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Eurovisione

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti abbia fatto una scoperta sensazionale: agli italiani interessa più il calcio che il voto delle Europee. Ancora meglio avrebbe potuto dire che interessa loro più se pioverà domani piuttosto che il cambiamento climatico, e che più che l’alta velocità importa loro che l’81 inteso come bus non passi ogni 55 minuti e così via.

Non succede invece perché Giorgetti ha partecipato al distacco sempre più profondo tra politica dei partiti al servizio imperiale e politica della vita e così non ha capito che   la squadra del cuore non ti delude mai mentre la disaffezione delle tifoserie nei confronti dei contendenti alle urne dimostra che la fiducia era scarsa e la diffidenza ben riposta. Ormai non scuote più nemmeno qualche rivelazioni dei crepitii dello scoppio di nuove tangentopoli a livello di scala locale,  tanta è l’assuefazione di cuori coraggiosi che hanno superato lo choc di calciopoli, vissute con maggiore partecipazione.

Così domani con tutto comodo assisteremo alle consuete lagnanze sull’astensionismo che di volta in volta viene accreditato come prova di maturità di una democrazia talmente forte e adulta da persuadere i cittadini della sua buona salute anche senza la loro partecipazione. O invece  criminalizzato (oggi perfino da Facebook che ci invita a condividere in diretta l’assolvimento del diritto/dovere)  come la riprova della accidiosa indifferenza di cittadini ingrati che sanno solo chiedersi cosa possa fare la nazione per loro e non cosa fare loro per la nazione, e  la conferma della vittoria del famigerato populismo che abiura dalle responsabilità e dai doveri incarnato dal ceto governativo che approfitta delle varie tipologie di malessere legittimate e suscitate su su fin dal profondo della pance dove stavano relegate vergognosamente per diventare ideologia.

Quando, a voler dare una interpretazione corretta del fenomeno, i populisti sono quelli che hanno indotto una visione del sistema sociale come una comunità nella quale i germi patogeni sono burocrati, speculatori, banchieri, mafiosi (pochi) di cui il popolo virtuoso prima o poi potrà liberarsi, in modo da accreditare la convinzione che il conflitto sociale non sia più la lotta di classe tra sfruttati e sistema, ma tra l’1% di profittatori che si sta mangiando tutta la torta e il 99% che se la vede sfilare da sotto gli occhi anche se l’ha impastata e infornata.

Nessuno dei partiti tradizionali che hanno schiumato di rabbia per le vittorie del feroce energumeno impresentabile in società, rammenta quanto l’abbia sostenuto, aiutato, blandito, dopo averlo sottovalutato come incarnazione di un folclore inoffensivo. E men che mai ricorda come il suo partito sia stato ininterrottamente al governo per un ventennio, senza che si facesse una piega  per la Bossi-Fini, per la legge Maroni, per la contiguità con il fascisti nostalgici in modo da autorizzare quelli nuovisti, senza mai toccare il tema-  molesto per tutti – del conflitto di interesse, senza mai sollevare un sopracciglio per gli attentati alla Costituzione poi innescati come una bomba da altro attore dopo che le procedure corrette per la nomina di un governo erano state ribaltate e manomesse per favorire l’intronizzazione di un senatore a vita fresco di unzione in veste di uomo della provvidenza.

Nessuno  adesso in vista dei risultati vuol rammentare le premesse avviate dai progressisti/ riformisti, che è antistorico assimilare perfino alla commemorazione della sinistra se non in forma di becchini, quando si misero festosamente agli ordini dell’impero cianciando delle opportunità della globalizzazione per far digerire la retrocessione dei sudditi a schiavi pronti a costruire piramidi dove il faraone vuole, siano africani o greci, quando derise le ansie della gente comune derubricando a vergognose e irrazionali percezione il malumore per la presenza degli “altri” che loro avevano contribuito a  portare alla disperazione partecipando di guerre e conquiste coloniali, quando in sintonia con la Chiesa invitarono e invitano al dovere morale della carità e dell’accoglienza, trattando come moralmente riprovevoli quelli che non sentono lo stesso imperativo, purché ovviamente non siano i cittadini estivi di Capalbio.

