, quelli prescelti o selezionati, per nascita, rendita, appartenenza, o semplicemente culo, per stare sul canapè a sperimentare i prodigi digitali, anche quelli selettivi, della Dad, del lavoro agile, della democrazia coi “mi piace” nei social,  nella convinzione di essere, ancora e in futuro, “salvati”.

Tanto che sono questi ultimi a “fare” opinione e generare consenso, offrendo gli indicatori del gradimento del governo, il migliore che potesse capitarci, malgrado la Lamorgese prosegua indistruttibile nel consolidare il Minnitipensiero e la Weltanshauung salviniana in materia di ordine pubblico, respingimenti, chiusura dei porti, repressione del malcontento, patti osceni con tiranni africani, malgrado la Azzolina, miss Maglietta asciutta, se la batta con la Gelmini e la Fedeli in tema di distruzione volontaria della scuola pubblica.

E malgrado che la Bellanova non faccia rimpiangere l’ideologia della schiavitù per tutte le età e le etnie di Poletti, nel rispetto del suo prodigarsi per il Jobs Act e della legge Fornero della quale è stata entusiasta relatrice, malgrado che la De Micheli inamovibile armeggi garrula per lo sviluppo incontrastato dell’imperio del cemento, della speculazione e della corruzione che ne deriva, malgrado che l’inossidabile Franceschini continui a agire per la trasformazione del Paese in un Luna Park pieno di gadget e passatempi per turisti poco inclini a contemplazione e rispetto.

E infatti chiunque invece abbia la ventura di frequentarlo quel popolo così criminalizzato e penalizzato, chiunque non viva solo quella speciale condizione di privilegio stando nella tana che si augura non sia mai provvisoria delle sicurezze ancora concesse dalla lotteria sociale o naturale, chiunque abbia a che fare con chi già prima faticava a arrivare a fine mese e ora ha dato fondo a tutte le riserve, non ha percepito la cassa integrazione, e ce ne sono, ha chiuso il suo esercizio commerciale, non riaprirà il bar, l’albergo, la trattoria, ecco, chi li incontra i nuovi cassintegrati dell’Ilva, quelli “sospesi” in attesa che imprenditori che non hanno mai investito un quattrino in sicurezza e innovazione, possano accedere alle risorse dell’elemosina europea a “babbo morto” come si dice a Roma, ecco tutti questi sanno che la plebaglia eretica ha smesso di preoccuparsi se il Covid è frutto di un complotto o ha soltanto favorito una cospirazione per far esplodere le contraddizioni della società, in modo che i poveri diventino più poveri e ricattabili e intimoriti e i ricchi più ricchi e tracotanti e immuni e impuniti.

Non hanno tempo né testa per interrogarsi se sia più o meno di un’influenza, se faccia più danni delle migliaia di infezioni contratte in ospedali dove manutenzione e profilassi sono banditi, come si è visto con la morte allegorica e infame di due bambini nutriti con l’acqua contaminata, perché quello che hanno conservato malgrado la pandemia non può davvero chiamarsi vita.

Ma andatelo a dire ai dotti sociologi e pensatori che si preoccupano dei fermenti che si agitano ai “margini” della società turbopopulisti, che attentano alla loro salute di anziani maestri, che quelli che additano al pubblico ludibrio in veste di frequentatori del Billionaire o delle “discoteche cheap della costa romagnola”, irresponsabili e egoisti, non sono il popolo, che invece è fatto di quelli che gli permettono di pontificare dal salotto buono, ben rifornito di rete, Tv, servizi, alimenti, bevande, quelli che fanno funzionare la macchina della quotidianità.

E se proprio vogliono aver paura è meglio che ce l’abbiano di perdere i loro privilegi, le loro incrollabili certezze, il loro accesso esclusivo a opportunità immeritate concesse per appartenenza, fidelizzazione, conformismo, ipocrisia.  E se proprio vogliono provare quel gusto atavico, allora ce l’abbiano di noi maledetto popolo, maledetti cittadini.


