Ilva, processo a media chiusi

cimi Anna Lombroso per il Simplicissimus

Su Repubblica online è la diciassettesima notizia. Ah, sul Sole 24 Ore non è menzionata.

Eppure ieri si è avviato un processo, in senso proprio, storico: la magistratura ha definito l’inchiesta sull’inquinamento contestato all’Ilva con 53 richieste di rinvio a giudizio. La dinastia, i suoi collaboratori, con in prima fila l’ex potentissimo responsabile delle pubbliche relazioni Girolamo Archinà, sono accusati di aver tramato nell’ombra, sottraendo gli investimenti per sicurezza e compatibilità ambientale e indirizzandoli verso accertate speculazioni,  in nome del profitto e a spese della salute dei tarantini. Con loro sul banco degli imputati c’è la “politica” accusata di aver dimostrato una indulgente acquiescenza, se non vera e propria correità, ai piani industriali dell’impresa, a quella criminale strategia aziendale.

Per il governatore pugliese,  la contestazione è quella di concussione, per le presunte pressioni che avrebbe esercitato sul direttore dell’Arpa Giorgio Assennato. Vendola, secondo i pm, avrebbe rimproverato al numero uno dell’Arpa l’atteggiamento troppo rigido verso l’Ilva al punto di minacciare una rimozione ua dalla guida dell’agenzia regionale. Insieme a lui andranno sotto processo   il parlamentare di Sel Nicola Fratoianni, all’epoca assessore regionale, l’attuale assessore regionale all’ambiente Lorenzo Nicastro e il consigliere regionale del Pd Donato Pentassuglia, anche l’ex presidente della provincia Gianni Florido, arrestato durante le indagini, perché sospettato di aver fatto di tutto per agevolare i Riva con l’autorizzazione di una discarica all’interno dello stabilimento e il sindaco di Taranto Ippazio Stefàno, accusato di abuso e omissione in atti di ufficio, perché non si sarebbe adoperato con le necessarie misure per tutelare la salute dei tarantini.

Ma tanti altri dovrebbero finire sotto accusa a cominciare da chi persevera nell’impiegare il ricatto come sistema di governo, l’alternativa tra posto e salute, la semplificazione come giustificata e legittima pratica a disposizione dei padroni per aggirare regole e obblighi di legge a tutela di lavoratori e cittadini. E quelli che questa ideologia di morte l’hanno subita, da un fronte che avrebbe dovuto rifiutarla perché si fonda sulla disuguaglianza e costringe come un vincolo inesorabile a subire la coercizione più abbietta, stabilire cioè una graduatoria dei diritti fondamentali,declinarli in gerarchie finché diventino erogazioni, elargizioni, privilegi da guadagnarsi con l’ubbidienza  o fino al sacrificio di salute e vita.

Si difende così il governatore Vendola: ho voluto tutelare i lavoratori e me ne viene fatta una colpa.

La colpa che gli si attribuisce francamente è un’altra, e ne migliore dei casi, aver sottostato alla costrizione di scegliere tra interessi dei cittadini dentro alla fabbrica e dei cittadini fuori dalla fabbrica, come se non fossero coincidenti, come se dismessa la tuta anche quelli non fossero tarantini, come se le loro mogli, i loro figli, non fossero anch’essi esposti agli stessi rischi, al cancro, all’umiliazione di un diritto fondamentale. Come se non fossero tutti sulla stessa barca, loro sì, non come ci ricordano vari gradi dell’esercito padronale, Vendola compreso si direbbe, che vorrebbero a bordo ma con oneri e onori differenti chi ordina e chi deve stare sotto coperta a remare.

Non abbiamo dubbi su quello che succederà, le premesse ci sono tutte.

In attesa di questa decisione nulla è stato fatto per corrispondere agli obblighi di legge, nulla è cambiato nella strategia dei Riva:  spremere uomini, impianti e territorio insieme a un governo connivente, grazie anche a una conduzione criminale del personale e delle lavorazioni, affidata a una struttura parallela e illegale di “fiduciari”: cioè di persone non incluse nell’organico dell’azienda, che comandano in fabbrica al posto dei capi – imponendo quelle operazioni pericolose che sono all’origine dei morti, degli infortuni e di gran parte dell’inquinamento della città – ma che non rispondono mai del loro operato, perché ufficialmente «non esistono» e che risponde a presidenti e commissari apparentemente indipendenti.