C’è come sempre da chiedersi perché poi tutti, nessuno escluso, si lamenti della disaffezione, del disamore, del disincanto. Quando invece si tratti del loro più grande successo, la loro operazione di comunicazione meglio riuscita:  far intendere la casa comune come un palazzo nel quale i cittadini sono stati sfrattati in veste di  gli inquilini morosi, l’Europa come una galera dalla quale non si più evadere e della quale oggi si devono voltare nemmeno i secondini, troppo sarebbe, ma le coop di Buzzi che seduti in Parlamento si godranno remunerazioni e benefit.

Ci hanno convinti che nulla si potesse contro il fiscal compact, votato di soppiatto come una vergogna doverosa, che nulla si potesse per rivedere gli obblighi, la natura e  il volume die contributi che siamo obbligati a dare,  a cominciare da quelli per le calamità che non ci vengono resi nemmeno dopo tre terremoti per via della nostra proverbiale inaffidabilità anche in qualità di senzatetto, così come i finanziamenti per  progetti che non vengono mai scelti in favore di fiamminghi,  olandesi,  lussemburghesi, danesi le cui lobby più contigue e dinamiche delle nostre partecipano direttamente alla stesura di criteri e procedure. Ci hanno dimostrato  che le nostre città devono essere espropriate e dobbiamo rinunciare a servizi essenziali per ossequiare le regole del pareggio di bilancio.

E via via  ci hanno convinti che è imperativo per conquistarsi l’appartenenza alla civiltà occidentale ricordarsi i 27 caratteri dell’Iban,  prendere atto della necessaria curvature delle banane e il diametro dei prodotti delle galline ovaiole, del rosso dei pomodori, concordare sulla qualità dei lager nei quali dobbiamo confinare i poveracci   che respingono da Calais e dare la nostra parte per coprire le operazioni di respingimento dalla Turchia alla Grecia stracciona come noi, condividere l’impegno comune alla difesa della fortezza comune  comprando armamenti e  fornendo risorse umane – si dice così per tutti i lavori umilianti e infamanti – per operazioni belliche ormai dichiaratamente tali.

Mentre nessuno calcola davvero quanto ci costerebbe e cosa succederebbe se davvero cominciassimo a dire no, a dire no a certi capestri, a certe minacciate sanzioni mai quantificate e forse illegittime, come all’obbligo futurista di un’alta velocità al servizio dei vicini. O se cominciassimo a dire di no alle regole di un contesto in cui il potere legislativo primario è dell’Unione, mentre il nostro ruolo di Stato democratico e di un Parlamento eletto sia pure con elezioni farlocche, è residuale e quindi le nostre istituzioni possono legiferare solo conformemente a quanto deciso dall’Unione o dove questa non è intervenuta, se volessimo mettere sui piatti di una bilancia la nostra Costituzione e i Trattati compreso quello di Aquisgrana recentissimo, per stabilire se davvero questi ultimi, che rappresentano la legge primaria di una UE ormai definitivamente su misura di una nazione, la Germania, devono pesare di più della nostra Carta e delle leggi del nostro Parlamento.

A prima vista abbiamo ragione a essere più tifosi della Roma o dell’Inter o della Juve. Ma non ne abbiamo se ci limitiamo a gridare arbitro cornuto, se idolatriamo giocatori milionari assistendo alle loro gesta sempre più prudenti in stadi offerti in cambio di case e strade e scuole, se ci basta un goal per scordare la miseria  e se non facciamo una bella e definitiva invasione di campo.

 

 

 

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Due passi a sinistra fra l’Europa del disastro

Image-from-iOS-3Le elezioni europee si avvicinano e così d oggi mi permetterò di riportare alcune voci importanti, quelle che vengono silenziate il più possibile dai media mainstream e ancor più in Italia dove il dibattito elettorale giace al di sotto del bene e del male. Comincerò col riportare un’intervista a Marc Botenga candidato del Partito dei lavoratori belga, una formazione marxista leninista che negli ultimi anni ha visto aumentare i propri consensi e mostra che a sinistra non c’è solo una confusa sterpaglia di cespugli morti pronti ad essere raccolti per decorazione nelle dimore dei ricchi o altri europeismi che nascono come ammanite muscarie sulle decomposizioni, ma c’è ancora qualche germoglio vivo che potrebbe svilupparsi.

