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Costituzione, un malanno passeggero

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Povero Agamben retrocesso da venerabile maestro a vecchio pazzoide, per aver osato equiparare il dubbio filosofico alle certezze di Burioni e, peggio ancora, per aver sostenuto che la tutela di un solo diritto reso prioritario dall’emergenza non può che sottrarre salvaguardia e rispetto agli altri, a cominciare dalla libertà di pensiero, di espressione e di culto limitato agli atti di fede da rinnovare nei confronti del governo e delle autorità speciali manageriali e scientifiche.

A dare una mano al dileggio sprezzante per l’accademico un tempo incensato che irresponsabilmente non vuole arrendersi al lockdown volontario e meno che mai a quello obbligatorio malgrado il suo status di soggetto non profittevole e non redditizio, per età e non solo (ormai i filosofi utili sono quelli assunti dalle imprese un tanto al chilo pe favorire una razionale e efficace selezione del personale), ci ha pensato il Presidente della Corte Costituzionale prestato in via non eccezionale al cerchiobottismo.

Intervistato dal Corriere,  Mario Rosario Morelli nel ribadire che non esistono “diritti tiranni”, ha subito aggiunto però che “quando bisogna trovare un equilibrio tra il diritto alla salute, il diritto al lavoro e il diritto d’impresa (riferendosi al caso dell’Ilva. ndrnon ce n’è uno da tutelare in maniera integrale a discapito di altri, ma, in una situazione di conflitto, ciascuno può essere sacrificato, sia pure nella misura minima possibile, per consentire la tutela degli altri”. E quindi e senza dubbio bisogna compiere  “un piccolo sacrificio di tutti i valori in campo” perché “in una situazione di conflitto, ciascun diritto può essere ridotto, per consentire la tutela degli altri”.

Ora, potendo esibire le necessarie referenze: esco poco e solo per attività essenziali, indosso la mascherina pur ritenendola largamente inutile e nel mio caso addirittura dannosa per via di effetti collaterali, applico il distanziamento sanitario e anche quello sociale, e di buon grado onde evitare contatti molesti, mi sento autorizzata a chiedere al Presidente la congruità dell’operato del Presidente del Consiglio  con il dettato costituzionale che prevede  solamente la “deliberazione dello stato di guerra”  da parte delle Camere con il quale il Parlamento conferisce al Governo i poteri necessari ad affrontare possibili conflitti bellici (art.78).

E se non si sia configurato una scavalcamento degli organismi rappresentativi dichiarando lo stato di emergenza (anche grazie al ricorso a una narrazione epica e a un linguaggio militaresco)  in forza della Legge n. 225/1992 sulla Protezione Civile senza il coinvolgimento nella decisione del Parlamento, mentre l’articolo 77della Costituzione  ipotizza la possibilità in capo al Governo di adottare in “casi straordinari di necessità e urgenza”, provvedimenti purché provvisori   e in forma di decreti legge e non di Dpcm, al fine di  garantire  il dibattito parlamentare.  

Sospetto che per quanto riguarda l’abuso dell’istituto del Dpcm, la quinta carica dello Stato mi potrebbe rispondere come un qualsiasi militante di una qualsiasi formazione presente immeritatamente nell’arco costituzionale commentandomi su Fb, per ribadire che tutto risale a un passato remoto o prossimo che ne ha permesso il reiterato ricorso, che le colpe risalgono a altri governi, altri referendum tentato o vinti che ha imposto il primato di un atto amministrativo, fragilissimo e impugnabili davanti ad un Tar qualunque, con l’intento evidente di svincolare le decisioni dal controllo delle Camere, dei Presidenti della Repubblica e della Corte Costituzionale. E che ormai il danno è fatto e torna buono quando si tratta di gestire situazioni più rischiose e emergenziali della mafia, delle stragi nelle stazioni e nelle piazze, della criminalità a norma di legge che autorizza la corruzione come cultura d’impresa.

A conferma che alla legittimazione di questi strumenti sul piano normativo se ne accompagna una di carattere “morale” e guai a metterla in discussione se non si vuole passare per incoscienti trasgressivi fino all’accusa più infamante: negazionisti.