Fmi, prove di governo

A Conversation with Christine Lagarde – The Economic Imperative of Empowering WomenCome ho più volte sostenuto il governo formale del Paese può tranquillamente aspettare perché in mancanza di una decisa discontinuità, appare come un fattore del tutto secondario visto che esiste già un esecutivo di fatto: i poteri europei e i centri dell’economia finanziaria finanziaria che ne sono i burattinai. Anzi a questo proposito abbiano già un documento di programmazione economico – finanziaria stilato dal Fmi e fatto uscire due settimane fa sotto forma di studio, ovvero l’incarnazione più neutra di diktat, che” suggerisce” nuovi e più intensi massacri sociali in diretta collisione con le promesse dei vincitori delle elezioni, ma anche delle ipocrisie dei perdenti.

Si tratta con tutta evidenza del prodotto di amanuensi rincretiniti che continuano a scrivere formule e a consigliare di aumentare le dosi del veleno che ha causato il declino, senza nemmeno accorgersi delle contraddizioni e dei non sensi a cui vanno incontro nel tentare di conciliare l’ideologia con la realtà fattuale: da una parte si dice infatti che l’Italia ha una percentuale di dipendenti pubblici inferiore alla media, che lo Stato spende poco per la scuola e che il livello di investimenti pubblici è insufficiente. Dall’altra però visto che abbiamo le mani così bucate da spendere molto meno di altri Paesi e per giunta da avere anche avanzi di bilancio, cosa pressoché sconosciuta alla più parte d’Europa, viene suggerita una drastica riduzione della spesa sociale e delle pensioni con un piano che prevede più o meno ciò che suggerisce Bruxelles, ovvero un taglio di spesa di 30 miliardi in quattro anni, il 2 per cento del Pil che ovviamente è destinato a non ricomparire mai più perché se una cosa è certa, provata, verificata è che i tagli di spesa servono solo a peggiorare la situazione.

Ma questo non è che l’antipasto: in un altro punto di questo cosiddetto studio si sostiene, conti alla mano,  che il nostro sistema previdenziale è sicuro e sostenibile ( del resto basta sottrarre al bilancio pensioni in sé le operazioni assistenziali surrettiziamente addebitate all’Inps, per rendersi conto il sistema non solo è in attivo, ma viene regolarmente saccheggiato dallo stato) , tuttavia si invita a un taglio draconiano delle pensioni con la ferrea coerenza dei cretini, semplicemente perché è questa linea generale del Fmi, portata avanti anche con atroci suggerimenti di eutanasia sociale. Poi si sostiene (questa è la differenza con Bruxelles), che nonostante il taglio di 30 miliardi dovremmo comunque aumentare l’Iva, cosi da dare un colpo mortale ai ceti popolari e creare nuove e impervie difficoltà a un mercato interno che già langue.  Dulcis in fundo l’Fmi consiglia vivamente di diminuire i contributi sociali  a carico dei datori di lavoro ed aumentare quella a carico dei lavoratori.

Forse quest’ultima raccomandazione è quantitativamente marginale rispetto al resto e almeno in apparenza meno inquietante tanto più che da anni si procede in questa direzione, ma accende la spia sul senso di questo coacervo di contraddizioni messe insieme da beghine del neoliberismo che recitano il loro rosario e le loro formule magiche qualunque cosa accada o qualsiasi evidenza si presenti: si tratta di togliere ai poveri e dare ai ricchi, di umiliare il lavoro e srotolare tappeti rossi davanti al profitto nonché di abbassare i salari reali perché i  contributi per pensioni, sanità, maternità sono a tutti gli effetti salario indiretto. Il fatto poi che tutto questo sia stato pubblicato a due settimane dal voto e ancora in assenza di un governo politico la dice lunga sul fatto che questi signori, del resto parte integrante di quella troika che vorrebbe gestire direttamente l’Italia, vogliano giocare di anticipo e tentare di imporre un’agenda destinata in qualche modo a influenzare la formazione di un esecutivo e i suoi scopi. Oltre a costituire una sorta di ricatto per chi non volesse tenere conto dei loro suggerimenti fallimentari. Una ragione in più per prendere tutta questa sudata carta straccia e buttarla dove si merita, se si vuole cominciare ad uscire dalle logiche dell’impoverimento e del declino.