Dunque Botenga comincia col disegnare la cornice: ” La UE è stata costruita da multinazionali e questo non è solo uno slogan perché negli anni ’80 il processo di integrazione si è arrestato. Le grandi multinazionali  si sono sedute attorno a un tavolo – la Tavola rotonda europea degli industriali – insieme a due figure della Commissione  il capitano d’industria Etienne Davignon e François-Xavier Ortoli. È ovvio che tipo di forma stava prendendo l’UE, quando i commissari europei si sono connessi alle multinazionali per dire ai capi di governo come avrebbe dovuto essere il progetto. La nascente UE prese così la forma della deregolamentazione e della consegna di ogni cosa al mercato. Possiamo facilmente vederlo nell’Atto unico europeo del 1986, che ha preceduto il trattato di Maastricht. Questa alleanza è stata in grado di fare tutto ciò che voleva per oltre trent’anni, perché non esisteva nessun contrappeso dal basso, ma oggi stanno emergendo nuove lotte a livello continentale: ciò che dobbiamo fare è rafforzarle perché di fronte all’unità dell’avversario abbiamo bisogno di costruire un contropotere.”

Poi Botenga passa a decostruire le leggende metropolitane con cui il potere oligarchico chiede consenso e in particolare quella dei settant’anni di pace. ” Intanto non in Europa nel suo insieme: ricordiamo la terribile guerra in Jugoslavia. Ma soprattutto, l’UE è sempre più orientata verso la guerra. Anche il suo trattato di base obbliga gli Stati membri a migliorare le loro capacità militari. E i deputati di Strasburgo e il Consiglio europeo hanno appena adottato un piano del Fondo di difesa europeo che inonderà le multinazionali dell’industria delle armi con miliardi di euro. Altri progetti come il programma spaziale o anche il meccanismo delle infrastrutture interconnesse stanno assumendo una dimensione militare. L’UE si sta preparando per la guerra. Fino ad ora sono stati i suoi stati membri a distruggere interi paesi, come la Libia. Forse presto lo faranno sotto la bandiera europea. Che tipo di progetto di pace è questo?”

Infatti molto spesso accade che la retorica europeista e quella collegata dell’altro europeismo siano solo suggestioni senza contenuti: Non mi piace il falso dilemma tra più Europa e meno Europa. L’Europa è un continente, mentre l’UE è un insieme di istituzioni e trattati. Abbiamo bisogno di maggiore cooperazione per rispondere alle crisi che ci attraversano, ma tale cooperazione non significa affatto più Ue: prendiamo come esempio il cambiamento climatico. In che modo l’Unione  vuole affrontare la crisi climatica? Con un mercato della Co2, un mercato di permessi di inquinamento, che consente alle aziende di acquistare e vendere il diritto di avvelenare piuttosto che ridurre le loro emissioni ( vedi la sindrome di Greta, personaggio inventato a scopi elettorali ndr) . Abbiamo bisogno di questo tipo di approccio? Chiaramente no. Abbiamo bisogno della cooperazione europea sulla questione climatica, ma questo deve aiutarci ad essere più ambiziosi, imporre standard vincolanti alle multinazionali e rompere con il mercato. Quindi c’è qualcosa di molto insidioso, anzi pericoloso nella domanda “più o meno Europa”. La vera domanda è: quale Europa?”

Ma come si potrebbe arrivare a un ribaltamento di prospettiva visto che il continente è di fatto governato dal lobbismo? “Le lobby delle multinazionali sono un problema enorme e fanno parte del Dna dell’UE visto che esse intervengono a tutti i livelli della scrittura delle leggi. Alcuni trattati commerciali sono al 95% il prodotto di consulenze multinazionali. Il problema fondamentale è però ciò a cui i trattati danno priorità: è  pazzesco che quando si prende qualche misura socialmente progressista occorre verificare se è conforme alle disposizioni del trattato che garantiscono la libera circolazione di servizi e capitali. Dovrebbe essere vero in contrario: piuttosto che  chiedersi di cosa ha bisogno il mercato si dovrebbe partire da ciò di cui la società ha bisogno e porre limiti al capitale. Non siamo contro la libera circolazione in quanto tale, soprattutto per le persone, ma dobbiamo dare  priorità assoluta ai bisogni sociali e ambientali e alle misure che ne derivano. Solo che per fare questo bisogna ribaltare l’approccio: se vogliamo cambiare i trattati, ciò richiede che costruiamo una forte pressione in tal senso nei vari paesi, perché è necessario partire dal basso.”