E infatti afferma Morelli, l’obbligo etico di obbedire a questi “comandi”, anche se dati in forma contraddittoria, criptica, confusa, anche se è arduo rilevarne l’efficacia, anche se hanno creato una sostanziale disuguaglianza (anche quello incostituzionale) tra i cittadini, alcuni obbligati con la paura e dietro minaccia a salvarsi in isolamento, alcuni invece obbligati per garantirsi la sopravvivenza a rischiare quel pericolo estremo che imponeva decisioni estreme, deve essere dettata dal senso di solidarietà dal quale “discende il dovere di evitare comportamenti egoistici e di perseguire sempre l’interesse comune, e ciò vale sia per le istituzioni che per ciascun cittadino”. 

A  proposito del necessario senso di responsabilità che dovrebbe accomunare autorità e gente comune forse anche voi ricorderete l’anatema lanciato contro le menti criminali che nei primi giorni di marzo avevano spifferato le intenzioni di governo di chiudere la Lombardia, invitando direttamente e indirettamente i terroni residenti al Nord e antropologicamente inadatti a esercitare qualsiasi forma di coesione sociale a prendere d’assalto i treni per far ritorno nei loro Rio Bo, sfuggendo a obblighi di mutua assistenza.

E che si sarebbero materializzati anche pagando l’affitto di stanze ammobiliate, nutrendosi e saldando bollette, in coincidenza con l’interruzione di un contratto di lavoro precario o anomalo, proprio mentre apprensivi genitori che ricevevano compassionevole partecipazione, mobilitavano buone conoscenze per ottenere blasonate certificazioni che permettessero il ritorno legittimo dei delfini dagli Erasmus oltre frontiera.

Ora, si sa che le crisi promuovono differenze e discriminazioni, ma allora siamo autorizzati a pensare che non sia casuale che il Presidente Conte abbia fatto le sue soffiate in forma di conferenze stampa e presentazione del nuovo Dpcm,  anticipandone i contenuti e facendo slittare la data dell’applicazione, in modo da mettere in scena il solito gioco delle parti, l’ormai irrinunciabile rimpallo con Regioni e Comuni.

Litigano ma poi si sa che trovano una non temporanea intesa grazie alla concorde criminalizzazione della marmaglia riottosa. Compresa quella che, dopo che per mesi la comunità scientifica ufficialmente riconosciuta ha indicato nel sole il “salvavita” alla pari con le mascherine del Fca e Immuni (oggi in disgrazia prevedibile tramite trasmissione Rai, ovviamente in odor di negazionismo), è andata al parco o sul lungomare in attesa del temuto trascolorare da arancione a rosso, somministrato in caute dosi omeopatiche secondo criteri a dir poco arbitrari e discrezionali che confermano la vera natura delle baruffe tra gli attori in campo, con le regioni che danno i numeri dello stato della sanità, dei trasporti, della scuola e il governo che fa finta di crederci, salvo poi rimangiarsi la fiducia a seconda degli umori dei partner della difficile governabilità.

E a noi resta il dubbio di come mai la Campania da  modello di assistenza pubblica grazie all’opera instancabile del fumantino ras sia stata retrocessa a inumano lazzaretto, come anche le perplessità sui poteri e le competenze degli enti regionali, come mai il presidente Emiliano invece ci decidere, sollecita i  genitori a tenersi a casa la prole, sulla lunghezza d’onda della giurisprudenza come la interpreta Conte che indora la pillola “raccomandando”, se incarni quel senso di responsabilità invocata dall’alto verso il  basso l’invocazione a sanificare periodicamente le case, indicate come i focolai dove si annida il virus bastardo (cito Zingaretti) e che fa malignamente immaginare un nuovo brand dopo le mascherine il Welfare privato nel Lazio.

Ci resta invece la certezza di essere davanti a delle sfrontate facce di tolla guardando la pubblicità “progresso” della Lombardia che già da titolo istilla l’amletico dubbio,  “The covid dilemma” esibendo un giovanottone in felpa cui viene esposta la scelta “Evitare i luoghi affollati” o “affollare le terapie intensive?”, e sotto:  “La scelta è tua”.  Con versione al femminile di ragazza perplessa tra “senso di responsabilità o senso di colpa?” , prima dell’icastico monito: “la scelta è tua“.