Il cattivismo dei migranti della politica

AFP PICTURES OF THE YEAR 2015Anna Lombroso per il Simplicissimus

Forse perché immemori della storia e di vicende che dovrebbero aver segnato la nostra autobiografia nazionale,   forse perché persuasi di possedere  una superiorità civile e sociale grazie all’inferiorità di altri, in molti anche tra quelli che rivendicano una matrice progressista,  praticano modi nuovi, pragmatici e rispettabili  di giudicare  il tema dell’immigrazione. Mica richiamano l’opportunità di ricorrere  alle ruspe, per carità, nemmeno negano la necessità dell’accoglienza per chi – accertatamente –  fugge da guerre e persecuzioni, raccomandando lo snellimento delle procedure per il riconoscimento dello status di rifugiati.

Niente di tutto questo, niente di così miserabile:  si comincia invece col dire che esiste un peccato mortale nella sinistra, e risiede nell’aver aperto le porte indiscriminatamente e scriteriatamente,  rimuovendo il fatto  che a patire della pressione degli stranieri non sono i residenti dei Parioli o di Via del Vivaio, che, loro, gli stranieri li vedono – anche se li preferirebbero invisibili –  e li incrociano solo quando potano aiole o servono il tè in livrea o col grembiulino e la crestina, esonerati dunque da sgraditi incontri da incontri in periferie, dove, hanno sentito dire, si verificano guerre di poveri per il possesso di una favela o per contendersi un posto di manovale dello spaccio. Sarebbe dunque quella sinistra schizzinosa colpevole di aver derubricato un legittimo malessere a mera percezione irrazionale e  la diffidenza nei confronti  dell’altro a rozzezza  e   ignoranza, comunque una colpa.  E infatti lo sdoganamento di certo “sentiment” è cominciato a Capalbio, quando la sinistra da ombrellone si è difesa rinnegando lo stolto buonismo e raccomandando misure ragionevoli e efficienti di controllo dei flussi, il ricorso mai troppo suggerito a quella nuova form di colonialismo educato che prende il nome di cooperazione. Per proseguire con determinazione nell’ideologia della sicurezza ministeriale che ha legittimato rifiuto e xenofobia passandolo come logica e comprensibile “paura”.

Così ha preso piede anche tra insospettabili la forma più educata e assennata di “guardare il dito”, comprendente anche la ammissione sgradita in barba a dati e statistiche di solito molto propagandate in questo caso retrocesse a fake,   che inevitabilmente e malauguratamente chi è senza speranza, tetto, futuro documenti finisce per delinquere, che, c’è poco da dire, l’appartenenza a una religione-stato intrisa di valori patriarcali reca i prodromi del disconoscimento della donna, oltre che dell’incompatibilità con i capisaldi democratici, qui tutelati a tutti i livelli con evidente tenacia.

Così anche in coincidenza con certi risultati elettorali e con il passaggio del puntuale carro dei vincitori, si allarga il pubblico dei riflessivi osservatori pronti a farsi carico dei motivati fermenti prima accusati di populismo grossolano e di emotività volgare come tutti i moti del ventre. Specie quando è vuoto. E tanto per non sbagliare  si guarda al fenomeno “inatteso” come la recessione,  “imponderabile” come gli acquazzoni in Liguria o i danni del sisma per le scuole, “imprevedibile” e soprattutto ormai ingovernabile, che  dice anche Bauman nel rileggere Eco e assolvendo indirettamente chi questi esodi di definisce così. in modo da scaricarsi della responsabilità che compete a chiunque alimenti e lasci  marcire una crisi affinché diventi una provvidenziale emergenza da gestire con poteri eccezionali, smantellamento di regole e leggi, licenze concesse a speculatori e profittatori.