Tuttavia gran parte dei problemi nati con l’austerità sono dovuti all’euro:  “Il problema non è solo la valuta, ma l’intera struttura economica e il modello basato sulla competitività. Ma sì, certo, questa moneta è progettata per consentire alle multinazionali europee di avere un posto nella competizione globale. Le grandi compagnie in Giappone e negli Stati Uniti hanno le loro rispettive valute e anche le multinazionali europee volevano la loro moneta unica per prendere “il loro” posto sui mercati globali. Ma oggi il modello economico basato sulle esportazioni si sta avvicinando ai suoi limiti e anche paesi come la Germania stanno entrando in crisi e per di più la moneta unica ha colpito come un maglio  quelle economie che avevano tra le loro leve la svalutazione monetaria”. 

Ma si può fare qualcosa da Strasburgo? “Il Parlamento europeo è una sorta di copertura democratica per l’UE: non ha la capacità di avviare una legislazione.  In teoria, se i deputati lo volessero, potrebbero cambiare l’intero testo di una direttiva proposta dalla Commissione. ma questa è una possibilità del tutto ipotetica e per giunta se gli emendamenti avessero un radicale slancio sociale, violerebbero sicuramente i trattati comunitari. Queste elezioni servono solo ad avere deputati che oltre a mostrare tutte le stratificazioni e le politiche antisociali nelle istituzioni europee, incoraggino le mobilitazioni sociali”.

A mio parere sono tre le cose importanti dette in questa intervista. La prima è il riconoscimento senza mezzi termini o ipocrisie della natura ordoliberista della Ue, la seconda è l’impossibilità di cambiare le cose a partire dalla testa e men che meno dal parlamentino di Strasburgo, ma la necessità  di grandi mobilitazioni sociali. La terza forse esplicitata più sommessamente è che tali mobilitazioni devono avvenire nei singoli Paesi, certo per uno scopo comune, ma in base agli interessi e alle dinamiche presenti nelle varie situazioni. Detto in poche parole un certo grado di sovranismo è necessario a ribaltare il senso e la funzione di istituzioni sovranazionali, 

 


I vitelloni di Tsipras

sordi-ombrello Anna Lombroso per il Simplicissimus

E mica si schiodano da quella croce. Macché,  ogni giorno apprendiamo che alcune intelligenze della sinistra d’antan rinnovano la loro fiducia nel progetto europeo, proprio come se fossero al confino condannati dai tribunali speciali del neo fascismo, quello di Salvini, è ovvio, e si rifugiassero nel sogno di Ventotene tramite Syriza, il duetto dei due vitelloni della Plaka, nella mesta replica del clubino che aveva garantito il seggio a Barbara Spinelli, che almeno adempiva a un obbligo familiare o a Maltese, non Corto purtroppo, anche se la sua vista non dimostra di essere particolarmente lungimirante.

Proprio ieri abbiamo appreso che Luciana Castellina si candida con Syriza, in un fronte trasversale che, poco ci manca, va da Trsipras a Macron a Zingaretti a Landini,  tutti quelli che sulla letteratura rosa, sulla green economy, sull’occupazione nera, moderna, dinamica e mobile dove la libertà è essere imprenditori di se stessi nel consegnare pasti a domicilio,  possono mettere tranquillamente la firma.

D’altra parte con tutta la simpatia umana che è giusto riservarle, la ragazza rossa dei Parioli, compagna di classe di Annamaria Mussolini che definisce “arrogante ma simpatica”  si è sempre accorta con un certo ritardo di quello che le succedeva intorno scoprendo il 20 ottobre, e “per la prima volta, che i partigiani esistono e non sono solo qualche drappello disperso che si è dato alla macchia”,  aspettando il 1947 per iscriversi al Pci, mettendoci un po’ di anni a scoprire il limiti del socialismo reale, folgorata tardivamente dalla lotta di liberazione della donna,  mettendoci un ragionevole lasso di tempo a rendersi conto che le Br non erano compagni che sbagliano.  Adesso a 90 anni portati con il suo invidiabile piglio, pur avendo a lungo soggiornato nelle grigie aule di Strasburgo, pare ancora  pensa ancora che là si possa realizzare l’utopia di Ventotene, e in un certo senso ha ragione perché   nato già allora come prodotto elitario di cancellerie e non di popoli prometteva di trasformarsi in un incubo.