A significare che la responsabilità della propria salvezza dopo anni di demolizione della sanità, della ricerca e della formazione del personale sanitario, dopo mesi di scelte terapeutiche sbagliate, di informazioni contraddittorie, di dati manipolati, di anziani conferiti in probabili focolai, di lavoratori esposti in mezzi pubblici e luoghi di lavoro insalubri, è sempre e solo nelle mani della gente.

Quella stessa gente che oggi è colpevolizzata perché dopo nove mesi di minacce millenaristiche, di allarmi apocalittici, di culto della paura, di dominio della profilassi su ogni altro bisogno, aspirazione, necessità, affetto, adesso al primo sternuto corre al pronto soccorso, “intasando le strutture” come denunciano ormai virologi e infettivologi affetti da un evidente marasma e che, per risparmiare chi non è intervenuto per rafforzare la medicina di base, primo avamposto per la prevenzione e la diagnosi, puntano il dito contro questo popolino già riottoso, scapestrato, disobbediente  e per giunta cacasotto e ipocondriaco.


Democrazia suicida

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non mi fa piacere dirvelo, però io ve l’avevo detto. Ve l’avevo detto che non era il caso di fare tanto gli schizzinosi e di andare a votare al referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari.

Perché era vero che si trattava dell’uso manipolatore dell’ultimo strumento partecipativo autentico ancora concesso, elargito come una mancia all’antipolitica ormai al governo e pure all’opposizione, a tutela della cerchia disposta a ridursi pur di conservare il sistema di selezione del personale e dell’intangibilità delle proprie élite.

Perché era vero che l’onorabilità della formazione del No era macchiata da presenze ingombranti e poco credibili.  Perché era vero che l’esito era scontato.

Però era altrettanto vero che era necessario dare una risposta politica al quesito inevaso  da autorevoli rappresentanti del Si e cioè quali garanzie e riscontri potevano esserci che un taglio lineare della rappresentanza influisse beneficamente sui criteri di scelta e sulle prestazioni dei parlamentari.

Però era altrettanto vero che non poteva non insospettire che a battersi per un atto dichiaratamente simbolico più che concreto ci fosse uno schieramento che copriva tutto il Parlamento con in testa quei babau che incarnano ormai il Male e l’oltraggio ai valori costituzionali.

Però era altrettanto vero che se si era legittimamente dubbiosi sulla qualità e gli effetti di un voto preteso dagli stessi che dopo che per un anno si erano gingillati intorno a riforme e disposizioni avevano poi optato per dichiarare la loro impotenza o inadeguatezza o cattiva volontà, delegando al popolo l’attuazione di principi già votati a maggioranza, ciononostante era preferibile non consentire che la vittoria, peraltro risicata del Si, si trasformasse in un plebiscito in favore della maggioranza.

Perché così è stato e potete accorgervene adesso, adesso che di giorno in giorno viene confermata la totale “superfluità” (traggo il termine dal Manzoni a proposito di altra pestilenza) del Parlamento, la cui eclissi benefica e desiderata dai molti che aspirano a un governo invisibile che amministri la cosa pubblica senza disturbare gli interessi privati, è sancita dal ricorso a  provvedimenti d’urgenza e misure esplicitamente autoritarie e accentratrici e la cui potestà è stata esautorata in favore di figure commissariali investite di potere decisionale oltre che di consulenza.

E se ne dovevano accorgere deputati e senatori opportunamente esclusi dal parterre e dal tavolo di Villa Pamphili, dove hanno fatto la parte del leone i veri decisori sovranazionali, invitati dal Governo a dare l’approvazione bonaria al compitino che doveva assicurare qualche elemosina imperiale.

Ogni tanto quelli che stanno attendendo fiduciosi che sia pure nelle more dell’emergenza si esprimano le potenzialità della pandemocrazia, che il Parlamento metta in produzione le attese riforme e gli auspicati ritocchi costituzionali, dovrebbero farsi un giretto nei siti istituzionali che riportano l’aggiornamento, si fa per dire, dei lavori delle Camere.