Il passo successivo in questo processo revisionista in attesa del desiderato cattivismo  è la distinzione superciliosa tra migranti per necessità e migranti economici, come se crepare di fame fosse più sopportabile che schiattare sotto le bombe, come se scappare da desertificazione o catastrofi climatiche fosse più naturale quindi più sostenibile che sottomettersi a una persecuzione politica o religiosa. Con un sprezzo per aspirazioni e ambizioni che ricorda da vicino la spocchiosa alterigia con la  quale si guardavano le smanie consumiste  dei “ragazzi di vita che guardavano ai consumi delle caste privilegiate. O la gente del Mezzogiorno che arrivava a Torino e veniva incolpata di riporre cultura contadina e identità operaia in favore delle prerogative, delle merci e dei segni e simboli del benessere.

Allo stesso modo pare non abbiano diritto a volere di più e di meglio del già molto criticato cellulare, i giovani e le donne che dopo aver visto in tv e su internet come si può vivere in Francia, in Germania,  vorrebbe poter accedere alle stesse opportunità di chi le ha ereditate più che conquistate, per appartenenza geografica a siti favoriti dalla lotteria della vita.

Pretese, queste, negate, se si negano perfino i sentimenti che muovono la disperazione, la sfida mortale con il mare o la neve per ricongiungersi ai propri cari, che anche la libera espressione di sentimenti e affetti deve rimanere disuguale per alimentare la superiore diversità dei nati sotto l’ombrello e non sotto le bombe dell’impero.

Con arcigna superbia gente che sta in un paese dove si aspetta per anni il riconoscimento dei più elementari minimi sindacali in materia di diritti, dove per via di legge e di riforme si promuove risentimento e la rottura di patti generazionali antichi, dove si offrono motivazioni  “sentimentali” a chi ammazza la moglie, dove rispettabili mariti sono in cima alle statistiche del turismo sessuale, dove coppie che si odiano sono costrette a insopportabili convivenze coatte, mentre gente che si ama non può permettersi una vita familiare, ecco quella stessa gente muove obiezioni molto  sensate alle azioni primitive e sciaguratamente “irrazionali” di chi si imbarca coi figli in una scialuppa, affronta viaggi nella neve e nel gelo per cercare una sorella, scavalca muri.  Muri che stiamo pagando come nel caso che stiamo pagando noi come quello di oltre ottocento chilometri, che la Turchia del presidente Erdogan ha eretto per impedire il passaggio  agli esuli che provano a scappare dalla Siria e sui quali può sparare coi Cobra II gentilmente e generosamente offerti anche quelli dell’Europa dei popoli. Quell’Europa che disegna e cancella i confini secondo comodo della cancelleria. Sicché non ha torto Macron di mandare la sua polizia  a Bardonecchia in missione di pulizia etnica contro gli stessi obiettivi oggetto della  missione congiunta franco italiana, cui partecipiamo con entusiasmo per reggere le code in cambio della cessione di un altro po’ di sovranità.

È un segnale che dovrebbe farci pensare, altro non è che la riprova della tracotanza con la quale si tratta un paese ridotto a propaggine del Sud miserabile e indolente, incapace e  accidioso. Inferiore proprio come quelli che arrivano qui e nessuno vuole anche a noi sono negati dignità, diritti e i segni non formali dell’appartenenza e dell’identità di popolo. E non sono quelli che approdano qui a toglierceli.


Aspettando la troika e Godot

a745ec0a4f683ca5efa3f376df071af7_XLCome avevo immaginato ed era anche abbastanza facile supporre non solo è difficile fare un governo, ma in realtà nessuno lo vuole fare davvero: tutte le possibilità messe a nudo, analizzate, rivoltate prima delle urne e dopo il risultato delle medesime sembrano essere svanite nel nulla, inghiottite dentro un Quirinale silente e abitato dal fantasma di Napolitano, perse per strada da forze politiche vecchie e nuove: niente governo del centro destra, niente alleanze destra Pd, niente fuga di Renzi, nè accenni di Pd – Cinque stelle, solo chiacchiere di Lega – Cinque Stelle, come se vincitori e vinti fossero entrambi paralizzati.