E’ strano per un’esperta di cinema un’amante della Grecia, come ha riaffermato in questi giorni,  che non abbia  dato credito al trailer di quello accaduto là e che si sta consumando in tutte le incompiute democrazie europee, quelle osteggiate dall’Ue perché macchiate della colpa di nascere dalle resistenze, con le immagini dei ghigni  di Martin Schultz –presidente allora del parlamento europeo –  o del feroce Schauble; delle minacce  dei tedeschi che sollecitavano l’espulsione del popolaccio che aveva preteso un referendum, quando bastava vedere gli spot pubblicitari trasmessi a reti unificate per promuovere la svendita di beni comuni, isole, orchestre,  teatri e monumenti compresi, per inneggiare la necessaria cessione  del patrimonio di tutti a  potenze straniere e a magnati locali corrotti,  per convincere dell’ineluttabilità della rinuncia a assistenza, cure, e anche alla prima casa soggetta al sequestro da parte del racket. Difficile credere già allora che Trispras non sapesse, non fosse già stato scelto come incaricato di sbrigare gli affari sporchi, fino al punto di farsi umiliare pubblicamente dalle cancellerie carolinge in attesa di successivi riconoscimenti.

I clan politici che allora assistevano muti alla mortificazione e all’oltraggio, salvo collocare ne profilo social Piazza Syntagma e scegliere la Grecia per una vacanza all’insegna della solidarietà turistica, che oggi sanno bene che allora era stato segnato anche il nostro stesso destino, dimostrano di voler credere ancora a un modello sociale ed economico  iniquo e infame che rende impraticabile ogni possibile auspicio di “società giusta”, per dimostrare così la propria condanna  alla deriva “populista” e a un “sovranismo” accettabile solo quando reagisce scompostamente all’invasione gialla scrivendo invettive con un iphone Xiaomi.

A nessuno sfugge che dietro alla liturgia elettorale europea si officiano 27 “rese dei conti” nazionali, 27 “consultazioni” sui governi in carica, 27 proposte di coalizioni future guidate da uomini dell’apparato pronti a ribadire l’inesorabilità dei trattati, mai messi in discussione dai resti esangui delle sinistre riformiste e progressiste proprio come mai si mette in discussione la galera dell’euro blindato nella cassaforte di un sistema finanziario globale e incarnata da una banca centrale indipendente da ogni controllo e che non possiede alcuna legittimità politica.

Chi può davvero immaginare che la presenza nell’europarlamento di divini reduci che non hanno mai maturato una parvenza di autocritica su un format europeo segnato indelebilmente dalla cifra della necessità, dell’obbligatorietà dell’austerità, del rigorismo, del pareggio di bilancio, della proibizione degli aiuti di stato, possa condizionare e influire sulle politiche di austerity e sull’egemonia privatistica che sta cancellando il welfare e i servizi pubblici, che voglia abbattere l’edificio di  organismi, strutture e procedure per permettono alla finanza di controllare imprese e governi, che sia davvero intenzionata a contrastare un regime di concorrenza deformato, come se potessero bastare la deplorazione del fascismo risorgente, la condanna della xenofobia, quando non si hanno avuto né si hanno la forza e il coraggio civile e democratico di dire no all’ideologia totalitaria che ha strutturato l’ordine europeo anche  nella forma  dell’”ordo-liberismo”.

Almeno gli augusti candidati che scendono in campo saranno premiati in caso di successo da laute pensioni, meno comprensibile se non da uno psicoanalista i sentimenti di chi la pensione se l’è vista  negare, impoverire, rinviare e che   pur disapprovando  il contenuto specifico delle politiche europee e i conseguenti vincoli sulla condotta delle politiche nazionali, rifiuta l’idea di spezzare le catene e i vincoli ingiusti e impari dei cravattari regionali, di smascherare le sentenze ricattatorie delle agenzie di rating, di rompere con l’euro cattivo per sostituirlo con l’euro democratico, come se bastasse girare la faccia della moneta per depurare  le nostre geografie continentali dal veleno liberista e come se la critica del capitalismo potesse camminare su una gamba sola, senza appoggiarsi a quella all’Europa che ne incarna il sogno realizzato in incubo.