Avrebbero notizia oltre che l’attività si è limitata alla ratifica dei Dpcm di Conte, in materia di gestione dell’emergenza nelle scuole e in altri settori, comprese quelle in materia di intercettazioni con le disposizioni    integrative e di coordinamento in materia di giustizia civile, amministrativa e contabile e misure urgenti per l’introduzione del sistema di allerta COVID-19, e di strategici accordi di cooperazione (cito) con Singapore, Turkmenistan, Qatar, Messico, a dimostrazione che non occorreva l’altro referendum, quello di Renzi, per stabilire che le Camere altro non siano che gli uffici dove gli impiegati appongono il timbro notarile sulle decisioni dell’Esecutivo.

Che se poi era importante il messaggio di trasparenza e pulizia, sarebbe ora di andare a spulciare sui conti e le “ricevute” a margine dell’attività delle autorità speciali e delle task force incaricate dal Presidente Conte con poteri eccezionali e sostitutivi.

Sarebbe legittimo aspettarselo da quelli che hanno registrato un inatteso successo con l’ostensione dei valori dell’onestà  e anche da quelli che invece hanno rivendicato la proprietà ideale dei principi di efficienza e meritocrazia, dai giornali che hanno per anni posseduto il monopolio della denuncia della caste e del malaffare a norma di legge,  oggi prudentemente accantonato per non disturbare i manovratori.

E sarebbe legittimo quindi conoscere l’esito dell’indagine aperta dalla Corte dei Conti sulle retribuzioni di funzionari e manager troppo elevate rispetto alla norma entrata in vigore dal 1 gennaio 2014  che metteva un tetto ai compensi dei dirigenti di aziende a controllo statale e che coinvolge direttamente Arcuri, ora a capo della task force che deve restituire 1,4 milioni dello stipendio percepito in qualità di Ad di Invitalia, incarico che continua a ricoprire in contemporanea a quello conferitogli da Conte.

Perché, sempre per restare in tema, c’è un’altra continuità con il passato che non si è mai rotta, quella del conflitto di interesse, se nelle strategia per il rilancio e la ricostruzione, temporaneamente rinviata a data da destinarsi, Invitalia rimane il più prestigioso e accreditato referente e interlocutore per le politiche di sviluppo in settori cruciali a cominciare dal turismo, dalle sue infrastrutture, dagli investimenti “dedicati” non sorprendentemente al sostegno a multinazionali e grandi gruppi, o del “digitale”, la nuova frontiera dell’occupazione, quella agile, mobile, creativamente precaria che piace alla gente che piace.  

E magari non sarebbe “normale” in democrazia  istituire una commissione parlamentare sulle risorse impiegate e i soggetti beneficati dal turbinoso ricorso ai banchi a rotelle, anche quello promosso da Arcuri, e accreditato come un banco di prova della capacità del governo di usare l’emergenza come opportunità per promuovere con la sicurezza sanitaria un sostanziale e efficiente “miglioramento delle condizioni del luogo privilegiato cui è affidata la formazione dei cittadini di domani” e del silenzio calato sulle  modalità e i tempi delle procedure  di appalto e sull’approvvigionamento sul territorio nazionale, interrotto in queste ore dallo stesso commissario che, in una intervista a Vespa, ha accusato le Regioni del Mezzogiorno di aver approfittato della sua azione magistrale e sapiente “per rifarsi le scuole” a spese del Governo?

Non sarebbe “sano” promuovere un’inchiesta sul business delle mascherine che è diventato il brand per imprese che intendono così l’innovazione tecnologica, con la conversione dinamica dalle auto ai bavagli, e, a sentire l’antimafia, per quelle criminali che aggiungono produzioni e distribuzione del prodotto di successo a business già attivi nel settore sanitario, grazie a iniziative congiunte con amministratori a tutte le latitudini?

Ormai i nomi dati al nostro sistema di governo si aggiornano, si modernizzano e non in meglio, postdemocrazia, oligarchia, cleptocrazia. E sanno parlare solo di rinuncia e tradimento.      


Buzzurro buono, buzzurro cattivo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Andrà tutto bene, adesso che questo è tornato a essere il bel paese dove il si suona, anche se proclamato con la potenza roboante di Salvini.

Adesso che possiamo aspettare fiduciosi che lo stesso parlamento che aveva approvato il taglio dei nostri rappresentanti per poi delegarne l’attuazione a un voto referendario calato dall’alto, promuova in tempi rapidi quelle tanto attese riforme pronube di effetti demiurgici sulla partecipazione e la democrazia.