Verrà percorsa la strada che si è già dimostrata rovinosa, non a caso siamo di fronte alla cattiva replica di un governo democristiano, ma dei peggiori:  l’Ilva: un gioiello tecnologico (di 50 anni fa) creato dall’industria di Stato e ispirato alla cultura allora imperante del gigantismo industriale;viene svenduto   a una famiglia già compromessa di – ebbene si –  “rottamatori” di ferro, in ossequio alla moda già allora imperante delle privatizzazioni, motivando l’alienazione del colosso con la convinzione che le performance negative del settore fossero da attribuire alla ingerenze della politica, alla corruzione, ai condizionamenti dei voti di scambio. E  così si sceglie la dinastia giusta, quella che rovescia il paradogma tenendolo in piedi e consolidandolo, rafforzando il legame perverso tra privato e pubblico, tra impresa e partiti, tra pubblica amministrazione e criminalità in guanti gialli, che a volte essere proprio mafiosi non serve. A dimostrarlo basterebbe ricordare che i Riva sono oggi i principali azionisti privati di Alitalia, che i beni confiscati sono stati “liberati”, che   la cassaforte dell’Ilva si è distribuita in  un labirinto di società industriali e finanziarie,  che il perenne ricatto si è consumato, paralizzando a  intermittenza  le produzioni nelle altre aziende del gruppo. E si sa che sull’azienda di Taranto ha messo gli occhi la società franco indiana Arcelor-Mittal, che non avrebbe manifestato il suo interesse ai Riva, ma al governo italiano, direttamente. Tanto che perfino Confindustria prima di Renzi, lamentava questo attentato alla proprietà privata, rammentando esempi di cessioni infelici del comprato siderurgico: la Lucchini ceduta alla russa Severstal che l’ha condotta sulla strada del fallimento, le Acciaierie di Terni prima vendute dalla Thyssen-Krupp ai finlandesi di Outokumpu e poi riacquistate ma nel totale silenzio su un possibile piano industriale. Anche al neo Presidente piace il moderno spezzatino:   l’Ilva verrà ridotta come la Manzotin della pubblicità, caricando su  vari soggetti i costi immediati della messa in sicurezza, operazione che ricorda la cosiddetta “romanella”, una passata di intonaco a beneficio degli ispettori, e poi via in un pulviscolo di delocalizzazioni, per non aver più a che fare con sindacati, peraltro piuttosto passivi, operai peraltro molto demoralizzati, cittadini peraltro sempre più espropriati.

Eppure la decisione di ieri segna il nostro tempo, se sappiamo leggere l’impronta che lascia, ricorda che il dilemma lavoro/ambiente costituisce una problematica fondamentale con la quale dobbiamo fare i conti. Conferma che dobbiamo resistere alla guerra dichiarata che vuol fare dei lavoratori una classe separata, fisiologicamente in contrasto con le ragioni degli altri cittadini in materia di ambiente e  salute e quindi con l’interesse generale. Ma anche in materia di  certezze, diritti, prerogative, in modo da mettere gli uni contro gli altri occupati e precari, disoccupati e pensionati, generazioni, famiglie, persone che dovrebbero essere invece legate indissolubilmente per preservare i loto vincoli, le loro aspettative, la loro dignità, i loro bisogni, compreso quello, dimenticato, di felicità.

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One response to “Ilva, processo a media chiusi

  • fausto

    Interessante. Il silenzio mediatico è inevitabile, è una vicenda nella quale si è corrotto l’intero agone politico.

    L’elefante nella stanza è sempre l’edilizia: la nostra bolla deve scoppiare. A costruzioni ferme il mercato dell’acciaio (tondino d’armatura) si restringe moltissimo, deve ri orientarsi completamente. Calano i soldi, saltano le coperture, si accumulano i danni sanitari / ambientali. La conclusione della vicenda ha un odore da Inghilterra anni ’80.

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