Per Natale voglio una moneta da 12 euro

1667807_euro4Visto che proprio è impossibile sfuggire quel sinistro Babbo Natale che abbiamo eletto quale demone maggiore del consumo, (vedi Trilogia di Babbo Natale /1 Le origini, ) tanto vale chiedere un dono. Io chiedo la moneta da 12 euro o biglietti da 60 e persino 120.  Sto dando i numeri? Niente affatto si potrebbe fare benissimo, anzi i tedeschi  lo hanno già fatto coniando una moneta da 5 euro che ha corso legale solo in Germania e non nel resto dell’euro zona. I trattati non lo impediscono perché nulla è scritto circa la possibilità di creare moneta che non ha corso legale nell’eurozona, tuttavia all’interno di un Paese che li emette esse possono essere scambiate tranquillamente con monete e banconote autorizzate dalla Bce a pari valore,  con l’effetto di creare nuovo denaro per gli investimenti. Inconsapevolmente o meno i trattati di Maastricht e di Lisbona prevedono una vita di fuga nascosta tra i cespugli e di fatto Berlino la sta già mettendo a punto a scanso di equivoci. Ma anche Parigi lo fa seppure in maniera diversa, stampando euro francese per sei terre d’oltremare mentre per per 14 Paesi africani ex colonie produce il franco Cfa (Comunità finanziaria africana) garantendone un certo rapporto con l’euro in cambio di garanzie che valgono circa un miliardo l’anno, il che in pratica significa battere moneta per proprio conto. Nemmeno i virtuosissimi Paesi Bassi sono alieni da questo tipo di pratiche visto che la banca centrale nazionale controlla e produce la divisa usata nelle Antille Olandesi e agganciata al dollaro.

Possibile che dobbiamo proprio essere gli unici che non fanno nulla se non lamentarsi e sventolare bandiera bianca? Oppure è quel capitalismo di relazione e di corruzione che avvolge dentro le sue spire tutto lo Stivale, che lo impedisce perché contrario alle prospettive di un un mercato del lavoro senza diritti e a livelli di fame e alle merende? O è l’istinto di mettere la testa sotto la sabbia e perdere tutto pur di tentare di non perdere nulla? Qualunque proposta come quella della moneta fiscale diventa solo discussione da bar e nemmeno si mettono in piedi i trucchetti usati dagli altri che formalmente non vanno a intaccare i trattati. Anzi ci sono anche degli ottusi a tutta prova i quali sostengono che le monete da 5 euro emesse in Germania sono destinate soltanto al collezionismo, ma visto che in meno di sei mesi ne sono state coniate 2 milioni e 250 mila la cosa prende un aspetto diverso dai conii similari che anche l’Italia ha fatto in diverse occasioni e con valori anche di 50 euro che tuttavia nell’insieme ammontano a poche decine di migliaia di esemplari e sono davvero destinate esclusivamente al mercato numismatico. Il fatto fondamentale è che i cinque euro tedeschi hanno valore legale in Germania, ci si può fare la spesa e comprare le sigarette se si vuole, costituiscono chiaramente una prova d’orchestra: all’occorrenza in pochi giorni si potrebbero emettere centinaia di milioni di queste come di altre monete e biglietti di banca con valori sfalsati rispetto all’euro, ma validi all’interno del Paese e con valore di scambio alla pari con la moneta ufficiale della Bce. nulla potrebbe impedirlo.  Insomma volendo si può fare e anzi potrebbe essere una delle tattiche di uscita morbida dalla moneta unica che al limite rimarrebbe solo di riferimento bancario il cui valore potrebbe essere la media dei vari euro.

D’altro canto di questa natura partecipano anche divise più immateriali come le criptovalute  che hanno già una loro esistenza o vari tipi di monete fiduciarie senza corso legale, ma che potrebbero essere usate per pagare le tasse, oppure monete di prestito e via dicendo. Il fatto è che solo attraverso le monetine titolate in un euro, ma valide solo all’interno del territorio italiano, potremmo immettere risorse fino al 3% del pil che già permetterebbe di ridare lavoro a centinaia di migliaia di persone. Certo il coraggio se non lo si ha non ce lo si può dare, ma andando avanti così alla fine bisognerà ricorrere a quello più assurdo, al coraggio della disperazione.


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