Adesso che finalmente, con la benedizione di Carlassare e Spinelli, ai margini della società è stato riconosciuto il diritto al risentimento e alla collera fino a sabato additato come rozzo populismo.

Adesso che quel numero invariato di parlamentari ripeterà il suo Si a un esecutivo che come era prevedibile rivendica il voto come una fiducia indiscussa, a cominciare dall’obbligatorietà dei vaccini e via via fino a ulteriori restrizioni di libertà e prerogative in nome della governabilità consolidata a colpi di decretazioni d’urgenza.

Andrà tutto bene, e a confermare che la governabilità è assicurata, grazie a una maggioranza trasversale che integra amabilmente la “diversamente opposizione”, si è fatta piazza pulita di tanti orpelli, di infausti istinti divisivi, grazie al  festoso superamento del dualismo destra e sinistra, da quando quest’ultima è stata retrocessa a squallida e arcaica etichetta da riporre, pena lo stesso ostracismo riservato a gruppuscoli e minoranze estranee alla modernità e incompatibili con il progresso, e che ora finalmente non troveranno più posto nelle aule delle camere. Di altri gruppuscoli invece sappiamo che troveranno posto in cella, rei di opporsi allo sviluppo e alla rinascita firmata sul cemento come a Hollywood, in qualità di eretici, complottisti e, infine, negazionisti.

Andrà tutto bene, è nata una nuova era più ragionevole e concreta e a dircelo è una originale interpretazione antropologica di alcuni fenomeni. A rivelarlo è la vittoria di Zaia, salutata con esplicita soddisfazione.

E lo credo, Zaia, quello dei cinesi mangiatori di topi vivi, quello delle mascherine autoprodotte con il Leone di San Marco.

Zaia, quello che ogni giorno ha fatto e disfatto, ha esibito dati farlocchi smentendoli in tempo reale, quello che da anni aveva contribuito a restringere investimenti e impegno per la sanità pubblica contribuendo alla “valorizzazione” di quella privata, azione condotta surrettiziamente anche in materia di natalità, quello del fumetto nel quale di fa effigiare come un Superman in lotta contro il virus, da distribuire in tutte le scuole del suo regno, si, proprio Zia, proprio lui, sarebbe l’incarnazione della Lega buona, moderata, ragionevole con la quale dialogare e collaborare contro la Lega cattiva, quella del buzzurro barbaro, dell’intemperante energumeno.

Vaglielo a dire che il Veneto dove, lo dice lui, sarebbe più estesa la diffusione del volontariato no profit è la regione che ha manifestato maggior propensione alla discriminazione, al rifiuto e al respingimento, perfino delle donne in gravidanza, all’emarginazione applicata su piazze, panchine, scuole, liste per l’assegnazione di case, ospedale.

Vaglielo a dire che la prima dichiarazione del riconfermato presidente verteva sulla pretesa di attuare quella autonomia regionale, alla pari, anzi in posizione di leadership con Fontana e Bonaccini, per conquistare indipendenza a maggiore facoltà di scelta e di spesa in materia sanitaria e scolastica. A riconferma che la spudorata faccia di tolla è caratteristica comune della casta che per dabbenaggine qualcuno ha pensato di penalizzare con il voto di questi giorni, che segna in forma bipartisan i marpioni di tutte le formazioni. E che non sono bastate le prestazioni offerte dalle tre regioni in occasione della ferale epidemia a farli recedere, come d’altra parte è plausibile se dal governo e poi dalle popolazioni locali non è venuta nessuna forma di censura e condanna.  

È che Zaia proprio come certi attrezzi d’antan della Lega, ha saputi impersonare il processo di mutazione del contadino scarpe grosse e cervello fino in manager e amministratore, furbo, cinico, realista tanto da considerare un effetto collaterale incontrastabile la morte degli anziani per malasanità, anticipato rispetto alla falce del Covid chiudendo, tanto per fare un esempio, gran parte dei reparti del nosocomio veneziano. Uno che si ricorda di effetto climatico e ambiente per dare sostegno alle grandi opere addette alla corruzione, Mose, autostrade deserte e mangiasoldi, cave e terreni da concedere generosamente all’import-export criminale dei rifiuti. O che fa il propagandista dei marchi doc, quelli infiltrati come il prosecco dalle mafie dei pascoli e  dell’agroalimentare.