Il fatto è che nessuno vuole mettere insieme un esecutivo a poche settimane dalla data di presentazione del Dpf, ovvero del documento di programmazione economico finanziaria dai cui numeri dipende se Bruxelles farà o meno scattare le famigerate clausole di salvaguardia, ovvero aumento dell’iva ordinaria e straordinaria, crescita delle accise, tagli draconiani alla spesa e dunque ai servizi: Gentiloni e il suo esecutivo hanno calato le braghe e concordato con la Ue un piano da 30 miliardi di qui al 2021 per ottenere un rientro dei conti pubblici nei parametri voluti da Bruxelles, senza aumentare le tassazioni indirette. Si tratta di una cifra da lacrime e sangue che nessuno vuole sottoscrivere in prima persona: che sia il triste nobilastro papalino  a dirlo al Paese e ad annunciare che in caso contrario la troika si occuperà direttamente delle questioni italiane anche fiscali con quella intelligenza, sagacia e spirito di rapina che ha già dimostrato in Grecia.

Una possibile maggioranza potrebbe perciò venire fuori nei fatti quando si tratterà di votare le risoluzioni che le forze politiche presenteranno sul complesso dei documenti  che formano il Def: grosso possiamo dire che Cinque stelle e Lega sono d’accordo sul fare  su un passo indietro rispetto alla riforma Fornero delle pensioni, mentre reddito di cittadinanza e tassazione piatta che sono il nocciolo dei programmi dei due partiti, fanno a pugni tra loro. Tutto l’arco politico concorda però col grosso del piano di rientro, ovvero col tentativo di evitare le tasse che Bruxelles già si prepara ad imporre ed è per questo  che sta prendendo sempre più corpo l’ipotesi che dalla super commissione del Senato che dovrebbe insediarsi dopodomani e destinata a dirimere i nodi  fondamentali del Dpf  venga fuori una sorta di risoluzione unica, un calderone con tutto e il contrario di tutto che finirà per dare lunga vita all’esecutivo Gentiloni.

Come si può vedere agevolmente vedere le elezioni appena trascorse si stanno rapidamente trasformando in un’occasione perduta, semplicemente per il fatto che o si contestano in radice le logiche e le prescrizioni delle oligarchie europee ben sapendo che diventeranno via via più arcigne e più cieche o si crea una discontinuità con il passato, oppure tutti i piani che vengono annunciati e le promesse spese diventeranno in breve tempo cenere. Del resto diciamo pure che anche il Paese tace, sembra aver esaurito le energie dopo lo sforzo immane di contestare nelle urne il sistema al quale siamo agganciati, non pungola in nessun modo i suoi eletti, specie quelli che appartengono ai nuovi assetti, come se dopo aver capito che il passato non torna siano terrorizzati da tanto ardire. La cosa non sorprende più di tanto  perché in definitiva, come appare benissimo dalle analisi post elettorali, i veri vincitori, ovvero i Cinque stelle hanno la maggioranza fra tutte le categorie, salvo i pensionati, ma si tratta di una prevalenza contraddittoria che comprende sia gli antitasse nemici dello Stato, sia chi vuole protezione,  sia i tanti impoveriti senza tutela come i fruitori di rendite di posizione : far convergere questi interessi nella retorica discorsiva è un conto, conciliarli nella realtà è un’altra, praticamente impossibile senza una chiara visione etica e sociale della società. Questo è un problema che in modi peculiari coinvolge tutte le forze politiche nella complicata uscita dalla cosiddetta seconda repubblica, ma ovviamente incombe con maggiore forza su chi vuole rappresentare l’uscita da certe logiche e si presenta come un contenitore variegato come la popolazione generale.

Anche per questo alla fine prevarrà l’idea di un governo di scopo, per rifare una legge elettorale che sia più consona ai tempi dopo l’ubriacatura del maggioritario, giusto per non compromettersi troppo con i poteri che si vogliono o che si immagina non possano essere contestati senza però davvero combatterli. Insomma un lungo prendere tempo e fare melina in attesa di un Godot che non arriverà mai perché siamo noi a doverlo essere.


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