Ma come si è capito il suo pregio e il suo merito è l’essersi accreditato come l’anti-anticristo, più efficace delle sardine, più efficiente dei magistrati, quindi il più antifascista, militanza ormai limitata unicamente al contrasto al bastardo non occasionalmente compagno di strada nel governo, negli schieramenti referendari, nel contenimento della piaga contagiosa dell’immigrazione e nella stipula di patti infami con tiranni, nel ravvedimento operoso e nell’accettazione dei diktat europei.

Ma vedrete, andrà tutto bene, come avete voluto voi.


VitaVizi

parrucconiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Anche chi per molto tempo ha cercato di resistere al canto delle sirene neoliberiste che intonavano inni alla gioia per la fine di destra e sinistra, comincia a convincersi che ormai la frattura non sia più quella tra le due ideologie,  ma semmai il contrasto tra i valori e i principi delle classi dominanti che hanno superato quelle anguste divisioni in nome dell’interesse comune, e le classi popolari, estese a quello che un tempo era il ceto o medio, ormai retrocesso a “disagiato”.

Così certe divisioni risultano fasulle e sovrastrutturali, perché si sovrappongono a quella fatale tra chi gode degli effetti dello sfruttamento globalizzato e le loro vittime, tra coloro che pensano in termini di classe e chi sa riconoscere solo i bisogni degli individui promossi a “umanità” indifferenziata, tra chi sta sopra, uniti nello stesso elitarismo del profitto e dell’apparire: politici, imprenditori, affaristi, comunicatori, tutti detentori  di una conoscenza superiore, universale e moralmente legittimata,  e chi sta in basso, disprezzati ma al tempo stesso temuti per la loro pericolosa irrazionalità e ignoranza facilmente manipolabile.

Deve essere per questo che certe polemiche, certi contrasti sembrano nel migliore dei casi dispute accademiche, e nel peggiore gli slogan delle curve degli ultrà nello stadio della propaganda, divise solo  dall’opportunità o meno di riconoscere delle concessioni agli straccioni cui viene promesso di cavarsi la soddisfazione dello sberleffo, o di criminalizzarli in qualità di incarnazione del bieco populismo.

Fa questo effetto il contenzioso tra i pro e i contro della riduzione del numero dei parlamentari così come quello sull’eliminazione dei vitalizi, che avrebbero un senso se davvero vivessimo in un sistema democratico dove il numero degli eletti garantirebbe più puntuale e qualificata rappresentanza o se esistessero condizioni di equità per tutti i “lavoratori” che hanno diritto a godere delle quote di retribuzioni accumulate per garantirsi una età sicura e serena dopo quella professionale.

In realtà, nati nel 1954, i vitalizi consistono in somme che vengono versate agli ex parlamentari e consiglieri regionali alla fine del mandato e la cui  erogazione  grava unicamente sul bilancio degli organi istituzionali di appartenenza,  corrisposte  come premialità per aver svolto un “incarico pubblico in favore del popolo italiano”.

A beneficiarne sono  deputati e senatori che hanno compiuto i 65 anni e che presentano i requisiti di anzianità e permanenza nelle Camere, per aver concluso un mandato di almeno 5 anni, prima del 2012, anno nel quale sono stati aboliti salvo per coloro che possedevano quei  requisiti già maturati.

In quella data si  può dire che i vitalizi  diventano trattamento previdenziale, una specie di “pensione per parlamentari”, calcolata dal 2018 con il metodo contributivo e riconosciuta al sessantacinquesimo anno d’età per chi ha portato a termine un mandato e al sessantesimo per chi ne ha effettuato  più di uno, in modo analogo a quanto previsto per gli altri lavoratori, dipendenti dell’Ilva, braccianti agricoli, impiegati, manovali, grazie alla realizzazione della profezia di Marx che prevedeva che un giorno il lavoro sarebbe diventato “astratto”, alla pari, quello manuale e quello intellettuale, quello usurante e quello “immateriale”.

Così la rinnovata irruzione del tema nel “dibattito”  parlamentare  ripropone i soliti schieramenti, chi ne esalta il significato sia pure quasi soltanto simbolico e chi  lo tratta come una stantia manovra propagandistica che, secondo i nostri opinionisti all’aria condizionata che per senso di giustizia vogliono che possano accedere al beneficio anche marioli diversamente “al fresco”,  in coincidenza con “il disastro della scuola e della crisi economico-sociale che a breve colpirà il paese , a fronte di una contrazione del pil che potrebbe superare il 10% e un tasso di disoccupazione che potrebbe crescere vertiginosamente, generando delle enormi tensioni sociali”, risulta ridicola e inopportuna. E poi mica vorrete fare come il 10 % delle imprese che, lo dice l’Istat, medita di ridurre i livelli di occupazione, tagliando il numero degli eletti.

Infatti non c’è profilo  attivo sui sociale che non si eserciti in arditi paragoni  tra gli investimenti in armamenti, formidabili,  i costi dell’assistenza, e l’inezia sopportabile del trattamento pensionistico dei parlamentari,  a dimostrazione che saremmo  gente  sveglia, che non si fa anestetizzare da sistemi di distrazione pubblica, cari a chi ormai sa solo accontentare gli istinti viscerali, paura o vendetta, estraendo dal profondo l’empio populismo che alberga in ceti animati da risentimento e frustrazioni e fuorviati dal giacobinismo di qualche arruffapopolo.

Da anni ormai qualsiasi richiamo al senso etico viene messo a tacere in qualità di arrischiato moralismo che non sa fare i conti con la realpolitik. E qualsiasi critica viene retrocessa a rancida “antipolitica”, oggi ancora più irresponsabile, egoistica e nichilista, se si sprecano appelli a sostegno del governo, mozioni di plauso per le eccezionali misure salvavita, ricostruzioni agiografiche della vita e delle opere delle autorità commissariali cui è stata delegata la strategia nazionale per la ricostruzione.

Così nessuno rileva come  potrebbero sembrare – e a me lo sembrano – incompatibili con la strenua difesa della democrazia, del ruolo e della funzione inesauribile e insostituibile della rappresentanza, caposaldo della democrazia, da mesi umiliata, scavalcata, annichilita che mostra qualche palpito di vivacità in difesa dei suoi privilegi.

E non c’è nemmeno da parlare delle rivendicazioni di Formigoni o altri birbanti che reclamano la restituzione del dovuto, spesso irrisorio rispetto al loro “maltolto alla collettività”, che invece che essere invitati a esprimersi in veste di pensatori ricchi di esperienza maturata sul campo, dovrebbero essere rieducati nel silenzio del carcere duro.

Perché la media del rendimento del nostro ceto politico si misura con le prestazioni della media degli eletti, di ieri e di oggi, con il contributo dato “in favore del popolo italiano” ora ancora più facilmente valutabile se sopravviviamo, e  grati di essere tra quelli esentati dal rischio di contagio, in un paese colato a picco, dove servizi e assistenza sono stati cancellati per fare spazio ai privati, dove il diritto allo studio è stato abbattuto come un cascame ideologico poco congruo con i comandi del mercato, dove migliaia di persone sono state grate al Covid che ha rinviato gli sfratti, ma solo per un po’, dove il lavoro ha perso valore, arretrato a servitù precaria, a puro sfruttamento, a umiliazione di talento e vocazione in cambio della pagnotta.

Ma non per tutti, nella   guerra tra farabutti e onesti, ma a rischio che non c’è via virtuosa al comando,  in  quella tra chi vorrebbe conservare quella sovranità che comprende anche la custodia delle funzioni del Parlamento, e chi esige che venga ceduta per conquistarsi il favore dei Grandi e l’ammissione alla loro carità pelosa, dove la corruzione è immune e impunita grazie a istituti “di legge” come la prescrizione, sembra solo retorica ricordare che anche per i rappresentanti eletti grazie a leggi pensate a tutela della chiusura e impermeabilità dei palazzi alla gente comune, dovrebbe valere la legge fondamentale della democrazia, che tutela i diritti e abolisce i privilegi.

E che anche per loro dovrebbe vigere quell’articolo della  Costituzione nata dalla Resistenza e che  dice che “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”, niente di meno e neppure niente di più.

 


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